La storia della Chiesa in Messico, soprattutto nel XX secolo, è segnata da un periodo di feroce persecuzione, culminato nella cosiddetta Guerra Cristera o Cristiada (1926-1929). Questo capitolo, spesso ignorato o deliberatamente dimenticato, rivela un'epopea di coraggio e fede da parte di un popolo e del suo clero, costretti a resistere a politiche anticlericali estreme.
Contesto Storico: L'Anticlericalismo Messicano
Dalla Colonia all'Indipendenza: L'Evoluzione dei Rapporti Stato-Chiesa
Dopo la conquista spagnola nel 1521 e l'incorporazione nel Vicereame della Nuova Spagna (dal 1535), il sistema di governo della Corona di Castiglia si fondava su una solida alleanza tra Chiesa e monarchia. La Chiesa godeva di grande potere, pur essendo soggetta al controllo dell'autorità monarchica. Tuttavia, a partire dalla seconda metà del XVIII secolo, influenzato dalle idee illuministe, il monarca Carlo III di Borbone allentò progressivamente i rapporti con la Chiesa, culminando nell'espulsione dei Gesuiti nel 1767. Mentre gli alti prelati furono inizialmente conquistati dalle nuove idee, il basso clero, privato dei mezzi di sostentamento, entrò in conflitto con la monarchia.
Le idee della Rivoluzione Francese iniziarono a penetrare in Messico verso la fine del secolo, invitando gli indigeni a sollevarsi contro l'oppressore spagnolo. La rivolta esplose due anni dopo l'occupazione napoleonica della Spagna (1808). La guida dell'insurrezione che portò all'indipendenza messicana fu assunta proprio da due sacerdoti: padre Miguel Hidalgo (1753-1811) e, dopo di lui, don José Maria Morelos (1765-1815). Il 16 settembre 1810, suonando le campane della chiesa di Dolores (Guanajuato), don Hidalgo diede inizio alla Guerra d'Indipendenza (El Grito de Dolores), innalzando come vessillo lo stendardo bianco e azzurro della Vergine di Guadalupe, patrona del Messico.
Nel febbraio del 1823 fu proclamata la repubblica e l'anno successivo fu promulgata la prima costituzione del Paese, nella quale fece la sua comparsa l'anticlericalismo di stato, mutuato dal pensiero liberale e illuminista. Questo rappresentò una novità amara per i cattolici messicani, poiché nel corso della guerra la fedeltà alla Chiesa non era mai stata messa in discussione.
L'Ascesa dell'Anticlericalismo Costituzionale e Governativo
La nuova costituzione del 1824 rappresentò il trionfo degli elementi massonici e liberali, secondo i quali i preti, diffondendo irrazionalismo e superstizione, corrompevano il popolo. Seguirono decenni di instabilità politica. Nel 1857, una nuova costituzione conteneva misure molto aggressive nei confronti della Chiesa. Benito Juárez, rifugiatosi a Veracruz, diede vita a un governo provvisorio, emanando una serie di disposizioni volte a separare la Chiesa dallo Stato: vietò a militari e funzionari statali di assistere a cerimonie religiose, abolì gli ordini religiosi maschili e femminili, rese obbligatorio il matrimonio civile e legalizzò il divorzio.
La fragile tregua tra Stato e Chiesa si ruppe a seguito della rivoluzione scoppiata nel 1910, che costrinse il generale Porfirio Díaz alle dimissioni dopo trentaquattro anni di potere. La fase rivoluzionaria si protrasse per un decennio, sino al 1920. L'ascesa al potere di Venustiano Carranza, eletto presidente con i voti del 2% della popolazione, segnò l'inizio delle persecuzioni violente contro la Chiesa cattolica. Con la promulgazione della "Carta di Queretaro" (la nuova costituzione di ispirazione massonica del 5 febbraio 1917, tuttora in vigore), venne proibito l'insegnamento religioso, confiscato ogni bene e negata personalità giuridica alla Chiesa, e i sacerdoti furono obbligati al servizio militare. Tra il 1917 e il 1919, undici tra vescovi e arcivescovi e centinaia di religiosi furono cacciati o esiliati, e 2000 scuole cattoliche dovettero chiudere.
Rivoluzione messicana
La Presideza Calles e la "Ley Calles": L'Apice della Persecuzione
Nel 1920, Carranza fu assassinato da sicari del suo ministro Alvaro Obregón, che divenne a sua volta presidente. La situazione per i cattolici precipitò quando, il 1° dicembre 1924, ebbe inizio la presidenza di Plutarco Elías Calles. Uomo caratterizzato da una volontà di ferro e da un'incrollabile fede nella rivoluzione, Calles odiava la Chiesa, che considerava "la causa unica dei mali che hanno oppresso il Messico dalla conquista spagnola ai nostri giorni". Con l'avvento del nuovo presidente si assistette alla riproposizione di situazioni già viste nel corso delle rivoluzioni francese e bolscevica, come la creazione di una "chiesa patriottica" fedele al governo, un provvedimento teso a dividere i cattolici messicani, generando un clima di insicurezza e confusione.
La "Legge Calles" del 14 giugno 1926, che ricalcava quanto già previsto nella costituzione messicana del 1917, prevedeva pesanti e vessatorie restrizioni contro la Chiesa e il clero cattolico, oltre a misure altrettanto dure per coloro che vi si fossero opposti. Fu vietato ai sacerdoti di indossare l'abito talare in pubblico; se un sacerdote avesse criticato il governo avrebbe rischiato fino a cinque anni di reclusione. Parimenti, fu decretata l'espulsione dei religiosi stranieri dal Paese, mentre in alcuni stati federali del Messico le autorità locali giunsero addirittura a obbligare i sacerdoti locali a sposarsi. Tutto questo non servì a nulla se non a rendere più spietata la politica repressiva voluta da Calles: le manifestazioni pacifiche vennero represse con la forza dall'esercito, mentre si verificarono numerosi omicidi di sacerdoti e aggressioni contro i fedeli all'uscita dalla Messa o durante le processioni, il tutto con l'appoggio del governo.
Tra gli innumerevoli soprusi, Calles proibì l'uso dell'abito talare, vietò il segno della croce in pubblico, ordinò la chiusura degli istituti cattolici, espellendo i sacerdoti stranieri, e impose agli impiegati cattolici di rinunciare alla loro fede, pena la perdita del posto di lavoro. Un esempio eloquente: 389 maestri di Guadalajara (su 400) preferirono perdere il posto di lavoro anziché piegarsi a simile infamia. Le messe venivano celebrate di nascosto in soffitte o garage, e i cattolici cominciarono a vestirsi di nero, per sottolineare il proprio lutto per la perdita della libertà religiosa.
La Risposta della Chiesa e del Popolo: Boicottaggio e Insurrezione
La Sospensione del Culto Pubblico e il Boicottaggio
Di fronte all'atteggiamento del governo messicano, Papa Pio XI impose l'interdetto all'intera nazione. Il 4 febbraio 1926, l'arcivescovo Mora y Del Río confermò l'atteggiamento di protesta contro la costituzione del 1917, annunciando che "l'episcopato, il clero e i cattolici non riconoscono e combatteranno gli articoli 3, 5, 27 e 130 della Costituzione vigente". L'immediata reazione di Calles fu drastica. L'8 luglio 1926, Pio XI, sentendo prossimo il pericolo di una guerra civile, promulgò l'enciclica Iniquis Afflictisque per ispirare fiducia nel futuro e nell'azione comune dei cattolici.
Il 31 luglio 1926, per la prima volta dopo più di 400 anni, i vescovi decisero di sospendere il culto pubblico in tutte le chiese del Messico, come forma di protesta non violenta. Questa scelta aveva un duplice senso: da una parte, si voleva mostrare all'opinione pubblica e al mondo che le autorità civili non concedevano alla Chiesa la libertà necessaria per esercitare il proprio ministero spirituale; dall'altra, si intendeva suscitare la mobilitazione dei cattolici. Contemporaneamente, iniziò in tutto il Messico il boicottaggio nei confronti dello Stato: ritiro dei depositi dalle banche, acquisto limitato ai prodotti strettamente necessari, rinuncia ai viaggi e ai luoghi di divertimento. La risposta del governo fu crudele e le detenzioni cominciarono a essere sostituite dalle esecuzioni sommarie. Il generale Gonzales emanò un decreto il 23 dicembre 1927: "Chiunque farà battezzare i propri figli, o farà matrimonio religioso, o si confesserà, sarà trattato da ribelle e fucilato".
La Nascita dei Cristeros e l'Esercito Nazionale dei Liberatori
Di fronte alla violenza e ai crimini efferati messi in atto dal governo (arresti, campi di concentramento, eccidi, stupri...), consumati nell'indifferenza del mondo, e dopo aver opposto ogni tipo di resistenza passiva e non violenta, ai cattolici messicani non rimase altra alternativa se non quella delle armi. Così, l'11 gennaio 1927, nacque l'Esercito Nazionale dei Liberatori, che per tre anni si batté con il proposito di restituire al Messico la libertà religiosa. Esso era formato dai soldati di Cristo Re, i "Cristeros", come erano definiti con disprezzo dal Governo perché, davanti ai plotoni di esecuzione e alle forche di questa nuova Vandea, morivano gridando: "¡Viva Cristo Rey!".
Dalle regioni di Colima e Jalisco, la rivolta si estese rapidamente in tutto il Paese. Nel 1927, le bande degli insorti divennero un vero e proprio esercito, forte di 12 mila combattenti, che sarebbero divenuti 25 mila nel 1928 e 50 mila nel 1929. All'esercito si affiancavano le Brigate Santa Giovanna d'Arco (Brigadas Femeninas Santa Juana de Arco), formazioni paramilitari femminili che giunsero a contare 25.000 componenti. Quotidianamente si recitava il rosario e, se possibile, si celebrava la Messa. Tra il 1927 e il 1929, tutti i tentativi di schiacciare la ribellione fallirono; gli insorti anzi presero il controllo di vaste zone nel sud del paese.

I Martiri della Cristiada: Testimoni della Fede
La persecuzione contro i cattolici messicani fu una vera ecatombe: fedeli, sacerdoti, parroci di villaggi, seminaristi, monaci barbaramente uccisi. Alcuni sono già stati canonizzati, altri beatificati o attendono di esserlo. Ai sacerdoti che venivano lasciati in vita, venivano tagliate le braccia per impedire loro di celebrare la Santa Messa. I martiri messicani non sono solo gloria della Chiesa messicana, ma soprattutto della Chiesa universale, perché hanno seguito le orme di Gesù morto in croce. Questi beati sono prima di tutto sacerdoti, e sono stati uccisi a causa dell'esercizio del loro ministero, coscienti delle circostanze persecutorie contro la Chiesa del Messico. Ci sono anche tre giovani entusiasti e profondamente impegnati nel lavoro pastorale del loro parroco, che hanno accompagnato nell'esercizio del ministero della Parola durante la loro vita e nel sacrificio supremo della morte.
Una delle condizioni poste dai Vescovi messicani per selezionare 25 tra i numerosi martiri messicani del 1926-1929 è stata quella di riconoscere che questi venticinque «non avevano nessuna implicazione nella difesa armata»; questa scelta è stata fatta per evitare delle difficoltà con il governo messicano, il quale aveva calpestato i diritti umani e religiosi dei cattolici, arrivando fino all'assassinio. Presentiamo in particolare la vita del Parroco D. Pedro Maldonado assieme al gruppo di 25 martiri, dei quali 22 furono presbiteri diocesani e 3 generosi giovani della Gioventù dell'Azione Cattolica Messicana.
Esempi di Martirio: Sacerdoti e Laici
Di seguito, vengono presentate le brevi vite di alcuni dei martiri, a testimonianza della loro fede incrollabile:
- San Cristoforo Magallanes Jara (1869-1927): Nacque a Totaltiche, Jalisco. Parroco e missionario tra gli indigeni "huichole". Fondò un seminario clandestino. Venne fucilato il 25 maggio 1927 a Colotlán, Jalisco, esclamando: «Io muoio innocente e chiedo a Dio che il mio sangue serva per l'unione dei miei fratelli messicani».
- San Pedro de Jesús Maldonado Lucero (1882-1937): Uno dei 25 martiri canonizzati da Giovanni Paolo II. Nato a Chihuahua, fucilato nel 1937.
- San Agustín Caloca Cortés (1898-1927): Cooperatore nella parrocchia di Totatiche e prefetto del Seminario Ausiliare. Fatto prigioniero e fucilato il 25 maggio 1927 a Colotlán, Jalisco.
- San Mateo Correa Magallanes (1866-1927): Parroco di Valparaíso, Zacatecas. Fu fucilato il 16 febbraio 1927 per aver rifiutato di rivelare quanto appreso in confessione.
- San David Uribe Velasco (1889-1927): Parroco di Atenango del Río, Guerrero. Torturato e ucciso la domenica delle Palme. Le sue ultime parole furono: «la morte piuttosto che rinnegare il Vicario di Cristo, io amo il Papa! Viva il Papa!».
- San Atilano Cruz Alvarado (1901-1928): Sacerdote al servizio della parrocchia di Cuquío, Jalisco. Ordinato sacerdote in clandestinità. Fucilato all'alba del 1° luglio 1928, dando prova della sua fedeltà a Cristo Sacerdote.
- San Miguel de la Mora (1878-1927): Cappellano della Cattedrale di Colima. Arrestato e condannato alla fucilazione per non aver ceduto alle pressioni del governo. Morì recitando il rosario il 7 agosto 1927.
- San Pedro Esqueda Ramírez (1887-1927): Vicario di San Juan de los Lagos. Dedicato alla catechesi dei bambini. Fucilato il 22 novembre 1927 a Teocaltitlán, Jalisco, raccomandando ai bambini di non tralasciare lo studio del catechismo.
- San Margarito Flores García (1899-1927): Parroco di Atenango del Río, Guerrero. Professò la sua volontà di morire per Cristo. Fucilato il 12 novembre 1927, dopo aver baciato il suolo.
- San José Luis Sánchez del Río (1913-1928): Giovanissimo cristero, di soli 14 anni, fucilato il 10 febbraio 1928. Cedette il proprio cavallo al suo generale per salvarlo e, di fronte ai federali, non rinnegò la fede, gridando: "Viva Cristo Re, viva la Madonna di Guadalupe".

Gli Accordi e le Conseguenze: Una Pace Fragile
Nel 1928, Calles dovette abbandonare la presidenza per scadenza del mandato. Gli succedette Álvaro Obregón, che tuttavia restò ucciso durante i festeggiamenti per la vittoria elettorale in un attentato compiuto dal cristero ventisettenne José de León Toral. Il nuovo Capo dello Stato non modificò alcuna delle disposizioni antireligiose del predecessore, il che significò la prosecuzione della guerra cristera.
All'inizio del 1929, l'Esercito di Liberazione estese il proprio controllo su di un'area grande circa la metà del Paese. La situazione si fece talmente difficile che lo stesso Calles dovette assumere personalmente la guida del Ministero della Guerra. Il 3 marzo, i cristeros lanciarono una possente offensiva, ma la mancanza cronica di armi e munizioni li costrinse ad arrestarsi.
La Chiesa messicana e la Santa Sede, pur non condannando mai la lotta armata, non diedero mai il loro completo appoggio alla ribellione. Convinto della necessità di porre fine alle violenze e alle sofferenze patite dalla popolazione civile, l'episcopato messicano si adoperò, con il pieno accordo del Vaticano, a giungere a una soluzione negoziata del conflitto. I termini del cessate il fuoco vennero trattati con la mediazione dell'ambasciatore statunitense a Città del Messico, Dwight W. Morrow.
Il 21 giugno 1929 furono così firmati gli Arreglos (accordi), che prevedevano l'immediato cessate il fuoco, il disarmo degli insorti e la promessa da parte governativa dell'immunità per quanti avessero deposto le armi. La Santa Sede autorizzò quindi la ripresa del culto, che avvenne il 29 giugno successivo, in cambio della sicura garanzia da parte del governo dell'abrogazione delle leggi antireligiose. Tale abrogazione, tuttavia, non avvenne: la Costituzione di Queretaro rimase in vigore in tutti i suoi articoli. Il clero messicano fu costretto a piegarsi e ad accettare la costituzione. La Chiesa riebbe sì la sua libertà, ma si trattò di una libertà vigilata.
La gioia per il ritorno della pace fu effimera e di breve durata. Appena i Cristeros deposero le armi, il Governo, scongiurata la disfatta militare che sembrava inevitabile, mise in atto un brutale genocidio: nell'arco di dieci anni, circa duecentomila persone tra ex combattenti e civili vennero trucidate. Molti esponenti dei Cristeros si sentirono traditi: non era stato firmato un accordo, ma una resa. Numerosi membri del clero e laici noti per il loro impegno antigovernativo vennero esiliati e molti Cristeros, appena deposte le armi, furono arrestati e fucilati.
La Posizione del Vaticano e il "Mito del Tradimento"
Le carte sul pontificato di Pio XI conservate presso gli archivi di Oltretevere offrono una visione approfondita dell'atteggiamento della Santa Sede di fronte al conflitto. Pio XI doveva tenere conto che la Chiesa messicana era assai divisa al suo interno quanto all'atteggiamento da tenere nei confronti delle autorità civili. La scelta di prendere le armi non fu condivisa dalla stragrande maggioranza dei vescovi.
Si può affermare che la sua posizione contemplasse da una parte la legittimità della ribellione sul piano dottrinale, dall'altra l'impossibilità per la Chiesa come tale di compromettersi sul piano politico incoraggiando il movimento armato. Negli anni è stato ripetuto e scritto che il Vaticano ha tradito i cristeros, spingendoli a deporre le armi quando avrebbero potuto vincere la loro guerra, e non riuscendo poi a evitare che molti di loro fossero passati per le armi. Tuttavia, per tradire qualcuno occorre avere prima condiviso attivamente la sua causa per un certo tempo, cosa che in questo caso non si può dire sia avvenuta. La rivolta dei cristeros è scoppiata del tutto indipendentemente dalla Santa Sede, che anche in seguito non ha mai pensato di utilizzare la ribellione come un'arma di ricatto nei confronti del governo anticlericale.
Il mito del tradimento dei cristeros non tiene conto di come la preoccupazione fondamentale del Papa - dopo tre anni di guerra ai quali si sovrapponeva la sospensione forzata del culto in tutto il Messico - fosse quella di preservare la fede del popolo messicano, soprattutto in quelle zone del Paese dove era più difficile ricorrere all'assistenza di un sacerdote. Anche l'idea che i cristeros fossero sul punto di vincere la guerra è un mito. È vero che le milizie cristere avevano ottenuto importanti risultati sul campo grazie a un impiego sapiente delle tecniche di guerriglia, ma è altrettanto vero che di fronte a un governo sostenuto politicamente, finanziariamente e militarmente dagli Stati Uniti d'America non sarebbe stato possibile alla distanza ottenere la vittoria.
La linea seguita da Pio XI si riassume nel perseguimento della pacificazione del Paese sulla base di una riforma delle norme anticlericali della costituzione (che tuttavia avverrà solo nel 1992 sotto la presidenza di Carlos Salinas de Gortari). La Solennità di Cristo Re dell'Universo, introdotta con l'Enciclica Quas primas dell'11 dicembre 1925, acquisì un significato particolare in questo contesto, come affermazione dei "sovrani diritti della persona regale di Gesù Cristo".
Eredità e Memoria della Cristiada
A novant'anni dalla conclusione della guerra cristera, rimane intatto l'esempio di coerenza e genuino attaccamento ai propri ideali fornito dai combattenti della Cristiada, uomini e donne tenaci che sacrificarono la famiglia, i beni e in migliaia di casi la vita stessa per affermare il principio sacrosanto della libertà di coscienza. Quello di Calles fu solo uno dei numerosi tentativi avvenuti nel XX secolo di piegare l'uomo alla volontà di un'ideologia utilizzando lo strumento coercitivo della legge.
La Cristiada ha avuto un costo umano altissimo: 30.000 cristeros, 150.000 morti tra il popolo e quasi 40.000 caduti dell'esercito governativo. Nel 1935, in Messico si contavano poco più di 300 sacerdoti, dagli oltre 4.000 presenti all'inizio della rivolta. In 17 Stati non si tollerava la presenza di alcun sacerdote. Questo evento storico, spesso trascurato, è stato oggetto di opere come il film "Cristiada", diretto da Dean Wright, che ha cercato di portare alla luce questa "storia dimenticata".
Il filosofo argentino Alberto Caturelli definisce il popolo messicano "il prototipo di una comunità martire, della cui testimonianza partecipano tutti i popoli della Iberoamerica. Popolo di Cristo Re la cui epopea cristiana ha consacrato tanti messicani come testimoni del Testimone".