Il rapporto tra la Chiesa e le Forze armate è un tema di discussione continuo, specialmente per quanto riguarda la pratica diffusa della benedizione di armi e truppe. Questa consuetudine, profondamente radicata in alcune tradizioni, solleva interrogativi teologici e etici sulla compatibilità tra la fede e strumenti destinati alla violenza o alla guerra.
Il Dibattito nella Chiesa Ortodossa Russa
Il tema della benedizione delle armi e delle truppe è stato l’argomento centrale dell’Assemblea consultiva generale degli organismi di curia, nota come Mežsobornoe Prisutstvie (Presenza Interconciliare), riunita dal Patriarcato di Mosca dal 1° al 3 giugno. In particolare, si è discusso della diffusa abitudine di benedire armi e truppe, una pratica molto presente tra i sacerdoti ortodossi russi, come riferito dall’agenzia AsiaNews (4 giugno).
Era necessario precisare che «la Chiesa - ha affermato Vakhtang Kipšidze, vice presidente del Dipartimento per i rapporti con la società del Patriarcato - non benedice i depositi di armamenti, ma i soldati ortodossi e le loro armi, che essi usano per la difesa della Patria». Il documento, che entrerà in vigore solo dopo l’approvazione definitiva da parte del Sinodo dei vescovi a novembre, precisa inoltre che in questa materia non è il caso di usare il termine “consacrazione” (osvjaš?enie) delle armi, perché «tale forma rituale si riferisce piuttosto agli oggetti che vengono benedetti da Dio».

La posizione assunta dall’assemblea non ha ottenuto l'approvazione unanime. Il vescovo di Zelenograd, Savva Titunov, ha riferito che si sono sviluppate discussioni vivaci, poiché alcuni membri hanno difeso la pratica della benedizione delle armi, comprese quelle nucleari.
La Posizione della Chiesa Cattolica e il "Libro delle Benedizioni"
La questione della benedizione degli strumenti di caccia ha generato riflessioni profonde sulla compatibilità tra la fede e l'uso di oggetti destinati a uccidere. A Avaglio, una frazione del comune di Marliana (Pistoia), un prete ha benedetto i fucili in occasione dell'apertura della stagione della caccia 2023/24, suscitando forti critiche e sconcerto tra gli utenti social.
Il sacerdote si è scusato, scrivendo sul suo profilo Instagram: «Carissimi fratelli, sono rimasto stupito e molto dispiaciuto dalle reazioni, talvolta anche espresse con parole violente, suscitate dall'iniziativa della benedizione in occasione dell'inizio della stagione venatoria. Mi scuso se l'espressione di benedire i fucili possa essere stata tale da venire equivocata come una qualche "santificazione di uno strumento di morte" da parte della Chiesa». Ha poi specificato che l'iniziativa voleva essere un «momento di preghiera con cui incominciare una attività sportiva a cui sono affezionati molti parrocchiani e tante persone che frequentano il nostro territorio», e che il fucile è uno «strumento usato maggiormente e con maggior attenzione dai cacciatori, ma anche un mezzo comprensibilmente da usare con cura, prudenza e perizia».
A rigore di logica, è inimmaginabile che il nostro Dio benedica (dica bene) delle armi, perché ogni arma è fatta per uccidere. Esiste nella Chiesa il Libro delle Benedizioni: non risulta che vi sia un rito specifico per la benedizione delle armi. Il prete in questione si giustificava dicendo che l’arma benedetta sarebbe così usata in maniera giusta. Come se l’arma agisse da sola. La fede non deve essere svilita e resa ridicola. A volte accadono fatti strani nella Chiesa, come l'episodio di un prete preoccupato di benedire i telefonini, per esorcizzarli, senza rendersi conto che lo strumento è neutro e dipende dall’uso che se ne fa. Fino a prova contraria, l’acqua benedetta ricorda il battesimo ed è simbolo di vita e non di morte. Sarebbe tremendamente blasfemo far diventare l’acqua della vita in “polvere da sparo”, sia pure per degli animali. È più opportuno benedire le persone che vanno a caccia e i loro amici cani, perché Dio li protegga, sebbene anche la caccia sia un’attività discutibile.
Origini Storiche del Sostegno Spirituale ai Combattenti
San Giovanni da Capestrano: Il "Soldato di Cristo"
Anche i soldati hanno avuto i loro santi protettori. Un esempio significativo è Giovanni da Capestrano (1386-1456), frate minore dell’Osservanza. Egli non solo pacificò le città di Lanciano e Ortona nel 1427, estenuate da due secoli di lotte fratricide, ma con altrettanta abilità persuase circa diecimila uomini delle più disparate regioni dei Balcani ad armarsi e, da milites Christi, combattere l’avanzata dell’esercito ottomano che nel 1453 aveva espugnato Costantinopoli. Confortati dalle preghiere dei frati, e con il francescano in testa che arringava, difesero Belgrado e il 14 luglio 1456 misero in fuga le truppe del sultano Maometto II. Due mesi dopo il frate morì in fama di santità. Il riconoscimento arrivò nel 1690 ad opera di Papa Alessandro VIII. Quell’impresa gli ha guadagnato il titolo di «apostolo dell’Europa unita».

L'Evoluzione della Cappellania Militare
La presenza di religiosi e sacerdoti sui campi di battaglia per assistere i combattenti portando loro conforto e sacramenti, ma anche impegnati a sostenere con le idee le ragioni del conflitto, ha radici profonde. Una consistente produzione di testi di catechesi militare iniziò dopo la pubblicazione, nel 1569, de Il soldato Christiano con l’istruttione dei capi dello esercito cattolico del gesuita mantovano Antonio Possevino. La figura del cappellano militare come oggi la conosciamo sorge principalmente nel Seicento.
Per risalire alle origini di questa figura, occorre ripescare i testi di un altro gesuita, Giacinto Manara. Pochi anni dopo la fine della sanguinosa Guerra dei Trent’anni, in un manuale datato 1658 e indirizzato al conforto dei condannati a morte, egli scrive: «Tra gli esserciti fa il demonio la sua raccolta». Per salvare la loro coscienza, educare alla fede e avvicinare ufficiali e truppe alle pratiche religiose, Manara avanzò una proposta: «Nelli esserciti cattolici è moralmente impossibile che non vi sian sacerdoti tanto secolari quanto regolari, e tutte le compagnie è consueto c’habbiano li suoi cappellani, come padri spirituali». La presenza religiosa non era mai mancata, ma con Manara avviene una novità: nasce un progetto missionario rivolto ai soldati, e matura e si perfeziona un’idea di esercito cristiano.
La Dottrina della Guerra Giusta e il Ruolo del Clero
La Chiesa ha storicamente tentato di conciliare la fede con la realtà della guerra. Sant’Agostino aveva rassicurato chi sollevava domande sulla compatibilità della fede con le armi. Il soldato, diceva, svolge un officium lodevole e necessario per la difesa e la protezione dei più deboli. La guerra è legittima se risponde a una giusta operazione di giustizia.
San Tommaso d’Aquino poi, nella sua Summa Theologiae, sistematizzò la dottrina della guerra, indicando i criteri che la rendevano lecita e precisando che il clero non doveva macchiarsi con il sangue. Doveva essere presente, ma solo per assistere spiritualmente i militari. Tommaso pone così le basi della secolarizzazione delle dottrine della guerra chiarendo che non si possono dichiarare guerre per mere cause di religione o per punire l’infedele.
Queste idee furono riprese nel Cinquecento dal portoghese Fernando Oliveira nel saggio Arte da guerra do mar: «Ai sacerdoti si addice andare in guerra e debbono andare non per combattere con il ferro, perché le loro armi sono le lacrime e le preghiere, ma per amministrare i sacramenti e le opere di misericordia ai feriti, confessandoli e dando loro la comunione, prendendosi cura di loro e consolandoli, sotterrando i morti e pregando Dio per le loro anime, tutte cose pietose e molto necessarie in guerra».
Il Sacerdote sul Campo: Conforto e Spiritualità
L'importanza del sostegno spirituale ai soldati in tempo di conflitto è evidenziata da testimonianze dirette. P. Rostylav Pendiuk, sacerdote di rito greco-cattolico e responsabile del dipartimento della gioventù greco-cattolica in Ucraina, ha condiviso la sua esperienza durante il conflitto in corso. «È sorprendente, ma negli occhi dei soldati che vengono da me per una benedizione prima di andare in guerra non vedo la paura, l’incertezza. Sanno che ‘faranno il loro lavoro’», ha raccontato.
DON GIOVANNI MINOZZI L'APOSTOLO DELLE CASE DEL SOLDATO
Dalla sua parrocchia alla periferia di Leopoli, P. Pendiuk e la sua comunità pregano costantemente e fanno il possibile per accogliere i rifugiati. Ha notato una sorprendente assenza di paura negli incontri con i soldati, definendolo uno "shock". La vita in Ucraina si è fermata, ma la gente è tutt'altro che inattiva; molti lavorano e fanno volontariato, aiutando i rifugiati o arruolandosi. Anche se non è un esercito regolare, il fronte della difesa territoriale è organizzato e presente in ogni città. Sebbene i giovani di 15-16 anni non possano arruolarsi, cercano altri modi per aiutare. «Penso che se qualcuno dicesse di non avere paura sarebbe pazzo», ha ammesso P. Pendiuk, sottolineando la gravità della situazione ma anche la determinazione dei combattenti e di chi resta al proprio posto. «Non posso immaginarlo. Come potrei lasciare la mia parrocchia, i miei fedeli e andare da qualche parte?».