Il Padre Nostro: Tra Traduzione, Teologia e Linguaggi Romanzi

Il Padre Nostro, preghiera fondamentale del cristianesimo insegnataci da Gesù stesso, ha attraversato un lungo percorso linguistico e interpretativo. Le sue origini affondano nell'aramaico, la lingua parlata da Gesù, per poi essere trascritta in greco nei Vangeli e successivamente tradotta in latino, influenzando profondamente le lingue romanze e le loro versioni moderne.

Questo viaggio ha reso inevitabile che alcune espressioni fossero oggetto di dibattito e perfezionamento, con particolare attenzione alla sesta richiesta: "non ci indurre in tentazione". Recentemente, in Italia, questa frase è stata modificata, riaccendendo un'antica discussione teologica e linguistica sulle sfumature del testo originale e sulla sua corretta resa nelle diverse lingue.

Manoscritto antico del Padre Nostro in greco o latino

La Genesi della Preghiera: Dalle Origini Aramaiche ai Vangeli Greci

Il Padre Nostro ci è giunto in greco attraverso due versioni evangeliche: quella di uso comune tramandata da Matteo (Mt 6,9-13) e quella più breve di Luca (Lc 11,2-4). Entrambe le versioni riflettono le tradizioni liturgiche delle rispettive comunità ma si basano su un originale aramaico a noi sconosciuto, risalente a Gesù.

Gli storici sono concordi nell'affermare che Gesù abbia insegnato questa preghiera in aramaico. Il verbo aramaico utilizzato nel testo originale, "tal’an" accanto alla negazione "w-la", si traduce come "non portare", indicando che la richiesta a Dio è quella di aiutarci a tenerci lontani dalle situazioni di tentazione.

Le Differenze tra le Versioni di Matteo e Luca

Le versioni di Matteo e Luca, pur mantenendo la stessa sostanza, presentano piccole differenze che riflettono i contesti e i destinatari. La versione di Matteo è di tenore più ebraico e appare nel contesto del Discorso della Montagna, rivolta a comunità che avevano bisogno di sentirsi "popolo" unito sotto lo stesso Padre. Qui la preghiera si fa più solenne e articolata, quasi "ufficiale".

In Luca, il testo della preghiera viene inserito in un contesto diverso: l'evangelista racconta che uno dei discepoli chiese a Gesù di insegnare loro a pregare subito dopo un suo momento di preghiera personale. La versione lucana è più breve ed essenziale, quasi sussurrata, e inizia con il semplice "Padre", un modo tenero e intimo di rivolgersi a Dio, richiamando l'aramaico "Abbà", la voce dei bambini quando chiamano il loro papà. Queste "piccole differenze tra i Vangeli non sono errori, ma carezze" che ogni evangelista ha usato per farsi capire e toccare il cuore dei lettori.

Un esempio di queste variazioni si trova anche nella richiesta "rimetti a noi i nostri debiti" (Matteo) o "perdona a noi i nostri peccati" (Luca). In aramaico, il peccato era considerato un "debito" verso Dio, rendendo entrambe le traduzioni fedeli al significato originale.

Rappresentazione di Gesù che insegna il Padre Nostro ai discepoli

Il Nodo Teologico e Linguistico: "Non ci indurre in tentazione"

La frase "non ci indurre in tentazione" ha da sempre suscitato perplessità teologiche e linguistiche. Se Dio è il Padre che vuole la nostra salvezza, come può volere per noi qualcosa di male al punto da dover essere "stornato" con la nostra preghiera? Già la Lettera di Giacomo (1,13-14) nega questa possibilità, affermando: "Nessuno, quando è tentato, dica: «Sono tentato da Dio»; perché Dio non può essere tentato al male ed egli non tenta nessuno."

Per comprendere appieno la questione, è necessario esaminare il testo greco. La parola "peirasmos" può significare sia "tentazione" che "prova". Per "prova" si intende l'esercizio normale della nostra libertà di fronte alle scelte, mentre la "tentazione" è il rischio di orientare la nostra libertà in direzioni opposte al progetto di Dio. Dio non può sottrarci alla prova, che è condizione necessaria della fede e della libertà, ma non ci tenta con intenzione malevola di farci cadere.

L'espressione greca è costruita con "eispherô eis", che significa "portare, condurre verso". Il verbo latino inducere o il greco eisphérein non indicano "costringere", ma "guidare verso", "introdurre dentro". Il verbo italiano "indurre" ha assunto una connotazione di obbligatorietà e costrizione che non è teologicamente fondata, proiettando su Dio una responsabilità nel "costringerci" alla tentazione che non gli appartiene.

La Posizione di J.R.R. Tolkien e Sant'Agostino

Anche figure come J.R.R. Tolkien, profondo conoscitore delle lingue antiche, avevano evidenziato la problematicità di questa traduzione. Tolkien osservava che la parola tradotta con «tentazione» nelle lingue moderne dava già problemi nella traduzione in latino del Pater noster effettuata sul testo greco. Per lui, "indurre" non era più la parola giusta, poiché suggerisce "l’azione di una persona che diriga o di una guida, spesso l’azione sinistra di un impostore".

Agostino d'Ippona, riflettendo sul problema del male morale, affermava che Dio non può compiere il male, ma lascia che accada, come prova della fede, e come fu anche per Gesù nelle tentazioni subite nel deserto.

Il Processo di Revisione della Traduzione Italiana

La questione della traduzione del Padre Nostro in italiano ha portato a un lungo e articolato dibattito. Mons. Pagano, in un'intervista, ha espresso "disappunto per il modo in cui è stato cambiato il Padre nostro", ritenendo inammissibile un "così radicale cambiamento nei confronti del testo latino", che la Chiesa definisce "Parola di Dio".

Tuttavia, la cosiddetta «nuova traduzione» non è affatto recente. Essa compare per la prima volta nel 2008 nella nuova traduzione del Nuovo Testamento della CEI (Conferenza Episcopale Italiana). Il cardinale Giuseppe Betori ha ricostruito il lungo lavoro di vescovi, teologi e biblisti, iniziato nel 1988 con la decisione di rivedere la vecchia traduzione del 1971. Un gruppo di 15 biblisti, coordinati da vescovi esperti in teologia e Sacra Scrittura, ha vagliato diverse proposte.

La formula "non abbandonarci alla tentazione" è stata adottata grazie alla convergenza di personalità del calibro di Carlo Maria Martini e Giacomo Biffi. Questa scelta, avvenuta nel 2000, fu garanzia per il Consiglio permanente e per tutti i vescovi della bontà della soluzione adottata. La recognitio della Santa Sede arrivò nel 2007, e l'edizione della Bibbia CEI con la nuova formula è del 2008.

La Spiegazione della Nuova Formula

La ragione principale di questa modifica risiede nella volontà di essere "più vicini al contenuto effettivo della preghiera" e di evitare un'interpretazione errata del ruolo di Dio. Come spiegato da Papa Francesco, "Dio induce in tentazione” non sia una buona traduzione". Egli ha sottolineato: «Sono io a cadere, non è lui che mi butta nella tentazione per poi vedere come sono caduto. Un padre non fa questo, un padre aiuta ad alzarsi subito».

La traduzione "non abbandonarci alla tentazione" è stata scelta per la sua ricchezza di significato, che può implicare sia "non lasciarci entrare nella tentazione" (come nella versione francese), sia "non abbandonarci alla tentazione quando già siamo nella tentazione". In tal modo, si chiede a Dio di rimanere al nostro fianco e di preservarci sia prima che durante la tentazione.

Dal 29 novembre 2020, prima domenica di Avvento, questa nuova versione è entrata nell'uso liturgico durante la Messa, dopo essere stata approvata dall'Assemblea generale della CEI nel novembre 2018 e promulgata da Papa Francesco, sulla scia del giudizio positivo della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.

Confronto con le Traduzioni in Altre Lingue Romanze

La problematica della traduzione del "non ci indurre in tentazione" è stata affrontata anche in altri episcopati del mondo, in particolare nelle lingue romanze:

  • In francese, dopo un lungo dibattito, si è passati da una traduzione che era "non sottometterci alla tentazione" alla formula attuale "non lasciarci entrare in tentazione" (ne nous laisse pas entrer en tentation).
  • In spagnolo, la lingua più parlata dai cattolici nel mondo, si dice "fa’ che noi non cadiamo nella tentazione".

L'idea comune che si è voluta esprimere è che il nostro Dio, "che è un Dio buono e grande nell’amore, fa in modo che noi non cadiamo in tentazione". Il verbo scelto deve far comprendere come Dio sia un Dio che ci soccorre e ci aiuta a non cadere, non un Dio che "ci tende una trappola".

Altre Nuance Linguistiche e Teologiche della Preghiera

Il "Padre Nostro" contiene altre espressioni che meritano un approfondimento linguistico e teologico:

"Sia Santificato il Tuo Nome"

L'espressione "sia santificato il tuo nome" può apparire criptica, dato che il nome di Dio è già santo in sé. Questo indica la richiesta che la santità del nome di Dio sia riconosciuta e manifestata pienamente anche nella vita dei fedeli, affinché non lo riducano a uno strumento per i propri fini, "per sottomettere il prossimo, oppure come qualcosa di magico per assicurarsi la salvezza", come commentato dall'arcivescovo Rowan Williams.

"Venga il Tuo Regno"

Questa richiesta è interpretata come riferimento alla credenza che un Messia sarebbe stato inviato da Dio per dare inizio al Suo regno nella vita terrena. Il termine ebraico Malkuth si riferisce all'autorità o al governo di Dio come re celeste, e il greco Basileia significa sia "Regno" che "regalità" o "dominio". Tradizionalmente, la venuta del Regno di Dio è vista come un dono divino per cui pregare, sebbene alcuni gruppi credano che il Regno venga anche per mano di quei fedeli che operano per un mondo migliore.

"Sia Fatta la Tua Volontà, Come in Cielo Così in Terra"

La richiesta che la volontà di Dio sia fatta in terra così come lo è in cielo suggerisce l'aspirazione che l'umanità, ancora peccatrice e bisognosa di salvezza, adegui il proprio volere a quello divino "in pensieri, parole ed opere". John Ortberg interpreta questa frase come un invito a "vivere e operare qui in terra così come in cielo", superando la sola preoccupazione della salvezza individuale post-mortem.

"Dacci Oggi il Nostro Pane Quotidiano"

Il termine greco "epiousion" per "pane quotidiano" rimane di dubbia interpretazione. Potrebbe essere tradotto letteralmente "supersostanziale" (riferito al pane eucaristico che nutre corpo e anima) o più semplicemente "quotidiano" (la razione necessaria per ogni giorno).

"Rimetti a Noi i Nostri Debiti, Come Anche Noi Li Rimettiamo ai Nostri Debitori"

Questa frase chiede il perdono dei peccati. Per Anselmo d'Aosta, il peccato è un tipo di debito verso Dio, che può essere compensato con un atto meritorio. L'espressione "come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori" traduce un aoristo, indicante un'azione iniziata e non conclusa nel passato, ma con conseguenze nel presente, enfatizzando la giustizia compensatoria e il medesimo metro che l'uomo deve usare verso il prossimo.

"Liberaci dal Male"

Il latino malo (ablativo) e il greco ponerou (genitivo) non permettono di distinguere se si riferisca al "male" come concetto astratto o al "Maligno" (il Diavolo, Satana) come entità personale. Gesù stesso in Giovanni 15,17 ("Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal Maligno", ek toù Poneroù) sembra propendere per l'interpretazione del Maligno. Tuttavia, la scrittura onciale degli antichi manoscritti non permette di distinguere l'iniziale maiuscola, lasciando legittime entrambe le interpretazioni.

Il Padre Nostro nella Liturgia e nella Vita Quotidiana

Il Padre Nostro è ampiamente utilizzato sia nella preghiera privata che in quella pubblica delle Chiese cristiane, dove viene recitato o cantato coralmente. I cattolici di rito latino e bizantino lo recitano o cantano durante la Messa, dopo la preghiera eucaristica. È inoltre parte della liturgia delle ore (Lodi mattutine e Vespri) e anteposto a ogni decina di Ave Maria nel Rosario.

Nella celebrazione eucaristica secondo il messale romano di Paolo VI, il Padre Nostro è preceduto da una formula introdotta dal celebrante, come «Obbedienti alla parola del Salvatore e formati al suo divino insegnamento, osiamo dire:». Nel rito tradizionale della Messa tridentina, il Pater Noster segue sempre la preghiera eucaristica.

La "dossologia" finale ("Perché tuo è il regno, la potenza e la gloria nei secoli") è un'antica formula rituale di glorificazione di Dio. Assente dal testo latino della Vulgata e dal Messale Romano fino al 1970, è oggi inclusa nella liturgia del rito romano come testo indipendente e adoperata anche nella liturgia bizantina e dalla maggior parte dei protestanti, contribuendo a un uso più ecumenico della preghiera.

Mosaico raffigurante la preghiera del Padre Nostro in diverse lingue

tags: #padre #nostro #differenze #linguistica #romanza