Le Confessioni di Eugenio Montale: Tra Interviste e Programmi Radiofonici

Il percorso di Eugenio Montale, scandito da una produzione poetica profonda e complessa, si rivela anche attraverso un'ampia serie di confessioni e autoesegesi, spesso mediate da interviste e progetti radiofonici. Questi documenti offrono una finestra privilegiata sulla sua visione del mondo, il suo processo creativo e la sua personale interpretazione delle opere.

L'Io di Montale tra Silenzi e Rivelazioni

Il segno di un fatale isolamento, di una distanza incolmabile e di una proverbiale incomunicabilità governa le parole, rinvigorite dalla boîte à surprise del ricordo, e i lunghi silenzi concessi e sibilati da Eugenio Montale nel corso di un vero e proprio stillicidio di interviste rilasciate dal poeta, a partire dal 1920 fino a un postremo e laconico incontro datato «16 gennaio 1981», alle soglie del definitivo congedo dal mondo.

Montale, smaliziato conoscitore della macchina del giornalismo e cauto sperimentatore delle tecniche agguerrite dell’interview, affida alla scrittura altrui in frammentari hypomnémata la rievocazione della sua vita fuori dai sentieri ufficiali della letteratura e dalla levità della poesia. Egli infoltisce la schiera di quegli scrittori più o meno illustri «che sono rimasti semplicemente scrittori ma si sono scordati di vivere».

Dall'analisi di questi testi emerge un'autobiografia sorvegliatissima e vigile, consumata ma non sempre dissolta entro la tensione diadica e l’aleatorietà della forma intervista. Essa riaffiora in note autobiografiche, in risposte a richieste di chiarimenti su luoghi oscuri dell’espressione poetica, in scritti d’occasione talvolta concepiti in forma di lettera, a lambire i confini della scrittura epistolare. Questa modalità introduce alla variante assai praticata della risposta per scritto a un interlocutore lontano, testimoniando ulteriormente la complessità delle forme di autoesegesi sperimentate da Montale.

La "Disarmonia" come Materia Poetica: Le Confessioni di Scrittori

Copertina del libro

Una delle più significative testimonianze della visione montaliana si trova nelle dichiarazioni raccolte in un'intervista nell’ambito di un progetto di conversazioni radiofoniche, confluito nel 1951 nella pubblicazione Confessioni di scrittori (Interviste con se stessi) per la Collana Quaderni della radio. In questa sede Montale affermò: «Avendo sentito fin dalla nascita una totale disarmonia con la realtà che mi circondava, la materia della mia ispirazione non poteva essere che quella disarmonia. […] Ritengo si tratti di un inadattamento, di un maladjustment psicologico e morale che è proprio a tutte le nature a fondo introspettivo, cioè a tutte le nature poetiche».

Questa lente attraverso la quale il poeta apprende e rielabora la realtà risente di un disadattamento esistenziale che proietta una visione di «totale disarmonia» nell’universo circostante. Paradossalmente, quella disarmonia diventerà l’oggetto principale degli allestimenti poetici montaliani e insieme strumento di riscatto personale, argine al male di vivere e ricomposizione di una bellezza imperfetta nei testi della sua produzione artistica. Ovunque nelle opere esaminate, oggetti, paesaggi e persone sono trasfigurazioni della poesia e del suo carattere salvifico.

La Corrispondenza e le "Donne" nella Poesia di Montale

Il riferimento è ai documenti epistolari, in larga misura dattiloscritti, sollecitati dai puntigliosi quesiti che Silvio Guarnieri amava sottoporre al poeta. Montale, campione d’evasione, forniva solitamente risposte sommarie o elusive, pur non mancando talora di rivelarsi insperatamente prodigo di puntuali indicazioni. Si veda, in tal senso, la lettera a Silvio Guarnieri del 29 aprile 1964, dove Montale descrive le sue ispiratrici poetiche: «DONNE. I mottetti, esclusi i primi tre, riguardano la stessa persona, che poi sarà chiamata Clizia [Irma Brandeis]. Essa è presente, p. es. nelle Nuove stanze, nella Primavera hitleriana, nel Piccolo testamento, in Palio, nell’Orto e più o meno in tutte le Silvae (nonché in Iride). I primi 3 mottetti riguardano una peruviana che però era di origine genovese e abitava a Genova [Maria Rosa Solari]. Nel 3° c’è un confronto tra la vita di sanatorio di lei e la mia vita di guerra. Chiamerò Clizia col numero 1 e quest’altra col numero 2. Negli Ossi c’è (in In limine, in Casa sul mare e in Crisalide) una donna che chiamerò 3 [Paola Nicoli]. Nella Casa dei doganieri e in Incontro c’è la donna che chiamerò 4 [Anna degli Uberti]. Morì giovane e non ci fu nulla tra noi. Nella Bufera sarà presente anche la donna 5 [Maria Luisa Spaziani], ma ne parleremo in seguito perché è solo il contraltare di Clizia ed è meno importante».

Il rapporto tra Montale e Maria Luisa Spaziani è stato significativo per la produzione poetica di entrambi. Il loro incontro più noto avvenne il 14 gennaio 1949 al teatro Carignano. Montale avviò Spaziani alla lettura di Bergson, Boutroux, Jaspers, Heidegger e dei poeti inglesi, mentre lei privilegiava i francesi. Spaziani stessa, ancora prima del loro incontro, aveva fondato e diretto nel 1942 la rivista di poesia «Quaderni del girasole», il cui titolo era un chiaro omaggio agli Ossi montaliani, poi sostituito con «Il Dado», alludente invece a Mallarmé.

Le Sfide della Vita Pubblica e Privata

Montale non era sempre entusiasta delle interazioni pubbliche o delle richieste che gli venivano poste. In alcune sue comunicazioni, spesso in forma epistolare, emergono le sue riserve e la sua pragmatica visione delle cose. Ad esempio, a proposito di eventuali viaggi o apparizioni pubbliche, poteva affermare che «di non viaggiare in terza classe) sarebbe una grossa spesa», o che certe «condizioni sarebbe disastrosa per me e per il comitato». La sua avversione per l'invadenza dei media era chiara, come testimoniato dalla sua esclamazione: «cazzone di GENTE venne a casa mia con un fotografo». Spesso le sue risposte erano brevi e mirate, indicando una certa impazienza o un desiderio di riservatezza, come quando scriveva: «perché non sono un buon corrispondente epistolare» o «posseggo nemmeno tutte le edizioni dei miei libri».

Uno Sguardo Privato sul Poeta: L'Incontro con Montale

Interno dello studio di Eugenio Montale a Milano

Un resoconto dettagliato di un incontro con Eugenio Montale offre un'ulteriore "confessione" indiretta della sua personalità e del suo ambiente. La visita avvenne il 6 gennaio, in una data non specificata, dalle 16 alle 18, a Milano. Arrivato al palazzo, l'intervistatore si trovò su un pianerottolo con tre porte senza targhetta, bussando a quella di mezzo. Dopo alcuni minuti di attesa, finalmente la porta si aprì.

L'ambiente interno era dominato dalla vista di Milano, con il campanile di San Carlo in primo piano. Lo studio del poeta era ingombro, con gran parte della stanza occupata da un tavolo. Alle pareti erano appesi quadri di Morandi, De Chirico e altri artisti. Si notavano anche due disegni, firmati con una grafia infantile, attribuibili a Montale stesso. Su un ripiano di marmo nero era posato un ramoscello di vischio dorato. Una radio, sintonizzata su Norrie Paramor e la sua orchestra, era una costante sonora. Montale, descritto con un vestito color oliva matura e pantaloni grigi, si presentò con un'espressione assorta, con i capelli neri.

Dialogo sul Percorso Poetico e le Scelte di Vita

Durante la conversazione, Montale si rivelò schivo ma disponibile a parlare di sé. Alla domanda su quando avesse iniziato a scrivere poesie, rispose di aver composto i primi versi da ragazzo, descrivendoli come "bizzarre" o "grottesco-crepuscolare". Rivelò anche di essere stato inizialmente "convinto di me" non come poeta, ma con l'ambizione di diventare baritono, suggerendo che l'interesse per le varie arti potesse essere entrato in lui anche da quella porta.

Montale confessò che l'insonnia non gli dava tregua, spingendolo a leggere qualsiasi "opera umana" nella biblioteca comunale di Firenze, dove lavorava. Si lamentò di essere disturbato dal bibliotecario e ironizzò: «Leggessi ogni giorno il suo libro. Trovai pascolo per parecchi mesi». In quel periodo, come molti altri europei della sua generazione, studiava per imparare l'inglese e lo spagnolo, usando il metodo Lòner.

Il poeta spiegò che il suo bisogno di espressione musicale si era presto trasformato in ricerca di una poesia "più aderente di quella degli altri poeti che avevo conosciuto". Pur non sapendo a cosa esattamente fosse "aderente", sentiva di essere vicino a qualcosa di essenziale e definitivo come rappresentazione, pur riconoscendo questo come un limite irraggiungibile. Rifiutava l'idea di una "poesia programmatica". Con voce profonda, a un certo punto emise un «O, o, oooo…» e, di fronte alla sorpresa dell'interlocutore, aggiunse: «Che Belcore sarei stato», rivelando un sottile umorismo e un rimpianto per la carriera lirica mancata.

Intervista ad Eugenio Montale (1966)

La Traduzione e la Riserbo sul Proprio Lavoro

Dopo l'esperienza di segretario alla biblioteca del Gabinetto Vieusseux di Firenze - dove, per ragioni alfabetiche, era il terzo tra i candidati e ottenne il posto grazie a un "blu accanto al mio nome" segnato da qualcuno -, Montale si dedicò alle traduzioni, definendole «un lavoro tutt’altro che allegro». Ricordò la cultura fiorentina e italiana, osservando con un tocco di malinconia che "son rimasti tre gatti a farsi a vicenda la serenata".

Montale parlò della sua abitudine di scrivere versi e appunti su fogliettini di carta, una pratica che aveva sempre avuto e che gli impediva di dimenticare. Le architetture dei colli toscani erano per lui "movimento e fuga", contribuendo alla sua visione poetica che si rifiutava a un'esperienza come la sua, definita non "programmatica", ma frutto di un'intensa "attività di traduttore".

Verso la fine dell'incontro, il poeta mostrò un certo riserbo sulla ricezione della sua opera. Alla domanda se avesse mai letto le prose altrui su di lui, rispose con un secco «No», aggiungendo: «Non ne ho il tempo». Chiese all'interlocutore di "vedere alcuni suoi pastelli" del 1950, pur mantenendo un distacco riguardo alla loro eventuale pubblicazione ("ma non so se sia mai uscito"). L'incontro si concluse con Montale che, come angosciato, disse: «A vedere se c’è qualche novità», prima di salutare all'angolo della strada, in quello che sembrava un rituale quotidiano di chiusura della giornata.

La Voce di Montale alla Radio: Il Contributo di Franco Croce

Ritratto di Franco Croce, critico letterario

La presenza di Montale nel panorama radiofonico non si limitò alle sue dirette "confessioni". Nel 2003, un progetto di conversazioni radiofoniche dal titolo Alle otto della sera, ideato da Franco Croce e con la regia di Angela Zamparelli, trasmesso dal 21 luglio al 1 agosto, si propose di raccontare Montale attraverso dieci delle sue poesie più importanti, scelte nella fase centrale della sua produzione. Franco Croce, ordinario di Letteratura Italiana presso l'Università di Genova per quasi 50 anni e appassionato studioso di Montale, abituò gli ascoltatori a questo tipo di operazioni culturali.

Le dieci conversazioni radiofoniche di Croce hanno permesso di seguire la parabola esistenziale di Montale nella fase della maturità della sua poesia, negli anni della guerra e del dopoguerra, un periodo in cui Montale aveva lasciato Genova per spostarsi prima a Firenze e poi a Milano negli anni '50, assumendo l'incarico di redattore al "Corriere della Sera".

Stefano Verdino, in un articolo de "Il Secolo XIX", descrisse il metodo di Franco Croce: «Croce non ha mai letto appunti o discorsi, ma ha sempre maneggiato il libro leggendo con la sua voce molto espressiva, vibrante, e poi facendo decollare - è il caso di dirlo - la sua spiegazione. Non un commento nel senso tradizionale, ma una profonda messa in vita di quel testo nella profonda convinzione che da questo testo scaturisse un mondo e che il testo sia davvero un organismo vitale, inesauribile…».

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