Il racconto evangelico della guarigione di Bartimeo, il cieco di Gerico, narrato in Marco 10,46-52, è un episodio di profondo significato spirituale, che segna un punto di arrivo e una nuova partenza nel Vangelo di Marco. Questo miracolo, l’ultimo narrato prima della passione, morte e risurrezione di Gesù, è ricco di simbolismo e offre spunti per una riflessione sulla fede, sulla sofferenza e sulla sequela di Cristo, in particolare alla luce delle intuizioni di Don Tonino Bello.
Bartimeo: Dalla Vista alla Cecità Inesorabile
Bartimeo non era nato cieco. Aveva imparato a riconoscere dal colore del cielo il temporale che si avvicina, o il calore molto forte di una giornata di sole afosa e dal rosso del tramonto la speranza del bel tempo per il giorno dopo. Distingueva la differenza delle lune che guidavano il lavoro dei campi, con le nubi che giravano intorno. Aveva provato da bambino, spinto per gara scherzosa da suo padre Timèo, a contare le stelle del cielo nelle dolci notti chiare e senza vento, per mettersi nei panni di Abramo loro padre, quando Dio lo sfidò a quel gioco per tingere di immenso la sua speranza di futuro: “Così numerosa sarà la tua discendenza!”. Timèo con suo figlio si sentivano discendenza di Abramo, promessa di Dio. Aveva sentito il fascino di quelle luci profonde nella notte e aveva sperimentato il soprassalto per lo sguardo improvviso di una donna. Conosceva il significato di sapere su che terreno appoggiano i piedi quando si cammina, e la differenza abissale tra ciò che è davanti a noi, alla vista, e ciò che è dietro di noi, che non si vede.

Ma poi era arrivato il giorno di una malattia, tanto diffuse allora e tanto incurabili, una malattia progressiva e inesorabile. L’orizzonte si oscurava sempre di più. La nebbia saliva e non scompariva mai. I contorni dei volti delle persone care si confondevano, si sentiva sempre più netto il suono della loro voce, ma non corrispondeva ormai più al muoversi delle loro labbra. Finché un giorno il davanti e il dietro di lui furono un’unica cosa, un unico non vedere, un unico buio.
Aveva dovuto così rinunciare a guadagnarsi il pane con le sue mani e si era visto costretto a mendicare per pagarsi la vita. Passava il giorno seduto sul ciglio di quella strada che da Gerico porta a Gerusalemme. E attraverso la strada giungevano le notizie, che i ciechi mendicanti captavano, memorizzavano e raccontavano quando venivano riportati a casa o nelle lunghe serate d’inverno. Aveva sentito parlare di quel Gesù Nazareno che faceva miracoli, che restituiva la vista ai ciechi, come avevano predetto i profeti. Suo padre Timèo, che credeva davvero che quel Gesù fosse il Messia, lo aveva incoraggiato: se un giorno fosse passato da Gerico, Bartimeo, figlio mio, avrebbe dovuto fare di tutto perché lo guarisse, perché lui è davvero il Figlio di Davide, il Messia promesso. E Bartimeo credette nella fede di suo padre: che Gesù veniva da Dio, senza averlo mai visto, senza averlo nemmeno sentito parlare.
In quei mesi di attesa sul ciglio della strada così aveva pregato: “Signore del cielo e della terra, che mi hai donato la vista e ora me l’hai tolta, se questo è per i miei peccati sono disposto a scontarli così. Ma se è perché si veda che il tuo Messia è giunto, come dicono i profeti, sappi che se egli un giorno mi guarirà io lo seguirò fino in cima al mondo. Ecco, gli chiederò di ridarmi la vista perché io lo possa seguire, e servire in tutti i giorni della mia vita. Non voglio tornare a vedere per seguire la via dei malvagi, ma per seguire lui per le strade del mondo.”
Il Grido della Fede e l'Ostacolo della Folla
Gli anni di cecità avevano portato Bartimeo a sviluppare un udito finissimo. Si rendeva conto dai passi che qualcuno si avvicinava, quando ancora era lontano. Quella folla vociante, concitata, non poteva sfuggire al suo orecchio. Era qualcosa di nuovo. Il cuore gli diede un sobbalzo: “Chi viene, chi viene, chi è!”. Già la sua voce urlava presa dall’entusiasmo della fretta, dalla possibilità che si avvera. È Gesù di Nazareth che si avvicina! È Gesù che passa di qua, gli dicono. E Bartimeo comincia a gridare con tutta la forza di quegli anni di buio. E grida il suo bisogno, la sua povertà unita alla fede nella grandezza di Gesù: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”. Dalla tua onnipotenza puoi scendere alla mia bassezza! La forza della preghiera di quei mesi, i consigli di suo padre e il desiderio bruciante di dare un corso diverso alla sua vita, la voglia di vedere il Figlio di Davide e di partecipare finalmente alla sua missione, danno forza incontenibile alla sua voce.

Il gruppo di quelli che attorniano Gesù bada all’ordine pubblico, all’incolumità del Maestro, a dare un po’ d’argine a chi si accalca. Non discerne, in questo caso, la vera necessità di Bartimeo e il volere del Maestro. Cerca solo di far cessare lo strepito e lo rimprovera: “Taci! Disturbi!”. Terribile pensare che davanti a Dio la sofferenza sia fuori luogo, che il dolore possa disturbare. Essi agivano senza luce, con la mente spenta, convinti che quello fosse il modo migliore di aiutare Gesù. Questi primi seguaci di Gesù, paradossalmente, erano i veri ciechi, coloro che non si rendono conto di agire senza luce, rimproverando il cieco e quasi identificandolo tra i soliti importuni perditempo. Il cieco insiste nel voler attirare su di lui l'attenzione del Signore, cercando di superare l’ostacolo della folla gridando ancora più forte la sua invocazione.
Ma Gesù si ferma, ed è l'unica volta che si dice che Gesù si fermi da quando aveva intrapreso il suo viaggio verso Gerusalemme (Mc 8,27). Il suo cammino non può proseguire senza incontrare quest'uomo. Gesù dice proprio a loro, a quelli che rimproveravano Bartimeo: “Chiamatelo!”. E, bisogna dar loro atto, quelli cambiano subito idea, si fanno tramiti gioiosi del Maestro. “Coraggio!” gli dicono, “Alzati, ti chiama! Ti è toccata la fortuna di essere visto, ascoltato e chiamato da lui!”. Bartimeo balza in piedi per l’entusiasmo di essere stato ascoltato e di essere chiamato di persona dal Maestro. E getta all’aria il suo mantello con tutte le sue povere speranze di protezione e corre da lui, pur essendo ancora cieco. È la corsa di un cieco pieno di entusiasmo. Il mantello, considerato l’unico possesso del povero, rappresentava anche l’identità della persona; perciò, “gettare via il mantello” simboleggia lo spogliarsi di sé stessi, come San Paolo nella Lettera agli Efesini (4,22) parla dello “spogliarsi dell’uomo vecchio”. Questo gesto nel quale riecheggia lo stile della vita stessa di Gesù, Colui che “spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo” (cfr. Fil 2,7-8).
L'Illuminazione della Fede e la Sequela
Gesù, davanti a lui, prende l’iniziativa: “Che cosa vuoi che io faccia per te?”. Questa è la stessa domanda rivolta a Giacomo e Giovanni, che coltivavano sogni di gloria. Ma Bartimeo chiede l’unica cosa necessaria. Con quella domanda Gesù gli ha dato la parola e il privilegio dell’iniziativa: mette in risalto il valore della sua persona, l’importanza della sua volontà, la dignità del suo desiderio e della sua preghiera. Si crea un improvviso silenzio. Bartimeo risponde: “Maestro mio, che io veda di nuovo!”. Gesù vede la fede nel cuore di Bartimeo e nelle sue parole, nei suoi gesti, e lo premia: “Va’, la tua fede ti ha salvato!”. Subito il cieco guarisce e vede di nuovo. Vede gli occhi del Maestro, come prima cosa, vede la luce senza più veli. Non gli dice Gesù: “Vieni e seguimi”. Anzi gli dice: “Va’, sei libero finalmente di tornare a vivere la tua vita di un tempo”. Invece Bartimeo, fedele alla sua promessa, lo segue lungo la via. Ora che ha riavuto la vista, lo può seguire da vicino, ovunque egli vada. La guarigione di Bartimeo, il cieco di Gerico, diventa anche la sua chiamata alla sequela di Gesù. È l’unico caso in cui si dice che la persona guarita segue Gesù lungo la strada.
La fede del cieco di Gerico (Mc 10,46-52)
Bartimeo Specchio del Discepolo: Cecità Spirituale e Richiamo alla Luce
La parte centrale del Vangelo di Marco (capitoli 8-10), chiamata “la sezione del cammino”, è inquadrata da due guarigioni di ciechi. Bartimeo è lo specchio del discepolo. Marco ci ha condotti attraverso l’itinerario degli apostoli, che in questo percorso di formazione e di presa di coscienza delle esigenze della sequela, si sentono ciechi. Bartimeo simboleggia il discepolo che si siede lungo la strada, incapace di proseguire. Rappresenta ciascuno di noi, che ci rendiamo conto di essere spiritualmente ciechi, quando si tratta di seguire Gesù sulla strada della croce.
Bartimeo sa esattamente cosa chiedere, a differenza di Giacomo e Giovanni, che “non sapevano cosa domandavano”. Egli chiede l’essenziale attraverso una preghiera, semplice e profonda. Nella sua supplica, Bartimeo esprime la sua fede in Gesù come Messia, chiamandolo “Figlio di Davide” - è l’unica persona nel Vangelo di Marco a conferirgli questo titolo. Allo stesso tempo, manifesta un rapporto di fiducia, intimità e tenerezza, chiamando Gesù per nome e invocandolo come “Rabbunì”, che significa “mio maestro”. Solo due volte, nei vangeli, Gesù è chiamato in questo modo: da Bartimeo e da Maria Maddalena, il mattino di Pasqua, nel giardino della resurrezione (Gv 20,16).
La vita nasce dalla luce e si sviluppa grazie alla luce. Lo stesso accade nella vita spirituale: senza la luce interiore, la nostra vita spirituale è inghiottita dall’oscurità. A volte sperimentiamo la gioia della luce, mentre altre volte le tenebre sembrano invadere la nostra esistenza. Problemi, sofferenze, difficoltà e debolezze offuscano la nostra visione della vita, rendendoci incapaci di seguire il Signore. Nella Chiesa antica, il battesimo veniva chiamato “illuminazione”. Questa illuminazione, che ci ha strappati dalle tenebre della morte, è continuamente minacciata. Il nostro battesimo implica un cammino di ricerca continua della luce. Come il girasole, ogni giorno il cristiano si volge verso il Sole di Cristo.
La richiesta della vista/fede è rivolta a Colui che Bartimeo chiama “suo maestro”. Gesù riconosce nel cieco la fede che vede possibile ciò che nessun uomo sarebbe stato capace di fare: ridonare la vista ad un cieco. La fede di Bartimeo ha già occhi che vedono. Questa fede è un «guardare in alto» lui, appeso in croce per me. Lì io vedo ciò che mai avevo visto, il suo amore per me (Silvano Fausti). Sembra paradossale, ma a volte per vedere bene hai bisogno di non vedere più niente; per accorgerti della luce hai bisogno di trovarti nelle tenebre. E da questo buio si staglia d’improvviso il profilo luminoso della croce di Cristo, meta del cammino del nuovo discepolo Bartimeo, modello di sequela e richiamo costante per chi crede di vedere, ma rimane cieco se non vuole vedere la potenza illuminante della croce.

Don Tonino Bello: Contemplatività e la "Collocazione Provvisoria" della Croce
Le scelte coraggiose di Don Tonino Bello, la sua forte e determinata distanza critica da ogni forma di potere, il suo impegno per la pace, l’accoglienza per gli immigrati, la carità “sine modo” per gli ultimi, partono tutte dal suo rapporto speciale con Dio nella preghiera. Don Tonino era un "contemplattivo" perché il suo rapporto col Signore non andava vissuto come fuga dal mondo e dai problemi quotidiani. Non faceva diventare la preghiera una realtà di contorno, marginale, ma la vedeva come la trama stessa della propria giornata, senza la quale rischia di lacerarsi.

Don Tonino ci ha lasciato un’idea originalissima di preghiera nella parola “contemplattività”. Questo vissuto interiore lo trasmetteva efficacemente celebrando l’Eucaristia o unendosi alla preghiera del suo popolo. È in occasioni come gli incontri di Quaresima e Avvento con i giovani che toccava con mano il suo cuore contemplativo e la sorgente della sua carica profetica, della sua passione per la giustizia, del suo impegno per la pace.
Una delle sue riflessioni più toccanti riguarda la “collocazione provvisoria” della croce. Nel Duomo vecchio di Molfetta, un crocifisso di terracotta recava questa scritta. Don Tonino la considerava una formula ispirata per definire la croce, la propria croce, quella di ciascuno. “Coraggio, allora, tu che soffri inchiodato su una carrozzella. Animo, tu che provi i morsi della solitudine. Abbi fiducia, tu che bevi al calice amaro dell’abbandono. Non imprecare, sorella, che ti vedi distruggere giorno dopo giorno da un male che non perdona. Asciugati le lacrime, fratello, che sei stato pugnalato alle spalle da coloro che ritenevi tuoi amici. Non tirare i remi in barca, tu che sei stanco di lottare e hai accumulato delusioni a non finire. Coraggio. La tua croce, anche se durasse tutta la vita, è sempre "collocazione provvisoria".”
Il Vangelo stesso invita a considerare la provvisorietà della croce. Don Tonino sottolineava la frase “Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio, si fece buio su tutta la terra” come una delle più luminose, proprio per le “riduzioni di orario” che delimitano il tempo in cui è concesso al buio di infierire. “Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Solo allora è consentita la sosta sul Golgota. Al di fuori di quell’orario, c’è divieto assoluto di parcheggio. Dopo tre ore, ci sarà la rimozione forzata di tutte le croci. Una permanenza più lunga sarà considerata abusiva anche da Dio. Coraggio, fratello che soffri. Mancano pochi istanti alle tre del tuo pomeriggio.”
Questa prospettiva di Don Tonino Bello si lega profondamente all'esperienza di Bartimeo. Il cieco, immerso nel buio della sua sofferenza e della sua povertà, vive una "collocazione provvisoria" nel dolore. Ma la sua fede, il suo grido, il suo slancio verso Gesù lo conducono fuori da quel buio, verso il "Sole di Cristo" che lo guarisce e lo invita a una nuova vita. Bartimeo non domanda pietà per i suoi peccati, ma per i suoi occhi spenti, e guarisce come uomo, prima che come cieco. La sua vita si riaccende, si rialza in piedi, si precipita, anche senza vedere, verso una voce, orientato da una parola buona che ancora vibra nell'aria. Il suo cammino dal buio alla luce è una testimonianza vivente della provvisorietà della sofferenza e della potenza della fede che illumina il cammino del discepolo.