La presenza dei missionari italiani nelle Filippine è un capitolo significativo di dedizione, fede e impegno in un contesto culturale ricco e complesso. Dalle prime arrivi agli incontri più recenti, la storia è intrisa di sfide, dialoghi interreligiosi, sostegno alle comunità e difesa dei diritti umani.
Il Contesto Missionario e le Sfide Contemporanee
In luoghi remoti e difficilmente raggiungibili, dove la terra è particolarmente fertile e la gente vive in estrema semplicità di un'economia agricola, la missione assume forme profonde. Attorno a montagne sacre, sedi degli spiriti degli antenati, si sviluppano più di 30 comunità vivaci e coese, a volte lontane decine di chilometri. In questo scenario, il missionario italiano accompagna le famiglie, visita le comunità, predica nella loro lingua e guadagna l'affetto della gente, con il pieno appoggio del vescovo locale. È un contesto semplicemente bello per chi vuole mettersi a servizio, dove l'impegno non manca mai. Un segno di armonia si manifesta anche quando la processione cattolica passa davanti alla moschea e, per rispetto, i musulmani spengono i loro altoparlanti. Serve sempre qualcuno che faccia da ponte e aiuti a capirsi, in un mondo dove la migrazione non è solo verso l'Europa, ma anche una sfida da raccogliere nelle comunità locali.

L'Incontro dei Missionari Italiani: Riflessioni su Vangelo, Cultura e Missione Oggi
Dal 15 al 18 gennaio scorso si è tenuto a Tagaytay, a sud di Manila, l'incontro dei missionari italiani che lavorano nelle Filippine, riproposto quest'anno dopo l'ultima riunione del 2018, interrotta dalla pandemia. L'evento, organizzato da Missio, organismo pastorale della CEI, ha visto la partecipazione di una trentina di missionari e missionarie, sui circa cento sparsi nell'arcipelago. Tre giorni di dibattiti, preghiera e riflessioni si sono concentrati sul tema "Vangelo, cultura e missione oggi".
La Globalizzazione e il Cambiamento Culturale
L'incontro è iniziato con la relazione del vescovo Socrates Mesiona, vicario apostolico di Puerto Princesa, nella parte meridionale dell'isola di Palawan. Monsignor Mesiona ha evidenziato come il panorama culturale sia cambiato profondamente e velocemente con la globalizzazione. Ha raccontato l'esempio di due bambini filippini di 7 anni che parlavano fluentemente inglese con accento americano, imparato autonomamente tramite internet. Ha inoltre osservato come molti giovani filippini conoscano il coreano grazie all'influenza del K-pop e preferiscano cibi stranieri come patatine fritte, hamburger e pizza ai piatti tradizionali. Questo cambiamento culturale, secondo il vescovo, richiede un nuovo approccio all'annuncio del Vangelo. Egli ha sottolineato che, se si vuole "addormentare un filippino", si può parlare di concetti su Gesù Cristo; ma se si vuole "tenerlo vivo e appassionato", bisogna mostrargli il Poong Jesus Nazareno
, il Cristo nero agonizzante, o il Santo Niño
, immagini che muovono folle oceaniche. In questo contesto, il primo compito della missione è il rispetto e il discernimento, come suggerito dal teologo statunitense Stevan Bevans.
Il Rispetto per la Cultura Locale
È seguito l'intervento di Ione Signorini, del Movimento dei Focolari a Manila, che ha evidenziato l'importanza di entrare nel significato dei gesti e dei rituali della vita della gente. Ha ricordato il gesto semplice di togliersi le scarpe quando si entra in una casa, richiamando Esodo 3,5: Toglietevi i sandali dai piedi, perché il luogo su cui state è terra santa
. Questo atto concreto di rispetto, unito al cammino sinodale della Chiesa in Asia, suggerisce che non c'è missione se non si entra nel contesto culturale dove viviamo
.
La Crisi della Missione ad gentes e il Diritto all'Annuncio
Padre Matteo Rebecchi, saveriano e formatore a Manila, ha parlato di una crisi della missione ad gentes, collegata all'oblio del concetto di conversione dell'altro a Gesù. Egli ha affermato che la conversione non solo non è considerata necessaria, ma anzi è vista come lesiva dei diritti umani. Di conseguenza, la Chiesa rischia di concentrare la sua preoccupazione sui problemi interni, occupandosi di pastorale e nuova evangelizzazione, ma dimenticando il mandato missionario di annunciare Cristo a chi non lo conosce. Chi si prende cura della Cina, del Giappone, dell'Indonesia...?
si è chiesto padre Rebecchi. La missione, secondo lui, non dovrebbe limitarsi alla cura dei cattolici esistenti, ma deve essere un lancio per l'annuncio a tutti. Ha citato papa Francesco dalla Evangelii gaudium (n. 14): tutti hanno il diritto di ricevere il Vangelo. I cristiani hanno il dovere di annunciarlo senza escludere nessuno, non come chi impone un nuovo obbligo, bensì come chi condivide una gioia, segnala un orizzonte bello, offre un banchetto desiderabile
.
La Missione come Incontro nelle Fragilità Umane
Alle sorgenti della missione
è stato il tema dell'intervento di don Graziano Gavioli, parroco a Modena ed ex fidei donum nelle Filippine. Don Gavioli ha sottolineato come la missione nasca dal Verbo fatto carne
, ovvero Dio che assume tutta la fragilità dell'uomo, tranne il peccato. Questo implica un incontro con la gente là dove si trova: nei grattacieli, nei supermercati, negli squatter, sotto i ponti delle skyway di Metro Manila, tra ristagni putridi e case di cartone che si disfano al passaggio di ogni tifone. Missione è stare con la gente, sviluppando accoglienza, inclusione e partecipazione, sia nelle Filippine che altrove.
Profili di Dedizione: Storie dalla Missione Italiana
L'età dei missionari italiani nelle Filippine avanza, e per molti ha già superato il limite della pensione, ma la dedizione missionaria non conosce limiti. Una trentina di partecipanti ha rappresentato i quasi cento missionari che lavorano nell'arcipelago delle 7.000 isole nel Sud-est del Pacifico.
- Padre Giovanni Gentilin, Canossiano: Opera nella parrocchia di Tondo, una zona molto degradata al porto di Manila. Qui porta avanti una fondazione che offre un futuro a 3.000 giovani, sostenendoli nei percorsi scolastici e nei doposcuola, e persino insegnando loro a suonare Vivaldi durante le ore di musica.
- Suor Margherita Tiburzi, Orsolina di Rieti: Nella diocesi di Imus, a sud di Manila, coordina l'attività di 200 volontari nelle carceri della zona. Ogni settimana porta sacchi di riso che raccoglie dalla Provvidenza al carcere di Civit, dove sono detenuti 400 uomini e 50 donne. Suor Margherita e le sue consorelle hanno salvato decine di neonati di donne carcerate prima che fossero venduti nel traffico illegale di esseri umani. Queste donne, spesso innocenti ma povere e indifese, finiscono per essere capri espiatori in situazioni legate al commercio di droga, trascorrendo anni in carcere e lasciando figli e famiglie allo sbaraglio.
- Fratel Fabio Patt, Comboniano: Cura la rivista World Mission, diffusa in tutto il Sud-est asiatico, che tratta non solo di missione.
- I Saveriani: Con padre Matteo Rebecchi, padre Simone Piccolo, padre Eugenio Pulcini e padre Emanuele Borelli, curano la parrocchia San Francesco Saverio a Novaliches, nella Metro Manila. Ogni settimana incontrano una cinquantina di persone per la formazione biblica. Come spiega padre Eugenio, i partecipanti si formano, leggono e riflettono settimanalmente sul Vangelo della domenica, riportando poi questi insegnamenti in piccole comunità ecclesiali di base (small basic ecclesial community), cellule di un cristianesimo animato e alimentato dai laici.
- Suor Rosanna Favero, delle Ancelle Missionarie: Gestisce scuole sull'isola di Mindoro e una casa di formazione. Da Manila, queste missionarie hanno aperto due comunità in Myanmar nella diocesi di Loikaw, nell'Est del Paese, al confine con la Thailandia. Tuttavia, a causa della guerra, le suore sono dovute fuggire nella foresta insieme al vescovo e a parte della comunità.

La Storia del PIME nelle Filippine: Impegno, Conflitti e Promozione Umana
La storia del Pontificio Istituto delle Missioni Estere (PIME) nelle Filippine è "bella e appassionante, ancorché complessa, proprio se letta con gli occhi della fede". Fondato a Milano per annunciare il Vangelo in tutto il mondo, il PIME conta oggi 450 missionari di varie nazionalità, presenti in 16 paesi. I missionari del PIME sono arrivati nelle Filippine il 6 dicembre 1968, con quattro preti e un missionario laico, e da allora hanno lavorato nell'area metropolitana di Manila, nell'isola di Mindanao e sull'isola di Antique. La loro presenza è sempre stata motivata dall'attività pastorale, rispondendo alle richieste della Chiesa locale, con un forte impegno nel dialogo interreligioso con l'Islam, la dedizione alla causa dei tribali e la lotta in difesa dei loro diritti e delle loro terre.
I Pionieri del PIME nel Distretto di Siocon
Tra i primi padri del PIME assegnati alle Filippine nel 1969, alcuni si spinsero nel Distretto di Siocon, diocesi di Dipolog, un'area che si estende per 150 km lungo il Mar della Cina, dal confine nord di Zamboanga City fino a Coronado Point. Siocon includeva, in quegli anni, quattro municipalità: Santa Maria, Siocon, Sirawai e Sibuco.
- Il primo missionario del PIME ad arrivare fu Padre Egidio Biffi nel giugno 1969, seguito da Padre Santo di Guardo nel marzo 1970.
- I missionari si sistemarono in aree separate, con poca possibilità di coordinare il loro lavoro.
- Ben presto, soldati governativi invasero l'area in gran numero, insieme a gruppi fanatici di entrambi i lati, come gli Ilaga per i cristiani e le Black Shirts per i musulmani. I civili indifesi furono vittime di atrocità e ritorsioni.
- I padri del PIME cercarono di aiutare chiunque avesse bisogno, in particolare i rifugiati di entrambi i lati. A causa delle tensioni, Padre Biffi dovette abbandonare il distretto nel 1973.
- Nel 1975, l'atletico Padre Santo di Guardo si ammalò nel remoto villaggio di Sirawai e morì durante un'operazione all'età di 36 anni, dopo essere stato trasportato a Manila.
- Successivamente arrivarono altri padri del PIME. Lentamente il conflitto cominciò a perdere di intensità, anche grazie agli sforzi di riconciliazione promossi da alcuni di loro, tra cui Padre Angelo Biancat.
Durante vent'anni, i missionari del PIME concentrarono i loro sforzi per raggiungere tutti i gruppi, anche i più lontani. Furono impegnati nella costruzione delle comunità cristiane di base, sia attorno alla grande chiesa parrocchiale di Siocon che nelle isolate cappelle dei remoti villaggi. Diversi catechisti e laici vennero preparati per aiutare nei programmi di formazione dei cristiani. Furono formati gruppi giovanili con diverse attività e ministri laici dell'Eucarestia per presiedere alle celebrazioni liturgiche nelle cappelle. Particolare attenzione venne data allo studio della Bibbia e alle condivisioni bibliche nelle famiglie e in piccoli gruppi. Numerosi progetti furono sviluppati in questi anni, specialmente per i rifugiati e per i settori più svantaggiati della popolazione, in particolare tra i nativi e i musulmani. Alcuni padri diedero particolare attenzione alla vasta popolazione musulmana.
Tra i pionieri del PIME nel distretto di Siocon, Padre Angelo Biancat vi risiedette più a lungo (1971-1989), mentre Padre Biffi dovette abbandonarlo nel 1973 e Padre Di Guardo morì nel 1975. Padre Vincenzo Bruno fu assegnato al distretto dal 1972 al 1989, mentre Padre Alessandro Bauducci e Padre Ray Raidolfi vi rimasero solo per poco tempo. Padre Giuseppe Zanotto e Giovanni Roggeri servirono per un breve periodo (1973-1976). Nel 1977 arrivarono Padre Sebastiano e Padre Carzedda, che se ne andarono rispettivamente nel 1981 e nel 1986. Nel 1979 arrivò Padre Antimo, che continua a servire fino ad oggi, mentre Padre Trobbiani fu a Siocon dal 1979 al 1987. Padre Carlone vi fu dal 1983 al 1984.
La Situazione a Sibuco e l'Esodo dei Cristiani
Sibuco era un villaggio arretrato e povero, senza corrente elettrica e telefono, con una popolazione di circa 30.000 abitanti, in maggioranza musulmani discendenti dei navigatori Tausug. I cristiani erano immigrati recenti, provenienti principalmente dalle Visayas e da Cebu in cerca di terra. Il villaggio era chiaramente diviso: la parte cristiana con i poster di Cristo sui muri esterni, e quella musulmana con capanne-palafitte attorno alla moschea, mostrando poster con scene dall'Arabia Saudita.
All'inizio di gennaio, si sparse la voce che l'MNLF (gruppo di ribelli musulmani) era penetrato nelle colline a nord del villaggio di Sibuco, organizzando un campo per l'addestramento dei guerriglieri. L'esodo dei cristiani, che contava 250 famiglie, iniziò a causa di questa minaccia. La situazione, pacifica dopo l'espulsione dell'MNLF alla fine degli anni '70, fu nuovamente minacciata dal loro ritorno. Una lotta feudale tra due famiglie musulmane fu riattivata dall'arrivo dell'MNLF. Ci fu una sparatoria fuori dalla chiesa, senza feriti, ma ciò provò ai cristiani che altra violenza era imminente. Il sindaco di Sibuco, un musulmano, Jauhura Jualdi, decise di chiedere ai Marines di venire da Zamboanga, ma il Brig. Gen. Cesar Tapia, comandante dell'esercito a Mindanao, affermò di non potersi permettere di piazzare truppe a Sibuco, dove erano sorti oltre 60 campi di addestramento dell'MNLF. L'esodo sarebbe probabilmente continuato fino a quando non ci sarebbero stati più cristiani. Padre Biancat, lavorando stabilmente a Sibuco dal 1984, previde che anche i musulmani se ne sarebbero andati in caso di guerra.
La Promozione Umana e Ambientale: L'Arrivo di Padre Rolando del Torchio
Nel 1989, Padre Rolando del Torchio (31 anni) arrivò a Sibuco affiancando Padre Angelo Biancat. Fu un periodo in cui la deforestazione illegale procedeva a tutta forza, principalmente per opera di un potente locale, il Commander Perez, che aveva una propria milizia privata. I contadini, provenienti principalmente da Zamboanga del Sur, erano molto poveri e lavoravano con tecniche agricole primitive. La vita era dura, aggravata da problemi medici e di istruzione dei figli. In risposta, il vescovo della diocesi di Dipolog, J. Manguiran, assegnò Padre Rolando del Torchio al villaggio di Sto. Niño per organizzare una fattoria sperimentale.
Qui, molti contadini potevano imparare nuove tecniche agricole e di allevamento, diventando coscienti dell'urgente bisogno di piantare alberi per garantire il futuro dei figli, e così scoraggiandoli dall'abbandonare la loro terra per ingrossare le baraccopoli di Zamboanga. Il vescovo Manguiran sostenne questa iniziativa con una lettera del 24 marzo 1991, intitolata Evangelizzazione attraverso un'agricoltura ecologica
, in cui sottolineava il bisogno di riscoprire la spiritualità asiatica dell'armonia con la creazione. Sotto questi auspici, nacque la St. Francis Agro-Industrial Cooperative. Questa cooperativa diede un significativo aiuto allo sviluppo economico della zona, con la piantumazione di 25.000 alberi in pochi anni, l'organizzazione di un programma di alfabetizzazione e il sostegno a studenti provenienti da famiglie di membri della cooperativa.
Nel maggio dello stesso anno, Padre Giancarlo Bossi (41 anni) e Padre Sergio Fossati (38 anni) presero il posto di Padre Angelo Biancat a Sibuco. Collegati alla cooperativa, furono costruiti un negozio principale e nove mini-negozi sparsi sul territorio, oltre a un mulino per il riso e uno per il mais.
Minacce, Conflitti e Intervento Esterno
Nel mese di ottobre, Padre Rolando del Torchio ricevette minacce di sequestro, presumibilmente da un gruppo armato di Abu Sayyaf (MNLF-Bangsa Moro Army), guidato da un certo Kumander Ibn Hassan. Le minacce furono comunicate dalla polizia e poi confermate, ma il piano sembrava orchestrato dai commercianti locali, i cui affari erano stati danneggiati dalle attività della cooperativa, e dagli oppositori del sindaco di Sibuco, mr. Jalmad. Il direttore provinciale della polizia filippina, Joseph A. Descaller, ordinò una vigilanza 24 ore su 24 per Padre Del Torchio.
All'inizio dell'anno, la situazione politica subì importanti trasformazioni: il sindaco precedente fu dimesso per brogli, lasciando il posto a un sindaco musulmano che dimostrò buona volontà nel promuovere lo sviluppo e la pace. I padri erano in buoni rapporti con lui, anche perché era un "protetto" del governatore Amatong, amico dei missionari italiani. Tuttavia, il commander Perez, ex poliziotso e amico dell'esercito, continuava la sua attività di deforestazione illegale, causando violenza contro circa 500 famiglie che dipendevano dalla foresta per acqua, cibo e materiali da costruzione. I padri informarono il governatore della provincia, Isagani Amatong, delle lamentele della gente.

A marzo, una task force del Governatore sequestrò decine di migliaia di board feet di legname illegale dal feudo del commander Perez. Gli illegal loggers incolparono i padri di essere state le spie, facendo pervenire minacce di morte. Di conseguenza, il Vescovo di Dipolog proibì ai padri di servire otto comunità cristiane situate sui monti, nella zona del taglio illegale. Allora, su ordine del comandante militare di Mindanao, Gen. Santos, fu organizzata una riunione. Il 28 settembre 1994, i padri Del Torchio e Fossati, insieme al Vescovo, al Governatore e al Gen. Santos, si incontrarono con i loggers e i ribelli musulmani, cercando una soluzione pacifica.
Nonostante messaggi di vendetta da parte degli illegal loggers provenienti da Zamboanga, la situazione migliorò sensibilmente. Un articolo di Padre Licini sul quotidiano italiano Avvenire, intitolato Siamo missionari, mica ecologisti
(24 maggio), portò l'intera vicenda all'attenzione del pubblico italiano. L'articolo denunciava che ciò che tormentava Mindanao non era la ribellione islamica, ma il taglio del legname. Le Filippine, un tempo un unico manto verde, erano ora distrutte, con gran parte del taglio legale a vantaggio di compagnie private e il dilagare del taglio illegale, come nel caso di Sibuco. Padre Rolando del Torchio e Padre Sergio Fossati si schierarono in difesa non solo della natura, ma soprattutto della gente. La sensibilizzazione internazionale, attraverso una campagna stampa, ha contribuito a mettere i padri al riparo dalle minacce e a costringere le autorità a intervenire contro le angherie e il traffico illegale di legname.
Il Contributo Duraturo del PIME: Martiri e Nuove Sfide
La presenza del PIME nelle Filippine, sebbene ridotta a 16 missionari, di cui più della metà sopra i 60 anni, si concentra a Manila e dintorni e a Mindanao, in aree prevalentemente rurali. L'interesse del PIME per le Filippine nasce a metà degli anni Sessanta, in concomitanza con le espulsioni di missionari dalla Birmania.
I Missionari Martiri e i Difensori dei Diritti Umani
In questa nazione, il PIME ha avuto ben tre missionari martiri:
- Padre Tullio Favali (11 aprile 1985)
- Padre Salvatore Carzedda (20 maggio 1992)
- Padre Fausto Tentorio (17 ottobre 2011)
Altri due missionari, Padre Luciano Benedetti (1998) e Padre Giancarlo Bossi (2007), sono stati rapiti, minacciati di morte o costretti a cambiare residenza per periodi più o meno lunghi.
Il 31 ottobre scorso, nella Diocesi di Kidapawan, si è tenuta una grande celebrazione per ricordare questi martiri e per celebrare il 50° anniversario del PIME nelle Filippine. Durante la messa, Padre Ronnie Villamor, uno dei primi preti di Kidapawan, ordinato subito dopo l'uccisione di Tullio Favali, ha raccontato a circa 500 persone come i missionari si siano adattati alle condizioni del luogo, condividendo il cibo della gente, spostandosi a piedi, a cavallo o in moto, e vivendo in condizioni considerate misere e marginali. Monsignor Bagaforo ha descritto Padre Tullio come Innocente, ma pronto al servizio
(Innocent, but willing) e Padre Fausto Tentorio come Umile ma pronto a prendere le parti dei più deboli
(Humble but advocate). Molte parole di apprezzamento sono state rivolte anche a Padre Peter Geremia, instancabile difensore dei diritti umani, soprattutto delle popolazioni indigene della Diocesi di Kidapawan: B'laang, B'laang e Manobo.
Un Approccio Trasformato: Condivisione e Fraternità
Don Ferrari, in una breve videotestimonianza, riferisce che, sebbene la presenza dei missionari italiani nelle Filippine si sia molto ridotta rispetto al passato (da oltre 150-200 persone a poche decine), essa rimane significativa. Egli aggiunge che la Chiesa filippina si sta sviluppando e sta diventando una risorsa importante per la crescita delle congregazioni, ma i missionari italiani hanno ancora un ruolo importante nel fornire stabilità emotiva e carismatica. Oggi, non si tratta più di "salvare la gente" o di "impiantare nuove chiese", ma di condividere una fraternità in Cristo, portando la ricchezza di culture ed esperienze diverse, basandosi sulla condivisione del grande dono che tutti possiedono: essere portatori di Dio e dell'amore di Dio.
Altri Contributi Congregazionali e l'Evoluzione del Ruolo Missionario
Un'esperienza significativa delle prime presenze italiane è stata anche quella dei Salesiani. Un missionario arrivato al Don Bosco Technical Institute di Mandaluyong, una delle municipalità di Metro Manila, descrive una grossa scuola professionale con una sezione elementare e oltre duemila ragazzini. Le classi, le palestre, i laboratori, la cappella, i campi da gioco e la piscina erano costruzioni recenti realizzate in cemento. La comunità religiosa era un "cocktail di persone disparate", con molti salesiani provenienti dalla Repubblica Popolare della Cina (espulsi dopo la rivoluzione maoista), altri da vari paesi, soprattutto dall'Italia, alcuni dei quali sembravano "riciclati". I filippini erano pochi, per lo più coadiutori o chierici, e parlavano a stento l'italiano, lingua della comunità. Non c'era un grande affiatamento, e l'ambiente era "vecchio" in un paese giovanissimo. I missionari cinesi avevano portato una visione tutt'altro che globale, essendo stati costretti a lavorare con una minoranza ristretta e chiusa. Questa esperienza, in piena guerra fredda, li aveva gettati nelle braccia del blocco occidentale, di cui le Filippine facevano parte. Un aneddoto con il direttore dell'istituto, un uomo eccentrico e vendicativo, che lo ammonì "Non sarai venuto qui dall’Italia a farci il La Pira!", evidenzia le tensioni ideologiche dell'epoca, legate a figure come il sindaco La Pira, "cristiano di sinistra" e uomo del dialogo.
L'attività pastorale dei missionari italiani si estende anche all'assistenza degli immigrati in cerca di lavoro nelle baraccopoli di Tanza e Navotas City, con programmi di alimentazione per bambini e anziani malnutriti, dimostrando un impegno sociale profondo e continuativo.
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