Il Padre Nostro, la preghiera cristiana per eccellenza, insegnata direttamente da Gesù ai suoi discepoli, è riconosciuta e amata più dello stesso Credo, rappresentando il "simbolo" più importante della tradizione cristiana. In essa si condensa l'esperienza peculiare del divino, fungendo da vera e propria "carta d'identità" del credente. Chi ne conosce le parole e le sa pronunciare, può dirsi cristiano.
Nella pratica catecumenale dei primi secoli, testimoniata dal sacramentario Gelasiano, si diventava cristiani a pieno titolo attraverso la "traditio" (consegna) e la "redditio" (riconsegna) di questo testo. Padri della Chiesa come Tertulliano, Origene e Cipriano dedicarono ad esso appositi commentari, riconoscendone il valore fondamentale in cui si condensa la traccia dell'apparizione di Dio alla coscienza umana.
La Recita dei 33 Padre Nostro: Fede e Simbolismo
Per alcuni fedeli, la recita del Padre Nostro assume una dimensione particolare attraverso una pratica devozionale specifica: la ripetizione per 33 volte consecutive. Questa pratica trae ispirazione dagli anni della vita terrena di Gesù. L'autore di queste pagine, ad esempio, non esita a volgersi al Padre chiamandolo "Papà", come colui al quale deve l'esistenza e la sussistenza, e a cui spera intensissimamente di tornare in eterno. In questo contesto, si volge a Lui pensando a suo Figlio come mediatore della preghiera, affinché la voce del Verbo elimini le scorie delle voci dissonanti che disturbano la buona disposizione interiore.
Il Numero 33 e la Vita di Gesù
La ragione principale di questa devozione è legata alla credenza che Gesù Cristo abbia vissuto 33 anni sulla terra (per l'esattezza, 33 anni e 3 mesi). Questa convinzione, condivisa da grandi mistici di ogni tempo, giustifica la scelta del numero 33 per le recitazioni del Padre Nostro, in comunione con i santi.
Obiezioni e Risposte alla Devozione
Questa pratica, tuttavia, incontra diverse obiezioni:
- Durata della vita di Gesù: Molti sostengono che Gesù abbia vissuto qualche anno in più (o in meno), rendendo, a loro avviso, privo di senso il numero 33. L'autore rimane fermo nella sua coscienza intuitiva, non curandosi di quelle che definisce "obiezioni un po’ fanciullesche", e si inoltra con fede nei suoi 33 Padre Nostro.
- Riduzionismo spirituale: Un'altra obiezione è di natura spirituale: "Perché tutti questi Padre Nostro? Non basta uno, detto bene?". Si tende spesso al riduzionismo, al minimalismo, all'immediato. Sebbene un singolo Padre Nostro ben recitato possa essere sufficiente, come pure il solo pronunciare "Padre nostro" dinanzi all'infinita bontà di Dio, la possibilità di pregare abbondantemente non dovrebbe essere limitata da un'eccessiva parsimonia. San Bonaventura, ad esempio, ne recitava anche 50 consecutivi, senza per questo essere incolpato di sovrabbondanza.
- "Fanatismo devozionale": Questa obiezione viene considerata da alcuni priva di fondamento. Gesù ha insegnato il Padre Nostro ai suoi apostoli dopo almeno un anno di vita pubblica e di ammaestramenti, e per il tempo precedente aveva lasciato delusi coloro che gli chiedevano di insegnare loro a pregare. Questo suggerisce che ogni cosa ha il suo tempo, solo quando si è pronti. Impegnarsi con il Padre Nostro è, in tal senso, tutt'altro che fanatismo devozionale, purché ci si volga autenticamente al Padre invocandolo e unendo a questa invocazione quella del Figlio come mediatore.

La Passione di Cristo: Culmine della Vita Terrena di Gesù
La vita di Gesù, culminata all'età di 33 anni, è indissolubilmente legata alla sua Passione, un evento di profondo significato spirituale che rafforza la simbologia della devozione. Questi sono alcuni dei momenti cruciali della sua Passione:
- Gesù lascia la sua Santissima Madre per andare incontro alla morte.
- Celebra l'ultima cena pasquale e lava i piedi degli Apostoli, istituendo la Santissima Eucaristia.
- Pregando nell'orto degli Ulivi, suda Sangue ed è confortato dall'Angelo.
- È abbandonato da tutti i suoi discepoli e tradito con un bacio da Giuda.
- Viene preso e legato come un ladro, ricevendo un ingiusto schiaffo davanti ad Anna.
- Davanti a Caifa è accusato da falsi testimoni; dichiarando di essere Figlio di Dio, è giudicato bestemmiatore e reo di morte.
- Pietro lo nega tre volte, ma si converte; Giuda, invece, va ad impiccarsi.
- Gli sputano in faccia, gli bendano gli occhi, gli danno pugni e schiaffi per tutta la notte.
- È flagellato in modo crudele alla colonna.
- Vestito da re di burla, è coronato con pungentissime spine.
- È condannato a morte su richiesta dei Giudei, rivestito dei suoi abiti e gli è posta sulle spalle la Croce.
- Nel portare la Croce cade più volte, è aiutato dal Cireneo e asciugato in Volto dalla Veronica, che consola le pie donne di Gerusalemme.
- Giunto al Calvario, gli danno da bere vino mescolato con fiele; viene spogliato delle sue vesti, e gli si rinnovano le ferite.
- Disteso sulla Croce, mani e piedi vengono inchiodati con durissimi chiodi; è innalzato e posto in mezzo a due ladroni.
- Gesù prega l'Eterno Padre per i suoi crocifissori.
- Per ordine di Pilato è posto sulla Croce il titolo: Gesù Nazareno, Re dei Giudei.
- Il ladrone pentito dona il paradiso, mentre l'altro si danna.
- A Gesù assetato viene dato da bere fiele e aceto.
- Gesù dona a sua Madre il prediletto discepolo Giovanni.
- Dopo tre ore di agonia, Gesù spira; il sole si oscura e la terra trema.
- Gesù viene deposto dalla Croce e consegnato alla sua Madre.
- È deposto nel Sepolcro.
- Il terzo giorno appare a sua Madre e alle tre Marie, ordinando loro di annunziare ai discepoli che è risorto.
- Appare agli apostoli e fa toccare a Tommaso le sacratissime Piaghe.

Analisi Frase per Frase del Padre Nostro
Il Padre Nostro è un testo straordinariamente denso di significato spirituale, che ci insegna a pregare non solo come individui, ma come parte della famiglia di Dio. Tutte le invocazioni sono poste al presente, indicando un'azione senza tempo e senza confini, una volontà già fatta propria prima dell'azione e un'azione iniziata nel passato che dura nel presente.
«Padre Nostro che sei nei cieli»
L'invocazione "Padre nostro" rivela una concezione rivoluzionaria di Dio. La parola aramaica usata da Gesù era "Abba", un termine intimo e familiare che si traduce con "papà" o "babbo". Sebbene i patriarchi e i profeti dell'Antico Testamento non avessero osato invocare Dio in questo modo, per noi, nati di nuovo dallo Spirito Santo, è un privilegio avvicinarci a Dio, il Santo, e chiamarlo "Papà". Questo riflette la nuova autocomprensione dischiusa dalla regalità divina: quella di scoprirsi amati da Dio e, per questo, di esistere.
Gesù ci ha insegnato a pregare "Padre nostro", non "Padre mio", indicando che la preghiera è un atto comunitario. Per pregare come Egli vuole, è necessario essere inseriti nella Chiesa, in rapporto armonioso con i fratelli. La sua paternità nel Nuovo Testamento è pienamente accessibile e riconosciuta, e la preghiera ci eleva alla dignità di essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo.
L'espressione "che sei nei cieli" non indica una lontananza geografica, ma la maestà e la trascendenza di Dio. Non è uno spazio, ma un modo di essere che definisce la sua santità. Il nostro Padre non è "altrove"; egli è "al di là di tutto" ciò che possiamo concepire. Questa è la sua dimora, la casa del Padre, la nostra "patria" verso cui ci fa tornare la conversione del cuore. In Cristo, cielo e terra sono riconciliati, poiché Egli è "disceso dal cielo" e al cielo ci fa tornare con Lui.
1. “Padre nostro”. Piccola guida per capire cosa stai chiedendo.
«Sia santificato il tuo nome»
Nel pensiero biblico, il nome rappresenta la persona stessa. Questa richiesta significa che Dio sia onorato, temuto, lodato e adorato da tutto il Suo creato, e primariamente da noi stessi. "Santificare" il nome di Dio significa compiere un'operazione di "divisione" e "separazione", distinguendo il vero Dio da quello idolatrico, il suo vero nome da quello falso.
Il motivo per cui Dio non può essere nominato è la sua radicale alterità, il suo essere oltre il campo visivo e percettivo dell'uomo. Tuttavia, nella Bibbia, Dio stesso si è dato un "nome-non-nome": "Io sono colui che sono" (Es 3,13-14). Questo non è una definizione ontologica, ma indica la sua presenza costante con e per Israele, e con e per ogni uomo che soffre: "Dio è sempre presente e vicino dovunque si pena."
Il Nuovo Testamento, in particolare Paolo e Giovanni, racchiude l'autorivelazione di Dio nel termine agape: "Dio è agape" (1 Gv 3,1; 4, 7.8.16), cioè "amore". Si tratta di un amore peculiare, che ama l'uomo esclusivamente in ragione di se stesso, un amore perdonante che resta sempre al fianco dell'uomo, anche nel peccato e nel fallimento. Santificare il nome di Dio significa riconoscere che, essendo Dio amore di alterità, il mondo si regge su questo principio. Solo il riconoscimento recettivo e attivo del suo amore di alterità promuove la crescita dell'umano e istituisce la vera fraternità.
«Venga il tuo regno»
Gesù riassume tutta la sua predicazione nell'annuncio del "regno di Dio" o "dei cieli": "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo" (Mc 1,14). Il "regno" non si riferisce primariamente a un territorio, ma all'autorità, al dominio e al governo di Dio come re celeste.
Affermare la regalità di Dio sul mondo significa riconoscere la presenza di un Senso oggettivo, anteriore e vincolante per l'io. Questa regalità divina rivela che le cose e gli uomini esistono come un dono reale e personale. Scoprirsi amati è la nuova autocomprensione che la regalità divina dischiude al soggetto umano. "Sono amato e, per questo, sono": questa è l'incomparabile dignità del soggetto umano.
Pregare perché venga il Regno di Dio significa desiderare che si realizzi la sua perfetta volontà nella nostra vita e nel mondo. Il regno di Dio, oggi, "consiste in giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo" (Rm 14,17). Non è solo un evento futuro, ma è già presente in mezzo a noi. La sua venuta è subordinata, in qualche modo, anche alle nostre preghiere, poiché Dio ci ha concesso il privilegio di partecipare alla realizzazione del suo grandioso disegno.
«Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra»
La volontà di Dio non è una forza arbitraria o ostile, ma gioia, armonia e vita eterna. Questa preghiera è un grido di battaglia affinché tale volontà si realizzi pienamente anche sulla terra, così come è fatta in cielo. Nel cielo, gli angeli e i santi operano in perfetta obbedienza, ed è questo l'ideale per l'umanità ancora sulla terra. La letteratura neotestamentaria legge la vita di Gesù come rivelazione della volontà di Dio ("Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato": Gv 4,34) e quella di ogni uomo come possibilità oggettiva di tornare a farla propria, grazie a Cristo.
La preghiera non è un atto di rassegnazione, ma un impegno attivo affinché la volontà divina, che porta solo bontà, gratuità e disinteresse, si estenda in ogni ambito della vita umana: nella famiglia, nella comunità, nella Chiesa e nella società.
«Dacci oggi il nostro pane quotidiano»
Questa invocazione ci autorizza a pensare a noi stessi, ma per chiedere l'indispensabile: il pane, non il lusso, e solo per oggi. Il "pane" è sia il nutrimento materiale per il corpo, che la metafora di particolari condizioni esistenziali dell'uomo, sia il nutrimento spirituale che l'uomo cerca. Il termine greco epiousion, di dubbia interpretazione, può significare "supersostanziale" (riferito all'Eucaristia) o semplicemente "quotidiano" (la razione necessaria per il giorno).
La richiesta del pane quotidiano evidenzia la nostra totale dipendenza da Dio per ogni necessità. Anche se oggi il pane abbonda, Dio è un Dio geloso che ci fa sentire in altri modi la nostra dipendenza da Lui. Dobbiamo imparare a "cercare prima il regno e la giustizia di Dio" e a dipendere da Lui per le necessità quotidiane, riconoscendo che anche il frutto del nostro lavoro è sempre una grazia divina.
«Rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori»
Il peccato è un debito nei confronti di Dio che nessuno di noi è in grado di pagare. Gesù lo illustra con la parabola del servo debitore (Mt 18,23-35). La nostra unica risorsa è implorare misericordia e il condono del debito. Questa frase cruciale lega il perdono che riceviamo da Dio al perdono che noi accordiamo agli altri. Se non perdoniamo di cuore al nostro fratello, non possiamo aspettarci che Dio perdoni i nostri falli.
Il verbo greco afíemi, tradotto con "perdonare", implica un annullamento definitivo del debito, senza più tenerne conto. La riconciliazione tra Dio e gli uomini, sancita dallo Spirito Santo, è il modello a cui deve conformarsi il nostro vivere. Dio, ricco di misericordia, perdona abbondantemente, rendendoci capaci a nostra volta di riconciliazione.
«E non ci indurre in tentazione»
Questa frase, tradotta nella liturgia moderna con "non abbandonarci alla tentazione", esprime una richiesta di forza per vincere la prova, piuttosto che di essere esentati da essa. Dio non tenta nessuno al male, ma permette che le tentazioni accadano come prova della fede. Agostino d'Ippona sottolinea che Dio non compie il male, ma lascia che Satana lo ponga in atto.
Questa invocazione è una confessione di debolezza: "Da solo non ce la faccio! Aiutami!". Davanti agli attacchi del Maligno, se Dio non è con noi, saremo sconfitti. Il timore dell'Eterno è odiare il male, detestare il peccato, combatterlo e fuggirlo, desiderando con tutto il cuore vincere il male che si annida in noi.
«Ma liberaci dal male»
Sia il latino malo che il greco ponerou non permettono di distinguere con certezza se si tratti di un sostantivo neutro ("il male" come concetto astratto) o maschile ("il Maligno", cioè il Diavolo). Entrambe le interpretazioni sono legittime. Gesù stesso, in Giovanni 15,17, afferma: "Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal Maligno" (ek toù Poneroù).
Questa invocazione finale è un appello fiducioso al Padre per essere liberati da ogni male, sia esso un concetto astratto o l'azione personale del Diavolo. È la richiesta di essere protetti in un mondo di sofferenza e di dolore, dove la stessa adesione a Cristo potrebbe essere messa in discussione, affinché non si cada nella perdita della fede.
Il Padre Nostro nella Liturgia e nella Vita del Credente
Questa preghiera ha un largo impiego sia nella preghiera privata che in quella pubblica delle Chiese cristiane, dove viene recitata o cantata coralmente. I cattolici di rito latino e bizantino la usano durante la Messa, dopo la preghiera eucaristica, ed è recitata nelle Lodi mattutine e nei Vespri, oltre ad essere anteposta ad ogni decina di Ave Maria nel Rosario.
Le recenti modifiche nella traduzione del Messale Romano, come l'aggiunta di "anche" in "come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori" e la variazione da "non ci indurre in tentazione" a "non abbandonarci alla tentazione", riflettono un continuo sforzo di rendere il significato originale il più fedele possibile e di approfondire la comprensione teologica della preghiera.

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