La liturgia della 27ª domenica del Tempo Ordinario (Anno B) offre spunti profondi sulla creazione, il matrimonio, la natura divina e umana di Cristo, l'accoglienza e la vera essenza della Chiesa. Questi temi, pur complessi, possono essere compresi e vissuti da tutta la comunità, inclusi i più giovani, ponendo l'accento sul dono, la relazione e l'amore.
Il Dono della Vita e la Complementarietà Umana
Dal libro della Genesi (Gen 2,18-24)
Il Signore Dio disse: «Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda». Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli animali selvatici, ma per l’uomo non trovò un aiuto che gli corrispondesse. Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio formò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse: «Questa volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne. La si chiamerà donna, perché dall’uomo è stata tolta». Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne.
In questo brano, l'uomo è chiamato a collaborare con Dio. Dio crea il mondo, ma l’uomo ci mette la sua parte dando il nome alle cose. Le creature ricevono una loro identità se sono conosciute, nominate e, quindi, anche amate. Il momento culminante si raggiunge con l’arrivo dell’«aiuto che gli corrispondesse», la donna. Dio avrebbe potuto creare Eva da solo, ma l’uomo dona una parte di sé (la costola) per significare che i due sono complementari, chiamati a vivere la stessa vita, a fare coppia, costituendo un’«unica carne». L’uomo è un essere rivolto all’altra creatura, portato alla comunione, al dono di sé, e realizza la propria vita solo nel donarsi e nell’amare. L’affermazione paolina «Nessuno vive per se stesso» (Rm 14,7) ha la sua radice antica in questa costola donata e ricevuta.

Gesù, Nostro Fratello e Guida alla Salvezza
Dalla lettera agli Ebrei (Eb 2,9-11)
Fratelli, quel Gesù, che fu fatto di poco inferiore agli angeli, lo vediamo coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto, perché per la grazia di Dio egli provasse la morte a vantaggio di tutti. Conveniva infatti che Dio - per il quale e mediante il quale esistono tutte le cose, lui che conduce molti figli alla gloria - rendesse perfetto per mezzo delle sofferenze il capo che guida alla salvezza. Infatti, colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine; per questo non si vergogna di chiamarli fratelli.
Ci si chiede se pensiamo mai che Colui che santifica (il Signore Gesù per mezzo dello Spirito Santo) e coloro che sono santificati (noi esseri umani) si possano considerare «fratelli». Sebbene Gesù sia Dio e noi siamo uomini, questa consapevolezza offre grande consolazione nel nostro combattimento spirituale. Nonostante lo scoraggiamento che a volte può giungere per le difficoltà della vita, nulla deve turbarci se, risalendo alle radici del nostro essere, ci sentiamo creati da Dio Padre e redenti da Dio Figlio, il quale con la sua sofferenza ci ha tratti fuori dalle tenebre del peccato. Sant’Ignazio di Antiochia affermava che siamo consanguinei e con-corporei con il Cristo. Dobbiamo riconoscere la nostra grandezza e volare in alto, come «passeri chiamati a volare all’altezza delle aquile».
L'Indissolubilità del Matrimonio e l'Accoglienza dei Bambini
Dal Vangelo secondo Marco (Mc 10,2-16)
In quel tempo, alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla». Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall’inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto». A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio». Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro. Parola del Signore.
La legge sul matrimonio ha avuto un’evoluzione. Nell’Antico Testamento erano permessi poligamia e ripudio, concessioni divine per educare l’uomo, dopo il peccato originale, a tornare alla condizione originaria di complementarità e di unione feconda. Gesù supera queste permissioni. La «durezza del vostro cuore» indica una scarsa capacità di recepire il valore della famiglia come amore perenne e fedele. Gesù espone con autorità l’indissolubilità del matrimonio come un principio universale, richiamandosi alla Genesi: nell’unione indissolubile del matrimonio brillano l’immagine e la somiglianza poste da Dio nell’uomo e nella donna.
Gesù e i Bambini: Il Cuore del Regno
L'atteggiamento di Gesù con i bambini rivela la fiducia con la quale bisogna ricevere Dio come Padre. Egli s’indigna quando i discepoli rimproverano coloro che gli presentano i bambini, e dice: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio». Questo insegna che per entrare nel Regno di Dio è necessaria un'accoglienza pura e fiduciosa, simile a quella dei bambini. Gesù li prende tra le braccia, li benedice e impone le mani su di loro, manifestando il suo amore e la sua accoglienza incondizionata.
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La Chiesa: Edificio Spirituale di Pietre Vive
La vera essenza della Chiesa
Come bambini appena nati, dobbiamo bramare il puro latte spirituale per crescere verso la salvezza. Stringendoci a Cristo, «pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio», anche noi veniamo impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo. Si legge nella Scrittura: «Ecco io pongo in Sion una pietra angolare, scelta, preziosa e chi crede in essa non resterà confuso» (Is 28, 16).
Siamo «la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce». La nostra condotta deve essere irreprensibile, glorificando Dio con le nostre buone opere. Dobbiamo essere sottomessi a ogni istituzione umana per amore del Signore, comportandoci come uomini liberi, ma come servitori di Dio, onorando tutti, amando i nostri fratelli e temendo Dio.
La Chiesa non è un edificio, ma il Popolo
Una profonda riflessione sulla natura della Chiesa è offerta da questa omelia: «Non dunque le travi e i tetti, ma voi, o carissimi, formate la Chiesa viva per il nostro Dio; voi rappresentate l'intera città.» In tempi di tribolazione, quando le strutture fisiche della chiesa possono essere danneggiate, è fondamentale ricordare che la Chiesa non è costituita dai muri, ma dalla comunità, dalle persone. La vera Chiesa non perisce mai perché è un dono di Dio, ed è formata dai suoi fedeli, che sono «il tempio del Dio vivente» (2Cor 6, 16). Questa consapevolezza porta a una profonda gratitudine e alla ricostruzione, non solo degli edifici, ma soprattutto dello spirito comunitario.

L'Importanza della Preghiera e della Gratitudine
La liturgia ci invita anche a riflettere sull'importanza della preghiera e della gratitudine. Il Signore Gesù ci ha fatto conoscere la bontà del Padre, che sa concedere cose buone. Siamo chiamati a pregare intensamente e frequentemente, non per prolungare la preghiera fino al tedio, ma perché ritorni a scadenze brevi e regolari. Quando si chiede perdono, è il momento di ricordarsi di concederlo agli altri. È fondamentale pregare senza ira e senza contese, in ogni luogo, anche nella "cella che è dentro di te dove sono racchiusi i tuoi pensieri".
In particolare, si insegna a pregare per il popolo, per tutto il corpo, per tutte le membra della nostra madre Chiesa. Se preghiamo solo per noi stessi, la grazia è in proporzione alla nostra preghiera individuale. Se invece preghiamo per tutti, tutti pregheranno per noi, e la ricompensa sarà maggiore perché le preghiere dei singoli unite ottengono a ognuno quanto chiede tutto intero il popolo.
Un esempio vivido di gratitudine viene dalla guarigione dei dieci lebbrosi (Lc 17,11-19). Di fronte alla guarigione, solo uno, un Samaritano, torna indietro lodando Dio e prostradosi ai piedi di Gesù per ringraziarlo. Gesù si meraviglia: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». Questo episodio sottolinea l'importanza di un cuore grato e riconoscente di fronte ai doni di Dio.