Il profeta Geremia, nella sua testimonianza, mette in guardia il popolo di Israele dalla condotta delle genti che adorano idoli, contrastando la loro vanità con la grandezza e la potenza del vero Dio. Parallelamente, la moderna catechesi, come evidenziato dagli insegnamenti di Papa Francesco, invita a riflettere sulle forme contemporanee di idolatria e sull'importanza di mantenere viva la memoria di Dio attraverso l'attrazione e la testimonianza.
La Profezia di Geremia sugli Idoli: Vanità e Falsità
Geremia invita il popolo di Israele ad ascoltare la parola del Signore e a non imitare la condotta delle genti, né ad avere paura dei segni del cielo, poiché le genti, invece, ne hanno paura. Il profeta sottolinea che ciò che è il terrore dei popoli è in realtà un nulla.
Gli idoli sono descritti come un legno tagliato nel bosco, opera delle mani di chi lavora con l'ascia. Sono ornati di argento e di oro e fissati con chiodi e martelli per impedirne il movimento. Geremia li paragona a uno spauracchio in un campo di cocomeri: non sanno parlare e bisogna portarli perché non camminano. Il profeta rassicura il popolo: non temeteli, perché non fanno alcun male, così come non è loro potere fare il bene.

Geremia contrasta vividamente questi oggetti inanimati con la maestosità del Signore, che non è come gli idoli. Egli proclama: tu sei grande e grande la potenza del tuo nome. Si chiede chi non temerà il Re delle nazioni, affermando che questo gli conviene, poiché fra tutti i saggi delle nazioni e in tutti i loro regni, nessuno è simile a Lui. Gli adoratori degli idoli sono allo stesso tempo stolti e testardi, e la loro dottrina è vana, come un legno. I loro idoli sono fatti di argento battuto e laminato, portato da Tarsìse, e oro di Ofir, frutto del lavoro di artista e di mano di orafo; la loro veste è di porpora e di scarlatto, tutti lavori di abili artisti.
Il Signore, invece, è il vero Dio, Egli è Dio vivente e Re eterno; al suo sdegno trema la terra, e i popoli non resistono al suo furore. Il messaggio è chiaro: gli dei che non hanno fatto il cielo e la terra scompariranno dalla terra e sotto il cielo. È Lui che ha formato la terra con potenza, ha fissato il mondo con sapienza e con intelligenza ha disteso i cieli. Al rombo della sua voce rumoreggiano le acque nel cielo; Egli fa salire le nubi dall'estremità della terra, produce lampi per la pioggia e manda fuori il vento dalle sue riserve.
Di fronte a questa potenza, rimane inebetito ogni uomo, senza comprendere; resta confuso ogni orafo per i suoi idoli, poiché è menzogna ciò che ha fuso e non ha soffio vitale. Gli idoli sono vanità, opere ridicole, e al tempo del loro castigo periranno. L'eredità di Giacobbe non è tale, perché Egli ha formato ogni cosa. Israele è la tribù della sua eredità, e Signore degli eserciti è il suo nome.
Le Conseguenze dell'Abbandono di Dio
Il profeta Geremia prosegue descrivendo le dure conseguenze dell'abbandono del Signore. Il popolo è invitato a raccogliere il proprio fardello fuori dal paese, poiché il Signore dichiara che questa volta caccerà lontano gli abitanti del paese, li ridurrà alle strette "perché mi ritrovino".
Il lamento del profeta esprime un profondo dolore: "Guai a me a causa della mia ferita; la mia piaga è incurabile". Aveva pensato che fosse solo un dolore sopportabile. La sua tenda è sfasciata, tutte le sue corde sono rotte; i suoi figli si sono allontanati e nessuno pianta più la sua tenda o stende i suoi teli. I pastori sono diventati insensati, non hanno più ricercato il Signore; per questo non hanno avuto successo, e anzi è disperso tutto il loro gregge. Si ode un rumore che avanza e un grande frastuono giunge da settentrione, per ridurre le città di Giuda un deserto, un rifugio di sciacalli.
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In mezzo a questa desolazione, Geremia si rivolge al Signore con una preghiera di umiltà e riconoscimento: "Lo so, Signore, che l'uomo non è padrone della sua via, non è in potere di chi cammina il dirigere i suoi passi". Chiede al Signore di correggerlo, ma con giusta misura, non secondo la sua ira, "per non farmi vacillare". E invoca la sua collera sui popoli che non lo conoscono e sulle stirpi che non invocano il suo nome, "poiché hanno divorato Giacobbe, l'hanno divorato e consumato, e hanno distrutto la sua dimora".
Idolatria Contemporanea e la Memoria di Dio nella Catechesi
Papa Francesco ha affermato che la Chiesa non cresce per proselitismo, ma cresce per attrazione, e ciò che attrae è la testimonianza. Essere catechista significa dare testimonianza della fede, essere coerente nella propria vita, guidando all'incontro con Gesù con le parole e con la vita. Questo richiamo è un'eco delle parole del profeta Amos, che metteva in guardia dal pericolo di adagiarsi, della comodità, della mondanità nella vita e nel cuore, di avere come centro il nostro benessere. Se le cose, il denaro, la mondanità diventano centro della vita, ci afferrano e ci possiedono, facendoci perdere la nostra stessa identità umana. Il pericolo sorge quando si perde la memoria di Dio.
Se manca la memoria di Dio, tutto si appiattisce, tutto converge sull'io, sul proprio benessere. La vita, il mondo, gli altri perdono consistenza, riducendosi a una sola dimensione: l'avere. Chi perde la memoria di Dio, perde anche la propria consistenza e il proprio volto. Come un altro grande profeta, Geremia, dice: "Chi corre dietro al nulla diventa lui stesso nullità" (cfr Ger 2,5). Questo è un monito potente contro le forme di idolatria moderna, dove il "nulla" può essere rappresentato dal materialismo, dall'egoismo o dall'auto-referenzialità.

Il Catechista: Custode della Memoria di Dio
Il catechista è colui che custodisce e alimenta la memoria di Dio, sia in sé stesso che negli altri. È come la Vergine Maria che, di fronte all'azione meravigliosa di Dio nella sua vita, non si chiude in sé stessa ma parte per aiutare Elisabetta. Il suo primo atto è la memoria dell'agire di Dio, della sua fedeltà nella sua vita e nella storia del suo popolo. La fede, infatti, contiene la memoria della storia di Dio con noi, l'incontro con un Dio che si muove per primo, che crea, salva e trasforma; è la memoria della sua Parola che scalda il cuore e delle sue azioni di salvezza.
Il catechista è un cristiano che mette questa memoria al servizio dell'annuncio, non per mettersi in mostra, ma per parlare di Dio, del suo amore e della sua fedeltà. San Paolo raccomandava a Timoteo: "Ricordati, ricordati di Gesù Cristo, risorto dai morti, che io annuncio e per il quale soffro" (cfr 2 Tm 2,8-9). Il catechista, quindi, è un cristiano che porta in sé la memoria di Dio, si lascia guidare da essa in tutta la sua vita e la sa risvegliare nel cuore degli altri. Lo stesso Catechismo è memoria di Dio, della sua azione nella storia e della sua vicinanza in Cristo.
Ripartire da Cristo: La Via per Vivere la Vera Fede
Ripartire da Cristo è fondamentale per ogni catechista e per ogni credente, perché è l'antidoto all'idolatria e il cammino per vivere una fede autentica. Questo significa avere familiarità con Lui, uscire da sé e andare incontro all'altro, e non aver paura di andare con Lui nelle periferie.
1. Familiarità con Cristo: Rimanere nel Suo Amore
Ripartire da Cristo significa prima di tutto avere familiarità con Lui, avere questa familiarità con Gesù. Gesù lo raccomanda con insistenza ai discepoli nell’Ultima Cena, utilizzando l’immagine della vite e dei tralci: rimanere nel suo amore, rimanere attaccati a Lui. Se siamo uniti a Lui possiamo portare frutto. La prima cosa per un discepolo è stare con il Maestro, ascoltarlo, imparare da Lui. Questo è un cammino che dura tutta la vita, un atteggiamento di stare alla presenza del Signore, lasciandosi guardare da Lui. Questo scalda il cuore, tiene acceso il fuoco dell’amicizia col Signore, facendo sentire che Lui veramente ci guarda, ci è vicino e ci vuole bene. Trovare il modo adatto per stare con il Signore è possibile in ogni stato di vita, anche se difficile, e permette al fuoco di Dio di riscaldare il nostro cuore.
2. Uscire da Sé: Incontro con l'Altro
Ripartire da Cristo significa imitarlo nell'uscire da sé e andare incontro all'altro. Chi mette Cristo al centro della propria vita, si decentra. Più ci si unisce a Gesù e Lui diventa il centro, più Egli ci fa uscire da noi stessi, aprendoci agli altri. Questo è il vero dinamismo dell’amore e il movimento di Dio stesso, che è sempre dono di sé e relazione. Così diventiamo anche noi se rimaniamo uniti a Cristo. Il lavoro del catechista è uscire continuamente da sé per amore, per testimoniare e parlare di Gesù. Il cuore del catechista vive questo movimento di "sistole - diastole": unione con Gesù e incontro con l'altro. Riceve in dono il kerigma e a sua volta lo offre in dono, senza trattenere nulla, poiché non è un affare, ma puro dono ricevuto e trasmesso. L’amore di Cristo ci spinge e ci possiede, attraendoci e inviandoci.
3. Andare nelle Periferie: Creatività e Coraggio
Ripartire da Cristo significa non aver paura di andare con Lui nelle periferie. La storia di Giona insegna a non aver paura di uscire dai nostri schemi per seguire Dio, perché Dio va sempre oltre. Dio non ha paura delle periferie e lì lo si trova. Dio è fedele e creativo; la creatività è una colonna dell'essere catechista. Dio non è chiuso e per questo non è mai rigido. Per essere fedeli e creativi bisogna saper cambiare per adeguarsi alle circostanze in cui si annuncia il Vangelo. Un catechista che si lascia prendere dalla paura è un codardo; uno che sta tranquillo finisce per essere una statua da museo; uno rigido diventa incartapecorito e sterile.
Quando i cristiani sono chiusi nel loro gruppo, nella loro parrocchia, nel loro movimento, si ammalano. Se un cristiano esce per le strade, nelle periferie, può succedergli un incidente, ma è mille volte preferibile una Chiesa incidentata a una Chiesa ammalata. Gesù non dice: "Andate, arrangiatevi", ma "Andate, io sono con voi!". Lui cammina con noi, ci precede, ci "primerea". Dio è il "fior del mandorlo", il primo a fiorire. Quando pensiamo di andare lontano, Lui è già là, ci aspetta nel cuore del fratello, nella sua carne ferita, nella sua vita oppressa, nella sua anima senza fede. Una delle periferie che fa più male è quella dei bambini che non sanno farsi il Segno della Croce: Gesù è lì, in attesa di aiutare quel bambino. È fondamentale ripartire sempre da Cristo.

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