Ars Celebrandi: La Chiesa in Preghiera

L'ars celebrandi è un'arte della celebrazione, finalizzata a ottenere una partecipazione adeguata da parte dell'assemblea a ciò che si celebra: l'actuosa participatio, ovvero la "partecipazione attiva" di tutti i credenti. Nell'ecclesia, i fedeli devono mostrare di mettere in atto la qualità di popolo scelto, chiamato da Dio quale sacerdozio regale e gente santa. L'“arte di celebrare” consiste nel celebrare con arte, l'arte di mettere in opera con una "nobile semplicità", secondo la terminologia del Concilio Vaticano II, quel tesoro che la Chiesa offre e la cui finalità è la celebrazione del mistero pasquale di Cristo.

Vari sono i registri della comunicazione che devono coinvolgere il credente in tutte le sue dimensioni e farlo uscire dalla sua individualità, per condurlo ad aprirsi all'identità comunitaria dell'intero corpo di Cristo, di cui egli è membro. La vera arte non è tale perché diverte, ricrea, soddisfa, ma perché - citando Massimo Cacciari - "risveglia la sete del sostanziale, l'esigenza che non vi sia separazione, astratta separatezza tra sostanziale e materiale, tra sensibile e sovrasensibile, tra divino e umano e che la rappresentazione di questa unità possa darsi, che si possa dare e possa essere per noi qualcosa che ci soddisfa".

La Natura della Preghiera Liturgica

La preghiera è «vita che chiede di non morire». E la vita «scorre lungo le Scritture». Lì leggiamo la vita di «chi è cacciato nella fossa, impaurito, cacciato, minacciato», soprattutto nei Salmi. Per padre Ermes Ronchi, la preghiera non è un semplice atto di empatia, ma è «sporca di vita», «appassionata», capace di «fare storia». Egli ne richiama l'etimologia che rimanda alla parola latina prex, cioè «domanda per fare qualcosa», ma anche a procus, ossia a colui che «rivolge domanda, preghiera, al Padre famiglia: chiede una figlia in matrimonio». Il ruolo dei profeti, nell’Antico Testamento, mira a riaccendere questo amore.

Già nel messaggio dedicato alla 74ª Settimana Liturgica Nazionale, il Pontefice, attraverso il segretario di Stato Pietro Parolin, scrive che la preghiera liturgica «rifugge da ogni forma di individualismo e di divisione». Per Papa Francesco, la preghiera «libera il cuore dall'indifferenza, accorcia le distanze fra i fratelli e conforma ai sentimenti di Gesù».

rappresentazione della comunità in preghiera, con elementi biblici

La Liturgia come Gesto di Cristo: La Fractio Panis

La liturgia cristiana è un gesto spirituale di Cristo. "Non siamo stati redenti attraverso una cerimonia cultuale e liturgica specifica, bensì attraverso un atto storico e situato nel mondo di Cristo". Per questo "i cristiani non hanno più altro tempio che il corpo glorificato di Gesù, né altro altare che la sua croce, né altro sacerdote e sacrificio che la sua stessa persona: Cristo è la loro unica liturgia possibile". La Parola non è rimasta carne ma è diventata corpo, e non riduciamo mai il "verbo fatto carne" alla pura fisicità. Il gesto non è un contenitore opaco ma un rivelatore potente dell'essere; nel gesto traspira lo spirito della persona. Allo stesso modo, non c'è gesto liturgico che non sia gesto di Cristo compiuto dalla Chiesa nella sinergia dello Spirito, per questo il gesto liturgico è gesto spirituale.

I due gesti fondamentali della liturgia cristiana - la frazione del pane e la lavanda dei piedi - li ha compiuti Cristo, non li ha creati la Chiesa. Questo significa che il gesto di Cristo non è nostra creazione ma è nostra eredità, un'eredità da ricevere e trasmettere. Paolo ai cristiani di Corinto scrive: «Ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese il pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò» (1Cor 11,23). C'è un'origine della liturgia cristiana alla quale ogni credente deve essere condotto: questa è la mistagogia, i misteri dal mistero.

L'Eloquenza della Frazione del Pane

La specificità dei gesti di Cristo è di essere gesti "pieni": pieni d'amore, pieni di salvezza, pieni di efficacia. Gesù non gesticola: tutti i suoi gesti - benedizione, unzione, frazione - custoditi e prolungati dalla nostra ritualità sacramentale, possiedono un'impareggiabile intensità drammatica e radicale. Tra i diversi gesti eloquenti che Cristo ha compiuto, solo due egli ha ordinato ai suoi discepoli di fare: la frazione del pane e la lavanda dei piedi. Solo a questi due gesti ha legato la sua memoria e, da quel momento, questi due e non altri sono memoriale di lui "donec veniat" (1Cor 11).

Per comprendere l'eloquenza della frazione del pane all'interno della liturgia, occorre ricordare come quella klásis compiuta da Gesù nell'ultima cena fu anzitutto un gesto eloquente ai suoi occhi. Del pane è detto: «Prese il pane, rese grazie, lo spezzò, lo diede loro dicendo» (Lc 22,19). Alla vigilia della sua passione, Gesù spezzando il pane riconosce iscritto il suo mistero in quel pane spezzato: "Lo spezzare e il condividere il pane significano, hanno peso e sostanza, perché appartengono allo spezzare e al condividere che Gesù da di sé".

Agli occhi dei Dodici la frazione del pane diventerà eloquente solo dopo la risurrezione. I verbi - prendere, benedire, spezzare e dare - li troviamo nel racconto di Emmaus che raggiunge il suo culmine in questa immagine: «Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Ed ecco si aprirono i loro occhi e lo riconobbero» (Lc 24,30-31). Il Risorto non pronuncia nessuna parola "dell'istituzione" e i due discepoli racconteranno agli Undici «come fu riconosciuto da loro nello spezzare il pane» (Lc 24,35). La silenziosa frazione del pane a Emmaus potrebbe essere la migliore risposta al verbalismo di cui soffrono oggi le nostre liturgie, dove parole, introduzioni e spiegazioni si susseguono in un vortice logocentrico. Spesso le tante parole tolgono al gesto liturgico la sua eloquenza, gli rubano l'anima.

Il verbo greco utilizzato da Luca non è infatti blépo "vedere" ma epiginosko, il verbo della conoscenza. L'epignosis è la conoscenza piena e profonda. Per Efrem il Siro, la fractio panis del Risorto è la chiave da lui consegnataci per accedere al suo mistero: aprire il pane è aprire gli occhi. Ogni autentico gesto liturgico è una chiave per accedere al mistero, perché nella liturgia il mistero non lo si vede ma lo si riconosce.

La frazione del pane nel racconto di San Giustino

La Liturgia come Formazione e Teologia Prima

Quando si afferma che la liturgia è una "vera catechesi in atto" - come fa il Documento di base al n. 114 - si dice qualcosa di profondamente vero e giusto. Il limite di questa affermazione è, però, che se manca un'analisi di cosa voglia veramente dire questa espressione, essa resta di scarsa efficacia. Vi sono modi di pensare il rapporto fra liturgia e catechesi che passano attraverso un'opposizione chiara e netta, in quanto la liturgia non è catechesi. Non si deve accettare troppo in fretta un'omologazione delle due che svilirebbe entrambe, ma nemmeno un'emarginazione. La liturgia mette i punti giusti, non semplicemente dei "testi" giusti, bensì soprattutto dei "gesti" giusti. È catechesi in atto, ma non lo è al modo della catechesi, lo è al modo della liturgia. Per questo si connette con la catechesi.

Il grande teologo della liturgia Salvatore Marsili diceva che la liturgia è "teologia prima": è parlare a Dio, è parlare con Dio. La liturgia, in questo, è simile alla vita: nella nostra esistenza, i fatti della vita ci formano potentemente. La liturgia ci ricorda così che l'esperienza di fede è una: non è divisa per discipline. Noi entriamo nella liturgia, ma in realtà è lei che entra in noi, scende nelle fibre del nostro essere credente, plasma il nostro "uomo interiore" (Ef 3,16), lo coltiva con cura, lo nutre con sapienza. Senza liturgia, cioè senza il nutrimento della parola di Dio e del pane sostanziale dell'eucaristia, senza l'azione dello Spirito, la consolazione del perdono e l'olio della fraternità, il cristiano deperisce, degenera, muore. La liturgia, come opera di Dio e azione dello Spirito Santo, agisce in noi infinitamente più di quanto ne abbiamo piena consapevolezza.

Esiste uno strettissimo rapporto fra la Scrittura e l'eucologia. La liturgia è una fonte incredibile per comprendere la Scrittura. In questo senso, il Sacramento è il gesto materiale che ci fa interiorizzare la Parola. Nel movimento che ha condotto al Concilio, è stata la liturgia a far riscoprire la Bibbia. C'è anche la riscoperta dei gesti e delle interazioni, la riscoperta della "sapienza del corpo". Romano Guardini con il suo volume "I santi segni" parla delle azioni liturgiche come formatrici della persona del credente, dai gesti più semplici come incedere, salire all'altare, utilizzare l'acqua santa. La liturgia non è fatta solo di parole; il Messale, da solo, non fa la messa! Ciò che è scritto deve divenire "gesto verbale", "gesto orale". La liturgia ci fa fare i gesti della confidenza con Dio e questo ci rende confidenti, ci fa fare i gesti dell'ascolto e ci rende così persone che ascoltano.

La Forma Rituale e il Primato di Dio

La liturgia ha in sé una forma propriamente iniziatica. Ci forma in quanto ci introduce dentro un'esperienza, dentro un modo di essere. Non si recupera veramente la liturgia se si recupera il suo contenuto senza il rito che essa richiede e propone. La liturgia afferma il primato di Dio, ma lo afferma facendoci stare sotto il primato di Dio. Nella liturgia ti viene detto di fatto, con i gesti: "sappi che devi fare un passo indietro per essere secondo, perché è Dio che agisce". Ogni volta che ci rendiamo protagonisti nella liturgia, togliamo il primato di Dio. Perché emerga Dio, serve il rito!

Nella liturgia esiste un "ordine" perché c'è qualcosa che la precede, c'è l'azione di Dio. Se non ci fosse quest'ordine sarebbe troppo legata al soggetto. Per questo nella liturgia c'è sempre il pericolo del formalismo, ma c'è sempre anche il pericolo del protagonismo. Nella liturgia il posto non è frutto di conquista, è piuttosto un posto che ti è stato assegnato. Avere un ordo preciso implica che nessuno possa prevaricare sull'altro. Ognuno deve fare tutto e solo ciò che spetta a lui; l'ordo protegge la comunità da eccessivi protagonismi. La forza della ripetitività è essenziale. La liturgia è così un agire gratuito. Non si pretende niente da Dio, pur usando l'imperativo quando ci si rivolge a Lui. Nella liturgia si dice: «Ti chiediamo questo, te lo chiediamo per Cristo»... ma è poi l'assemblea stessa che dice «Amen».

Elementi Essenziali per l'Ars Celebrandi e l'Actuosa Participatio

Obbedienza alle Norme Liturgiche

L'ars celebrandi scaturisce dall'obbedienza fedele alle norme liturgiche nella loro completezza. Questo modo di celebrare assicura da duemila anni la vita di fede di tutti i credenti, i quali sono chiamati a vivere la celebrazione in quanto Popolo di Dio, sacerdozio regale, nazione santa. Ogni liturgia è regolata da principi e norme, contenuti nei libri liturgici e stabiliti dagli atti Magisteriali del Papa e della Chiesa. Questi principi e norme non sono burocratici codici, ma contengono la ricchezza della liturgia, e sono il mezzo con il quale esprimere la Fede in continuità con tutta la storia del Popolo di Dio. Non da solo l'uomo può celebrare il Signore facendo cosa a Lui gradita, ma solo con il Suo aiuto può riuscirci; ecco perché è la Chiesa, con il suo Magistero, a promulgare le norme che rendono valida, vera ed autentica la liturgia. Seguire le norme non è una forma di controllo, ma è un atto d'amore e d'obbedienza nei confronti di Colui che ci ha amati per primo. Capiamo che la liturgia non è una cosa nostra, che possiamo manipolare, tagliare o allungare come più ci aggrada, quasi a costringere Gesù Cristo a venire a noi alle nostre condizioni.

Il Canto Sacro nella Liturgia

La musica nella liturgia non è un elemento ornamentale, ma ne è parte integrante e necessaria (Sacrosanctum Concilium, 112). Essa contribuisce insieme agli altri linguaggi di cui si compone la liturgia all'epifania del mistero celebrato. Nel canto, infatti, i fedeli vivono ed esprimono la loro fede. Il Papa ne raccomanda una speciale cura, in modo particolare nella celebrazione dell'Eucaristia domenicale, ricordando come nel canto, mediante l'accordo delle voci, si esprime l'unione spirituale di coloro che si comunicano, si manifesta la gioia del cuore e viene messo in luce il carattere comunitario di quanti si accostano a ricevere l'Eucaristia. In liturgia non si può dire che un canto vale l'altro. Occorre evitare la generica improvvisazione o l'introduzione di generi musicali non rispettosi del senso della liturgia. Tutto - nel testo, nella melodia, nell'esecuzione - deve corrispondere al senso del mistero celebrato, alle parti del rito e ai tempi liturgici.

Il Valore del Silenzio

La liturgia ci educa al silenzio, come mostrano i continui richiami nella sinassi eucaristica all'atto del tacere. Il Papa chiede di contrastare la frenesia, i rumori e le chiacchiere che ci insidiano nella vita di ogni giorno, valorizzando il sacro silenzio. Questo è un gesto eloquente, un tempo favorevole e uno spazio fecondo per rimanere nell'amore del Signore, coltivare uno sguardo contemplativo, dare profondità alla preghiera del cuore e lasciarsi trasformare dallo Spirito. Dobbiamo ammettere che anche nella liturgia si è perduto il senso del silenzio.

La Ministerialità Liturgica

Una dimensione che il Santo Padre affida alla cura è la promozione della ministerialità liturgica, come frutto dell'essere Chiesa della Pentecoste (cfr Desiderio desideravi, 33). In quest'ottica, e non in una prospettiva funzionale, è importante leggere i ministeri a servizio della liturgia: in essi, infatti, si manifesta la diversità dei doni che lo Spirito Santo suscita nella comunità cristiana. La presenza di una ministerialità diversificata, nutrita dalla comunione in Cristo, alimenta la partecipazione attiva dell'assemblea e promuove la corresponsabilità nella missione, manifestando, in concreto, l'indole sinodale della Chiesa.

Il Vero Senso della Partecipazione Attiva

Dall'Ars celebrandi discende quella che già dal Concilio Vaticano II è chiamata Actuosa participatio, cioè viva, attiva partecipazione dei fedeli. Non dobbiamo nasconderci il fatto che a volte si è manifestata qualche incomprensione circa il senso di questa partecipazione. Non si intende fare riferimento ad una semplice attività esterna durante la celebrazione. In realtà, l'attiva partecipazione auspicata dal Concilio deve essere compresa in termini più sostanziali, a partire da una più grande consapevolezza del mistero che viene celebrato e del suo rapporto con l'esistenza quotidiana.

È utile ricordare che la partecipazione attiva non coincide di per sé con lo svolgimento di un ministero particolare. Non giova alla causa della partecipazione attiva dei fedeli una confusione che venisse ingenerata dalla incapacità di distinguere, nella comunione ecclesiale, i diversi compiti spettanti a ciascuno. In particolare, è necessario che vi sia chiarezza riguardo ai compiti specifici del sacerdote. Egli è in modo insostituibile, come attesta la tradizione della Chiesa, colui che presiede l'intera Celebrazione eucaristica, dal saluto iniziale alla benedizione finale. In forza dell'Ordine sacro ricevuto, egli rappresenta Gesù Cristo, capo della Chiesa e, nel modo suo proprio, anche la Chiesa stessa.

Dunque "partecipazione" non significa svolgere una "parte" come gli attori durante una commedia, ma piuttosto "prendere parte" al mistero. Se siamo consapevoli del mistero che viene celebrato, ossia il Sacrificio di Nostro Signore sulla Croce, ci rendiamo conto di quanto sia profonda ed esigente la partecipazione actuosa che ci è richiesta: ci è chiesto di prendere anche noi parte al Sacrificio di Cristo. Si corre il rischio, denunciato anche da Papa Giovanni Paolo II, di una clericalizzazione dei laici e laicizzazione del clero, se si pensa che i fedeli siano tanto più motivati alla frequenza della Santa Messa quanto più abbiano un ruolo importante, appiattendo le differenze tra il prete e l'assemblea.

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