Nel Vangelo secondo Giovanni, al capitolo 10, Gesù si definisce come il “buon pastore”. Tuttavia, l'aggettivo "buono" nella traduzione italiana non rende appieno la profondità del termine greco utilizzato dall'evangelista Giovanni, che è "kalos". Questo termine non si limita al senso estetico, ma racchiude anche significati legati all'utilità, alla nobiltà d'animo e alla moralità. Dal brano evangelico emerge chiaramente che Gesù è il bel/buon pastore perché offre la vita per le sue pecore.
Nell'acquarello di Alessandra Giovannoni, l'artista rappresenta Gesù pastore con una sagoma prevalentemente scura. Questa scelta, in ossequio alla pagina giovannea (Gv 10), che occulta i dettagli della figura di Gesù, suggerisce che, mentre Dio Padre si è reso visibile attraverso l'Incarnazione del Figlio, è il senso dell'udito, e in particolare la capacità di ascolto, a dover prevalere. Le pecore, infatti, seguono il pastore non tanto perché lo vedono, ma perché ne riconoscono e ascoltano la voce.

Nell'immagine della Giovannoni, Gesù pastore porta in braccio una pecorella o un agnello. Lo sguardo è catturato dal forte contrasto tra il bianco dell'agnello e il nero della silhouette del pastore, nonché dalla posizione centrale dell'agnello. Sembra che la figura del pastore scompaia dietro di esso, fungendo solo da sostegno a ciò che è posto sotto i riflettori: l'agnello. Il fatto che l'agnello sia tenuto in braccio indica che, nel momento del bisogno, Gesù è pronto a farsi carico del credente e a prendersene cura.
È interessante notare un barlume rosso-violaceo all'altezza del torace del pastore, nella zona del cuore. Questo dettaglio sembra alludere al cuore di Gesù, un cuore "mite e umile" (Mt 11,29), che arde di compassione e amore incommensurabile per le sue pecorelle, specialmente quelle deboli e bisognose di cure.
Inoltre, il credente non può fare a meno di pensare al simbolismo racchiuso nell'agnello tenuto in braccio. Nel Vangelo, Gesù è identificato anche come l'agnello di Dio (Gv 1,29.35), colui che prende il posto dell'agnello del sacrificio pasquale (Gv 19,36), un'allusione alla sua morte di croce.
La figura di Gesù pastore non appare statica, ma in movimento, come se stesse percorrendo un tratturo attraverso campi di grano, simboleggiati dalle chiazze giallo-ocra sullo sfondo. Questa interpretazione poetica, pur figlia dell'immaginazione, tende a descrivere la bellezza e la misteriosità della realtà, mostrando attraverso il profilo del pastore la presenza attiva del Signore nella vita quotidiana degli uomini.
Infine, il pastore Gesù, il "pastore autentico", cammina davanti alle sue pecore, aprendo la strada ai credenti, attirandoli con il suo esempio e conducendoli verso un "oltre" senza confini. Egli ci pasce di libertà e di futuro, spalancandoci orizzonti inediti e forieri di vita nuova.
Il Discorso del Buon Pastore nel Contesto Evangelico
La pericope del capitolo decimo del Vangelo di Giovanni contiene una forte accusa contro i dirigenti giudei, descritti come sfruttatori del popolo e guide cieche. Gesù si presenta come modello unico di guida e pastore, in contrapposizione a coloro che, pur avendo la luce, la respingono.
Questo discorso si colloca nell'ultimo confronto di Gesù con i dirigenti giudaici e le istituzioni del giudaismo, poco prima della sua uscita dal tempio e dal territorio giudaico, simboleggiando che la sua missione non si identifica più con Israele e il tempio.
Il discorso del buon Pastore viene subito dopo l'episodio del cieco nato, quasi come sua naturale continuazione, senza alcuna frase di transizione che indichi uno spostamento di Gesù.
Distinzione tra Parabola e Allegoria
È importante sottolineare la precisazione riguardo alla traduzione dell'aggettivo greco: non "agathos" (buono), ma "kalos" (bello). Questo indica che Gesù non si presenta solo come un pastore mite e affettuoso, ma come un pastore giusto e bravo, un modello di pastore affidabile.
Nell'Antico Testamento, i re erano chiamati pastori del loro popolo, e l'immagine del pastore e del gregge è molto diffusa. Ezechiele (34,1-6) critica i pastori di Israele per il loro fallimento nel prendersi cura del gregge. In questi versi, JHWH stesso dichiara che assumerà l'ufficio di pastore del suo gregge (Ez 34,7-10), parole che Gesù porta a compimento dichiarandosi il Buon Pastore.
Gesù inizia il suo discorso con la formula di rivelazione: "In verità, in verità vi dico chi non entra nel recinto delle pecore per la porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante; chi invece entra per la porta è il pastore delle pecore. A lui il guardiano apre, e le pecore ascoltano la sua voce; egli le chiama per nome e le conduce fuori. E dopo averle spinte fuori cammina innanzi a loro, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguono anzi fuggono da lui perché non conoscono la voce degli estranei." (Gv 10,1-6).
L'evangelista Giovanni definisce questo racconto "similitudine" o "proverbio" (in greco "paroimìa"), mentre nei Vangeli sinottici si usa "parabolè". La differenza tra i due termini è significativa: una parabola è un racconto verosimile che va interpretato nella sua struttura naturale e umana, dove gli attori non rappresentano direttamente qualcos'altro, ma il senso globale della vicenda viene accostato alla realtà spirituale. Un'allegoria, invece, è un tipo di discorso in cui ogni elemento della raffigurazione corrisponde parallelamente a un elemento della realtà spirituale oggetto dell'insegnamento.
Il brano del Buon Pastore può essere interpretato sia come parabola che come allegoria, e questa distinzione ha generato diverse posizioni tra gli esegeti.
Interpretazione come Parabola
Se si considera il brano una parabola, si fa riferimento agli usi palestinesi di allevamento delle pecore. Alcune presunte incongruenze, come il pastore che cammina davanti al gregge (anziché dietro, come più comune), vengono spiegate considerando le diverse usanze tra pastori orientali e occidentali. L'espressione "le chiama per nome" può riferirsi all'usanza di dare un nome alle pecore più care.
Interpretazione come Allegoria
Nell'interpretazione allegorica, il pastore è il Messia, le pecore sono i fedeli e il recinto indica l'atrio del Tempio di Gerusalemme. La parola greca usata per "recinto" (aulè) significa "cortile" o "atrio", termine usato anche per l'atrio del Tempio. Il guardiano del recinto è il Levita che custodisce l'ingresso al Tempio. In questa chiave, chi entra nel Tempio senza l'approvazione del sacerdote-custode è un ladro o un brigante, alludendo ai falsi messia che hanno ingannato il popolo.
Questa interpretazione allegorica assume particolare rilevanza considerando la distruzione di Gerusalemme ad opera dei Romani, avvenuta a causa di persone che, proclamandosi messia, avevano incitato il popolo alla ribellione. Gesù, qualificato come "buon Pastore", si presenta come l'unico e autentico Messia che entra dalla porta.
La frase "Egli chiama le sue pecore una per una e le conduce fuori" si riferisce alla chiamata di Gesù ai credenti e ai discepoli. Il fatto che "cammina innanzi a loro" è logico per un condottiero di uomini, richiamando l'immagine dell'Esodo, di Dio che cammina davanti al suo popolo. L'immagine delle pecore per indicare il popolo suggerisce che, come le pecore riconoscono il vero pastore, così il popolo di Dio deve comportarsi.
L'espressione "conduce fuori" può essere interpretata come un'uscita dal recinto di Israele. Questo potrebbe alludere alla dispersione dei cristiani nel mondo per seguire Gesù, o al piano di Dio che non richiede più terre, templi o feste per la salvezza, ma ha in Gesù l'unico riferimento.
Gesù come Porta e Pastore: Offerta della Vita e Salvezza
Gesù afferma: "Io sono la porta delle pecore; tutti coloro che sono venuti prima di me sono ladri e briganti ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta; se uno entra attraverso di me sarà salvo... Io sono venuto perché abbiano la vita e la abbiano in abbondanza." (Gv 10,7-10).
Interpretando in chiave allegorica, Gesù è la porta attraverso cui i credenti accedono a Dio e ottengono la salvezza. Prima di Gesù, l'accesso a Dio avveniva attraverso il Tempio di Gerusalemme. Ora, per vedere Dio, è necessario incontrare Gesù.
La frase "Tutti coloro che sono venuti prima di me sono ladri e briganti" si riferisce agli agitatori del popolo che promettono vita e salvezza, ma fuggono nel momento della difficoltà. La polemica è rivolta ai falsi messia e ai mercenari.
La motivazione principale per cui Gesù si definisce "buon Pastore" è che offre la vita per le pecore, mentre gli altri pastori si servono delle pecore per difendere la propria vita. Gesù offre la sua vita in assoluta libertà, senza costrizione, con il potere di riprenderla. Questo dono della vita è fatto per comandamento di Dio.

L'immagine del Buon Pastore, rafforzata dalla parabola della pecorella smarrita (Luca 15, 4-7), è diventata un'icona fondamentale per i cristiani. Essa rappresenta il misericordioso che accoglie i peccatori, il samaritano che soccorre, il maestro che lava i piedi ai discepoli, l'innocente che si consegna, il crocifisso che porta il ladrone in paradiso.
L'immagine del Buon Pastore è impegnativa: è un modello di vita per tutti i cristiani, non solo per il clero. Richiede un impegno nel prendersi cura degli altri, non solo con gesti eccezionali, ma anche con le piccole azioni quotidiane: un sorriso, una parola buona, un perdono.
Il Modello del Buon Pastore per Tutti
Gesù non si è dichiarato buon pastore solo per i futuri papi, vescovi e sacerdoti, ma per tutti coloro che lo ascoltavano. Pertanto, il "Buon Pastore" che si espone per difendere e nutrire le sue pecorelle è un modello di vita per tutti i cristiani, laici e chierici, sposati e non, genitori e non.
La domanda "E chi ce la fa?" trova risposta nella fiducia nel Buon Pastore, che non impone carichi, ma invita a seguirlo e cammina con noi, con la sua misericordia e il suo perdono.
Il "dare la vita per le pecore" non si limita a gesti eroici, ma si realizza anche attraverso le piccole azioni quotidiane: un sorriso, una parola buona, un perdono, una stretta di mano, un silenzio.
L'immagine del Buon Pastore risponde a un'aspirazione profonda dell'uomo antico. In molte culture, il pastore è figura paterna, premurosa nei confronti dei figli, immagine della sollecitudine paterna di Dio per gli uomini.
I primi cristiani fecero propria questa immagine: Gesù è il pastore che conduce il suo popolo alla vita. I cristiani di cultura ellenista associarono la figura del buon pastore a quella di Orfeo, il cantore divino, che addomesticava le bestie feroci e risuscitava i morti. Per loro, Orfeo era una figura di Gesù, il cantore divino che rende pacifico ciò che è selvaggio in noi e fa rivivere ciò che è morto.
Gesù protegge i suoi discepoli, mettendo in gioco la propria vita per loro. Con la sua morte in croce, allontana i pericoli per il suo gregge.
Il rapporto tra le pecore e il pastore è di conoscenza reciproca: Gesù conosce i suoi discepoli personalmente, chiama ognuno per nome. Tra il pastore e le sue pecore esiste un legame intimo, fatto di amore.
Nella parabola della pecorella smarrita (Lc 15,4-6), Gesù va alla ricerca della pecora smarrita, la prende sulle spalle e porta festa. Noi uomini siamo come pecore perse nella vita; Gesù ci cerca perché tiene a noi.
La frase "Il Signore è il mio pastore, nulla mi mancherà" (Sal 23,1) esprime calma e pace, e richiama la fiducia in Dio che si prende cura di noi.
Interpretazioni e Applicazioni Teologiche
Il capitolo 10 di Giovanni sottolinea che Gesù conosce le sue pecore, coloro che credono in lui e lo seguono, esprimendo un'intimità totale, confidenza e abbandono reciproco.
L'ascolto è il primo impegno del credente, il primo servizio a Dio e al prossimo. Amare è ascoltare. Per riconoscere la voce di Dio, è necessario custodirla e meditarla nel cuore, come Maria.
Gesù dà la vita per il suo gregge, come segno distintivo rispetto agli altri pastori. Egli offre la sua vita in modo totale e gratuito per salvare il suo gregge.
Le parole "non andranno perdute" e "nessuno può strapparle dalla mano del Padre" offrono sicurezza e confermano l'appartenenza a Dio, dove il cuore trova riposo.
L'immagine del "buco nel recinto" suggerisce il rispetto di Dio per la nostra libertà, lasciando libero il nostro cuore di scegliere e aderire alla sua chiamata.
La Chiesa, in particolare nella IV domenica di Pasqua, tradizionalmente dedicata all'icona del Buon Pastore, prega per le vocazioni, affinché ognuno possa vivere il proprio Battesimo come discepolo di Gesù, cercando la via della santità quotidiana.
Si chiede perdono per le volte in cui si è vissuto con un cuore chiuso ed egoista, per non aver scoperto in Dio la bellezza e la bontà, e per essersi lasciati cadere nella tristezza e nello scoraggiamento.
La vocazione, la fede e l'esperienza con Gesù sono la conferma di questo sentimento. Il verbo "conoscere" nel significato biblico esprime un'intimità totale, confidenza e abbandono reciproco.
L'ascolto è il primo impegno e il primo servizio a Dio e al prossimo. Amare è ascoltare. Il poeta tedesco Johann W. Goethe ricorda che "Parlare è un bisogno. Ascoltare è un'arte".
Gesù dà la vita per le sue pecore, come offerta totale e gratuita per salvarle. La vita di Dio è presente in noi come un seme che inizia a muoversi nel cuore ogni volta che ci avviciniamo a Gesù.
La mano di Dio offre sicurezza e riposo. Le parole di Gesù sono un annuncio e una conferma del suo legame con noi e del nostro legame con lui.
Gesù è il pastore che si disinteressa di sé, che va contro il comune modo di pensare basato sull'individualismo e il tornaconto. Egli dà la vita per il proprio gregge e va alla ricerca della pecora smarrita, perché è un pastore "innamorato" delle sue pecore.

Nell'icona del Buon Pastore presente nelle catacombe di Priscilla a Roma (affresco del III secolo), Gesù è rappresentato giovane, con un corpo dinamico nonostante il peso dell'agnello sulle spalle, circondato da altre pecore, alberelli e colombe con un ramoscello d'ulivo. Quest'immagine era rassicurante e rasserenante per le prime comunità cristiane, ma anche impegnativa e provocatoria.
L'immagine del Buon Pastore è "scomoda" perché polemica nei confronti dei capi di Israele, sottolineando la differenza tra il pastore buono e i "mercenari" che abbandonano il gregge al primo pericolo. Critica i farisei che "pascolano sé stessi... e non il gregge".
Un altro motivo di scomodità è che la figura del pastore non godeva di grande prestigio sociale. Gesù, scegliendo una morte infamante come la croce, si presenta come una persona che svolge un lavoro umile, maleodorante, povero.
Il rapporto tra le pecore e il pastore è di conoscenza reciproca: il pastore conosce ogni pecora e le pecore conoscono lui, seguendolo al suono della sua voce.
L'immagine del Buon Pastore è una sfida perché il vero dono di Gesù è la creazione di comunità, dove le pecore "ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge", nonostante i lupi che cercano di disperderla.
Tradizionalmente, il modello del Buon Pastore è applicato ai vescovi e ai sacerdoti, ma in realtà riguarda tutti coloro che hanno responsabilità nella Chiesa: catechisti, animatori, genitori, nonni, volontari. Tutti abbiamo un "piccolo gregge" di cui prenderci cura, donando il nostro tempo, i nostri pensieri, il nostro affetto.
La domanda su come si diventa un pastore buono trova risposta nella decisione di farlo, confidando nel Buon Pastore.
9. Gesù è il Buon Pastore
La Chiesa prega per le vocazioni, affinché ognuno possa rispondere alla propria chiamata personale e comunitaria a vivere il proprio Battesimo come discepolo di Gesù.
Si chiede perdono per le volte in cui si è vissuto con un cuore chiuso ed egoista, per non aver scoperto in Dio la bellezza e la bontà, e per essersi lasciati cadere nella tristezza e nello scoraggiamento.
Il verbo "conoscere" nel significato biblico esprime un'intimità totale, confidenza e abbandono reciproco.
L'ascolto è il primo impegno e il primo servizio a Dio e al prossimo. Amare è ascoltare.
Gesù dà la vita per le sue pecore, come offerta totale e gratuita per salvarle.
Le parole "non andranno perdute" e "nessuno può strapparle dalla mano del Padre" offrono sicurezza e confermano l'appartenenza a Dio.
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