Lo stemma in questione, inizialmente ascritto a monsignor "Andrea (sic) Provana di Leinì", arcivescovo di Torino dal 1632 al 1640, apparteneva in realtà a un altro illustre personaggio della famiglia Provana: Antonio Provana di Collegno. La confusione era dovuta al fatto che, sebbene il nome corretto fosse Antonio e non Andrea, egli apparteneva al ramo dei Provana di Collegno, identificato da uno stemma differente rispetto ai Provana di Leinì.
Antonio Provana di Collegno, figlio di Giovanni Francesco dei consignori di Bussolino e della Gorra, intraprese una brillante carriera ecclesiastica e diplomatica. Appena ventiduenne, nel 1599, ricevette dal papa l'abbazia della Novalesa. Nel 1605 divenne protonotario apostolico e, in qualità di consigliere di stato del duca Carlo Emanuele I, fu inviato come ambasciatore presso il senato di Venezia.

Nel 1622, ad Antonio Provana venne conferito l'arcivescovado di Durazzo. Il 17 ottobre dell'anno successivo, l'arcivescovo di Torino Filiberto Milliet di Faverges lo consacrò vescovo presso la cattedrale di San Giovanni. Quando, nel 1632, la cattedra arcivescovile di Torino divenne vacante, il papa lo trasferì da Durazzo a Torino, dove morì il 14 luglio 1640.
L'Arcidiocesi di Durazzo: Storia e Vicende
L'arcidiocesi di Durazzo, oggi nota come Arcidiocesi di Tirana-Durazzo, vanta origini antiche. Secondo la tradizione, il primo vescovo sarebbe stato Cesare o Cesario, uno dei settanta o settantadue discepoli menzionati nel Nuovo Testamento. Il primo vescovo storicamente accertato è Eucario, presente al concilio di Efeso nel 431. Già in quel periodo, Durazzo era sede metropolitana dell'Epiro Nuovo, provincia anticamente chiamata Illiria.
Nei secoli successivi, la sede di Durazzo fu oggetto di contesa tra i Bizantini e le popolazioni slave (Bulgari e Serbi). Alla fine prevalsero i Bizantini, e Durazzo fu sottoposta all'autorità patriarcale di Costantinopoli. Nel 1400, la sede latina perse il rango di metropolia, divenendo una sede immediatamente soggetta, pur conservando il titolo arcivescovile. Durante l'occupazione ottomana, rimase la sede cattolica principale d'Albania.
L'arcidiocesi ha attraversato periodi di grande difficoltà, in particolare durante il regime comunista. Diversi ecclesiastici subirono persecuzioni, arresti e persino la morte a causa delle loro attività religiose. Tra questi, si ricordano don Josef Marksen (morto in carcere nel 1946), l'arcivescovo Vinçenc Prennushi (morto in carcere nel 1949), il vicario generale mons. Jul Bonati (morto in carcere nel 1951) e don Shtjefën Kurti (giustiziato nel 1971).
Il 7 dicembre 1996, parte del territorio dell'arcidiocesi fu assegnato alla neo-eretta diocesi di Rrëshen, contestualmente alla soppressione dell'abbazia territoriale di Orosh.
L'Abbazia della Novalesa e i Provana
L'abbazia della Novalesa, dedicata ai Santi Pietro e Andrea, fu fondata il 30 gennaio 726 dal franco Abbone nella valle del torrente Cenischia. Nel corso dei secoli, il monastero beneficiò di donazioni e privilegi da parte di sovrani franchi e dei Savoia, acquisendo notevole importanza.
Dopo un periodo di dominio dei Saraceni e una successiva migrazione dei monaci, l'abbazia fu ristabilita. Alla serie dei priori, che durò fino al XV secolo, seguirono i commendatari. Tra questi, si annovera Giorgio Provana dei signori di Leyni, morto nel 1502.

Sotto il pontificato di Clemente VIII, il 9 giugno 1599, la dignità abbaziale fu restaurata nella persona di Antonio Provana, arcivescovo di Durazzo e successivamente di Torino. L'ultimo abate fu Pietro Antonio Maria Sineo, morto nel 1796. Con il governo napoleonico, l'abbazia fu soppressa, per poi essere ripristinata e infine definitivamente chiusa.
Elementi d'Arte e Araldica
La tipologia dello stemma del Museo, che presenta un piedistallo a sezione trapezoidale con un gradino e un blocco a tronco di cono ornato da volute e foglie d'acanto, contribuisce a datare l'oggetto alla prima metà del XVI secolo. È da riferire ad Andrea Provana di Leinì, dalla cui casa in via Porta Palatina n. 20 giunse in museo dopo l'abbattimento della medesima.
Il blasone, per il numero di nappe, corrisponde perfettamente a quello murato sulla lesena del duomo di Torino da Andrea Provana nel 1513, quando riebbe l'arcidiaconato di Torino. L'epigrafe, opera di uno scultore dell'Italia centrale, doveva coprire la tomba del Provana ed è caratterizzata da una curiosa iconografia: la tabella con l'iscrizione pende da un albero con rami mozzati, a simboleggiare la brevità della vita, un tema ricorrente nelle opere di Seneca.
La lapide è documentata in situ in un acquerello del 1897 di Francesco Garrone e in una foto del Fondo Gabinio anteriore al 1900. L'araldica di Antonio Provana, quando fu promosso alla sede metropolitana di Torino, prevedeva uno scudo inquartato: nel 1º e 4º di rosso con una colonna toscana d'argento coronata d'oro; nel 2º e 3º d'argento con due viti sradicate di verde, fruttate di porpora. Lo scudo era accollato a una croce astile patriarcale d'oro e timbrato da un cappello con cordoni e nappe di verde.
Di particolare interesse sono anche i candelieri databili alla prima metà del '600, che presentano insegne vescovili (cappello e nappe). Poiché tra il 1599 e il 1640 Antonio Provana fu abate alla Novalesa, è possibile che la committenza di tali candelieri sia da attribuirsi a lui. Essi potrebbero corrispondere ai "Due torcieri alti et a mezo rilievo di legno indorati et belli", menzionati in un inventario del 1651.
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