La Scoperta di un Passato Rimosso: Lorenzo Pavolini e il Nonno Gerarca
Per Lorenzo Pavolini, scrittore, autore teatrale e radiofonico, la figura del nonno paterno è stata a lungo un'incognita, accennata in famiglia solo con la generica espressione “morte in guerra”. La rivelazione avvenne a scuola, sfogliando un libro di storia: una foto dei corpi di Mussolini, Claretta Petacci e di alcuni gerarchi fascisti appesi a testa in giù a Piazzale Loreto nell’aprile del ’45 a Milano. “Sotto la foto tra i nomi di quei corpi c’era Alessandro Pavolini. Ho saputo così chi era mio nonno”. Questa immagine, parte della storia collettiva e presente anche sui libri dei suoi compagni, nella sua famiglia era stata volutamente rimossa. Il primo a rimuoverla era stato suo padre, il cui genitore fu fucilato quando lui aveva solo 7 anni, non come eroe, ma con il disprezzo di un corpo esposto come simbolo.

Negli anni ’70 e ’80, quella foto era ancora un tabù. La rottura di questo silenzio avvenne solo negli anni ’90, con il documentario di Nicola Caracciolo “I 600 giorni di Salò” e con gli “impressionanti Combat-Film” trasmessi da Raiuno nel 1994, che suscitarono polemiche per la crudezza delle immagini inedite. Vedere quei corpi appesi a Milano fu un trauma per tutti gli italiani, ma anche un'attrazione. Per Lorenzo, queste visioni furono l'inizio di una ricerca personale, spinta dalle domande che il suo cognome suscitava negli altri. "Si pensava che dovessi saperne di più perché ero Pavolini, in realtà non sapevo nulla”.
A quarant'anni, l'età che aveva suo nonno al momento della fucilazione, Lorenzo maturò la consapevolezza che “le colpe dei padri non ricadono sui figli e tantomeno sui nipoti”. La sua non era una ricerca negli archivi, compito degli storici, ma un percorso intimo, fatto dal figlio del figlio, volto a comprendere la figura del nonno “alla giusta distanza e provare la pietas per le sue vittime”. Questo cammino ha preso forma nel romanzo autobiografico “Accanto alla Tigre” (edito da Fandango e poi da Marsilio), dove Lorenzo ha affrontato i tanti "perché" di una scelta di vita così incomprensibile e violenta per un uomo proveniente da un ambiente agiato e colto.
Il padre di Lorenzo, come ricorda il figlio, portava con sé un'offesa insanabile, e il 25 aprile era vissuto nel silenzio delle montagne d'Abruzzo, quasi come un "buco" nel calendario familiare. Solo alle medie Lorenzo avrebbe compreso la vera ragione di quel silenzio: il nonno non era semplicemente “morto in guerra”, ma il suo cadavere era stato esposto in Piazzale Loreto, con le braccia penzoloni e la corda intorno agli stivali. Da adulto, alla stessa età del nonno al momento della morte, Lorenzo ha iniziato a scrivere, cercando di decifrare la rabbia della folla che gli sputava addosso e, al contempo, di capire le idee e le speranze che avevano spinto suo nonno e molti altri a credere nel fascismo fino al tragico epilogo. “Liberazione si potrà avere solo partendo dalla condivisione dei valori di fondo per i quali il 25 aprile intende essere festeggiato, che sono quelli sintetizzati mirabilmente dalla Costituzione. E tra questi valori c’è l’antifascismo”.
èStoria 2022 - Accanto alla Tigre - con Lorenzo Pavolini
L'esperienza di Lorenzo si confronta anche con altre storie familiari, come quella di Andrea Salerno, giornalista e autore televisivo, che vanta una nonna ebrea russa fuggita alle guardie zariste e un nonno ebreo esule. Le loro reciproche storie familiari, ricche di traumi e resilienza, si incrociavano proprio attorno alla Festa della Liberazione, un giorno che i loro padri avrebbero faticato a celebrare insieme. Questo evidenzia come la memoria storica sia un processo continuo e personale, in cui l'interesse per la storia dell'altro può rispecchiare il proprio destino.
Sua zia, sorella maggiore del padre, all'epoca di Salò, era più grandicella e smaniava di far parte delle "ausiliarie", vedendo nel comportamento del padre - a molti incomprensibile - una "via romantica per la quale ciò per cui si muore colora l’intera esistenza". Per lei, non era lui a cambiare, ma gli avvenimenti a spingerlo ad affrontare un'altra realtà. Una visione che per le generazioni successive, come quella di Lorenzo, è rimasta confinata alle pagine di romanzi d'avventura come quelli di Jack London e Salgari.
Lorenzo propone una “pratica collettiva di storia riparativa” in cui vittime e carnefici possano raccontare le loro storie, insieme a tutte le sfumature umane, le perdite, le frustrazioni e le miserie umane, al di fuori della retorica di eroi e martiri. Sollecitare la memoria, mantenere lo sguardo fermo, dedicare attenzione a chi trema per quei ricordi, piangere alle parole dei condannati a morte della Resistenza, scoprire il ruolo di donne ed ebrei in questa lotta sono passi fondamentali per una piena comprensione della storia italiana.
Profilo di Alessandro Pavolini: Intellettuale e Squadrista
Le Origini e la Carriera Culturale
Nato a Firenze il 27 settembre 1903, Alessandro Pavolini proveniva da una famiglia fiorentina agiata e colta. Era figlio di Paolo Emilio Pavolini, glottologo e docente universitario di sanscrito e filologia all'Università di Firenze, che parlava 32 lingue. Alessandro era un giovane coltissimo, cresciuto in una famiglia dalla vita serena, studente modello, giornalista di pregio e scrittore raffinato per riviste come Solaria, oltre che cultore d'arte. Nonostante queste premesse, scelse una vita estrema e violenta, un interrogativo centrale per il nipote Lorenzo: “Che bisogno aveva di scegliere una vita tanto estrema e violenta? Dovevo capire i motivi, che cosa lo ha attratto? Questa è stata la molla del libro”.

Agli inizi della sua carriera nel Partito fascista, pur essendo uno dei rappresentanti della corrente più intransigente e violenta del fascismo, fu anche un organizzatore della sua "cultura". A lui si devono l'istituzione dell'ancora oggi glorioso Maggio Musicale Fiorentino e la dotazione di Firenze della stazione di Santa Maria Novella. Fu anche ideatore della Mostra dell'Artigianato, del Calcio storico e dello Stadio Comunale, oltre che dell'autostrada Firenze-Mare. Questi risultati, secondo Lorenzo, furono frutto di una concordanza di elementi, tra cui l'appoggio del padre accademico e il ruolo di Firenze come centro culturale internazionale. Pavolini ebbe la capacità di aggregare, creando uno spazio di sintesi per idee diverse attorno a Il Bargello, sostenendo gli innovatori contro i "passatisti" e promuovendo iniziative come i Littoriali della cultura, che coinvolsero talenti dell'Italia futura come Ingrao, Bassani, Bo, Comencini, Guttuso, Fortini, Moro, Trombadori, Antonioni e Giaime Pintor.
L'Adesione al Fascismo e la Violenza Squadrista
La sua attività politica iniziò con l'iscrizione al fascio di combattimento di Firenze nel 1920, divenendo presto elemento centrale delle più famigerate, violente e sanguinarie squadre d'azione del capoluogo toscano. Già a 16 anni sparava con la pistola in una rissa in via della Spada. Partecipò, quasi casualmente, alla Marcia su Roma mentre si trovava nella capitale per un esame universitario. Scalò rapidamente i gradi gerarchici, diventando segretario provinciale della federazione fascista di Firenze nel 1929.
Tuttavia, accanto a queste "imprese positive", vi era la sua ferocia squadrista. Piero Calamandrei, testimone di un assalto squadrista nel marzo 1925 alla facoltà di Lettere per interrompere una lezione di Gaetano Salvemini, ricorda: “Soprattutto mi rimasero impressi, nei cento volti di quella canea urlante, gli occhi di Alessandro Pavolini che capeggiava l’impresa. Egli mi guardava senza parlare, con occhi così pieni di acuminato odio che ne rimasi affascinato quasi fossero gli occhi di un rettile”. Questa immagine, per Lorenzo, rivela la stessa natura violenta che caratterizzerà Pavolini fino alla fine della Repubblica Sociale Italiana. Il Novecento, infatti, fu un periodo in cui molti individui violenti, dopo il Futurismo, scelsero la violenza, incarnando lo slogan “morte all'intellettuale”, la fascinazione delle armi e la spedizione punitiva come momento goliardico, spesso senza la percezione del dolore inferto.

L'Intransigenza e la "Coerenza" del Gerarca
Il Ruolo nel Regime e la Repressione Culturale
Alessandro Pavolini prese parte, come ufficiale dell'aeronautica, ai bombardamenti contro la popolazione etiopica nella guerra del 1935-36, di cui fu anche corrispondente per il Corriere della Sera. Dopo questa "prova di spirito guerriero", recuperò i suoi interessi letterari, divenendo uno dei principali responsabili della soppressione della libertà di pensiero in Italia. Contribuì ai lavori della "commissione di bonifica" che metteva al bando le opere librarie non allineate all'ideologia fascista, colpendo in particolare le opere degli oppositori politici.
Nel 1939, godendo della protezione di Galeazzo Ciano, genero di Mussolini, Pavolini fu nominato Ministro della Cultura Popolare (Minculpop). In tale veste, controllava gli organi di informazione attraverso le "veline" - ufficialmente “note di servizio”, cioè le istruzioni, redatte su carta velina, fornite ai giornali e relative agli argomenti da trattare e al modo in cui farlo. Queste direttive, spesso censorie e mistificatorie, talvolta divennero oggetto di scherno all'interno dello stesso regime per la loro stravaganza. Pavolini rimase al Minculpop fino al febbraio 1943, quando assunse la direzione del quotidiano romano Il Messaggero, un'evidente retrocessione probabilmente legata alla sua vicinanza a Ciano.
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La Repubblica Sociale Italiana e le Brigate Nere
Dopo la defenestrazione di Mussolini il 25 luglio 1943, Pavolini si rifugiò in Germania, per poi rientrare in Italia dopo la liberazione del Duce dalla prigionia sul Gran Sasso. Nella Repubblica Sociale Italiana (RSI), divenne segretario generale del Partito Fascista Repubblicano, assommando altri incarichi. Fu uno dei più pertinaci accusatori dei "traditori del 25 luglio", tra cui Ciano e coloro che avevano votato contro Mussolini, poi fucilati dopo il processo-farsa imbastito a Verona.
L'agonia del fascismo vide Pavolini muoversi con abilità tra le faide interne. Si schierò con coloro che tentavano di impedire la coscrizione obbligatoria voluta dal generale Rodolfo Graziani e organizzò le famigerate Brigate Nere, che, nella loro lotta esclusivamente antipartigiana, si resero responsabili di efferate violenze e crimini atroci, come i 15 partigiani fucilati e lasciati in Piazzale Loreto o i cecchini organizzati a Firenze. Fanatico fino all'ultimo respiro, più deciso dello stesso Duce a non mollare anche quando tutto era perduto, Pavolini fu più fedele alle leggi razziali che al suo amatissimo fratello maggiore Corrado, con il quale aveva condiviso poesia, teatro, passioni e amicizie. Corrado, infatti, nel 1921 aveva sposato Marcella Hannau, un'ebrea triestina, e dovette rifugiarsi con lei a Cortona per sfuggire alla deportazione. "Assurdo, mentre suo fratello si nascondeva per salvarsi, mio nonno era ministro a Salò. Il problema è la coerenza, non sempre è un valore positivo, bisogna vedere a cosa si è coerenti”.
La "coerenza" fu il demone di Pavolini. Messo da parte da Mussolini e destituito dal ministero nel febbraio del ’43, avrebbe potuto prendere le distanze e salvarsi. “Invece si getta nelle azioni orripilanti delle Brigate Nere… Poteva uscirne e non lo fece. Cos’è la coerenza? Non è meglio essere incoerenti? Cambiare idea? Capire che era tutto un delirio adolescenziale e trasformarsi? Si può pure crescere nella vita”. A questa "coerenza" si rifanno ancora oggi i giovani di estrema destra che a Roma scrivono "Pavolini eroe" sui muri, facendo leva su figure che "vanno fino in fondo", così come i coetanei di estrema sinistra, attratti da "coerenze" adolescenziali mai cresciute.
Nei giorni finali della RSI, con un Mussolini sempre più abulico e consapevole della sconfitta, Pavolini cercò di organizzare l'ultima difesa in un ridotto alpino della Valtellina, per resistere all'offensiva partigiana con gli ultimi fedelissimi, ma mancavano le risorse materiali. L'ultima scena di Pavolini, che si getta nel lago urlando "Venite a prendermi se ci riuscite! Viva l'Italia!" mentre spara, ha un carattere "cinematografico", un congedo politico efficace del segretario del Fascio repubblicano che finirà pochi giorni dopo appeso a testa in giù a Piazzale Loreto. Il suo morboso fascino persiste, come dimostrano i risultati di ricerca su Google, passati da 17 mila nel 2006 a 31 mila oggi per "Alessandro Pavolini".
Il Contesto della Caduta del Fascismo e l'Arresto di Mussolini
Il Declino del Regime e le Manovre per la Pace
La crisi del regime fascista si era palesata chiaramente a metà maggio 1943. L'idea di una pace separata era emersa negli ambienti militari già alla fine del 1942, rafforzandosi con la ritirata delle truppe italo-tedesche in Africa. Figure chiave come il diplomatico Luca Pietromarchi e il generale Vittorio Ambrosio, capo di stato maggiore generale, ritenevano la guerra persa e che bisognava separarsi dall'alleato. In particolare, Giuseppe Castellano, il più giovane ufficiale di stato maggiore dell'esercito e uomo di fiducia di Ambrosio e Ciano, era convinto che Mussolini dovesse essere rimosso, poiché non avrebbe mai avuto il coraggio di affrontare Hitler. "Non rimane che farlo fuori", disse Castellano, incaricato da Ambrosio di redigere un progetto che comprendeva misure preventive contro la reazione fascista, la cattura del Duce e dei suoi seguaci, e l'opposizione a una probabile reazione tedesca.

L'irritazione per l'inerzia di Mussolini e la disastrosa situazione bellica cresceva ai vertici militari. Dopo l'incontro di aprile a Klessheim, dove Mussolini e Hitler apparvero “lividi, i lineamenti contratti, gli occhi spenti”, Ambrosio era disgustato dall’“insipienza e testardaggine” di Mussolini. Il 2 maggio, il Comando Supremo espresse una reazione negativa all'ordine di Mussolini di rifornire la Tunisia a qualunque costo. Pochi giorni dopo, Tunisi e Biserta caddero in mano anglo-americane e l'Africa era definitivamente perduta, con duecentomila soldati italiani e tedeschi uccisi, feriti o fatti prigionieri. Il Re Vittorio Emanuele III, pur consapevole della situazione e degli allarmi ricevuti, attendeva un "fatto nuovo" che giustificasse il suo intervento, evitando di commettere errori.
Il 25 Luglio 1943: Il Voto del Gran Consiglio e l'Arresto
Il "momento è arrivato" la mattina di domenica 25 luglio 1943. Il Gran Consiglio del Fascismo era terminato nella notte con il voto di sfiducia a Mussolini, promosso dall'ordine del giorno di Dino Grandi. Alle sette del mattino, il Ministro della Real Casa, Pietro Acquarone, telefonò al generale Ambrosio, dando il via libera all'arresto di Mussolini. Nonostante le esitazioni del Re, che aveva deciso di agire l'indomani, le decisioni erano ormai state prese. Castellano, insieme al generale Cerica, organizzò l'arresto: cinquanta carabinieri a villa Savoia e un'autoambulanza militare che sarebbe uscita da una porta secondaria. Il Re, alle tre del pomeriggio, chiamò il generale Puntoni: “Mussolini deve essere arrestato fuori di casa mia”, ma ormai le decisioni erano state prese e l'impossibilità di compiere il fermo fuori fu riferita al sovrano.
Alle 17:00, l'auto di Mussolini, accompagnato dal suo segretario De Cesare, entrò dal cancello spalancato di via Salaria. Durante il colloquio, durato meno di dieci minuti, il Re comunicò a Mussolini che "il voto del Gran Consiglio è tremendo. Voi non potete certo illudervi sullo stato d’animo degli italiani contro di voi. In questo momento siete l’uomo più odiato d’Italia”. All'uscita dalla villa, Mussolini, ormai moralmente finito e quasi distrutto, fu fermato dal capitano dei carabinieri Paolo Vigneri che, sull'attenti, gli disse: “Duce, in nome di Sua Maestà il re vi preghiamo di seguirci per sottrarvi ad eventuali violenze da parte della folla”. Nonostante le sue proteste e l'esitazione, fu scortato via in autoambulanza insieme a De Cesare. L'operazione, iniziata con la pianificazione di Castellano a metà maggio, si concluse alle sette di sera del 25 luglio con il trasferimento di Mussolini alla caserma degli allievi ufficiali dei carabinieri in via Legnano.

Le pagine dei giornali italiani del 26 e 27 luglio mostrarono un fulmineo allineamento alla nuova situazione. Il ventennio fascista veniva già presentato come una "parentesi", e si auspicava un ritorno alla legalità e alle tradizioni italiane, con una implicita rimozione delle modifiche legislative fasciste. Questo "vuoto" e la rapidità con cui il passato veniva accantonato sarebbero stati tratti distintivi di una crisi più profonda, che ha segnato la storia d'Italia anche nella sua fase repubblicana, rivelando le fratture di una "guerra civile" negata a lungo, le cui origini si possono far risalire al biennio rosso o alla questione dell'intervento nella Grande Guerra e persino alla questione della Patria. La retorica del “Rubabandiera”, dove la posta in palio è ancora irrisolta e regressiva, risuona ancora oggi, come se la guerra civile dovesse essere ancora combattuta.
L'Eredità e la Memoria: Affrontare la Storia
La comunità nazionale italiana fatica ancora oggi a stare dentro il perimetro dei valori costituzionali. Le nuove generazioni di nipoti e pronipoti, "adulti e vaccinati", avvertono la necessità di penetrare ogni reticenza e di conoscere in che modo si è stati fascisti. È fondamentale capire come gli italiani abbiano contribuito alla deportazione degli ebrei, dei loro vicini di casa (ora sappiamo che la metà degli arresti è stata resa possibile dalle delazioni), o abbiano imposto ferocemente la colonizzazione nel Corno d'Africa. E soprattutto, voler finalmente tener conto di quanto il caso, l'opportunismo, la fortuna abbiano agito sulla forza delle idee e il coraggio di fronte ai bivi della Storia.
La Resistenza, nella prospettiva di queste generazioni che si adoperano a dismettere eredità reticenti o di rivalsa, può diventare persino espressione di rimprovero, per come gli italiani di allora siano stati solo in minima parte in grado di contrastare l'affermarsi e il consolidarsi del proprio fascismo, non siano riusciti cioè a resistere all'abuso e alla violenza politica, alla propaganda più bieca e alla soppressione del dissenso, praticando la cessazione della libertà di stampa, di associazione, di istruzione, di espressione, di culto, di circolazione… in cambio di cosa? Il padre di Lorenzo Pavolini non gli ha mai comprato neppure una pistola giocattolo, spiegando la scia di sangue del fascismo quasi come una metafisica: "La politica, il potere, uccidono. Starne lontani è sano. E la storia la scrivono i vincitori. Punto."

Il romanzo Accanto alla Tigre di Lorenzo Pavolini è stato un tentativo di "lunga lettera" al padre, ma, come ammette lo stesso autore, in buona parte ha fallito nel suo intento di una piena condivisione. Ciò evidenzia la profondità delle cicatrici lasciate dalla storia familiare e nazionale. Per Lorenzo, la sua "liberazione" è avvenuta attraverso il difficile equilibrio di affrontare il passato, anche confrontandosi con la signora il cui padre era stato ucciso dai cecchini di suo nonno, mostrando che esiste un altro modo di partecipare alla storia, diverso dalla violenza dello squadrismo o della "coerenza" adolescenziale. Egli ha scelto il "disimpegno" in un periodo di lotta, credendo che "partecipare alla storia significhi esercitare la violenza" e che esista, invece, un altro modo.
La cultura cattolica e l'attitudine italiana al trasformismo, secondo Lorenzo, non aiutano a evitare certi cortocircuiti della coscienza. Egli resiste all'identificazione con le colpe dei suoi avi, citando Pasolini che nelle Lettere luterane considerava barbara l'usanza greca di gettare le colpe sulla discendenza. Ammira storici come Guido Crainz e Sergio Luzzatto, che hanno illuminato l'antropologia italiana al di là delle svolte politiche e dei revisionismi, permettendo di comprendere il contesto delle coscienze, la Storia maggiore e quella minore. Riferendosi ai testi di L'assalto, in cui Alessandro e Corrado Pavolini raccontavano la loro adesione al fascismo, Lorenzo riconosce che ci sono "elementi di passione giovanile che si possono, non dico condividere, ma capire", a dimostrazione della complessità delle motivazioni che spingevano all'adesione al regime.
Le feste, per essere tali, andrebbero preparate. Se il 25 aprile fosse preceduto da "giornate dedicate all’ascolto, una pratica collettiva di storia riparativa, forse chissà… Conosco solo questa possibilità. Che le vittime raccontino la loro storia ai carnefici, ma anche viceversa". Solo così si potranno accogliere tutte quelle "storie di mezzo" che fanno la realtà di un mondo complesso, al di fuori degli eroi e dei martiri, nella loro "concreta drammaturgia di affetti, perdite, frustrazioni e miserie umane".
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