La Missione di Pace e la Vera Gioia: Riflessioni sulla XIV Domenica del Tempo Ordinario

La vita di ogni persona può essere paragonata a un viaggio in barca, in cui non sempre si conosce il porto di partenza o la destinazione finale. Ci si ritrova a solcare le onde, talvolta timorosi o urlanti, senza aver nemmeno chiesto di essere accolti. Eppure, questo mondo, pur fatto di violenza, incomprensione e dolore, si rivela, tutto sommato, affidabile. Nel cuore, però, si porta sempre un anelito, il desiderio profondo di riconoscere quella voce che ha chiamato alla vita, di ricordare l'origine del viaggio, il luogo da cui si è partiti. Questo richiamo all'origine si lega indissolubilmente alla vocazione missionaria che emerge dalle letture della XIV Domenica del Tempo Ordinario, Anno C.

La Chiamata alla Missione Universale

Il Vangelo di Luca, al capitolo 10, si apre nel contesto del grande viaggio di Gesù verso Gerusalemme, un cammino decisivo, carico di attesa e gravido di passione. Gesù non procede da solo, ma coinvolge, forma e invia i suoi discepoli. L’intero capitolo è pervaso da un profondo dinamismo missionario, che si apre con l’invio dei discepoli e si conclude con l’operosità di Marta, ma anche con il richiamo al primato dell’ascolto, rappresentato da Maria. Si tratta di una pedagogia in cui l’azione trova il suo senso unicamente nella relazione con Cristo.

L'Invio dei Settantadue Discepoli

Il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Il numero settantadue è altamente simbolico: esso fa riferimento ai settantadue popoli che, secondo la Genesi, ebbero origine dai figli di Noè, o ai settanta anziani chiamati a collaborare con Mosè. Ai tempi di Gesù, si pensava che settantadue fossero le nazioni sparse sulla terra, indicando così che nessuno è escluso dall'annuncio di salvezza e che tutti siamo chiamati a essere apostoli e missionari.

Gesù dichiarò con chiarezza che la messe è abbondante, ma gli operai sono pochi. Tuttavia, non invitò subito a reclutare, ma a pregare. Il primo atto dell’azione pastorale non è l’organizzazione, bensì la supplica, poiché la missione è un dono divino, non uno sforzo meramente umano. Solo chi prega può essere inviato. Non dobbiamo scoraggiarci per le difficoltà che incontreremo, poiché la società al tempo di Gesù non era certo più disposta ad accogliere il Vangelo di quanto lo sia quella odierna. Gesù lo sa bene, ed è per questo che invita i suoi a pregare affinché questa sproporzione tra l’ingente messe e la scarsità di operai possa essere colmata dalla preghiera.

Rappresentazione pittorica di Gesù che invia i settantadue discepoli

Le Istruzioni per gli Evangelizzatori

Segni di Povertà e Disinteresse

I discepoli furono inviati a due a due, a significare la carità fraterna e per sostenersi vicendevolmente nel cammino e nel lavoro missionario. Furono istruiti a non portare borsa, né sacca, né sandali, e a non fermarsi a salutare nessuno lungo la strada. Dovevano andare senza denaro, senza cibo, senza tunica di cambio e senza bastone, con un solo paio di sandali. Gli evangelizzatori dovevano apparire immediatamente come uomini disinteressati, di penitenza e di preghiera. Il disinteresse per il denaro e i beni è una condizione fondamentale per l’evangelizzazione, poiché promuove l’abbandono al Signore e il servizio nella sua vigna. Questo modo di procedere, senza salutare nessuno, era un segno chiaro di una missione urgente, che non ammetteva perdite di tempo o trattenimenti di cortesia controproducenti, riflettendo l'urgenza già espressa dal profeta Eliseo a Giezi (2Re 4,29).

L'Annuncio della Pace e della Guarigione

L'approccio che i discepoli dovevano avere con la gente doveva essere improntato a una comunicazione di pace e di gioia. In qualunque casa entrassero, la loro prima parola doveva essere: «Pace a questa casa!». Non erano inviati nel mondo ad indottrinare e tanto meno a giudicare, ma a donare pace nel cuore di uomini e donne in lotta con la vita. Il Vangelo di oggi suggerisce anche come elargire concretamente questa pace: guarendo i malati. Malato è l’uomo segnato dal male, tutto ciò che in qualche modo lo diminuisce, lo impoverisce, lo blocca nel suo cammino verso il compimento. I discepoli sono chiamati a portare la pace in ogni casa e ad annunciare che il Regno di Dio è vicino, con un volto lieto e sereno, un cuore aperto all'incontro e non pronto allo scontro. Il discepolo non è un padrone, ma un testimone della vicinanza di Dio, anche in contesti ostili. La pace che essi portano non è solo un augurio verbale, ma un dono autentico che raggiunge la vita di chi è già desideroso di riceverla; non basta annunciare la pace, occorre essere operatori di pace.

L'Accoglienza e il Rifiuto

I missionari dovevano accettare l’ospitalità del primo che li accoglieva, senza cercare sistemazioni più comode e gradevoli. Avrebbero mangiato e bevuto di quello che sarebbe stato loro offerto, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Tuttavia, Gesù non nasconde che i missionari avrebbero incontrato difficoltà e rifiuto. Se in una città non fossero stati accolti, avrebbero dovuto uscire sulle sue piazze e dire: «Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino». Questo gesto simboleggiava che non c'era più nulla in comune tra le parti, neanche la polvere, e preannunciava un futuro di giudizio, come quello riservato a Sodoma, seppur non immediato.

Mappa del Medio Oriente con evidenziate le vie missionarie dei primi discepoli

Il Ritorno e la Vera Fonte di Gioia

La missione prevede un ritorno. I settantadue tornarono pieni di gioia, raccontando a Gesù quello che era successo. Questo momento di verifica e ascolto reciproco è cruciale: il discepolo non è solo uno che agisce e va, ma "uno che torna", si racconta e si lascia correggere. La loro gioia era grande, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome».

Il Trionfo sul Male e la Caduta di Satana

Udendo il loro resoconto, Gesù disse: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi». Fuori di metafora, ciò significa che più il bene viene affermato, più il male si dissolve, si sgretola e precipita nel nulla. Laddove si lavorerà per la giustizia e la pace, si disperderà anche la nebbia e l’oscurità che rendevano nascosti i nomi degli amanti scritti nel cielo. Chi si affida radicalmente a Cristo sperimenta la sua protezione e ascolta la sua voce rassicurante: «nulla potrà danneggiarvi».

La Gioia dei Nomi Scritti nei Cieli

Tuttavia, Gesù ridimensionò con dolcezza il loro entusiasmo, ammonendoli: «Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli». Anche le esperienze positive non devono gonfiare l’ego, ma alimentare la gratitudine. La vera gioia non è il risultato o il potere acquisito sul male, ma la relazione profonda e incrollabile con Dio. Cirillo di Alessandria, a proposito di questo autocompiacimento, osservò che rallegrarsi solo della capacità di operare miracoli avrebbe potuto produrre arroganza. Il Salvatore, con grande utilità, respinse questo vanto per tagliare rapidamente la radice dell’amore per la gloria.

Nel vocabolario biblico, "nome" sta per l’essenza più profonda della persona, e "cielo" indica il cuore stesso di Dio. Quindi, chi ama è già nascosto con tutta la sua persona nel cuore stesso dell’Amore (cfr. Col 3,13). Questo ci permette di credere che «nulla potrà mai danneggiarci». I doni ricevuti sono per annunciare il Vangelo e servire gratuitamente i fratelli. Il motivo della gioia deve essere, quindi, la collaborazione con Cristo e l’accettazione della croce che il Signore ci dà, avendo la certezza incrollabile di essere amati da Dio.

Ogni nome di Dio è un modo in cui il cielo ti si avvicina | Un miracolo ogni giorno.

La Croce di Cristo: Gloria e Fondamento della Missione

La missione cristiana è intimamente legata alla croce di Cristo, che ne è il centro e la sorgente di tutta la vita. Dio ha guardato alla croce perché amava l’umanità e voleva, attraverso di essa, riconciliarla a sé, salvandola dalla sua misericordia. Tutta la storia della salvezza è indirizzata alla comprensione della croce. Dio, in quanto amore, è missionario, e la Chiesa, a sua volta, è essenzialmente missionaria, ereditando il compito stesso di Gesù, inviato dal Padre.

La Testimonianza di San Paolo

Come abbiamo ascoltato nella seconda lettura (Gal 6,14-18), l'apostolo Paolo si vanta della croce di Cristo e descrive il risultato che essa ha prodotto in lui: «Il mondo è stato crocifisso per me, come io per il mondo». Il "mondo", qui inteso come compagine del peccato, come "mondo perverso" (cfr. Gal 1,4; 4,3), è stato crocifisso per Paolo in quanto non ha più presa su di lui. E Paolo è stato crocifisso per il mondo in quanto egli non agisce a favore del "mondo perverso". La croce di Cristo produce l’inazione del mondo sul discepolo, senza che nulla possa separarlo dall’amore di Cristo (Rm 8,35). Tuttavia, l’inazione del discepolo a vantaggio del mondo non è senza azione verso il mondo, poiché la carità, che trae origine e forza dalla croce di Cristo, desidera che il mondo si converta e viva, e si adopera per questo.

Paolo sottolinea che non è la circoncisione o la non circoncisione che conta, ma l’essere una nuova creatura. Un cristiano è unito a Cristo attraverso il mistero della croce: «Io porto le stigmate del Signore Gesù nel mio corpo» (Gal 6,17). È in questa unione che risiede la base, la forza e il senso della testimonianza missionaria.

La Chiesa: Annunciatrice di Bellezza e Pace

Cristo sulla croce ha redento il mondo, e il mondo è rinnovato; questo rinnovamento si attua nell’accoglienza di Cristo. Le espressioni di gioia dell’annuncio di Isaia (66,10-14) diventano le nostre, dal momento che Gerusalemme è figura della Chiesa e della civitas cristiana che da lei procede tra i popoli. Siamo chiamati ad essere annunciatori della bellezza della Chiesa, a farla risplendere di vesti nuove, che sono le opere dei santi (Ap 19,8). Dobbiamo fare nostre le parole di Isaia: «Rallegratevi con Gerusalemme, esultate per essa quanti l’amate. Sfavillate con essa di gioia», specialmente coloro che hanno sofferto nel vederla misconosciuta e perseguitata. La Chiesa attraversa tempi di dura persecuzione, ma ne emerge sempre bella e sfavillante. Il mondo la attacca, ma alla fine non fa altro che toglierle pesantezze e lentezze, rendendola pronta e agile alla voce del suo Signore per portare il Vangelo in tutta la terra. Annunciamo la bellezza della Chiesa nella perseveranza quotidiana, nel perdono e nella sopportazione.

Icona raffigurante la Chiesa come Gerusalemme celeste

La Missione Cristiana Oggi: Impegno e Perseveranza

Dall’unione con Cristo nasce la missione. Immersi nel Dio amore ci si trasforma in amanti. Un cristiano è missionario in quanto è un santo, cioè in quanto è unito al suo Dio, perché è solo Lui che redime e che salva, e gli uomini sono solo uno strumento. Il cristiano entra in comunione, insieme alla Chiesa, con la vita stessa trinitaria, possedendo la pienezza della grazia. Un cristiano sfavilla di gioia perché possiede il tesoro più grande: la meraviglia delle opere di Dio, questa comunicazione vivente e continua. «Venite e vedete le opere di Dio, mirabile nel suo agire sugli uomini» dice il Salmo 65, evidenziando la potenza divina che non ha negato la sua misericordia. Questa missione non può confondersi con una propaganda umana. Il messaggio evangelico della vicinanza del regno di Dio, di cui Gesù è il primo banditore, è affidato ai suoi discepoli di ogni tempo e di ogni luogo.

Essere Missionari con Disinteresse

Non corriamo il rischio di essere interpretati come mercanti della religione se seguiamo la parola di Gesù, che ci invita a non appesantire l’evangelizzazione con la ricerca di compensi, di denari o di onori. La missione dei settantadue discepoli è caratterizzata da uno stile particolare che tende a mettere al centro solo il Signore: gli inviti a non prendere nulla per il viaggio e ad accontentarsi di ciò che si avrà indicano la necessità che sia annunciata la Parola, ponendo in essa tutta la confidenza. L’annuncio del regno è rivolto a tutti, ma non tutti possono o vogliono accoglierlo. A chi lo accoglie è riservata la benedizione del Signore, significata dalla pace augurata dai discepoli; mentre a chi non lo accoglie è riservato un futuro di giudizio.

La Perseveranza nella Fede

In Gesù è la nostra gloria e in Lui vogliamo continuamente fortificarci con la perseveranza della preghiera e con l’insistenza delle opere buone. L'apostolo Paolo, nella lettera ai Filippesi, scrive: «Tutto posso in colui che mi dà la forza» (Fil 4,13). Purtroppo, spesso crediamo molto in noi stessi, nelle nostre forze, e troppo poco in Dio. È fondamentale ricordare che le vacanze estive, ad esempio, non dovrebbero essere un tempo di dissipazione o di accomodamento allo stile del mondo, ma un’opportunità per rafforzare la nostra unione con il Signore attraverso la preghiera e le buone azioni.

I Piedi Belli del Messaggero

I settantadue discepoli, inviati da Cristo, sono un esempio di dedizione. «Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace, del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza», dice Isaia (52,7). Questa immagine evoca la bellezza di coloro che, con coraggio e fiducia, portano il messaggio di speranza e di salvezza a un mondo che ne ha sete.

Illustrazione di un missionario che cammina su sentieri di montagna portando un messaggio

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