I Longobardi, un popolo germanico originario del nord Europa, arrivarono in Italia a cavallo del VI secolo. Essi governarono vasti territori dal VI all’VIII secolo, segnando il passaggio dall’antichità al medioevo europeo e attingendo all’eredità dell’antica Roma, della spiritualità cristiana, dell’influenza bizantina e del nord Europa germanico. Inizialmente erano grandi devoti di Wotan (Odino), il loro Dio protettore.

L'Arrivo dei Longobardi in Italia e la Conversione
I Longobardi erano una popolazione germanica, probabilmente un’antica tribù della Scandinavia, i Winnili, già conosciuta dai romani. Arrivarono in Italia su richiesta dei Bizantini dell’Impero Romano d’Oriente per combattere gli Ostrogoti. Furono poi loro ad invaderlo, nel 568, e il loro regno arrivò, nei periodi di maggiore estensione, ad includere gran parte dell’Italia contemporanea, durando fino al 774, anno in cui i Longobardi furono definitivamente sconfitti dai Franchi.
Secondo lo storico Paolo Diacono (720? - 799), nella sua opera Historia Langobardorum, il nome “Longobardi” deriva semplicemente dal fatto che questa gente portava barbe lunghissime. Oggi, molti studiosi sostengono che il nome derivi invece da uno degli attributi di Wotan, anche conosciuto come Langbaror.
Con l’irruzione dei Longobardi, l’Italia si trovò divisa secondo confini che nel corso del tempo subirono notevoli oscillazioni. I nuovi venuti ripartirono i territori tra la Langobardia Maior (l’Italia settentrionale e il Ducato di Tuscia) e la Langobardia Minor (i ducati di Spoleto e Benevento nell’Italia centro-meridionale), mentre la terra rimasta sotto controllo bizantino (Romània) aveva come fulcro l’Esarcato di Ravenna.
Arrivati in Italia, i Longobardi abbandonarono il culto pagano e l’Arianesimo di una prima conversione, ritrovando nell’immagine del Guerriero Celeste, l'Arcangelo Michele, un riferimento che ben conoscevano. Essi lo elessero loro Santo Protettore. L’opera di conversione fu completata dalla regina Teodolinda, che trovò un appoggio importante nel missionario irlandese Colombano di Bobbio. Questa clamorosa conversione avvenne tra il 589 e il 604, fortemente voluta da Papa Gregorio Magno.
Da Wotan a San Michele: Il Protettore Guerriero
Presso i Longobardi, popolo di guerrieri, l’adozione del culto micaelico fu favorita dal fatto che essi riconobbero e trasferirono in Michele attributi e caratteristiche del pagano Wodan (o Godan in lingua longobarda), che era il dio della guerra portatore di vittorie, protettore di eroi e guerrieri e guida delle anime dei defunti. L’Arcangelo invincibile divenne così simbolo della vittoria e del potere militare.
Sulla base delle Sacre Scritture, la tradizione ha elaborato come attributo iconografico dell’Arcangelo Michele la spada sguainata (o la lancia), che si associa allo scudo. Questi tratti bellicosi ne favorirono l’adozione, come santo protettore, da parte di condottieri e sovrani bizantini, longobardi e carolingi.

La Diffusione del Culto
Il culto di San Michele si diffuse in tutto il regno longobardo. Essi edificarono diverse Basiliche a partire da Pavia, capitale del regno e, giunti nel Gargano, fecero della Grotta il loro Santuario Nazionale. Michele unì, nella sua devozione e nel suo culto, la Langobardia Maior con la Langobardia Minor.
Tra le Regine longobarde molto devote a San Michele si ricorda Ansa, moglie di Desiderio, che promosse la fondazione del monastero di San Michele e Pietro a Brescia (attuale San Salvatore) e l’importante ristrutturazione del Santuario nella Grotta di Monte Sant’Angelo.
I Longobardi elessero l’arcangelo Michele protettore delle loro milizie, avendo a lui attribuito la vittoria riportata dal re longobardo Grimoaldo sui Bizantini nel 647, ai piedi del Gargano, come riferisce Paolo Diacono nella sua Historia Langobardorum (IV, 46).
Sebbene gli storici ancora dibattano sul ruolo che il culto di S. Michele ebbe per i Longobardi e sulla sua importanza nella costruzione dell’ideologia imperiale carolingia, fu proprio grazie a loro che il culto dell’Arcangelo si diffuse ampiamente.
Non ci sono soltanto i santuari più famosi, come quelli del Monte Gargano, in Italia, e Mont Saint Michel, in Francia. San Michele Arcangelo è venerato in moltissimi altri centri, piccoli e grandi, diffusi soprattutto nella Calabria settentrionale e nella vicina Lucania, con un centinaio solo nella provincia di Cosenza.
Secondo Gabriella Marucci (L'Arcangelo, Bulzoni Editore), l'origine indiscussa del culto dell'Arcangelo proviene dall’Oriente e arrivò a Roma nel V secolo d.C., molto prima dell'arrivo dei Longobardi. Il culto micaelico iniziò attorno alla metà del VII secolo e si affermò proprio nel periodo dei Longobardi (575-790 d.C.).
I Longobardi in Tuscia e il Corridoio Bizantino
I Longobardi, dopo aver occupato il Friuli, la Lombardia e il Piemonte nell’autunno del 568, scendendo lungo la via Aurelia e la Cassia, conquistarono parte del centro-Italia bizantino e fondarono il Ducato di Tuscia. Inizialmente noto come Ducato di Lucca, esso comprendeva gran parte dell’odierna Toscana e della provincia di Viterbo, con capitale Lucca.
Nel 593 re Agilulfo giunse al confine del Ducato Romano, occupando Balneus Regis (Bagnoregio) e Urbs Vetus (Orvieto). Nel 644 re Rotari conquistò Luni, segnando la fine dell’espansione longobarda nella Tuscia Langobardorum, confinante a sud con la Tuscia Romana bizantina, dominata dalla crescente autorità pontificia.
Quando nel 712 Liutprando fu eletto re dei Longobardi, il suo popolo era definitivamente cattolico. Liutprando iniziò una politica di rafforzamento del potere centrale e si volse contro l’impero bizantino, tentando la conquista di quei territori che dividevano in due tronconi il regno.
Nel 728 i Longobardi conquistarono la fortezza di Narni, centro strategico lungo la via Flaminia. Il papa Gregorio II (715-731) si sentì direttamente in pericolo e si rivolse a re Liutprando, chiedendogli di restituire i territori conquistati all'esarca bizantino. Liutprando, invece, donò il castrum di Sutri ai Santi Apostoli Pietro e Paolo, con un gesto dal grande significato simbolico. Con la “Donazione di Sutri” gli storici datano la nascita ufficiale dello Stato Pontificio.
La donazione di Sutri e il potere temporale dei papi
L'Arcangelo Michele in Tuscia
Sin dai primi secoli del Cristianesimo la devozione micaelica si fece capillare, investendo tutti gli aspetti della vita quotidiana. Un’importanza cruciale per l’espansione del culto la ebbe la Via Sacra Longobardorum che, durante il periodo medievale, fu la naturale prosecuzione della via Francigena o via Romea, e lungo la quale sorsero numerosi monasteri, chiese, santuari e ospizi.
Considerata dagli storici una “terra di mezzo”, la Tuscia viterbese divenne il punto focale del conflitto tra Longobardi e Bizantini. I Bizantini sostenevano la diffusione di culti rivolti a santi che si proponevano come paladini dell’evangelizzazione di terre ancora contaminate da “culti pagani”. Ciò è testimoniato da tracce di presenza micaelica situate a volte in contrapposizione con la figura di S. Martino, santo con funzioni anti-ariana, come sul versante sud-occidentale dei Monti Cimini.
Nella Tuscia meridionale il culto micaelico e le sue manifestazioni in particolari zone appaiono come un fenomeno derivante da continue sovrapposizioni e fusione con antichi culti pagani. I rituali attraverso l’uso terapeutico dell’acqua in contesti perlopiù ipogei o in grotte erano già diffusi e molto probabilmente il culto dell’Arcangelo si sovrappose ad esistenti luoghi di culto dedicati ad antiche divinità precristiane, in cui erano presenti tali fenomeni rituali. Nella Tuscia etrusca si può ipotizzare con sicurezza il culto delle acque.
Toponimi e Manifestazioni del Culto
L’Arcangelo sacralizza lo spazio e dà il nome a zone del territorio come sorgenti, fiumi, valli, monti, il cui toponimo è spia di una qualche presenza cultuale micaelica. Non c’è borgo o paese della Tuscia viterbese che non abbia la testimonianza del culto di Michele Arcangelo, sia con edifici dedicati, sia con toponimi, raffigurazioni, chiese e santuari rupestri o ipogei disseminati su tutto il territorio.
Stefano Del Lungo, nella sua opera La toponomastica archeologica della provincia di Viterbo (1999), ricorda vari toponimi come una chiesa di Sant’Angelo presso Monte Cucco, una valle Sant’Angelo a SE di Barbarano Romano, un’altra entro la valle del Vezza (noto confine longobardo-bizantino), e la località S. Angelo a SO di Vasanello, corrispondente a un luogo di culto rupestre.
In molti santuari micaelici è presente una devozione mariana, spesso legata a rappresentazioni del tipo Madonna con Bambino o Madonna del Parto. Il culto mariano in funzione della maternità si inserisce su una linea di continuità con le precedenti divinità femminili pagane preposte a tale protezione.
Curiosità e Fenomeni Legati al Culto
Ad Anciolina (già Lanciolina), parte della Toscana longobarda, si fa risalire a quel periodo la costruzione della chiesa dedicata a San Michele Arcangelo. La tradizione popolare del paese collega proprio alla presenza del culto micaelico un fenomeno strano che si verifica più o meno il 29 Settembre, giorno di S. Michele: una migrazione gigantesca e innocua di formiche con le ali invadono i luoghi e, in breve, spariscono.
Lo stesso fenomeno si verifica da tempo immemorabile il 29 Settembre in un’altra parte della Toscana, a Pomerance in Val di Cecina, in una chiesa chiamata appunto San Michele alle Formiche. Simili fenomeni avvengono a San Foresto Sparso (Bergamo) nel santuario di San Giovanni delle Formiche (il 29 Agosto) e in provincia di Bologna, in Val di Zena, sul Monte delle Formiche l’8 Settembre, dove le formiche sono chiamate “Formiche della Madonna” per la festa della Natività.
Nella mitologia greca i Mirmidoni sono l’istancabile esercito di Achille, che avrebbero tratto il loro nome da Mirmidone, figlio di Zeus, o da μύρμηξ (= formica). Erano un corpo militare violento e unito, che obbediva ciecamente agli ordini del capo.
Le Testimonianze di Paolo Diacono
Paolo Diacono, vissuto nell’ultimo periodo della dominazione longobarda, parla dell’apparizione dell’Arcangelo Michele sul Monte Gargano, avvenuta attorno al VI secolo. Nel Ducato di Benevento, il duca Romoaldo accorse sul Gargano per scacciare i Bizantini che avevano assaltato la grotta dove era già venerato San Michele.
Paolo Diacono, che fu lo storico ufficiale dei Longobardi, ne parla nel capitolo IV della sua Historia Langobardorum (circa 770-790):
Aput Beneventum vero mortuo Raduald duce, qui ducatum quinque rexerat annis, Grimuald, eius germanus, dux effectus est gubernavitque ducatum Samnitium annis quinque et viginti. Hic de captiva puella, sed tamen nobili, cuius nomen Ita fuit, Romualdum filium et duas filias genuit. Qui dum esset vir bellicosissimus et ubique insignis, venientibus eo tempore Grecis, ut oraculum sancti archangeli in monte Gargano situm depraedarent, Grimuald super eos cum exercitu veniens, ultima eos caede prostravit.
Traduzione: «A Benevento, morto il duca Radualdo, che aveva regnato per cinque anni, Grimuald, suo fratello, fu fatto duca e governò il ducato dei Sanniti per venticinque anni. Egli da una fanciulla prigioniera, ma nobile, il cui nome era Ita, generò il figlio Romualdo e due figlie. Mentre era un uomo molto bellicoso e illustre ovunque, essendo giunti in quel tempo i Greci per depredare l’oracolo del santo arcangelo situato sul monte Gargano, Grimuald, sopraggiungendo su di loro con l’esercito, li sterminò con estrema carneficina.» (Paolo Diacono, libro IV, cap. 46).
Nel libro V, cap. 41, il Diacono descrive l’aspra lotta interna tra gli stessi Longobardi Cunincperto e Alachi. È proprio qui che accenna a San Michele, quando parla di un’insegna:
Igitur Cunincpert .... cumque Alahis sui hortarentur, ut faceret quod Cunincpert illi mandavit, ipse respondit: "Hoc facere ego non possum, quia inter contos suos sancti archangeli Michaelis, ubi ego illi iuravi, imaginem conspicio".
Traduzione: «E poiché i suoi lo esortavano ad accettare ciò che Cunincperto gli proponeva, Alachi rispose: «Non posso farlo, poiché fra le sue lance vedo l’immagine di San Michele arcangelo, su cui io gli ho prestato giuramento». (Paolo Diacono, libro IV, cap. 41).
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