Il Significato Profondo del Nascere alla Fede: Dall'Esperienza Umana alla Filiazione Divina

Il cammino spirituale è intrinsecamente legato al desiderio, una tensione che nell'itinerario di fede assume una peculiarità distintiva. Non si tratta di pulsioni disordinate o spontaneismi, ma il desiderio si accorda con l'espressione chiave dell'esperienza spirituale cristiana: il "quaerere Deum", la ricerca di Dio. Questo è l'alveo in cui l'uomo e la donna di fede discernono l'orientamento del cuore e, al contempo, ciò che alimenta il desiderio stesso.

Proseguendo nella riflessione sulle parole e sui nuclei essenziali della vita spirituale cristiana, è fondamentale dare spazio al termine "interiorità". Se si aspira a vivere secondo lo Spirito, ci si impegnerà a maturare progressivamente nell'ascolto del proprio mondo interiore e, conoscendolo sempre più in profondità, diventerà più abituale accordare i moti dell'anima ai movimenti e alle sollecitazioni dello Spirito del Signore (cf. 1GV 4,1: «Carissimi, non prestate fede ad ogni spirito, ma mettete alla prova gli spiriti, per saggiare se provengono veramente da Dio»).

La Dimensione Contemplativa e la Comunione con Dio

Riscoprire la dimensione contemplativa nel cammino di fede può avere ricadute concrete su di noi, chiamati continuamente ad agire, fino a volte ad essere assillati dall'attività. La filosofa francese Simone Weil osservava: "Non è dal modo in cui un uomo parla di Dio, ma dal modo in cui parla delle cose terrestri, che si può meglio discernere se la sua anima ha soggiornato nel fuoco dell’amore di Dio…Così pure, la prova che un bambino sa fare una divisione non sta nel ripetere la regola; sta nel fatto che fa le divisioni."

L'essenza della contemplazione non è la separazione, bensì la comunione. La vocazione prima di ogni essere umano è quella alla comunione con Dio. Questa chiamata si declina in diversi itinerari, tutti affluenti di un unico fiume, che coincidono con le personali e originali modalità che lo Spirito Santo ha di agire in ogni singola persona, dandole la capacità di corrispondere - amando e quindi entrando in comunione con gli altri - a quella chiamata fondamentale.

Preghiera Autentica e Accoglienza

Prima ancora di insegnare il "Padre nostro", Gesù ha spiegato le condizioni per una preghiera autentica, in grado di esprimere il nostro vero rapporto con Lui. Queste condizioni sono spesso trascurate, con il rischio di pregare come i farisei o i pagani.

La Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, a partire dal Vangelo di Luca (cf. Lc 9,11-17), ci propone una questione forte: siamo sollecitati a misurare non anzitutto quanto abbiamo a disposizione per andare incontro alle esigenze degli altri, ma soprattutto se siamo disposti a condividere fino in fondo quello che abbiamo. Chi si lascia abitare dallo Spirito del Signore, afferma Francesco d’Assisi nella Regola non bollata, «ricerca l’umiltà e la pazienza, la pura semplicità e la vera pace dello spirito. E sempre desidera sopra ogni cosa il divino timore e la divina sapienza e il divino amore del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Rnb XVII: FF 48).

Dio si mette in relazione amando ed è in se stesso un continuo ricevere e dare amore, mistero di amore e di dedizione. Le letture della liturgia per la domenica di Pentecoste suggeriscono la concretezza dei movimenti dello Spirito e permettono di meditare come lo Spirito stesso agisca nella nostra esistenza. L'evento narrato dagli Atti degli Apostoli (At 2,1-11), l'irruzione dello Spirito mentre «si trovavano tutti insieme nello stesso luogo», accade in casa, non al tempio: «Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano».

Porsi nella prospettiva dell’ascendere significa lasciarsi guidare da criteri che vengono “dall’alto”, non “dal basso”, significa assumere come riferimento del nostro modo di stare nel mondo i valori dello Spirito: amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé (cf. Gal 5,22).

La Nascita, il Battesimo e il Senso della Vita

L'Esperienza della Nascita e la Grazia del Battesimo

La tradizione teologica moderna ha spesso pensato il rapporto tra l'esperienza della nascita di una nuova vita e la grazia del battesimo in termini piuttosto estrinseci. Si tendeva a considerare l'atto della trasmissione della vita come un fatto ovvio e trasparente, connaturale alla condizione umana, che non solleva particolari interrogativi. Questo approccio naturalistico trascura la complessità esistenziale del fenomeno della trasmissione della vita, gli interrogativi che esso pone alla coscienza, le paure che suscita, le speranze che vi sono connesse - dimensioni che risuonano da sempre nel profondo della coscienza umana.

Battesimo: dipinto o scultura che rappresenta il sacramento del battesimo, simboleggiando la rinascita spirituale.

L’esperienza di aver ricevuto la vita ha un ruolo decisivo nella costituzione della propria identità irripetibile e della propria appartenenza a un mondo comune, esigendo un'interpretazione più elaborata di quanto la tradizione filosofica e teologica dei secoli scorsi abbia offerto. Anche la rappresentazione della grazia del battesimo, inquadrata nell'antropologia del duplex ordo (un ordine creaturale naturale completo in sé a cui si aggiunge un ordine salvifico superiore), disgiungeva l'esperienza antropologica della nascita da quella teologale del battesimo. In questa prospettiva, il nascere, inteso come accadimento naturale, non aveva molto da dire per la comprensione del dono offerto con il battesimo, in quanto la grazia battesimale è la vita soprannaturale, ciò che per definizione eccede la natura.

Tuttavia, la pratica effettiva ha in parte ridimensionato questa estraneità: la tempestività con cui il battesimo veniva amministrato ai neonati manteneva, nell'esperienza concreta dei credenti, la nascita e il sacramento della fede assai più uniti di quanto non lo fossero nel ragionamento speculativo della teologia. Il Nuovo Testamento, infatti, prospetta l'adesione di fede a Gesù Cristo come l'ingresso nella vera vita, ossia come la vera nascita. La Prima lettera di Pietro ricorda ai credenti che sono stati «rigenerati» (1,3.23) e pertanto «come bambini appena nati» devono desiderare «il genuino latte spirituale» (2,2). Ancora più potente è l'elaborazione del tema della «ri-nascita» o della «nascita dall’alto», «dallo Spirito», «da Dio» nella letteratura giovannea.

Esiste, quindi, nella prospettiva biblica, un misterioso legame che collega l'esperienza del "venire al mondo" e quella del "venire a Dio". Se il Nuovo Testamento per parlare del battesimo e dell'accesso alla fede cristiana ricorre al vocabolario della nascita, ciò significa che tra il nascere che inizia alla vita e il battesimo che inizia alla fede esiste un legame che la teologia è chiamata a mettere in luce e ad approfondire.

La Dipendenza Radicale e la Filiazione

L'esperienza della nascita è uno dei luoghi più importanti di comprensione dell'umano, attestando con particolare chiarezza la radicale dipendenza che caratterizza il sorgere di ogni nuova vita. Ogni uomo fa il proprio ingresso in questo mondo non come essere autonomo e autosufficiente, ma in una situazione di totale precarietà e di assoluto bisogno, così che il suo stesso sopravvivere è totalmente nelle mani di altri.

Questa dipendenza si realizza anzitutto sul piano biologico, ma ancora più profondamente sul piano esistenziale della libertà e del suo orientamento, dato che nessuno ha mai potuto decidere di iniziare a esistere, ma è stato chiamato alla vita da altri e con ciò coinvolto nella loro storia, nel loro mondo, nel loro linguaggio, nella loro visione della realtà. Proprio per questo ogni uomo è costitutivamente «figlio» e permane per sempre nella condizione di un essere «generato».

Quando la Bibbia parla dell'uomo, lo chiama abitualmente «figlio dell’uomo» o anche «nato da donna». Nascere significa essere portato alla vita da altri ed essere consegnato alla loro cura, iniziare a esistere come eredi della ricchezza altrui e debitori della propria vita, apparire entro un legame e grazie ad esso. Proprio per questa forma radicale di coinvolgimento in un legame in cui ne va della vita, l'evento del nascere si impone nella coscienza umana come uno dei luoghi privilegiati dell'apertura al sacro. Nello stupore dei genitori di fronte a una nuova creatura si manifesta la percezione misteriosa di un volto arcano della vita.

La Scrittura inquadra questo tema associando l'esperienza della fecondità e della nascita all'idea dell'originaria benedizione divina sulla prima coppia. La vita potrà continuamente essere trasmessa perché colui che ne è l'autore ha benedetto per sempre il gesto della sua generazione. Dal punto di vista del bambino, questo tema fa emergere il legame tra la percezione della filialità nei confronti dei genitori e il riconoscimento della creaturalità nei confronti di Dio. La nascita è iniziazione del bambino ad affidarsi a chi viene prima di lui e fonda la sua esistenza: immediatamente i genitori, ultimamente Dio.

Dal punto di vista dei genitori, e in particolare della madre, la benedizione originaria della fecondità è prospettata come una sorta di iniziazione alla preghiera. L'inizio del capitolo di Genesi, facendo risuonare il grido della prima puerpera: «Ho acquistato un uomo grazie al Signore» (Gn 4,1), lascia intravvedere uno stretto legame tra esperienza del parto e invocazione del nome di Dio. Nell'esperienza della nascita, dunque, tanto il figlio quanto la madre sono iniziati a una condizione di affidamento: la dipendenza connessa alla condizione umana e al mistero della sua “origine”, da parte del figlio, e la preghiera che deriva dalla percezione del carattere arcano della fecondità, da parte della madre.

Ciò spiega perché la realizzazione matura di tale affidamento, che è la relazione orante con Dio, potrà essere espressa con l’immagine della quiete profonda di un «bimbo svezzato in braccio a sua madre» (Sal 131[130],2); e, viceversa, perché il momento della sofferenza e della tribolazione, in cui la fede viene messa alla prova, prenderà la forma della domanda angosciata sul perché del proprio venire al mondo e addirittura della maledizione del giorno della nascita. Senza le mani che sostengono la vita, la nascita diviene addirittura una maledizione.

La Nascita di Gesù e l'Adozione a Figli

Alla luce della complessità dell'esperienza antropologica del nascere, emerge in modo più limpido la forza delle affermazioni con cui Paolo sintetizza il significato dell'evento cristologico, raccogliendolo intorno ai temi della nascita e della figliolanza: «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare quelli che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: “Abbà! Padre!”.» (Gal 4,4-6).

Don Tonino Bello - IL MISTERO PASQUALE

In questa mirabile sintesi, Paolo annuncia che l'iniziativa con cui Dio si comunica agli uomini, liberandoli dalla schiavitù della legge, si compie attraverso la nascita di un bambino, perché colui che eternamente e da sempre è suo Figlio assume radicalmente su di sé la trama della vicenda umana fin dal suo inizio in un grembo materno. Ma il paradosso accresce ulteriormente se si tiene conto che la nascita di quel bambino consente agli uomini di ricevere a propria volta l'adozione a figli, ovvero di trovare nella comunione più intensa possibile con il Padre il traguardo ultimo che giustifica la loro chiamata alla vita. Per questo, se è vero che ogni bambino che nasce introduce nella storia una novità, genera attese e suscita speranze, nel caso della nascita di questo bambino è l’“origine” stessa di ogni vita e di ogni speranza che viene a mostrarsi tra noi e a salvarci dal male.

Il Padre che è la fonte e l'origine di tutta la vita trinitaria si comunica all'uomo non solo come creatore, ma con quel livello di condivisione intima di tutto il suo essere che è offerto al Figlio e che fa di noi incredibilmente i suoi fratelli. Questa partecipazione della figliolanza divina è il significato complessivo di tutta la vicenda terrena di Gesù e in modo particolare del mistero pasquale in cui essa trova il suo culmine. Gesù porta fino alle estreme conseguenze la sua solidarietà con la condizione umana perché coloro che sono nati sotto la schiavitù della morte possano diventare solidali con la sua condizione filiale di Risorto. In questo senso il mistero pasquale è in sé mistero di nascita dei figli di Dio, ovvero mistero con cui il Figlio partecipa pienamente agli uomini la propria filialità.

Meditando su questo tema, il teologo H.U. von Balthasar afferma che «Gesù soffre in quanto Figlio. Sul monte degli Olivi si ode per la prima volta nella sua preghiera personale la parola di figlio “Abbà”, papà (Mc 14,36). Anche se il Padre ora non può più rispondere, tutto il dolore, sino al grido per l’abbandono sulla croce, viene vissuto nello spirito di filiazione. La missione che il Padre gli ha dato, quella di farci rinascere da Spirito come figli di Dio, attraverso la morte e la risurrezione è portata a compimento.»

Si comprende allora la ricchezza dell'affermazione paolina nella lettera ai Galati, quando pone sulle labbra dei credenti l'invocazione che il vangelo fa risuonare sulle labbra di Gesù: «Abbà! Padre!». I battezzati esprimono con questa preghiera, suscitata in loro dallo Spirito, la loro reale partecipazione alla figliolanza di Gesù. Se il Figlio è nato tra noi per coinvolgerci nella sua eterna nascita dal seno del Padre, si può ben affermare che «chiunque crede che Gesù è il Cristo, è nato da Dio» (1Gv 5,1).

La "Buona Notizia" e la Trasformazione della Fede

L'Insegnamento di Gesù: Servizio, non Potere

Nel corso dei secoli, il significato di parole fondamentali come "Vangelo" e "Chiesa" può essere cambiato, oscurando il senso originario. La traduzione greca dell'ebraico Messia significa semplicemente unto. La tradizione messianica asseriva che il Messia avrebbe riportato Israele all'antico splendore del regno di Davide, e Davide, come il suo predecessore Saul, non era diventato re per diritto dinastico, ma perché scelto da un profeta che, individuandoli, li aveva indicati ungendone il capo con dell'olio.

Gesù capovolge il significato di Messia asserendo più volte nei vangeli che non è venuto a comandare ma a servire. Quindi Cristo significa non più un potere dominante ma una posizione di servizio verso i deboli e gli oppressi. Meno si è interessati a vite future e a poteri sovrumani, più il messaggio di Gesù di Nazareth appare avvincente.

Gesù non ha scritto nulla, forse perché voleva che il suo insegnamento non fosse ingabbiato in forma scritta, facile preda dei teologi di professione. Dai vangeli si evince una predicazione di Gesù volta non a stabilire un'ortodossia (almeno nei primi, quelli sinottici; il discorso in parte cambia col successivo vangelo di Giovanni), bensì un cambiamento di mentalità. Non predica delle regole, ma una conversione, un'apertura agli altri, soprattutto ai più deboli.

Le Parabole e il Loro Contesto Socio-Culturale

Le parabole, dal greco παραβολή, "collocazione di una cosa accanto a un’altra", quindi "comparazione", "similitudine", sono illustrazioni di una verità religiosa o morale. Solo i vangeli sinottici contengono parabole, talune appena accennate (28), altre completamente sviluppate (21). Di queste ultime, quattro assurgono al valore di racconti illustrativi d’una verità religiosa o morale e sono quelle del buon samaritano (Luca, X, 29-37), del ricco avaro (Luca, XII, 16-21), del ricco epulone (Luca, XVI, 19-31) e del fariseo e del pubblicano (Luca, XVIII, 9-14). Il vangelo di Giovanni, invece, non mette parabole in bocca a Gesù.

La parabola è selettiva e resta valida finché resta l'ambiente socioculturale in cui è nata. Se l'ambiente cambia, la parabola va spiegata e quindi perde il suo valore. Questo fa pensare a una realtà sociale diversa da quella all’interno della quale è nata la parabola, come nel caso delle parabole di stretto ambiente agricolo nel Vangelo di Matteo (capitolo 13), che necessitano di spiegazione in un contesto prevalentemente urbano, come la cristianità del III secolo. Migliaia di anni, con ripetuti cambi di lingua e molteplici mutamenti sociali possono rendere ambiguo un testo.

La Traduzione e il Senso di "Servo"

Sedutosi, Gesù chiamò i dodici e disse loro: “Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti”. Tanti secoli di cristianesimo abusato da ricchi e potenti hanno lasciato delle incrostazioni anche nelle traduzioni. Ad esempio, nel testo greco di Marco 9,35 si usa la parola “paidios”, tradotta in latino “puer” e in italiano “bambino”. Però le parole greca e latina sono ambigue, perché significano anche “servo addetto ai lavori umili”, come accadeva ancora pochi decenni fa con l’italiano “ragazzo di bottega”, che stava a indicare non un’età ma una condizione servile.

Eppure ancora oggi nel tradurre Marco 9.36-37 si parla di bambini quando un attimo prima si parlava di servizio come identificativo di chi voglia primeggiare in una comunità cristiana. Poco prima, al versetto 35, Marco ha usato in greco, per esprimere il concetto di servitore, non paidios ma diàconos (in latino minister), che è una parola accettabile dai potenti perché indica una condizione di servitù di prestigio. Ben diverso è assumere il ruolo di servo addetto alle mansioni più umili: molti potenti farebbero fatica ad accettarlo. Il problema della traduzione si pone anche nel corrispondente passo di Matteo 18,1-5 perché il successivo versetto 18,10 ha senso solo se si parla non genericamente di bambini, ma di servi e di lavoro minorile: “Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli”.

Rappresentazione di Gesù con i discepoli: illustrazione che evidenzia l'insegnamento di Gesù sul servizio e l'umiltà.

L'Amore, la Castità e la Teologia del Corpo

Amore e Responsabilità in Giovanni Paolo II

L'opera teatrale La bottega dell'orefice e il libro Amore e Responsabilità di San Giovanni Paolo II (Karol Wojtyła) sono capolavori diversissimi ma intimamente collegati. Amore e Responsabilità costituisce il complemento filosofico ai problemi indagati nel dramma teatrale. Wojtyła, non fu mai un pensatore da biblioteca, la sua produzione intellettuale nasceva sempre dal travaglio dell'esperienza pastorale con i giovani e le famiglie. Il tempo speso con i giovani nelle gite in montagna, nella preparazione al matrimonio, nella direzione spirituale e nel confessionale lo avevano convinto che l'etica sessuale della Chiesa esigesse una nuova elaborazione.

Occorreva accogliere le domande che risuonavano in quei giovani cuori e consentire loro di scoprire il senso profondo dell'amore sessuale. Negli ambienti ecclesiali dell'epoca (prima del Concilio Vaticano II), era diffuso un approccio pastorale di stampo giuridico che insisteva sui "fini del matrimonio" (un fine primario, la procreazione e due fini secondari: mutuo aiuto e rimedio alla concupiscenza). Si trattava di un approccio centrato quasi esclusivamente sulla norma che però trascurava l'esperienza e la storia concreta delle persone, un atteggiamento molto più preoccupato delle proibizioni che dell'amore.

Wojtyła si rendeva conto che di fronte alla cultura che si stava diffondendo nel mondo occidentale, occorreva una risposta ben diversa da quanto sin lì proposto. Sapeva bene che l'accompagnamento spirituale non poteva limitarsi a comandi e proibizioni, ma richiedeva l'arte di interpretare e spiegare l'insegnamento evangelico sulla sessualità nelle concrete situazioni della vita, attraverso un approccio in grado di valorizzarne la bellezza e la prospettiva di pienezza.

Secondo Wojtyła, la persona è un bene che non si accorda con l'utilizzo, non può essere trattata come un oggetto di uso, come un mezzo subordinato ad un fine; la persona è un bene al punto che solo l'amore può dettare l'atteggiamento adatto e interamente valido a suo riguardo. In questo modo, l'amore può essere solo l'incontro di due libertà in cui ciascuna è responsabile per il bene dell'altro. Solo in questo modo il sesso cessa di essere qualcosa che semplicemente accade, o qualcosa di tollerato per altri fini e diviene espressione di pienezza in cui uomo e donna, cercano insieme il bene personale e comune donandosi reciprocamente l'uno all'altro. L'impulso sessuale e il desiderio venivano così ad essere pienamente riabilitati perché visti come un bene, un dono da amministrare in quanto capaci di condurre al dono di sé ad un altro essere umano. Ed anche la castità più che una serie di divieti tornava ad esprimere l'integrità dell'amore che rende possibile amare nella verità l'altra persona.

Nel 1960, Amore e Responsabilità fu pubblicato per la prima volta e con questo testo iniziava una delle due rivoluzioni sessuali più importanti del secolo scorso: una è stata la rivoluzione sessuale del ’68, quella del sesso libero e della contestazione al perbenismo borghese; l’altra, mite e silenziosa, è quella della teologia del corpo, evoluzione matura di queste prime riflessioni di Wojtyła su amore e sessualità.

La Castità come Dono e Cammino

L'amore nella formazione cristiana è spesso stato presentato come la meta del cammino, "imparare ad amare" sembra essere la strada maestra da seguire, come se dovessimo pian piano migliorarci per poter arrivare ad amare veramente, ad amare come Dio. È così che frequentemente si è confuso il cammino cristiano con il perfezionismo. In realtà, l'amore non è un traguardo, ma sta all'origine della nostra vita, è il fondamento della nostra fede. Dobbiamo lasciarci amare da Dio.

Accogliere, accettare di ricevere, non è cosa facile. In ciascuno di noi, dopo il peccato originale, c’è come una stortura, un difetto di fabbrica che ci spinge a voler fare da soli, a voler raggiungere, a voler meritare tutto compreso l'amore. Con Dio è più o meno lo stesso, siamo stati educati a dover fare cose per Dio, non ci viene naturale accoglierlo e riconoscerlo. Lasciarsi amare non è un'esperienza da divano, ma un abbandonarsi che si comprende a posteriori: eri morto e ti ritrovi vivo. È un'esperienza pasquale, di commuoverci perché incondizionatamente amati, fuori dalla morte e vuole donarci vita.

È dopo questo incontro che la nostra vita sacramentale e di preghiera può cessare di essere perfezionismo e diventare relazione. L'innamoramento, se non frainteso come semplice apice della passione giovanile, è un preludio, un'anticipazione della gioia che attende gli amanti nella loro vita. La visione ideale che gli amanti hanno l'uno dell'altro durante l'innamoramento non è un'illusione, bensì una rivelazione della bellezza definitiva per cui Dio li ha creati. Innamorarsi sarebbe quindi una promessa della bellezza che attende gli amanti se accettano la scommessa di vivere l'uno per l'altro uniti nell'amore.

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