Il Profondo Significato dell'Eucaristia: Simboli, Storia e Riforma Liturgica

Genesi della Partecipazione Attiva: Dal Dopoguerra al Vaticano II

Gli Impulsi del Movimento Liturgico

Nel dopoguerra, il movimento della gioventù cattolica, non più proibito dopo la fine della dittatura nazista, conosceva una grandissima fioritura. Nelle liturgie del movimento, i partecipanti erano fieri di celebrare la Santa Messa nella forma della messa comunitaria, come si diceva allora. Questo significava partecipare attivamente con preghiere e canti, leggendo le letture e il vangelo in lingua volgare, senza voler essere solo spettatori e pregare in silenzio, ma essere coinvolti attivamente. Tutto questo è oggi più o meno una cosa scontata; allora era una cosa nuova. Per i fedeli era importante quella che successivamente il Concilio Vaticano II avrebbe chiamato «actuosa participatio», ovvero una partecipazione consapevole e attiva.

Foto storica di una Messa comunitaria nel dopoguerra

L'Influenza di Teologi e Opere Fondamentali

La partecipazione attiva era stimolata soprattutto dalle opere di Romano Guardini, tra cui Lo Spirito della liturgia, I santi segni e Pensieri sulla Santa Messa, già pubblicate nel periodo tra le due guerre. In Guardini trovava espressione con forza l'idea di comunità del movimento della gioventù cattolica. Oltre a ciò, fu particolarmente importante la riscoperta dei Padri della Chiesa, resa possibile soprattutto dagli studi del grande teologo francese Henri de Lubac. Infine, la lettura dell'opera in due volumi di Josef Andreas Jungmann, Missarum Sollemnia, ebbe l'effetto di una rivelazione, permettendo di venire a conoscenza della storia della Messa latina e di comprenderne la forma concreta.

Il Concilio Vaticano II e il Rinnovamento Liturgico

La Costituzione Sacrosanctum Concilium

Il Concilio Vaticano II ha ripreso tutti questi impulsi, li ha sviluppati, approfonditi e fatti diventare il programma della Chiesa universale. La Costituzione sulla sacra liturgia, Sacrosanctum concilium, nella sua discussione, decisione e attuazione, rappresentò una grande esperienza di vita quarant'anni fa. Coloro che hanno oggi meno di 55 anni non possono farsi un'idea della novità che essa allora rappresentò. All'epoca, la riforma liturgica era animata dalla speranza che la liturgia rinnovata avrebbe attratto le persone e avrebbe contribuito a una nuova fioritura della vita religiosa.

Non tutto è andato in questo verso. Sicuramente nel primo entusiasmo molte cose sono state fatte in modo errato o precipitoso; alcune cose hanno persino fatto ricordare la lotta contro le immagini. Nel complesso, però, il rinnovamento liturgico ha dato buoni frutti per i quali non possiamo che essere riconoscenti. Esso ha reso più profonda la nostra comprensione della liturgia e ha rivitalizzato la celebrazione di tutti i fedeli. Nessuno che sia responsabile vorrebbe tornare indietro, neppure a Roma.

Il Desiderio di Profondità di Papa Benedetto XVI

Papa Benedetto XVI non era interessato a questa o a quella riforma esteriore della riforma. Il suo desiderio era molto più profondo. Non voleva andare indietro, ma andare in profondità. Egli desiderava dare di nuovo ascolto ed evidenza al centro e al fondamento della fede, e con essi anche alla centralità dell'Eucaristia, così come ha fatto nella sua prima enciclica, Deus caritas est (2006), e come ha continuato a fare in tutti i suoi discorsi e nelle sue omelie. Lo faceva con il suo linguaggio spiritualmente esigente e al tempo stesso semplice, portando avanti una alfabetizzazione della fede e andando così esattamente incontro alla situazione attuale. Come mostra un afflusso senza precedenti, egli andava incontro in tal modo anche alle aspettative di tante persone, la maggior parte delle quali voleva evidentemente gustare questo cibo spirituale.

La Liturgia come Realtà Simbolica: Cristo, "Parola Visibile"

I Sacramenti come "Simboli Reali"

La domanda è: come si arriva a questa profondità spirituale nella liturgia? Certamente si può ricorrere alle metodologie didattiche oggi disponibili e utilizzarle nell'ambito della liturgia. Questo non è sbagliato e può essere utile. Tuttavia, l'approccio preferibile è partire dalla "cosa" stessa e farla parlare. Ma che cos'è qui la "cosa"? La liturgia non è una dottrina, né un sistema astratto e neppure un'ideologia. Essa, come la fede cristiana in generale, è qualcosa di concreto, è una persona: Gesù Cristo, diventato carne concreta e uomo concreto, del quale nel prefazio di Natale si dice che in lui conosciamo visibilmente le realtà invisibili. Papa Leone Magno fa un passo ulteriore e ci dice: «Tutto ciò che era visibile nel Redentore, è passato nei sacramenti». Agostino definisce i sacramenti «verbum visibile - parola visibile». Se i sacramenti non avessero somiglianza con le cose di cui sono sacramenti, non sarebbero affatto sacramenti.

La liturgia è quindi una realtà simbolica. I sacramenti non sono, però, dei segni e dei simboli puramente esteriori. Dei segni sacramentali, piuttosto, si deve dire che essi contengono ed operano ciò che significano. In questo senso, con Karl Rahner si parla oggi di simboli reali. Dunque, per capire i sacramenti bisogna farli parlare e farli agire su se stessi. Serve a poco interrompere e spiegare continuamente la liturgia con commenti, poiché le parole possono anche uccidere i simboli. Se vengono compiuti come si deve, essi possono e devono parlare ed agire da se stessi.

L'Importanza dell'Ars Celebrandi e lo Splendor Veritatis

Per questo motivo l'ultimo sinodo ha dato importanza all'ars celebrandi. Ciò non va affatto inteso nel senso che il celebrante debba mettere se stesso in primo piano; al contrario egli deve mettersi da parte per far parlare la "cosa", che in fondo non è una "cosa", ma è l'incontro personale con Cristo, e far risaltare la bellezza interiore della liturgia. Questa bellezza non è un fasto esteriore, ma è lo splendor veritatis, lo splendore della verità della stessa realtà eucaristica. Dovrebbe accadere come ai discepoli di Emmaus: Gesù aveva spiegato loro molte cose lungo il cammino, ma solo quando Gesù spezzò il pane si aprirono i loro occhi (Lc 24, 30ss.; cf. Gv 21.12s.). In quel momento compresero non solo con l'intelletto, ma con il cuore. Insieme agli occhi, si aprì il loro cuore.

Illustrazione dei discepoli di Emmaus che riconoscono Gesù allo spezzare del pane

Questo approccio, che riconosce l'importanza dei segni e dei simboli, nasconde un rischio. Il nostro mondo, sotto molti punti di vista, ha come unica dimensione la tecnologia, è diventato puramente funzionale e strumentale. Il pensiero simbolico ci è diventato in gran parte estraneo. Di conseguenza siamo diventati come incapaci di cogliere la "musica" della liturgia e siamo quasi dislessici dal punto di vista liturgico. D'altra parte, però, è in crescita la richiesta di simboli, anche di simboli religiosi. C'è addirittura una nuova richiesta e nei molti, talvolta assai problematici, nuovi movimenti religiosi c'è anche un grande commercio in tal senso. Per questo, non dovremmo mettere sotto terra la nostra "offerta", molto più seria, ma far fruttare i nostri talenti.

Il Simbolismo Fondamentale dell'Eucaristia: Pasto, Pane e Vino

Seguendo un approccio simile a quello di Guardini in I santi segni e di Joseph Ratzinger, è opportuno considerare alcuni simboli eucaristici fondamentali e farli parlare. Per motivi di brevità, ci si limiterà a una presentazione essenziale dei segni del pane e del vino, accennando ad altri segni come il calice e l'altare.

Il Significato del Pasto nella Storia e nella Bibbia

L'Eucaristia fu istituita da Gesù durante l'"Ultima Cena", la sera prima della sua passione e morte, nel contesto di un pasto rituale ebraico, probabilmente la cena ebraica della Pasqua. Gesù ci ha dunque lasciato il suo grande testamento nel contesto di un pasto. Questo è un motivo sufficiente per dare conto innanzitutto del significato del pasto.

Consumare insieme pasti rituali ha in molte culture, fin dai tempi più remoti, un significato simbolico. Oggi non siamo ormai più consapevoli di un simile significato, poiché molto spesso il fast-food, la ristorazione self-service e cose simili hanno preso il posto dei pasti insieme. Il pasto in comune è qualcosa di più di un'azione per nutrirsi. Nel consumare i pasti insieme si manifesta un profondo elemento umano comune, la comune conditio humana, che consiste nel fatto che noi, come esseri umani, siamo esseri con bisogni elementari. Abbiamo fame e sete, abbiamo bisogno di mangiare e di bere. Nello stesso tempo, nel pasto sperimentiamo come la terra sia benevola verso di noi e come possiamo beneficiare insieme, e non solo come singoli, dei beni che la terra ci offre e che altri hanno preparato per noi premurosamente. Il pasto comune ci mostra qualcosa di un mondo che è buono e sano, anzi di un mondo che è squisito. Per questo diventa motivo di gratitudine. Esso ha, in modo consapevole oppure anche inconsapevole, una dimensione religiosa, che si esprime per esempio nella benedizione ebraica della mensa, ripresa da Gesù e poi dalla tradizione cristiana: «Ti rendiamo grazie, Dio onnipotente, per i tuoi benefici».

Rappresentazione storica di un pasto rituale o biblico

Il Pane e il Vino: Alimento e Gioia di Vivere

Questo simbolismo religioso del pasto si esprime soprattutto nei due elementi fondamentali della cultura del cibo mediterraneo: il pane e il vino. Il pane è un alimento fondamentale, così essenziale da non venire mai a nausea. Così il pane rappresenta l'alimento e il sostentamento della vita in generale. In questo senso Gesù ci insegna a pregare per il pane quotidiano (Mt 6,11; Lc 11,3). Nella cultura mediterranea anche il vino rappresenta un alimento fondamentale. Il salmista sa che, come il pane dà forza all'uomo, così il vino rallegra il suo cuore (Sal 104,15). Il vino sta quindi per gioia di vivere. Non ci può essere festa senza vino.

TRAILER “ Le Origini Del Vino - Un Viaggio Nel Mediterraneo | The Origin of Wine - Mediterranean Sea

I Pasti di Gesù: Segno del Regno di Dio

Il pasto è un simbolo primordiale anche nella Bibbia. Quando nell'Antico Testamento si stipula un'alleanza, si mangia e si beve insieme (Gen 15,9ss.; 26,30; 31,46.54), sperimentando così la vicinanza e la bontà di Dio (Es 24,11). Infine, il pasto diventa simbolo della pienezza escatologica di vita e di salvezza. L'immagine del banchetto escatologico servì per esprimere l'attesa della salvezza definitiva (Is 25,6-8). L'Antico Testamento aspettava il giorno in cui Dio avrebbe radunato intorno alla mensa tutti i popoli (Is 2,2-5; Mi 4,1-3; Ez 37,16-28), stabilendo così una pace universale (shalom) tra i popoli, le culture e le religioni. Nell'idea biblica del pasto, quindi, trova espressione una visione grandiosa e una speranza universale di pace.

Si può così comprendere come per Gesù, nel contesto del suo annuncio del regno di Dio, i pasti abbiano avuto un ruolo importante. Gesù sapeva di essere il pastore preannunciato dai profeti che avrebbe raccolto le pecore perdute di Israele (Mc 6,34; Gv 10). Segno di questo sono stati i pasti comunitari insieme ai suoi discepoli; come segno di perdono e di riconciliazione, egli ha invitato a parteciparvi anche i pubblicani e i peccatori. I pasti di Gesù erano quindi segni dell'arrivo del tempo della salvezza e, per così dire, una pre-celebrazione del regno di Dio che doveva venire (Mc 2,15 ss.; Lc 15,1; 19,5 passim). I pasti continuano anche nel periodo post-pasquale. Dopo la risurrezione, Gesù appare sempre nel contesto di un pasto: ai discepoli di Emmaus, poi a tutti i discepoli a Gerusalemme e ancora sul lago di Tiberiade (Lc 24,30s.41-43; Gv 21,12s.). Nella forma del pasto Gesù continua ad essere in mezzo ai suoi discepoli. Al di là della sua morte, il pane e il vino devono permettere la comunione con lui e gli uni con gli altri (Mc 14,25 par.).

Dal Simbolismo Naturale al Dono Spirituale di Cristo

La Fame e la Sete Spirituale

A questo punto è già chiaro come la Bibbia vada oltre il significato antropologico primordiale, sociologico e generalmente religioso del simbolo. Nella Bibbia il simbolismo universale del pasto e della comunione diventa a sua volta anche un simbolo che rimanda a un altro livello di realtà spirituale. La Scrittura non conosce soltanto la fame e la sete fisiche, ma parla anche della fame e della sete che solo Dio può saziare. «La mia anima ha sete di Dio, del Dio vivente. Quando verrò e vedrò il volto di Dio?» (Sal 42,3). «Ma io nella giustizia contemplerò il tuo volto, al risveglio mi sazierò della tua immagine» (Sal 17,15). Così nella Scrittura mangiare e bere, fame e sete, pane e vino, fanno risuonare le corde mistiche della nostra anima. Agostino ha espresso questa fame e questa sete dicendo che il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Dio.

Il passaggio dal piano naturale a quello spirituale è particolarmente evidente nel grande discorso del pane del Vangelo di Giovanni. Dopo la moltiplicazione dei pani, Gesù rimprovera la folla di non aver compreso che il cibo, che ha saziato la fame naturale, è un segno (semeion). Ciò che importa a Gesù non è il cibo corporale, che sazia per un momento, ma che poi fa tornare di nuovo fame e non salva dalla morte. A lui importa il cibo per la vita eterna. In questo senso, egli dice di donare il vero cibo. Chi ne mangia non avrà più né fame né sete (Gv 6,27-58). Dice la stessa cosa nel colloquio con la samaritana al pozzo di Giacobbe: chi beve dell'acqua che egli dà, non avrà più sete; anzi, quell'acqua diventerà in lui sorgente che zampilla per la vita eterna (Gv 4,13s.; cf. 7,37; Ap 21,6.17). Il vescovo martire Ignazio d'Antiochia si pone sulla stessa linea quando definisce il pane eucaristico «rimedio di immortalità».

La Trasformazione nell'Ultima Cena: "Questo è il mio corpo"

Nel modo più chiaro il passaggio dal piano naturale a quello spirituale e soprannaturale avviene nella sala dell'Ultima Cena. Gesù condivide con i suoi discepoli il pane e il vino, come aveva già fatto tante altre volte. Ora, però, egli interrompe il rito usuale della pasqua ebraica e questa interruzione dell'azione simbolica significa un'interruzione nella stessa realtà di ciò che stava accadendo. Ciò a cui prima si alludeva solamente anticipandone il significato, è ora realtà in senso pieno. «Panis caelicus dat figuris terminum - Il pane del cielo pone fine ai segni». Dal segno che allude a qualcos'altro si passa ora alla realtà. Gesù condivide il pane dicendo: «Questo è il mio corpo, che è per voi» e «questo è il mio sangue dell'alleanza, che è versato per molti» (1 Cor 11,24s.; Mt 26,26.28).

Mosaico o pittura dell'Ultima Cena che evidenzia il momento dell'istituzione dell'Eucaristia

Gesù: Pane della Vita e Vite Vera

La tradizione della Chiesa ha sempre insistito sul fatto che Gesù, sulla base della testimonianza biblica, non ha detto «Questo significa», ma «Questo è». Ciò che prima era pane naturale, ora è trasformato nel corpo e nel sangue di Gesù, vale a dire in segni totalmente reali del dono e dell'offerta che egli ci ha fatto di se stesso e del suo amore «fino alla fine» (Gv 13,1). Nell'Eucaristia Gesù non ci dà "qualcosa". Egli ci dà se stesso. Nel grande discorso del pane, che si trova nel Vangelo di Giovanni, è lui stesso il pane della vita (Gv 6,35). Come è il pane della vita, allo stesso modo egli è anche la vera vite (Gv 15,1-8). La presenza eucaristica non è quindi una presenza statica, quasi fosse un pezzo di legno, ma è una realtà dinamica. L'Eucaristia è il dono e l'offerta personale che Gesù fa di se stesso; in essa egli si dona a noi come cibo, vale a dire come ciò che può saziare definitivamente, eternamente e pienamente la nostra fame e la nostra sete di vita. In essa Gesù stesso diventa la nostra vita (Gv 14,6). Se mangiamo il pane eucaristico, Cristo stesso è in noi.

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