I Santi Filippo e Giacomo e la Loro Memoria ad Ascoli Piceno

I Santi Filippo e Giacomo, apostoli di Cristo, sono figure centrali della Chiesa primitiva, la cui memoria è profondamente legata anche alla città di Ascoli Piceno, non solo attraverso le edificazioni a loro dedicate ma anche nel contesto della diffusione del Cristianesimo nella regione.

iconografia dei Santi Filippo e Giacomo

Gli Apostoli Filippo e Giacomo il Minore: Vite Parallele e Martirio

Sono tante le cose che accomunano questi due Santi, conosciutisi in vita poiché entrambi tra i Dodici che Gesù chiamava apostoli, cioè i discepoli a Lui più vicini. Insieme hanno vissuto con Cristo e lo hanno seguito, intraprendendo entrambi l’attività di evangelizzazione e morendo per questo da martiri.

Il Percorso di San Filippo Apostolo

Filippo, originario di Betsaida, la stessa città degli apostoli Pietro e Andrea, era già discepolo di Giovanni il Battista e da tempo aspettava il Messia. Quando Gesù inizia la sua predicazione, lo premia annoverandolo tra i primi a ricevere la chiamata: "Così dice Gesù a Filippo quando lo incontra, e tanto basta a questi per cambiare vita."

Nei Vangeli di Matteo, Marco e Luca, Filippo è appena citato. È Giovanni a presentarlo per la prima volta mentre fa il conto di quanto costerebbe sfamare la turba che è al seguito di Gesù (6,57). Con Gesù si trovava nel deserto poco prima del miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, a chiedergli dove avrebbero trovato il pane necessario a sfamare tutta la gente intervenuta. Lo ritroviamo anche alla fine, nell’Ultima Cena, quando chiede a Cristo di mostrare loro il Padre dei cieli, attirandosi un rilievo malinconico: "Da tanto tempo sono con voi, e tu non mi hai ancora conosciuto, Filippo?" Più tardi, dopo l’ingresso in Gerusalemme, accompagna da Gesù alcuni “Greci” venuti per la Pasqua, quasi certamente “proseliti” dell’ebraismo di origine pagana (12,21 ss.).

Dopo l’Ascensione di Gesù, troviamo Filippo con gli altri apostoli e i primi fedeli, allorché viene nominato Mattia al posto del traditore Giuda (Atti degli Apostoli, cap. 1). Secondo la tradizione, dopo la Pentecoste, attraversò l’Asia Minore per evangelizzare i popoli degli Sciti e dei Parti, ottenendo molte conversioni. Giunto, alla fine, in Frigia, a Ierapoli, viene inchiodato a testa in giù su una croce a X sulla quale muore da martire.

La Vita e l'Opera di San Giacomo il Minore

Giacomo è detto il Minore per distinguerlo da Giacomo il Maggiore, figlio di Zebedeo. San Paolo lo chiama “fratello” di Gesù, epiteto che designava i parenti più prossimi della famiglia. Secondo alcune fonti, Giacomo sarebbe stato il cugino di Cristo, figlio di Alfeo (fratello di San Giuseppe). Anche Giacomo aveva un fratello, San Giuda Taddeo, anch'egli discepolo di Gesù.

Da Luca sappiamo che Gesù sceglie tra i suoi seguaci dodici uomini "ai quali diede il nome di apostoli" (6,14), e tra essi c’è appunto Giacomo di Alfeo, il Minore. Viene soprannominato “il Giusto” per la sua forte figura morale e per la sua condotta esemplare: non mangiava carne, non beveva vino e osservava i voti.

Prima degli eventi successivi alla Resurrezione, lo ritroviamo accanto a Cristo, che gli appare. Dopo il martirio di Giacomo il Maggiore nell’anno 44 e la partenza di Pietro, Giacomo divenne capo della comunità cristiana di Gerusalemme. Nel 50 presiedette un importante Concilio, dove richiamò la nascente Chiesa ad accettare i convertiti pagani alla nuova fede senza pretendere l'adesione alla legge mosaica, in sintonia con quanto auspicato da Paolo, che accolse con amicizia. È l’autore della prima delle Lettere “cattoliche” del Nuovo Testamento, indirizzata "alle dodici tribù disperse nel mondo", ossia ai cristiani di origine ebraica viventi fuori della Palestina. In essa, affronta temi come la preghiera, la speranza, la carità e il dovere della giustizia, affermando che "la fede è morta senza le opere".

La sua morte avvenne probabilmente per martirio nel 62. Secondo la tradizione, sarebbe stato ucciso a bastonate dopo essere stato gettato dalle mura del Tempio. Giuseppe Flavio riporta che fu lapidato tra il 62 e il 66, sebbene l'attendibilità del racconto sia dubbia. Eusebio di Cesarea lo identifica con Giacomo il Giusto.

La Memoria Liturgica e le Reliquie

Il 3 maggio la Chiesa ricorda la memoria liturgica dei due santi, San Filippo Apostolo e San Giacomo il Minore Apostolo. Vengono ricordati lo stesso giorno poiché le loro reliquie furono deposte insieme nella Basilica dei Santi XII Apostoli a Roma, inizialmente dedicata solo a loro due. I loro resti si trovano nell’arca marmorea della confessione della basilica. Le reliquie furono rinvenute nel VII secolo e deposte sotto l’altare, riscoperte il 15 gennaio 1873 e nuovamente ripostevi il 9 maggio 1879.

In passato, il primo di maggio si svolgeva nella basilica la solenne cerimonia dell’Ostensione delle Reliquie, tra cui si veneravano il piede di Filippo e la gamba di Giacomo. I resti di Filippo, già trasferiti da Ierapoli a Costantinopoli, furono portati a Roma e affidati alla chiesa dei Ss. XII Apostoli. Al tempo della dedicazione della basilica, operata da Giovanni III, a queste reliquie furono unite parte delle spoglie di Giacomo il Minore, provenienti da Gerusalemme o da Costantinopoli. Una reliquia di un braccio di Giacomo si venera anche a Santa Maria in Trastevere.

Con l’istituzione della festa di San Giuseppe lavoratore, fissata al 1° maggio nel 1955, la solennità dei due apostoli venne trasferita all’11 maggio nel Martirologio Romano, dove è scritto:

  • "Il natale dei beati Filippo e Giacomo, Apostoli. Di essi Filippo dopo aver convertito quasi tutta la Scizia alla fede di Cristo, da ultimo, presso Geropoli, città dell’Asia, confitto in croce ed oppresso con sassi, si riposò con una fine gloriosa;
  • Giacomo poi, il quale è detto anche fratello del Signore e primo Vescovo di Gerusalemme, precipitato dalla sommità del tempio, gli si ruppero le gambe, e percosso in testa con un palo da lavandaio, morì, e fu ivi sepolto, non lontano dal tempio."
mosaico antico o affresco che raffigura San Filippo e San Giacomo

La Storia Cristiana nel Piceno e ad Ascoli: Un Contesto Antico

Le più antiche notizie sull’epoca in cui le contrade del Piceno furono illuminate dalla predicazione evangelica risalgono all’anno sessantesimo circa dell’era cristiana.

Le Origini dell'Evangelizzazione e i Primi Vescovi Regionari

Fu in quel tempo, al dire degli storici ascolani, che San Lino, discepolo e poi immediato successore dell’Apostolo San Pietro nella sede romana, fu mandato come Vescovo regionario a predicare il Vangelo nel Piceno, specialmente ad Ascoli, sua città prediletta. Sebbene nato a Volterra, riconosceva la sua origine da Ascoli per essere il padre ascolano, come attesta Giovanni da Ceccano nella sua Cronaca dei pontefici romani: "Linus asculano patre natus".

Nell’anno 83, dopo la morte del quarto papa San Cleto, il suo successore San Anacleto mandò, nell’anno successivo, San Massurio a diffondere ulteriormente la fede cattolica nel Piceno. Questi predicò anche ad Ascoli e vi battezzò molti cittadini, tra cui i discendenti della celebre famiglia dei Bassi, i primi ad abbracciare il cristianesimo. Fu il secondo vescovo regionario.

L'Avvento del Cristianesimo ad Ascoli e i Primi Martiri

Nell’anno 140, con l'imperatore Antonino Pio e il procuratore del Piceno M. Asclepio, il numero dei cristiani ad Ascoli si moltiplicò. Molti furono accusati dai sacerdoti idolatri e circa un migliaio furono trucidati, tra cui, il 14 novembre, la vergine Santa Veneranda. Le reliquie di questi primi martiri ascolani, religiosamente raccolte e conservate, dopo vari secoli, furono riposte nella Cattedrale. L’anno seguente, un altro ascolano di nome Antimo, che si era molto adoperato nel dare onorata sepoltura ai corpi di Santa Veneranda e degli altri martiri, riportò pure la palma del martirio.

Non è dato conoscere ciò che avvenne nella città durante la persecuzione di Antonino Pio negli ultimi anni del suo impero e per quasi un secolo sotto i suoi successori. Tuttavia, nell’anno 237, con la Chiesa cattolica sconvolta dalla persecuzione di Massimino, il sommo pontefice San Fabiano mandò nel Piceno Sant’Alessandro ad infervorare i primi cristiani. Ascoli fu tra le molte città che risentirono i salutari effetti del suo zelo apostolico. Fu il terzo vescovo regionario del Piceno e anch'egli riportò la gloriosa palma del martirio.

Passato a miglior vita nel 250 papa San Fabiano, martirizzato nella persecuzione di Decio, e succedutogli Cornelio, questi nell’anno 251 consacrò Sant’Adriano a quarto vescovo regionario del Piceno, anch'egli martire. Egli continuò l'opera dei suoi predecessori nelle contrade ascolane con grande impegno.

Dopo molti mesi di sede vacante a causa della persecuzione di Decio, nell'anno 258, San Dionisio successe nella sede di Pietro. Una delle sue prime cure fu quella di inviare come quinto vescovo regionario del Piceno San Filippo, il quale giunse nell’anno 260. Egli, come il suo immediato antecessore, predicò l’Evangelo anche ad Ascoli, adoperandosi molto per accrescere e animare il nascente cristianesimo.

Nonostante gli sforzi di questi vescovi regionari del Piceno per propagare la fede cattolica, a causa delle fiere persecuzioni mosse nella seconda metà del terzo secolo dagli imperatori romani Valeriano, Gallieno, Aureliano, Diocleziano e Massimiliano, il numero dei cristiani diminuì drasticamente, come attesta tra gli altri scrittori l’Appiani.

San Emidio: Il Primo Vescovo Residente di Ascoli

San Emidio nacque a Treveri nel 273 da genitori pagani. Vari anni dopo, l’imperatore Diocleziano, venuto a conoscenza che nel Piceno, e particolarmente ad Ascoli, rimaneva ancora qualche seguace del Nazareno, mandò nel 285 un prefetto. Non erano ancora trascorsi due anni che il prefetto ebbe una figliuola a cui pose il nome di Polisia, che dal vescovo, successivamente martirizzato, fu battezzata.

Nell’anno 296, Emidio, illuminato dalla grazia divina, comprese la verità della religione cristiana e la falsità del gentilesimo, e all’età di 23 anni ricevette il santo battesimo. Nello stesso anno, per sfuggire alle persecuzioni dei suoi parenti, partì con tre suoi compagni, Euplo, Germano e Valentino, anch'essi cristiani, per l’Italia, fermandosi a Milano. Ivi, due anni dopo, da San Materno, che resse quella chiesa dal 252 al 304, Emidio fu ordinato Sacerdote. Nell’anno seguente, con i suoi tre compagni, si incamminò alla volta di Roma, dove nel mese di dicembre venne consacrato vescovo di Ascoli dal pontefice San Marcellino. Nello stesso mese partì per la sua sede, di cui fu il primo vescovo di residenza.

mappa antica del Piceno o di Ascoli Piceno

Le Testimonianze Materiali ad Ascoli Piceno

La Chiesa dei Santi Filippo e Giacomo

La Chiesa dei Santi Filippo e Giacomo di Ascoli Piceno compare nei documenti a partire dal 1536, quando la comunità locale, che doveva amministrare la chiesa, acquistò una campana. Nel 1562 è nota la costruzione della parrocchia dei Santi Filippo e Giacomo, e nel 1571 il vescovo di Ascoli fece visita alla comunità. Nel 1580 è riportato che la chiesa apparteneva ai monaci farfensi, e vi rimase fino al 1747, quando il papato la annesse alla diocesi ascolana.

La chiesa è di linee estremamente semplici, eretta in pietra arenaria e travertino, e presenta una pianta rettangolare con un ingresso al centro e una finestrella rotonda in alto, sotto la giunzione del colmo del tetto. L'interno è altrettanto semplice, ospitando un Crocifisso sull'altare e una statua della Vergine; un minimo di decorazione è offerto dalle vetrate colorate.

foto della Chiesa dei Santi Filippo e Giacomo ad Ascoli Piceno

Il Ponte dei Santi Filippo e Giacomo: Tra Storia e Architettura

Il Ponte dei Santi Filippo e Giacomo, conosciuto anche come Ponte dei Leoni o in antico come Ponte degli Archi, rappresenta un’antica e significativa struttura di Ascoli Piceno.

Origini e Importanza Strategica

Attraversando il fiume Tronto, il ponte collega i quartieri di Porta Maggiore e Monticelli, situati nella zona est della città, e faceva parte dell’antico percorso della Via Salaria, rimasto in uso fino alla realizzazione della circonvallazione nord negli anni Sessanta. La costruzione del ponte medievale risale al 1378, sebbene alcune testimonianze la collochino nel maggio 1380. La sua realizzazione fu dettata dalla crescente importanza del tracciato della Salaria che connetteva Ascoli al mare, specialmente dopo la definitiva concessione del porto da parte di Papa Giovanni XXII nel 1323 (già nel 1245, Federico Ruggero di Hohenstaufen, noto come Federico II, aveva dato in concessione alla città di Ascoli l’area attigua alla foce del fiume Tronto con l’obiettivo di fornire all’antico centro uno sbocco al mare con un proprio porto). Il ponte, insieme al Ponte Maggiore sul Castellano, fu essenziale per un nuovo tracciato “trionfale” che garantiva un’immissione più diretta al nucleo urbano. Fu voluto dal governatore Gomez Garcia Albornoz, conte della città per nomina di Papa Urbano V.

Danni, Ricostruzioni e Maestranze

Nel 1453, il Ponte degli Archi subì gravi danni a causa di una piena del Tronto, che interessò in particolare le arcate sull’alveo di magra. La ricostruzione fu intrapresa con difficoltà economiche e organizzative, con la raccolta fondi avviata nel 1462 e sostenuta da diversi pontefici, tra cui Pio II, Paolo II e Sisto IV. I lavori di restauro furono assunti a partire dal 1470 dalla direzione di Bartolomeo di Mattiolo da Torgiano, un esperto capomastro noto per la sua abilità nelle strutture a volta e nella scultura architettonica. Il suo intervento, concentrato sull’alveo di magra (la parte del letto del fiume che rimane bagnata anche nel periodo di poca portata dell’acqua), portò alla realizzazione delle cinque arcate a sesto acuto che ancora oggi caratterizzano quella sezione del ponte. Queste arcate, sebbene percepite come “medievali”, riflettevano in realtà il genio rinascimentale di Mattioli e la tradizione edilizia perugina.

Interventi e Evoluzione Architettonica

Successivi eventi richiesero ulteriori interventi. Nel 1528 un nuovo crollo di un’arcata portò a un restauro e a modifiche architettoniche tra il 1545 e il 1553, diretti da maestranze lombarde. Nei secoli seguenti, il ponte fu adattato alle crescenti esigenze del traffico veicolare. Un intervento significativo avvenne tra il 1849 e il 1850, quando l’ingegnere Gabriele Gabrielli rialzò e ampliò la carreggiata utilizzando una struttura ad archi pensili impostati su mensoloni. La trasformazione più evidente si ebbe nel 1932, durante il ventennio fascista, quando il ponte fu nuovamente ristrutturato dall’A.A.S.S. (Azienda autonoma statale della strada, l’odierna ANAS). Anche in tempi più recenti, il ponte ha continuato a essere oggetto di manutenzione e miglioramenti.

Architettonicamente, il Ponte dei Santi Filippo e Giacomo è un ponte ad arco realizzato con conci squadrati di travertino. È composto da sei archi: cinque a sesto acuto sull’alveo di magra e un’ampia arcata a tutto sesto in corrispondenza del fiume. L’adozione dell’arco a sesto acuto, insolita per un ponte rinascimentale, non era un limite ma un elemento di forza, tipica della maestria di Bartolomeo Mattioli e delle consuetudini costruttive umbre, dove l’arco acuto permetteva di gestire aperture di ampiezze poco pronunciate e altezze diversificate mantenendo la stessa linea di imposta.

foto del Ponte dei Santi Filippo e Giacomo ad Ascoli Piceno

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