L'Antico Egitto è una civiltà affascinante da studiare per molte ragioni, e tra queste, la loro religione, arte, lingua, architettura, musica, moda e rituali sono incredibilmente ricchi e complessi. Nessun popolo quanto l’egizio ha posto l’accento sul problema della morte e degli stati post mortem. Le antiche credenze egizie non concepivano la morte come una fine, ma come un passaggio, una trasformazione verso una nuova esistenza nell'aldilà.
Fin dagli inizi della storia dell'Antico Egitto, le credenze sulla vita dopo la morte e la resurrezione hanno plasmato profondamente la cultura e l'arte. Simboli, amuleti e numerosi oggetti venivano utilizzati per portare fortuna e protezione. Questi antichi simboli egizi hanno svolto un ruolo fondamentale nel trasmettere la cultura da una generazione all'altra, poiché erano scritti sui muri e sugli obelischi dei templi e usati nei rituali magici e religiosi sia per i vivi che per i morti.
Osiride: Il Prototipo della Morte e della Rinascita
Il Mito di Osiride e Iside
Plutarco e Diodoro Siculo ci raccontano la storia egiziana di Osiride e di Iside. Osiride fu ucciso dal fratello Seth, ma Iside, per amore, lo fece risorgere. Questa serie di avvenimenti portò Osiride a diventare il re degli Inferi. In un capitolo di un testo funerario egiziano intitolato Libro dei Morti c’è un buon esempio della venerazione di cui il dio era oggetto.

Osiride come Simbolo Universale di Immortalità
Associato alla morte e all’immortalità in quanto divinità deceduta e poi rinata, Osiride dava una risposta all’angoscia della popolazione di fronte alla fine della vita terrena. Allo stesso tempo rappresentava un’entità civilizzatrice, connessa alla vegetazione che, in un modo simile al dio, nasceva, cresceva, si riproduceva, moriva e rinasceva eternamente.
Il testo funerario dice: «Gloria a te, o Osiride […] Gran Dio di Abydos, re dell’eternità e signore dell’eterno, dio che esiste per milioni di anni […] Come principe degli dei e degli uomini hai ricevuto il bastone e il flagello, simboli della regalità […] Grazie a te il mondo cresce verde in trionfo».
Tutte le persone defunte erano/sono equiparate a Osiride, perché Osiride è un principio cosmico, non un personaggio storico. Il principio che fa emergere la vita dalla morte apparente era/è chiamato Osiride, e simboleggia il potere del rinnovamento. Gli Egizi credevano che Osiride avesse un’origine divina: in parte divina e in parte umana, risorto dai morti senza avere subìto corruzione. Ciò che Osiride aveva fatto per sé stesso, poteva farlo anche per l’uomo. Essendo il loro modello, gli antichi Egizi credevano di poter fare quello che Osiride faceva. Avendo vinto la morte, anche i giusti potevano vincerla e ottenere la vita eterna.
Il Cammino verso l'Immortalità: Rituali e Testi Funerari
La Mummificazione e i Misteri dell'Iniziazione
La mummificazione era un rito molto antico nella terra dei Faraoni, e veniva considerato come una delle cerimonie più sacre. Il professor Boris de Rachewiltz afferma che nell’antico Egitto la conquista dell’immortalità era riferita a tre distinte categorie:
- Il Faraone, che con i riti misterici dell’incoronazione diveniva il Mediatore fra il Cielo e la Terra, e in virtù di questi riti salendo al trono assumeva il nome di Horos.
- Gli Iniziati, i frequentatori della Casa della Vita, coloro che hanno vinto la morte durante la propria esistenza terrena.
- Il Popolo che, dopo la rivoluzione democratica, per il quale il rituale funerario con l’imbalsamazione diveniva l’illusoria condizione necessaria per conseguire l’immortalità.
L’iniziazione misterica tendeva a riprodurre nell’iniziando le vicende di Osiride, il prototipo di coloro che avevano vinto la morte. Il rito della mummificazione inizialmente era destinato solo agli Iniziati che avevano sperimentato in vita la morte e poi mistericamente risorti. Durante i Misteri dell’Iniziazione, il candidato, rappresentante il Dio Solare, doveva scendere nel Sarcofago e rappresentare il raggio vivificatore che entra nella matrice feconda della Natura. Il suo riemergere da questo, la mattina seguente, simbolizzava la resurrezione della Vita dopo il cambiamento chiamato Morte. Nei Grandi Misteri la sua “morte” figurata durava due giorni, finché la terza mattina egli risorgeva, dopo un’ultima notte piena delle prove più crudeli.
Nei Testi delle Piramidi, la resurrezione avviene allorché ci si addormenta sul letto rivestiti da una pelle o da una stoffa che la sostituisca. La pelle è stata in seguito sostituita nei riti dalle bende della mummia o dal bianco lenzuolo. Il rito del “Passaggio per la pelle” veniva svolto anche a beneficio di nobili defunti e dello stesso Faraone. La pelle di leopardo, di agnello o di cervo, costituì anche una delle insegne di Osiride, quale dio della resurrezione. Anubi è detto “Colui che è nella nebride” (nell’oscurità) perché la mummificazione dei corpi in qualche modo era un rito funerario connesso con i misteri del “Passaggio per la pelle”.

I Testi Funerari Egizi: Guide per l'Aldilà
L’essenza principale della religione egiziana e l’intenzione originale del suo culto cerimoniale sono ben lontane dall’essere stati rivelati completamente. Per corroborare parzialmente e indirettamente le esposizioni date dalla Dottrina Arcaica, è necessario esaminare gli inni antichi e le iscrizioni che si trovano sulle tombe. I testi funerari quali il Libro dell'Amduat, Il Libro delle Due Vie, i Testi dei Sarcofagi, il Libro delle Lamentazioni, il celebre Libro dei Morti ed altri ancora, seppur nelle loro importanti diversità, sono tutte descrizioni dell'Aldilà e del modo in cui la si può raggiungere, una raccolta di formule, invocazioni, incantesimi e preghiere destinate alla salvezza dell'anima.
I Testi delle Piramidi
I documenti egizi più antichi sono noti come i “Testi delle Piramidi”, risalenti all’Antico Regno (I-II dinastia 3000-2700 a.C.). Sono considerati i testi funerari più antichi che si conoscano ed in essi sono presenti tradizioni religiose risalenti all'origine della civiltà egizia. Le iscrizioni più note sono quelle presenti nella piramide di re Unis (2380-2350 a.C.), ultimo faraone della V dinastia egizia a Saqqara. La camera funeraria di tale mausoleo è completamente ricoperta di geroglifici. Si tratta di un "libro di pietra" in cui si descrive l'Aldilà ed il passaggio dell'anima alla vita eterna per mezzo di formule magiche destinate a respingere le forze del male. A differenza dei successivi Testi dei Sarcofagi e del ben più tardo Libro dei Morti, i Testi delle Piramidi erano riservati ai soli faraoni. Furono scoperti e analizzati la prima volta nel 1881 da Gaston Maspero.
Il Libro dei Morti
Il Libro dei Morti è un antico testo funerario egizio, utilizzato stabilmente dall'inizio del Nuovo Regno (1550 a.C. circa) fino alla metà del I secolo a.C. Si inserì in una tradizione di testi funerari che include i ben più antichi cosiddetti testi delle piramidi e i “Testi dei sarcofagi”. Il titolo originale del Libro dei Morti, traslitterato in “ru nu peret em heru”, è “Libro dell’Uscire al Giorno”. Si tratta di un testo funerario scritto in geroglifico, accompagnato da illustrazioni, su fogli di papiro disposti a formare una lunga striscia che veniva arrotolata: una raccolta di testi, preghiere e formule magiche religiose per garantire al Defunto l’accoglienza nel “cerchio degli Dei”, la vita eterna nei “campi Hotep” nel Duat e la possibilità di “Uscire al Giorno”, ossia di tornare a vedere i viventi e la natura nel nostro mondo. Non vi fu mai un'edizione canonica e unitaria del Libro dei morti e non ne esistono due esemplari uguali.
Il Duat: Il Regno dell'Oltretomba
Nel Libro dell'Amduat è spiegato “Chi è nel Duat”, che è poi la traduzione del titolo. Duat deriva dal termine dwat, adorare, pregare. Per gli egizi l’universo era costituito da tre parti: Terra, Cielo e Duat. Quest’ultima, secondo le credenze, si trovava in mezzo alle altre due, un luogo particolare e non propriamente definito, misto di materialità terrena e spiritualità celeste. Il Duat, chiamato anche Amenti o Necher-Jertet, era il luogo in cui le anime delle persone andavano dopo la morte per essere giudicate. È stata rappresentata nei geroglifici come una stella in cerchio.
Il Duat è la regione attraverso la quale Ra, il Sole, viaggiava da ovest a est ogni notte, ed era qui che combatteva contro il Serpente Apep, che incarnava il Caos primordiale che il Sole doveva sconfiggere per potersi alzare ogni mattina e riportare l'ordine nella terra. Il dio entrava nel regno dell'oltretomba come sole "morto", raffigurato nella sua forma notturna con la nera testa di ariete, ed era denominato "if", ossia la carne, il cadavere; il colore nero della sua testa era il simbolo di Osiride, il colore del limo che assicurava la rinascita della vegetazione; la rinascita del sole all'alba avveniva grazie alla presenza e alla mediazione di Osiride. Le ore della notte rappresentavano quindi anche il periodo di gestazione del nuovo sole, che nelle acque del fiume sotterraneo subiva un processo di rigenerazione recuperando la propria energia. Il viaggio notturno di Ra diventa anche lo stesso viaggio che il Defunto avrebbe compiuto subito dopo la sepoltura. Al Duat poteva accedere solo il Ba, mentre il Ka restava presso il corpo privo di vita. Secondo l'Amduat, il Duat è costituito da dodici regioni che indicano le dodici ore del viaggio del dio del sole attraverso di esso.

Ad oggi, il più lungo e più completo esemplare tra i Libri dei Morti ritrovati e studiati negli ultimi due secoli è il «Papiro di Torino», di epoca Tolemaica, conservato nel Museo Egizio di Torino. Il primo a pubblicarne una traduzione in italiano, nel 1986, è stato l’archeologo ed etnologo italo-russo Boris de Rachewiltz.
Una versione del Libro dei Morti, composta da quattro fogli di papiro e proveniente dal Libro dei Morti di Amen-hotep (scriba contabile del tempio di Amon a Tebe, XVIII dinastia, 1491-1398 a.C.), mostra, nel primo foglio, Osiride che riceve offerte dal defunto Amen-hotep, seguito dalla moglie Uret e dalla figlia Ta-khat. In un altro foglio è dipinto il rito dell’Apertura della Bocca: Amen-hotep, chiuso nel suo sarcofago, viene purificato da uno dei figli che indossa la pelle di leopardo distintiva della carica di sacerdote Sem, e impugna lo strumento rituale per il taglio delle bende all’altezza della bocca e degli occhi della mummia al fine di restituire al defunto l’uso dei sensi, in modo che il suo Ka possa vivere pienamente nell’aldilà.
I Principi Costitutivi dell'Uomo per la Vita Eterna
La tradizione egiziana concepiva l'individuo come composto da diverse entità, ognuna con un ruolo specifico nel corso della vita e dopo la morte, essenziali per la continuità dell'esistenza e la resurrezione.
- Khat: Nei Testi delle Piramidi è indicato come il corpo fisico. Boris de Rachewiltz in “Egitto magico e religioso” ci dice che un altro termine per indicare il cadavere è Djet.
- Sahu: È il Khat trasformato dal rituale della mummificazione. Sahu viene tradotto con "nobile" ed indica la mummia, resa incorruttibile attraverso il rito.
- Sekhem: È l'energia, la forza, la potenza e la luce di una persona; in altri termini, è il potere, la personificazione della forza vitale dell’individuo.
- Kha: Collegato indissolubilmente al corpo fisico, è la sua controparte energetica, un’entità priva di coscienza, che nasce con l’embrione e si sviluppa fino a raggiungere l’aspetto di un adulto senza seguire più il corpo nella fase dell’invecchiamento. Solo il Kha fornisce all’uomo vivente stabilità, forza e vitalità e la coesione delle membra. Il suo antico simbolo ideografico è dato dalle braccia alzate, segno di protezione, talvolta poste sullo stendardo riservato agli dèi, per indicare che esso partecipa all’essenza divina. Il valore fonetico del simbolo del Kha con le braccia alzate designa il toro, simbolo della potenza sessuale. Il Kha è portatore di sentimenti e di volontà e può essere personalizzato come nel caso delle quattordici (2x7) qualità del dio Sole dette al plurale “Kau”, cui vengono fatti corrispondere altrettanti Kha del Faraone.
- Ren: Strettamente associato al Ka, il Ren era il Nome che esprimeva l’identità di una persona ed era considerato come una parte importante della persona stessa. Nominare una persona per gli egizi significava renderla viva.
- Ba: L’anima passionale era rappresentata con un uccello con il volto umano, sempre in movimento, dotato di forza prodigiosa che cerca di tornare a visitare la mummia, posandosi sul suo cuore. L’anima personale, il Ba, era collegata con il cuore, l’organo sede sia del pensare che del sentire. Tale organo rappresenta la memoria delle emozioni e dei pensieri dell’uomo in incarnazione. “Il cuore (jb) della tua anima (Ba) si ricorda del tuo corpo”.
- Jb: Il cuore era una parte necessaria del Giudizio post mortem, perché era anche sede della memoria e per questo motivo veniva sottoposto alla pesatura. Gli egizi distinguevano l’aspetto fisico del cuore con hatj e la controparte energetica jb, sede del pensiero, dell’intendimento e della coscienza.
- Shut o Shuit (Khaibit): Il Kha e il Ba insieme sono il Shut o Shuit e impropriamente detto Khaibit, entità rappresentata nei geroglifici come un’ombra scura, una ripartizione fra l’eterico e l’astrale della cosiddetta “anima”. È l’equivalente dell’eidolon dei greci e dell’umbra dei latini. Khaibit è la parte più materiale, una sorta di guscio vuoto di essenza ma che può permanere, post mortem, con caratteristiche di memoria eterica non superiori a quelle intellettuali ed esperienziali del morto. Nell’arte egiziana, l’ombra è mostrata come un essere umano nero, o simbolizzata da un ventaglio o da un’ombra solare. Se l'insieme delle emozioni positive viene conservato dal Ka, quelle negative vengono conservate dall'ombra. Dato che nessun essere umano può liberarsi completamente dei sentimenti e dei pensieri negativi, l'ombra segue sempre il corpo. La Formula 91 del Libro dei Morti recita: “Che una strada sia fatta per il mio Ba, per il mio Akh e per l’ombra che è in me … verso il luogo dove è Ra, Atum, Kepra e Hathor”.


Simboli Iconici di Resurrezione e Immortalità
Geroglifici: Il Linguaggio Sacro degli Dei
I simboli egizi hanno permeato la vita nell'antico Egitto, rappresentando una fusione tra gli aspetti spirituali e fisici che divennero il fondamento della loro cultura. Erano raffigurati sotto forma di geroglifici e trattati come “Le parole degli dei”, utilizzati per documentare gli eventi più importanti della storia, le credenze spirituali e la cultura. L’accezione di simbolo è connessa ad un valore più ampio, che richiama una realtà astratta, non immediatamente visibile. I geroglifici impiegati come simboli sono piuttosto rari, avendo questa forma di scrittura un uso più aderente alla praticità del reale. Tuttavia, quei pochi che appaiono come tali, assumono un profondo significato e molte sfaccettature.
L'Ankh: Chiave della Vita Eterna
Conosciuto anche con il nome di “chiave della vita”, l’Ankh era rappresentato come una croce ansata, ovvero una croce sormontata da un cerchio. Il suo significato simbolico rimanda alla vita, al soffio vitale che permea l’esistenza. Quest’ultima è da intendersi sia nell’accezione terrena che in quella dell’oltretomba, giacché gli Antichi Egizi credevano nell’immortalità dell’anima. Howard Carter, il famoso scopritore della Tomba di Tutankhamon, riconduceva l’origine dell’ideogramma all’unione simbolica tra il principio maschile e quello femminile. L’Ankh è considerato un antico simbolo egizio di vita, protezione, fede, energia, trasformazione, luce e fertilità. Può anche riferirsi ai concetti e ai simboli dell’unione sessuale tra i due sessi opposti e della fertilità per il suo legame con la dea Iside.

Lo Djed: Stabilità e Colonna Vertebrale di Osiride
Lo Djed è la rappresentazione figurativa della spina dorsale di Osiride, che idealmente sorregge la volta del firmamento. Osiride è, infatti, il custode dell’oltretomba, che gli Antichi Egizi identificavano nella costellazione di Orione. Pertanto, lo Djed è simbolo di stabilità e dell’eternità della vita. La rappresentazione di Osiride all’interno di una camera sepolcrale non è soltanto un buon augurio, ma è creduta come la presenza reale del dio che accoglie l’anima nell’oltretomba.
In un testo originale (il mito è riportato nel Libro dei Morti) si fa riferimento letteralmente alla ricostruzione della colonna vertebrale del dio defunto. Uno dei simboli utilizzati (Gardiner S24), inizialmente interpretato come un nodo alla cintura, viene utilizzato nel Papiro Edwin Smith per indicare le vertebre. È stata avanzata l'ipotesi che “Osiride” fosse un alto funzionario, forse addirittura un sovrano predinastico, andato incontro ad una frattura vertebrale che lo avesse lasciato paralizzato e guarito con un intervento medico tale da far pensare ad una “resurrezione”. Una statuetta di Osiride mostra il pilastro Djed nella posizione della sua colonna vertebrale e delle costole. Il testo recita: “Lega per me le vertebre del mio collo e della mia schiena. Mi è stato concesso il giorno in cui mi sono rialzato sulle mie due gambe dalla debolezza, il giorno in cui mi hanno tagliato i capelli.”

Lo Scarabeo: Rigenerazione e Rinascita
Gli Egiziani dovettero rimanere sorpresi dalla caparbietà dello stercorario nello spingere una palla di sterco, molto più grande di lui, ogni giorno all’alba verso Oriente. Per tale ragione, lo scarabeo fu connesso al culto del sole, che ripercorre lo stesso tragitto. Ben presto la figura di questo industrioso insetto fu introdotta nei geroglifici; si credeva che esso, chiamato Kheper, potesse rigenerarsi a partire dalla palla che faticosamente fa rotolare. L’ideogramma dello scarabeo è, pertanto, figura simbolica della resurrezione. Il termine stesso “divenire” assume le stesse consonanti di kheper. Simboleggiando la trasformazione, l'immortalità e la resurrezione, l'iconico scarabeo è in realtà un tipo di scarabeo stercorario associato agli dei. Si pensava che la storia dello scarabeo stercorario simboleggiasse il modo in cui la vita deriva dalla morte.

Il Sesen (Fiore di Loto): Creazione e Rinascita Solare
Il Sesen è il bellissimo fiore di loto spesso raffigurato nelle opere d'arte egiziane. Simboleggia la creazione, la vita e la rinascita e risale al primo periodo dinastico. Il fiore si chiude di notte, affondando sotto l'acqua mentre riposa, per poi riapparire all'alba. Per questo motivo è stato associato al sole, alla rinascita e alla vita stessa. Era spesso dipinto su vasi canopi insieme ai quattro figli di Horus, oltre a templi, amuleti e santuari.

L'Occhio di Horus (Udjat): Protezione e Ordine
Meglio noto come Occhio di Horus (chiamato anche 'wadjet'), era utilizzato dagli Antichi Egizi come simbolo di protezione e buona salute. Tale significato simbolico rimanda al mito di Horus e Seth e della loro eterna lotta cosmogonica. Nel tentativo di vendicare l’uccisione del padre Osiride, Horus avrebbe subito la perdita di un occhio. In tal senso, l’occhio di Horus è simbolo del prevalere dell’ordine cosmico sul caos, della vita che non perisce sulla morte. Da non confondere con l'Occhio di Horus, l'Occhio di Ra è distinguibile in quanto è l'occhio destro, piuttosto che il sinistro. Ra era un dio del sole egiziano e il suo occhio è considerato un'estensione del suo potere.

Il Bennu (Fenice): L'Uccello di Fuoco Egizio
La Fenice, spesso nota anche con l’epiteto di Araba Fenice, era un uccello mitologico noto per il fatto di rinascere dalle proprie ceneri dopo la morte. Gli antichi Egizi furono i primi a parlare del Bennu, che poi i Greci chiamarono Fenice. L’uccello sacro favoloso aveva l’aspetto di un’aquila reale e il piumaggio dal colore splendido, il collo color d’oro, rosse le piume del corpo e azzurra la coda con penne rosee, ali in parte d’oro e in parte di porpora, un lungo becco affusolato, lunghe zampe, due lunghe piume - una rosa e una azzurra - che scivolano morbidamente giù dal capo e tre lunghe piume che pendono dalla coda piumata - una rosea, una azzurra e una color rosso-fuoco -. In Egitto era solitamente raffigurata con l’emblema del disco solare.

Altri Simboli di Potere e Protezione Legati alla Vita Eterna
- Flagello e Bastone: Uno dei simboli egizi più famosi e antichi è il flagello e il bastone, che rappresenta la maestà e il potere del re, Osiride. Il bastone era uno strumento usato dai pastori e il flagello uno strumento usato per radunare le capre. Questo simbolo è costituito da una colonna costituita da un'ampia base che si restringe nella parte superiore, attraversata da linee parallele. Conosciuto come "la spina dorsale del dio", rappresenta la stabilità, la fertilità, la resurrezione e la vita eterna (rifacendosi al dio Osiride).
- Tjet (Nodo di Iside): Chiamato anche "nodo" o "sangue" di Iside, il tjet sembra un ankh con le braccia. È associato a Iside, la dea della fertilità, della maternità, della guarigione e della rinascita.
- Shen: Altro simbolo annodato, lo shen è costituito da un cerchio di corda che simboleggia l'infinito, la completezza e la protezione. Traducendo in "circondare", questo simbolo era spesso indossato come amuleto protettivo.
- Scettro Was: Questo simbolo raffigura un bastone cerimoniale con un'estremità biforcuta e una testa simile a un animale, ed è spesso posto insieme all'ankh, o nelle mani di un dio (spesso Set o Anubis). Rappresenta il dominio e il potere, ed è anche considerato responsabile della cura del defunto; era spesso usato come equipaggiamento tombale.
- Disco Solare: La rappresentazione del disco solare era immagine del sole in quanto astro, e dei suoi aspetti connessi al culto. Indicava anche Ra, principio divino del sole a mezzogiorno, adorato come custode del cielo, della terra e dell’oltretomba.
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