Lovere, un pittoresco comune sulla sponda nord-occidentale del Sebino, in provincia di Bergamo ma appartenente alla diocesi di Brescia, fu il luogo che, nella prima metà dell’Ottocento, vide la nascita di una delle congregazioni religiose destinate a lasciare un segno profondo in entrambi i territori. Don Angelo Bosio e il parroco Rusticiano Barboglio ebbero il merito di mettere in contatto la giovane e vivace maestra Bartolomea con la più matura ed abbiente Vincenza.

Bartolomea Capitanio: L'Anima Ispiratrice
Nata a Lovere nel 1807, Bartolomea Maria Capitanio manifestò fin da giovane un’indole perspicace, vivace e ardente. Proveniente da una famiglia di modeste condizioni, dove il commercio del grano del padre e una piccola bottega garantivano la sussistenza e permettevano anche atti di carità, Bartolomea fu affidata all'educazione delle Clarisse di Lovere, rientrate nel monastero dopo la parentesi napoleonica. A soli dodici anni, durante un gioco, le toccò in sorte la "pagliuzza più lunga", segno che tra le compagne sarebbe stata la prima a farsi santa, un’espressione sincera seppur ancora influenzata dall’entusiasmo adolescenziale.
Conseguito il diploma di maestra assistente presso l'educandato delle Clarisse nel 1822, Bartolomea iniziò la sua attività di insegnante nell'istituto stesso. Uscita dall'educandato a diciassette anni, esclamò: «Di nulla temo, perché sono sposa di Gesù», sentendo che una grande luce si era accesa nel suo cuore e che Gesù l'aveva scelta per sé. Questa consapevolezza la spinse a proporsi di farsi «santa, grande santa, presto santa».
La sua preoccupazione per i segni lasciati dal periodo napoleonico, soprattutto tra la gioventù femminile, la portò a concepire l'idea di una congregazione. Nel ritiro del 1826 annotò: «Io dopo una buon’ora che miseramente considero i vari stati di Religione, protesto sinceramente, come se fossi avanti a Dio, che il Signore mi chiama in un Istituto, il cui scopo sia ‘Le Opere di misericordia’, e che questo sia quello che in punto di morte sarò contenta di aver abbracciato». Animata da una fiducia incrollabile in Dio, Bartolomea non si affidava alle proprie energie, ma unicamente all'aiuto celeste. Nel 1829 scrisse le regole della nuova istituzione, che avrebbe voluto chiamare "Istituto del Redentore" o "amata Casa della Carità", e a cui guadagnò anche l'adesione di Caterina Gerosa. Don Angelo Bosio, intuendo un'ispirazione dello Spirito in ciò che Bartolomea gli rivelava, la accompagnò nel discernimento, coinvolgendo il parroco di Lovere, don Rusticiano Barboglio, e il vescovo di Brescia.

Vincenza Gerosa: La Tenacia della Fede e l'Eredità
Caterina Gerosa, poi suor Vincenza, nacque a Lovere nel 1784 in una famiglia benestante di ricchi conciatori di pelli. La sua vita fu costellata di "ma", di progetti stravolti dalle circostanze. Battezzata come Caterina, studiò dalle Benedettine di Gandino, ma la sua salute cagionevole le impedì di continuare. Di indole riservata e timida, trascorse alcuni anni al banco della bottega familiare. Gli anni seguenti l'invasione napoleonica d'Italia segnarono profondamente la sua vita, sia per le difficoltà economiche sia per le numerose perdite familiari, tra cui il padre, la sorella Francesca e, nel 1814, la madre.
Con animo coraggioso, Caterina accettò questi eventi come volontà di Dio, soffrendo nel silenzio del suo cuore. Nonostante possedesse denaro, terreni e case, viveva miseramente, vestendosi con indumenti semplici e rattoppati, mangiando poco e coltivando l'orto per risparmiare e regalare cibo agli affamati. Divenuta orfana, usò l'eredità per aumentare la paga degli operai e aiutare i bisognosi, invitando i poveri a casa sua e cucinando per loro. Molto amata, tutti la chiamavano "zia". Rifiutò una proposta di matrimonio, avendo deciso di dedicarsi completamente al Signore e ai poveri.
Nel 1824, Caterina fece amicizia con Bartolomea Capitanio, di 17 anni più giovane. L'incontro la spinse in una nuova avventura: la creazione di un ospedale. Con i beni ereditari del casato Gerosa, Caterina rese possibile l'opera. Pur sentendosi umile e non all'altezza del compito, acconsentì al progetto di Bartolomea, incoraggiata da Don Angelo Bosio. Caterina acquistò un palazzo che adibì a ospedale. Era convinta di non essere capace, ma, abituata a meditare il Crocifisso da cui traeva la sua regola di vita, trovò nell’obbedienza la sua forza. Pacificati i suoi timori nella volontà di Dio, abbracciò con fede il progetto di Bartolomea dicendo: «Andiamo avanti con fiducia. Autore dell’Opera è il Signore».

La Fondazione dell'Istituto e la sua Diffusione
Il 21 novembre 1832, Bartolomea e Vincenza diedero vita al "Conventino" a Lovere. Il loro scopo era prendersi cura dell'educazione di orfane e fanciulle e assistere i degenti dell'ospedale locale. Pochi giorni dopo la stipula dell'atto costituente della compagnia, Bartolomea Capitanio si ammalò gravemente e morì nell'estate seguente, nel luglio 1833, all'età di soli ventisei anni. Molti pensavano: «Addio, Istituto!». Ma, come affermava Pio XII, l'Istituto non era opera d'uomini, ma del volere di Dio e perciò non poteva perire.
Rimasta sola, Caterina, che inizialmente si sentiva inadeguata e desiderosa di abbandonare tutto, fu nuovamente incitata da Don Angelo Bosio a continuare. Prese i voti, assumendo il nome di suor Vincenza (dal latino, "vittoriosa"), e coadiuvata da don Angelo, perorò l'approvazione ufficiale dell'istituto. Questa fu concessa da Papa Gregorio XVI nel 1840 con la bolla Multa inter pia, dando vita canonicamente alle Suore di Carità delle Sante B. Capitanio e V. Gerosa, comunemente dette "Suore di Maria Bambina". La denominazione ufficiale dell’Istituto è Suore di Carità delle Ss. B. Capitanio e V. Gerosa, unica famiglia articolata in province e comunità.
Una volta ottenuto il riconoscimento formale, le Suore di Maria Bambina si propagarono capillarmente nel nord Italia. Già nel 1842 furono chiamate a Milano, e nel 1860 l'Istituto aveva un carattere internazionale, essendo presente anche nel Bengala (India). Patriarchi di Venezia, cardinali di Milano, vescovi-principi di Trento, vescovi e governatori lombardi inoltrarono a suor Vincenza richieste di suore specializzate nell'educazione, nell'assistenza ai malati e nella gestione contabile di istituti (scuole, ospedali, asili). La prima richiesta di suore a Lovere giunse da Bergamo, in particolare da don Carlo Botta (1770-1849), che necessitava di aiuto per l'assistenza e l'educazione degli orfani, sempre più numerosi a seguito dell'epidemia di colera. Le suore giunsero in città a S. Chiara, nell'ex monastero delle Clarisse, nel maggio del 1837.
Già pochi anni dopo, nel 1863, l'Istituto contava diverse comunità presso i principali enti ospedalieri e di assistenza: nell'Ospedale Maggiore; nell'Ospedale neuropsichiatrico di Astino (dal 1853); nella Casa di Ricovero e in quella delle Convertite (dal 1838). Quando suor Vincenza morì nel 1847, le suore erano 171. All'inizio del terzo millennio, sarebbero state circa cinquemiladuecento.
La Canonizzazione e il Riconoscimento Ecclesiale
Le due fondatrici ricevettero il meritato riconoscimento dalla Chiesa. Bartolomea Capitanio fu beatificata il 30 maggio 1929, e Vincenza Gerosa il 7 maggio 1933. Entrambe furono insieme canonizzate da Papa Pio XII il 18 maggio 1950. La loro memoria liturgica è fissata il giorno 18 maggio per le Diocesi di Brescia, Bergamo e Milano, per espressa volontà dell'Istituto e dei vescovi di allora G. Tredici, A. Bernareggi e I. Carraro.
Il Santuario di Lovere: Un Monumento alla Carità
Genesi e Costruzione
Raccontare il Santuario di Lovere significa narrare molteplici storie. L'impresa di costruire il Santuario prese avvio da una data significativa per Lovere: il 30 maggio 1926, giorno di festa per la beatificazione di Bartolomea Capitanio. L'evento coinvolse tutta la città e i dintorni del lago d'Iseo. Un santuario avrebbe dovuto corrispondere anche ai desideri della stessa Bartolomea, che in vita aveva sperato di poter disporre di una chiesina dove potesse essere conservata la presenza eucaristica di Gesù. Infatti, fu costruita una piccola cappella adiacente alla Casa Gaia, oggi più comunemente nota come "Conventino", che nel 1926 risultava ormai inadatta ad accogliere le folle di pellegrini.
In prossimità delle celebrazioni si diffuse nei circoli femminili di Lovere la voce che si volessero trafugare le spoglie della Capitanio per trasferirle nella Casa generalizia di Milano. L'8 aprile 1926, sotto una pioggia dirotta, si formò per ben due volte davanti al Conventino un assembramento, soprattutto di donne, che richiese l'intervento delle autorità civili. La stessa superiora suor Domenica Marchesan dovette affacciarsi ripetutamente alla finestra assicurando che le spoglie della Capitanio sarebbero rimaste a Lovere. Alla protesta seguì l'invio di una commissione al vescovo di Brescia e di una lettera scritta in nome di tutta la popolazione. La notizia apparve subito sui vari giornali.
Il progetto per il Santuario fu affidato a monsignor Spirito Maria Chiappetta, che impiegò dieci anni della sua vita per portare a termine l'opera. Chiappetta non era solo un ingegnere ma anche un sacerdote, aveva indossato per la prima volta la veste a 54 anni, nel 1924, e due anni dopo Papa Pio XI lo aveva chiamato in Vaticano a dirigere l'Ufficio per la progettazione delle case parrocchiali d'Italia. La costruzione del Santuario fu un'ardua scommessa, visto il terreno gessoso e ricco di acqua su cui poggiano le fondamenta, tanto che molti abitanti e cronisti locali erano convinti che non si sarebbe mai alzata alcuna colonna.

Architettura e Simbolismo Artistico
Nonostante le difficoltà per le fondamenta, i lavori riuscirono a partire e ben presto i cittadini videro stagliarsi nel cielo di Lovere la sagoma gotica del campanile. La facciata, sormontata dalla torre nolare, è posizionata perpendicolarmente alla direzione interna del tempio, costituita dall'asse che parte dalla primitiva cappella di Casa Gaia e giunge all'altare. L'interno, pur di ridotte dimensioni, risulta estremamente dinamico, grazie alla decorazione che ricopre ogni centimetro dell'edificio.
Il Santuario si pone come esaltazione della vita della Capitanio e della Gerosa, e preghiera dipinta, innalzata in onore di Cristo Re dei Vergini e della Vergine stessa. Lungo i costoloni delle volte, centinaia di clipei racchiudono i simboli mariani, a solenne lode a Maria Vergine. Nei pressi dell'organo, Cristo e gli angeli benedicono e sovrintendono alle opere di carità: l'assistenza agli infermi e ai fanciulli. Si tratta di una simbologia di facile comprensione, con evidenti richiami alla Salvezza e alla sua fonte.
Nella parte inferiore delle pareti, lo sguardo del fedele si incrocia con quello delle Sante e Martiri in cammino verso Cristo, riconoscibili grazie ai segni del martirio o ai simboli tramandati dalla tradizione agiografica. È un corteo tutto al femminile, che si muove in uno scenario tanto semplice quanto esotico, connotato dalle palme, simbolo per eccellenza del martirio cristiano, e dai gigli bianchi, a esprimere la verginità e la purezza delle protagoniste. Sante antiche camminano al fianco di sante moderne, quali Teresina di Lisieux o Bernadette di Lourdes, e sante care alla fede del nord Italia, ad esempio Marcellina, si affiancano alle celebri sante del Sud, come Rosalia di Palermo. Viene raffigurata così l'universalità della fede e della Chiesa, di cui Bartolomea e Vincenza sono tra le più recenti testimoni. Sono opere di grande maestria tecnica e figurativa, che esemplificano il più alto artigianato artistico di inizio secolo.
Di notevole qualità sono inoltre i ferri battuti e le opere in marmo. Il Santuario si offre come un campionario di decine e decine di marmi in uso a quel tempo, provenienti dall'Italia e da tutto il bacino del Mediterraneo. Ancora una volta la più alta qualità dei materiali si unisce alla sapienza bergamasca della lavorazione, con l'intervento dei marmisti Remuzzi, tuttora attivi nel settore. Da non trascurare sono infine le opere a mosaico della Scuola Vaticana, sulle cui tessere scivola la luce dorata proveniente dalle vetrate.
A coronamento delle colonne, vi sono quattro capitelli disegnati dallo stesso Spirito Maria Chiappetta, arricchiti dal simbolismo degli elementi vegetali; le spighe e l'uva, simbolo dell'Eucarestia, dialogano con i gigli e la rosa, simboli delle due Sante; la passiflora e l'edera richiamano alla mente il tormento della Passione, mentre la quercia e l'alloro rammentano la resurrezione e la speranza nella vera fede. Nelle absidi laterali sono venerate le reliquie delle sante, a sinistra Bartolomea e a destra Vincenza. Monsignor Chiappetta, secondo alcuni, ha unito il romanico col gotico, il mozarabico col bizantino, con richiami ai preraffaelliti inglesi, al simbolismo francese, ai pittori nazareni, allo stile floreale d'inizio secolo.

Il Carisma delle Suore di Carità
L'Istituto delle Suore di Carità - sulle orme di Bartolomea e di Vincenza - vive come proprio carisma la partecipazione alla carità misericordiosa di Gesù Redentore che dà la sua vita perché ogni uomo, recuperato nella sua dignità e riconciliato con Dio, abbia pienezza di vita e sia capace, a sua volta, di carità verso il prossimo.
Dalle Parole di Pio XII: La Grandezza delle Sante Fondatrici
Nell'omelia per la canonizzazione delle Sante Bartolomea Capitanio e Vincenza Gerosa, pronunciata il 18 maggio 1950, Papa Pio XII descrisse le loro virtù e il loro operato. In questo terrestre esilio, affermava il Pontefice, «nulla profecto pulchrius, nihil amabilius, quam candidus virginitatis nitor, quo vultus, oculi, animi radiantur; et quo cernentes omnes suavi quodam modo ad caelestia excitantur ac diriguntur». Se a questo splendore di intemerata purezza si unisce la fiamma della divina carità, allora si ha qualcosa che commuove le menti e attrae le volontà verso grandi imprese.
Bartolomea Capitanio, con un'indole perspicace e ardente, fin dai più teneri anni seppe domarla e indirizzarla all'acquisto della perfezione cristiana e all'adempimento del volere divino. Ornata di virtù, specialmente della purezza verginale e di intensa carità verso Dio e il prossimo, comprese d'essere chiamata a procurare la propria salvezza e quella degli altri. Con questo intento, cominciò a pensare alla fondazione di un istituto la cui missione fosse la buona educazione delle fanciulle, la cura degli infermi negli ospedali, il prestare rifugio ai vecchi bisognosi, e l'ospitalità ai derelitti. Riconosceva la sua incapacità, ma poteva fare suo il detto dell'Apostolo delle genti: «Omnia possum in eo, qui me confortat» (Fil 4, 13), confidando unicamente in Dio e nel suo aiuto celeste. Pertanto, dietro il consiglio del direttore di coscienza e l'ispirazione della divina grazia, Bartolomea gettò le basi del suo Istituto.
Dopo la sua morte, la situazione sembrò critica, ma l'Istituto non poteva perire, essendo opera del volere di Dio. Apparve un'altra vergine, Caterina Vincenza Gerosa, non meno ricca di doti di spirito, di candida innocenza, di cristiana semplicità, di fede incrollabile, di fortezza invincibile e d'ardente carità. Dopo aver pianto la sua compagna, si gettò davanti al tabernacolo eucaristico, implorando lume, consiglio, sollievo e forza. Sapeva che da sola non avrebbe saputo far nulla, ma tutto avrebbe potuto appoggiata alla forza di Colui che «elesse i deboli di questo mondo per confondere i forti» (1Cor 1, 17). Con la mente illuminata da Dio e la volontà rinvigorita dalla forza soprannaturale, prese su di sé la grande opera iniziata. Così, con l'aiuto di Dio, quella pianticella, che lei aveva ricevuto per irrigarla e sostenerla, sotto la sua guida crebbe alta e frondosa e diede copiosi frutti.
Pio XII invocava le due Sante, ormai insignite di nuovo fulgore, affinché dal Cielo, insieme alla prima socia del loro lavoro che Vincenza soleva chiamare madre per la sua umiltà, guardassero alla sodalità religiosa da loro fondata. Che con il loro potentissimo patrocinio impetrassero da Dio che tutte le figlie, alle quali lasciarono in eredità il medesimo istituto di perfezione evangelica, imitassero volentieri i loro esempi. E che anche si adoperassero con tutte le forze affinché quanti furono loro affidati, seguissero alacramente e attivamente le loro santissime orme.