Roberto de Mabilia: Il Presbitero e la Donazione di Sant'Eufemia a Irsina

Le Origini e la Carriera di Roberto de Mabilia

Roberto de Mabilia era un presbitero le cui origini affondavano in un paesino abbarbicato sulle colline della Lucania: Montepeloso, oggi noto come Irsina. La sua famiglia era potente in questa località, situata nell'alta valle del Bradano, da cui lo sguardo si perde tra i campi di grano e arriva, nei giorni di vento, fino al mare di Taranto.

Come molti rampolli di nobili famiglie del Sud, De Mabilia era approdato a Padova per studiare legge. Lì aveva intrapreso una rapida carriera abbracciando la vita ecclesiastica, fino a diventare rettore di quella che era allora una delle più importanti istituzioni della città: la chiesa di San Daniele a Padova. Potremmo dire, in termini contemporanei, che De Mabilia era un migrante che aveva fatto fortuna al Nord.

Mosso da una profonda nostalgia di casa, De Mabilia desiderava da un lato far sapere ai suoi compaesani di aver fatto carriera e dall'altro convincerli, grazie al suo potere di ecclesiastico, ad affiancare al culto della Vergine Assunta, cui era dedicata la cattedrale più volte distrutta di Montepeloso, quello di una nuova e più "trendy" patrona. Nel 998, infatti, i Saraceni, risalendo il Bradano, avevano raso al suolo la cattedrale.

La Nascita della Devozione a Sant'Eufemia

È probabile che a metà del Quattrocento sia stato proprio durante uno dei frequenti viaggi al Patriarcato della Serenissima, in una piccola chiesa in stile veneto-bizantino di Sant’Eufemia alla Giudecca a Venezia, che Roberto de Mabilia si sia innamorato di Sant'Eufemia. Oggi questa chiesa è a un passo dall’imponente edificio del Molino Stucky (alias Hotel Hilton) e poco dopo l’Harry’s Dolci, ma quando fu costruita nel IX secolo doveva essere quasi isolata sul canale che guarda Venezia e più in là la terraferma (la vicina e grande basilica del Redentore fu progettata da Palladio nel 1577).

Sant’Eufemia faceva perfettamente al caso di De Mabilia. La giovane martire di Calcedonia era venerata nell’istriana Rovigno, che era riuscita in modo fortunoso ad accaparrarsene le spoglie. Le sue gesta erano famose sulle varie sponde del Mediterraneo: non ancora sedicenne si era convertita al cristianesimo e, rifiutandosi di abiurarlo, era stata condannata a morte da Diocleziano. La leggenda narra che i leoni, anziché sbranarla dopo averla uccisa, si fermarono limitandosi ad addentarle una mano.

La Commissione delle Opere d'Arte

Per raggiungere i suoi obiettivi, De Mabilia frequentò a Padova l’ambiente degli intellettuali e degli artisti che gravitavano attorno allo studio di Francesco Squarcione. Questi, prima di darsi alla pittura, aveva anche fatto il sarto e insegnava ai suoi allievi la lezione di Donatello, spronandoli a inserire nelle loro opere una prospettiva quasi architettonica.

Tra i più brillanti allievi dello Squarcione c’era un giovane che si chiamava Andrea Mantegna e che, pur avendo poco più di vent’anni, già si era fatto notare. Il sacerdote irsinese Roberto De Mabilia, rettore della chiesa di San Daniele a Padova, intorno al 1453, intrecciò rapporti con il giovane Mantegna, che in quel periodo lavorava per la chiesa di Santa Giustina a Mantova. De Mabilia commissionò all'artista la tela raffigurante Sant'Eufemia e la scultura dello stesso soggetto, da donare alla sua città.

Dipinto di Sant'Eufemia di Andrea Mantegna (1454)

La cospicua donazione comprendeva anche altre opere:

  • Una scultura di Sant'Eufemia di pietra, che sembra uno sviluppo tridimensionale del dipinto.
  • Un dipinto della stessa santa (la tela con Sant'Eufemia, su cui Mantegna appose la sua firma).
  • Una scultura della Vergine con il Bambino, realizzata probabilmente da Nicolò Pizolo, amico di Mantegna e allievo di Donatello, per non ferire la suscettibilità dei compaesani.
  • Un Cristo di legno.
  • Una fonte battesimale.
  • Vari codici miniati.
  • Un’edicola con le insegne della sua famiglia.
  • Un reliquiario contenente ossa del braccio della santa, che De Mabilia era riuscito con qualche sotterfugio a strappare a Rovigno.

Il Viaggio Miracoloso verso Montepeloso

Messa insieme la donazione, De Mabilia decise di portarla lui stesso al lontano paese sulle colline lucane. Andò così a Venezia per contrattare l'affitto di una nave che gli consentisse di arrivare fino a Bari e poi di lì, a dorso di mulo, fino a Montepeloso. Trovare un vascello a Venezia in quel 1454 non era difficile, negli squeri della Laguna o in terraferma si costruiva ogni sorta di imbarcazione: la Serenissima viveva il suo periodo di massimo splendore prima che Colombo scoprisse l'America e il Mediterraneo diventasse un mare di serie B. Le rotte dell'Adriatico, se non fosse stato per le scorrerie dei Saraceni, non avevano segreti per gli esperti marinai di Venezia, ma con il tempo non si poteva mai sapere.

Il poemetto del Verrone narra che il lungo viaggio, iniziato dai lidi veneti, fu funestato da una terribile tempesta che mise in pericolo la vita dell'intero equipaggio. Fatto sta che quando il viaggio sembrava andare per il meglio, perché non si erano incrociate insegne dei mori, si scatenò un’improvvisa tempesta che pareva voler distruggere tutto. Onde alte come i palazzi del Canal Grande, tuoni, fulmini e l’acqua che voleva ingoiare non solo le opere d’arte ma anche l’equipaggio.

Illustrazione del miracolo di Sant'Eufemia che placa la tempesta

De Mabilia non si scordò di essere un prete: così tirò fuori l’arma segreta. Scese nella stiva, prese il reliquiario con il braccio di Sant’Eufemia e lo brandì verso il mare in tempesta. La tempesta si placò solo quando il sacerdote benedisse le acque che, miracolosamente, si calmarono. Le onde, così come i leoni dello stadio di Calcedonia, di fronte al braccio della santa si ammansirono, i venti si placarono, e una pallida luna illuminò il resto del viaggio.

Dopo l'arrivo a Bari, il viaggio continuò via terra fino a Montepeloso (oggi Irsina), dove si diffuse subito la notizia del miracolo e dove Sant'Eufemia fu acclamata protettrice della città, invocata per tenere lontane le tempeste e le calamità. Per i montepelosani fu uno spettacolo indimenticabile quella processione al tramonto con De Mabilia a cavallo in testa al corteo e quei carri carichi di ogni ricchezza che attraversavano il paese, distogliendo le donne sedute davanti ai "vasci" dalle loro chiacchiere e facendo urlare di stupore i bambini che si intrufolavano da tutte le parti. La donazione De Mabilia arrivò nel piccolo centro lucano nel 1454, come attestato dagli studiosi e da un'incisione su una colonnina, anch'essa facente parte della Donazione e custodita nella Cattedrale di Irsina, quando, dopo secoli di tenebre, la città riassumeva la dignità arcivescovile, condivisa con la più importante città di Matera.

La Memoria Storica e la Riscoperta

A raccontarci la vicenda della donazione è nel 1592 l’arcidiacono della cattedrale, Pasquale Verrone, in un poemetto dal titolo "Vita divae Euphemiae virginis et martyris". Il poemetto, però, finì in fondo a qualche archivio. Nella premessa al componimento del Verrone, si apprende dell'esistenza di un documento redatto in duplice copia, una delle quali depositata in Vaticano, l'altra portata a Montepeloso da un ecclesiastico: Roberto de Amabilibus (De Mabilia).

Ad accorgersi della sua esistenza è stato solo nel 1989 (o 1986, secondo alcune fonti) don Nicolino Di Pasquale, un sacerdote della stessa cattedrale di Irsina (il nuovo nome che Montepeloso ha assunto nel 1895), che decise di ristamparlo. Tra i testi di riferimento figurano "Vita di Sant'Eufemia" di d. Nicola Di Pasquale e "Andrea Mantegna e La Donazione De Mabilia alla Cattedrale di Montepeloso" di Clara Gelao.

Le Attribuzioni e il Dibattito Artistico

Grazie anche a questa ristampa, Clara Gelao, direttrice della Pinacoteca Giaquinto di Bari, ha potuto affermare che a Irsina c’è una scultura che potrebbe essere attribuita a Mantegna. È sorprendente, infatti, la somiglianza con il ritratto della santa proveniente dalla donazione De Mabilia, finito nel frattempo tra le collezioni della reggia di Capodimonte.

La Gelao ha avuto la fortuna di trovare, nella sua battaglia attributiva, il sostegno di Vittorio Sgarbi. Nella grande mostra dell’artista a Mantova del 2006, il critico ha esposto la tela e la scultura, affermando che quest'ultima fosse senza ombra di dubbio l’unica di Mantegna pervenuta fino a noi. L’anno dopo, anche i francesi hanno fatto lo stesso nella mostra di Mantegna al Louvre, solo che nella didascalia della scultura hanno preferito limitarsi a una "bottega del Mantegna" (per il critico Giovanni Agosti l’autore sarebbe Pietro Lombardo).

Confronto tra la scultura di Sant'Eufemia di Irsina e il dipinto di Mantegna

Sgarbi non ha abbandonato Sant’Eufemia e anche alla recente Expo milanese, nella mostra "Tesori d’Italia", ha riproposto nella sezione della Basilicata il dialogo davvero emozionante tra la tela e la scultura.

Il Corteo Storico: Una Tradizione Vivente

L'iniziativa del Corteo Storico si inserisce nel contesto della valorizzazione dei beni culturali della comunità irsinese e dei Comuni dell'ambito. Attraverso detta iniziativa, si pongono in risalto le opere d'arte (soprattutto la statua di Sant'Eufemia del Mantegna) contenute nella Cattedrale di Irsina e la Cattedrale stessa. L'evento, realizzato nel periodo immediatamente prossimo alla Festa Patronale di Sant'Eufemia, intende valorizzare anche aspetti più ampi del contesto culturale, aprendosi anche alle tradizioni enogastronomiche.

Il Corteo Storico riguarda la donazione alla Cattedrale di Montepeloso (ora Irsina) di una serie di opere d'arte e della reliquia del braccio di Sant'Eufemia, patrona della Città. Le opere d'arte sono la statua di Sant'Eufemia attribuita al Mantegna, una Madonna col Bambino di Nicolò Pizolo, un Fonte Battesimale, un Crocifisso ligneo, tutti provenienti dal Veneto e giunti nell'antica Montepeloso nel 1454. Tutte queste opere sono attualmente custodite nella Cattedrale di Irsina.

L'evento, nato per ricordare questa donazione e per diffondere la conoscenza di tali opere, si svolge dal 2008 in prossimità della Festa Patronale. Ha un forte interesse culturale per la comunità irsinese, che si identifica nel culto verso la sua Santa Patrona, Sant'Eufemia di Calcedonia, i cui festeggiamenti sono una delle più antiche tradizioni della Comunità Irsinese.

Corteo storico de amabilibus

Il Corteo Storico rappresenta il momento iniziale di tale identità culturale ed essendo ispirato a un fatto storico, rappresenta un "unicum" per la comunità, che attraverso tale rappresentazione riscopre le proprie origini e le origini del culto verso la Santa. Nel corso degli anni si sono affinate anche le tecniche nella realizzazione dell'evento, avendo sempre maggior cura nella ricerca degli abiti d'epoca, nell'allestimento degli ambienti rinascimentali e nella narrazione del fatto storico rappresentato.

Il contesto storico in cui il bene intangibile segnalato si inserisce è quello rinascimentale. L'evento della Donazione di opere d'arte veneta alla Cattedrale di Montepeloso viene attualmente salvaguardato e conservato attraverso la rappresentazione del Corteo Storico, in abiti d'epoca, con il coinvolgimento dell'intera comunità irsinese, che partecipa alla realizzazione dello stesso (la maggior parte dei figuranti, oltre 150, sono tutti irsinesi, bambini, giovani adulti ed anziani). Essendo legato alla devozione alla Santa Patrona, esso è stato tramandato oralmente, nei racconti degli anziani ai propri figli e nipoti nel corso dei secoli e documentato, come già detto, in un poemetto scritto da un sacerdote nel 1592, rinvenuto dal sacerdote irsinese don Nicola Di Pasquale nell'Archivio Segreto Vaticano e dallo stesso pubblicato nel 1986. Nel testo dal titolo 'Vita di Sant'Eufemia', è inserito un poema in versi, datato 31 luglio 1592, composto dall'arcidiacono Pasquale Verrone di Irsina, in quel tempo conosciuta come Montepeloso.

Il Corteo Storico evoca l'arrivo nell'antica Montepeloso di tale straordinario evento ed è composto da circa 150 personaggi, tra i quali il Sacerdote Roberto De Mabilia con altri sacerdoti al seguito, il Vescovo di Montepeloso con altri sacerdoti al seguito, diverse coppie di nobili dell'epoca, soldati di scorta, cavalieri, gente del popolo (adulti, giovani e bambini), e un carro trainato da buoi sul quale sono trasportati i beni della donazione (copie riprodotte). Il corteo è preceduto da gruppi di sbandieratori, musici rinascimentali e altre attrazioni della stessa epoca (giocolieri ecc.). La Comunità irsinese partecipa attivamente nell'allestimento del corteo.

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