Il diavolo, simbolo del male e dell’imperfezione, ha attraversato la storia dell'arte e dell'immaginario popolare, assumendo forme e significati diversi. Nel contesto del presepe napoletano, il diavolo apparteneva originariamente a uno scenario ricco di vita e morte, realtà e immaginazione, sacro e profano, religione e magia.
Il Diavolo nel Presepe Napoletano: Dalla Tradizione alla Reinvenzione
“Certo l’immaginario popolare napoletano è ricchissimo di aneddoti”, nota Roberto De Simone. Tuttavia, il diavolo, insieme ad altre figure esoteriche e straordinarie, è poi scomparso dal presepe, cedendo il posto a derelitti, deformi e mendicanti, riprodotti con estremo realismo nel presepe del Seicento.
La Reinvenzione dei Fratelli Scuotto
I fratelli Scuotto, invece, hanno recuperato e reinventato la figura del diavolo nell'arte presepiale, dando vita a un "girotondo di angeli dannati e beffardi" che esulano dalle figure stereotipate del presepe artigianale. Le loro creazioni sono "orride e fantastiche creature, a volte goffe, ambigue e quasi ridicole, a volte sensuali, affascinanti e seducenti".

I demoni sono circondati da un’umanità di sofferenti ed esclusi, ricreati in modo originale, vittime di pregiudizi, di imprudenza, di ingiustizie e di paure, come gli appestati, il femminiello, gli schiavi, i bambini rapiti da Maria a’ Manilonga, la suicida Mafalda e lo Zi Michele atterrito dal Lupo Mannaro.
Nelle loro opere, Lucifero, questo angelo decaduto, ha una varia e molteplice personificazione. L'immaginario collettivo si è sbizzarrito, con un coro unanime che ha partecipato all'invito del sito della Scarabattola. La lotta tra bene e male si è mutata così nello sconfinamento della morte nella vita.
Personaggi Demonici e il loro Simbolismo
- Flagromor: l’urlo di Satana, che vive nel suo fiato e alimenta roghi blasfemi appiccati per riti pagani.
- Demorciso: plasmato da Lucifero nell’argilla, è l’immagine della vanità dell’uomo e si nasconde nei riflessi compiaciuti degli specchi.
- Gelfo 333: troppo curioso per scrutare nelle fiamme del male, ha scorso l’altra metà del tutto ove alberga il bene. A fine inverno gli subentra Lividus Gruneraptor, suo alter ego, che vive nelle ombre dei giorni estivi.
- Pulcibastiano: trafitto dai corni delle molteplici contraddizioni di una città dalle tante emergenze, ha un’espressione di sofferenza sul viso per le spine che si innestano sul suo tronco vitale. Esprime “il cruento trapasso dallo stadio di superstizione a quello di super azione e martirio”.
Questo percorso d’arte tra tradizione e contemporaneità, tracciato con genialità dai fratelli Scuotto, si riassume nella figura del Pulcibastiano. La sua visione, all’interno della sala, fu anticipata da un piccolo Pulcinella coricato sulla luna sul pozzo del cortile di San Lorenzo, uno dei complessi conventuali più importanti del Medioevo napoletano. Abbracciato alla sua malinconia, sembrava avvilito, stanco, inerte. La luna si frapponeva alla demoniaca Maria ‘a Manilonga che dagli abissi continua nel nostro immaginario ad allungare gli artigli per rapire bambini imprudenti. La luna piena lo sostiene ancor oggi, gli dona un’aura quasi surreale, sospesa tra il passato, presente e futuro delle tradizioni e della cultura napoletana.
La Filosofia Dietro la Rappresentazione del Diavolo
Il Diavolo, nella concezione dei fratelli Scuotto, non è solo quello della cultura religiosa, ma è la trasposizione dei nostri sogni e incubi presenti e futuri: incarna lo scontro tra corpo e potere, tra vita e morte, tra distruzione del corpo e enfatico languore, anche erotico. Per questo ci atterrisce e insieme ci affascina. Il Diavolo è la metafora della nostra società, del malessere presente nelle periferie urbane e delle paure che vivono nei recessi più segreti dell’anima. Per esorcizzarlo, oltre che come memento mori della attuale condizione postmoderna, i fratelli Scuotto, non senza ironia, propongono di schiacciarlo, di metterlo “sotto il tacco”, inserendolo a mo’ di cariatide in una scarpa femminile.
La bottega d'arte La Scarabattola: intervista a Raffaele Scuotto #Scarabattola #presepe
Le loro figure e composizioni sono completamente rinnovate. I loro personaggi sono la rappresentazione di un mondo vivo, presente, ricco di sfumature, senza bamboleggiamenti idilliaci o patetici, e, come questa mostra ben documenta, il presepe si è arricchito di una nuova personificazione: il Diavolo.
Evoluzione dell'Iconografia del Male nell'Arte
L’idea di diversità e di rovesciamento dei connotati umani e divini sta alla base della rappresentazione iconografica del maligno, la cui corporeità assume elementi di esagerazione.
Origini e Trasformazioni
Fino al IX secolo circa, il diavolo è effigiato con fattezze umanoidi: è un vecchio piccolo e deforme, oppure un gigante, ma con artigli ai piedi. Di notevole interesse è il ricorso agli elementi formali e strutturali carpiti al mondo degli insetti.
- La farfalla, che nelle raffigurazioni classiche rappresenta Psiche e, pertanto, l’anima, assume un ruolo di primo piano nel prestare le proprie sembianze al diavolo, simboleggiando bellezza, vanità, volubilità e la vocazione all’effimero.
- La mosca era simbolo non solo del demonio, ma, in generale, del peccato.
- Anche i coleotteri, in particolare il cervo volante, ricorrono nell'iconografia del diavolo, come visibile nei manoscritti miniati del gotico internazionale e nella pittura nordeuropea del XVI e XVII secolo, spesso associandovi un significato negativo.
- Il pipistrello, con il caprone e il gatto nero, detiene il primato dell’immaginazione satanica, ereditando alcune caratteristiche dalla farfalla, come le ali variopinte e leggere.
In questo percorso, ogni artista ha contribuito a un mosaico in continua trasformazione, in cui il Diavolo si presenta come uno specchio delle nostre più profonde paure, desideri e ambiguità morali.
Artisti e Opere Rappresentative

Medioevo e Rinascimento
- Giotto (fine XIII - inizio XIV secolo): Pioniere nell’introduzione dell’iconografia del Diavolo. Nel ciclo di affreschi del “Giudizio Universale” nella Cappella degli Scrovegni a Padova, Giotto dipinge scene potenti del Diavolo negl’inferi, esplorando il Male attraverso la composizione e l’espressione.
- Luca Signorelli (1499-1502): Il suo capolavoro del “I dannati all’Inferno” nella Cappella di San Brizio nel Duomo di Orvieto, dettaglia le pene inflitte ai dannati, seguendo fedelmente le descrizioni di Dante. Il suo autoritratto come diavolo (1499-1502) è un esempio notevole.
- Hans Memling (1467-1473): Il “Trittico del Giudizio universale” (Trittico di Danzica) affronta la dualità tra bene e male con profondità emotiva.
- Hieronymus Bosch (1500 circa, 1506-1508): Con opere come “Il Giardino delle Delizie Terrene” e “Il carro di fieno”, presenta un caleidoscopio di creature surreali, immergendo lo spettatore in un mondo di tentazione e peccato.
- Pazuzu: Un demone assiro-babilonese (primo millennio a.C.), la cui immagine iconografica risale all’VIII secolo a.C. e divenne un cult dopo il film “L’Esorcista”. Questa creatura diabolica, sebbene talvolta invocata come protettrice, era per lo più considerata la più perfida e malvagia, una bestia nera e pelosa che prediligeva i deserti. La sua potenza, tuttavia, si riteneva potesse anche proteggere da altri demoni, portando molti a indossare amuleti con la sua immagine.
- Filippino Lippi (1482 circa): “Apparizione della Vergine a San Bernardo”.
Manierismo e Barocco
- Michelangelo Buonarroti (1536-1541): Nel “Giudizio Universale” della Cappella Sistina, i diavoli sono rappresentati a destra mentre conducono le anime perse all’Inferno. Caronte spinge i dannati sulla barca che li porterà nel fuoco eterno. Altri demoni trascinano in basso le anime disperate dal cielo. I demoni hanno la pelle scura, occhi infiammati e un paio di ali di ariete.
- Rosso Fiorentino (1527-1528): Nella “Deposizione di Sansepolcro”, compare un volto inquietante nell’ombra, un viso diabolico dai connotati scimmieschi, che gli storici ipotizzano rappresenti il male.
- Albrecht Dürer (1513): La famosa incisione “Il cavaliere, la morte e il diavolo” rappresenta una scena terrificante con un essere mostruoso composto da parti di vari animali, simbolo della lotta contro il male.
Età Moderna e Contemporanea
- Goya (1797-1798): “Il sabba delle streghe” (conosciuto anche come “Il grande caprone”) offre una prospettiva cupa e politica, con streghe riunite intorno a un caprone che porta tra le lunghe corna un ramo intrecciato, a cui porgono infanti in offerta.
- Henry Fuseli: Nel suo dipinto “Incubo”, offre un’interpretazione intensa del Diavolo, che si fa strada nell’opera mentre la figura centrale è assalita da visioni notturne.
- Gustave Doré (1832-1883): Realizzò una serie di incisioni impressionanti per “Il Paradiso Perduto” di Milton, plasmando l’immaginario associato all’opera.
- William Blake (1757-1827): Creò le sue illuminazioni di “Il Paradiso Perduto”, intrise di simbolismo e visioni profetiche.
- Odilon Redon (1840-1916): Realizzò una serie di acqueforti basate su “Il Paradiso Perduto”.
- Franz von Stuck (1863-1928): Nel suo dipinto “Lucifero”, esplorò la figura di Lucifero in modo espressivo e simbolico.
- Francis Bacon (anni '50): Con il suo stile pittorico distorto e angosciante, esplora il tema del Diavolo nel quadro “Studio del Ritratto del Papa Innocenzo X di Velázquez”. Le figure umane contorte e sfigurate rappresentano la disumanizzazione, e il Diavolo diventa una forza perturbante.
- Pollock: Con la sua tecnica dell’action painting, introduce il Diavolo nell’arte astratta, come dimostra nella sua opera “Lucifer”.
La bottega d'arte La Scarabattola: intervista a Raffaele Scuotto #Scarabattola #presepe
Anna Maria Nosotti ha scritto un approfondimento sui legami tra tradizione iconografica e nuovi media rispetto alla figura del diavolo.
Caravaggio e le Natività
Tra i dipinti con la presenza della Madonna e di Gesù, l'autore ama il dolcissimo “Riposo durante la fuga in Egitto“ (Galleria Doria Pamphili, Roma), un capolavoro di Caravaggio.
La Madonna del Parto o Adorazione dei Pastori
“La Madonna del Parto” è un dipinto straordinario che Caravaggio realizzò fra il 1608 e il 1609, nel periodo del soggiorno siciliano fra Siracusa e Messina. Oggi si trova al MUME di Messina. Francesco Susinno, storico che racconta del Caravaggio in Sicilia un secolo dopo il suo soggiorno (1724), ma anche molti contemporanei, consideravano l’“Adorazione dei pastori” il capolavoro del pittore. Padre Samperi in un testo del 1644 (Iconologia della gloriosa Vergine Maria Madre di Dio protettrice di Messina) registrò che “su l’altare maggiore della devota chiesa dei Frati Cappuccini sta l’artificioso quadro della Madonna del parto, opera dell’eccellente pittore Michelangiolo da Caravaggio” e ne pubblicò un’incisione di Placido Donia intitolata “La Madonna del Parto”. Questa è la più antica indicazione del quadro, e anche Caio Domenico Gallo, nel secolo successivo, indicò nei suoi “Annali di Messina”(1756), “questa Natività col nome di Madonna del Parto”, mentre nelle biografie e nei repertori anche dai principali studiosi a decorrere da Roberto Longhi (1951), verrà chiamata “Adorazione dei pastori”. Giovanni Pietro Bellori ricordò: “vi figura la Vergine con il bambino fuori la capanna rotta e disfatta d’assi e travi; e vi è San Giuseppe appoggiato al bastone con alcuni pastori in adorazione”.

L’Adorazione dei Pastori è un’opera immensa che riempie una parete del Museo interdisciplinare di Messina e che cattura lo spettatore all’interno di una scena teatrale. L’attenzione è focalizzata sulla Madonna e il bambino. Un dipinto pieno di dolcezza e di santità nella semplicità degli abiti e degli oggetti. Un capolavoro che riprende la tematica dell’umiltà, e anche degli elementi frequenti in Caravaggio come il caratteristico apparire di manti rossi e i contrasti buio-luce con in evidenza massima i volti vicini di Maria e Gesù.
La Natività di Palermo: Un Mistero Irrisolto
L’altro dipinto, quello commissionato con il tema della natività, “La Natività”, oggi non è ammirabile, al suo posto c’è una raffigurazione in 3D a Palermo. Nessuno sa se esiste ancora o se è stato diviso in parti o distrutto. Si tratta della “Natività” nota nel mondo per essere stata rubata nell’ottobre del 1969 dall’Oratorio di San Lorenzo a Palermo. Sul quadro sono stati spesi anni e anni di indagini, finora senza esito, scritti libri e saggi, realizzati film. Il dipinto, secondo alcuni biografi, era attribuibile al periodo siciliano di Caravaggio, dunque, al 1608-1609 ma secondo alcuni studiosi il quadro perduto forse è stato commissionato a Roma nel 1600 e poi portato a Palermo. Di recente Maurizio Calvesi, Giovanni Mendola e altri hanno ripreso con nuove prove un’ipotesi formulata negli anni ‘80, secondo cui il dipinto sarebbe da ricondurre alla produzione romana di Merisi e alla commissione diretta, nell’anno 1600, del mercante Fabio Nuti. L’ipotesi di cronologia romana è confermata dallo stile (pennellata accurata, colori accesi), dalla composizione (con una sorta di horror vacui), dai confronti iconografici (stringenti con le pitture della cappella Contarelli) e dalle caratteristiche tecniche del telo (un unico, grande brano di tessuto). Inoltre, importanti ritrovamenti documentari hanno fatto luce sulla rete di relazioni che legava Caravaggio, Nuti e soci, Palermo e nello specifico l’oratorio. Senza contare che la modella che vestì i panni della Vergine sembra la stessa che posò nel 1602 nella “Giuditta e Oloferne”.

Il quadro, rubato a Palermo nel 1969 da alcuni ladruncoli e poi finito in mano alla mafia, esiste ancora? Non lo sappiamo con certezza, così come non si è certi che la teoria della commissione Nuti sia fondata. Tante le leggende circolanti sulla sorte del dipinto: utilizzata come stendardo nei summit di Cosa nostra, al centro di una trattativa Stato-Mafia, mangiata da topi e maiali in una stalla, o ancora distrutta nel terremoto dell’Irpinia. Il dipinto presenta alcune somiglianze con “L’adorazione dei pastori” raccontata, come la capanna umile e povera, ma esplode al centro con l’entrata in scena dell’angelo di Dio con il cartiglio “Gloria in Excelsis Deo”. Stefania Macioce accenna a un ennesimo mistero che riguarda le figure attorno alla Madonna: “Dal punto di vista iconografico si è aperta un’annosa questione circa l’individuazione della figura di San Giuseppe, del pastore con il bastone e di San Francesco, la cui veste non corrisponderebbe con esattezza ai canoni della veste del Frati Conventuali di Palermo”.
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