Donne Consacrate: Storie di Resilienza, Abuso e Carità

All'interno della vita consacrata femminile, nonostante la profonda vocazione spirituale, alcune donne si trovano ad affrontare sfide complesse e spesso dolorose. Come Anne-Marie, Anna, Elizabeth, Vera e tante altre, i cui nomi sono di fantasia per tutelarne la privacy, queste donne sono suore o ex suore con origini e vissuti diversi, ma accomunate dall'essere vittime di violenza, abusi di potere e manipolazioni all’interno di istituti religiosi, conventi e monasteri. Purtroppo, non si tratta di casi isolati, bensì di una problematica sempre più predominante nella vita consacrata femminile, spesso sottovalutata o, ancor peggio, sottaciuta.

Le Sfide della Vita Consacrata Femminile

Esperienze di Vita Consacrata al Bivio

Le testimonianze raccolte rivelano un quadro di grande sofferenza e la lotta per l'autonomia personale e la dignità. Ecco alcune di queste storie:

  • Marcela, per tanti anni, in un monastero di clausura, ha obbedito al silenzio imposto, ai lunghi digiuni, ai capelli rasati e al permesso da chiedere alla superiora per fare la doccia, credendo di rispettare la volontà di Dio. Ma, quando una rabbia repressa ha iniziato a crescere dentro di lei, ha chiesto l’esclaustrazione, la facoltà di vivere temporaneamente fuori dell’istituto religioso. Ora ha trovato accoglienza in una casa religiosa, ha iniziato un percorso di psicoterapia, non sa se indosserà ancora il velo, ma una cosa è certa: continua a vivere nei sensi di colpa, nella paura che qualcuno la rimproveri quando si sveglia dieci minuti più tardi.

  • Aleksandra, consacrata da trentuno anni, si occupava con dedizione di un progetto interno a un istituto religioso, affiancata dal sacerdote della diocesi, che, ben presto, si è rivelato tutt’altro. Gli apprezzamenti si sono trasformati in molestie fino a sfociare in veri e propri abusi fisici che ha prontamente denunciato alla superiora. «Evidentemente sei stata tu a provocarlo» è la risposta inaspettata che l’ha costretta a scappare lontano, con il timore di distruggere la sua salute fisica, psichica e spirituale.

  • Therese è entrata a far parte di una Congregazione religiosa con una laurea in marketing ed economia in tasca e un lavoro che le assicurava l’indipendenza economica. Ma a mancarle era la salute, un limite nell’istituto religioso in cui la obbligavano ai lavori più faticosi. Dopo sette anni di resistenza, ha esaurito il serbatoio di sopportazione ed è andata via. Definita una «traditrice», si è vista sbattere la porta in faccia da un’altra Congregazione, ritrovandosi senza affetti né soldi. È salva grazie al padre spirituale che le ha trovato un alloggio e un lavoro.

Illustrazione simbolica di una donna che cerca autonomia in un contesto religioso

Il Velo del Silenzio: Un'Inchiesta Rivelatrice

A squarciare «il velo del silenzio», con un omonimo libro-inchiesta, pubblicato da San Paolo Edizioni, è stato Salvatore Cernuzio, giornalista di Vatican News. Il libro è affiancato nella prefazione da Suor Nathalie Becquart, sottosegretaria all'Ufficio del Sinodo dei Vescovi a Roma nonché prima donna con diritto di voto all’assemblea sinodale, e introdotto da Padre Giovanni Cucci, autore, nel 2020, di un approfondimento sugli abusi di autorità nella Chiesa e i problemi della vita religiosa femminile.

In nome della trasparenza invocata in tante occasioni da Papa Francesco per la Chiesa, l’eco della denuncia, stavolta, si è propagata dalle mura vaticane. Cernuzio racconta le origini della sua inchiesta: «Sfiorare la sofferenza di una cara amica d’infanzia, da anni monaca di clausura, ritrovata in abiti civili perché messa alla porta con un bagaglio di pochi effetti personali e tanto dolore, mi ha spinto ad avviare l’indagine durata circa un anno e racchiusa in questo libro». Questa ricerca lo ha portato a posare sguardo e penna su undici religiose ed ex religiose, monache di clausura, suore di vita attiva, contemplative, con storie maledettamente uguali.

Pattern di Abuso e Manipolazione

Cernuzio spiega che «è quasi come se ci fosse un copione già scritto all’interno di conventi, istituti e monasteri, da seguire nei casi in cui alcune donne si presentano più “problematiche” rispetto alle altre. Più ribelli, magari solo perché più intelligenti; elementi di disturbo, magari solo per aver contestato un ordine o per aver chiesto di studiare, anziché fare solo pulizie in cucina». Per queste donne, viene usato ogni pretesto per l’emarginazione o per “farle fuori”: una salute precaria per cui la Congregazione non può farsi carico delle spese mediche, presunti problemi psicologici, caratteri difficili o questioni di nazionalità, scadenti il più delle volte in forme di velato razzismo o pregiudizi.

Il dramma prende forma da pratiche erronee di obbedienza e di esercizio dell’autorità nella Chiesa, che scandiscono la quotidianità di queste religiose, profondamente segnate nel corpo e nella mente, affidatesi al giornalista vaticanista per rendere meno sordo il loro grido di dolore.

Far prendere coscienza e denunciare queste strutture di potere, basate sul clericalismo stigmatizzato da Bergoglio, è l’obiettivo di Cernuzio, il quale afferma: «Dobbiamo ascoltare la forte chiamata di Papa Francesco alla conversione pastorale, che ci richiede di abbandonare il modello clericale della Chiesa ed entrare in una visione di Chiesa sinodale, che implica l’ascolto e la partecipazione di tutti e l’assunzione di responsabilità congiunte». In tal modo si possono contrastare le situazioni di abuso, attuando programmi di prevenzione a tutti i livelli della Chiesa, affinché nessuna religiosa debba mai più sentirsi vessata, costretta a fare i bisogni in un secchio, a tagliarsi le unghie con un vecchio scalpello, a pranzare solo con un tozzo di pane.

Chiesa e abusi: la testimonianza di una ex suora abusata da suore"

La Carità e l'Accoglienza: Un Altro Volto delle Donne Consacrate

Il Servizio delle Suore nella Società

Esistono, fortunatamente, anche realtà religiose che accolgono e sostengono. Un esempio sono le Missionarie Scalabriniane, da sempre attente ai temi sociali, che nel 2017 hanno avviato il progetto Chaire Gynai, espressione greca che significa «Benvenuta donna», iniziativa di ampio respiro dedicata a ogni donna in condizioni di fragilità.

Un esempio concreto di dedizione è Maria Giovanna Titone csj, una suora di San Giuseppe di Chambèry, che gestisce a Ravenna un dormitorio parrocchiale. Racconta come abbia potuto “toccare con mano tante storie” e imparato ad affrontare le tante sfide poste dal suo contatto con persone ai margini. Anche l'Opera di Santa Teresa del Bambino Gesù a Ravenna è un Ente ecclesiastico al servizio della Carità, civilmente riconosciuto con decreto del Presidente della Repubblica (18 novembre 1959, n. 1176, G.U. n. 11 del 15 gennaio 1950). Tra i suoi servizi rientrano Docce, Guardaroba e Ristoro, oltre a Mensa della Carità, Casa della Carità e Dormitorio, evidenziando l'importanza di fornire beni e servizi essenziali a chi ne ha bisogno.

La Gestione di un Dormitorio Parrocchiale: Sfide e Speranza

Coordinare la gestione di un dormitorio parrocchiale comporta toccare con mano tante storie. Le mie precedenti esperienze di volontariato con le persone senza fissa dimora probabilmente si erano focalizzate più sul trovare “strategie” per avvicinarli e su quel poco che potevo dare loro: qualcosa da mangiare, da bere e qualche stentata parola di conforto e di incoraggiamento, insieme ad informazioni utili o presunte tali. La gestione di una struttura di bassa soglia, invece, pone ben altre sfide.

Si tratta di mettere da parte anche le proprie migliori intenzioni per fare spazio alle vite di coloro che ospitiamo e rimanere annunciatori della speranza cristiana pur nell’impotenza a cui tante volte siamo esposti. Il dormitorio “Buon Samaritano”, che si trova nella parrocchia di San Rocco a Ravenna, affronta la sfida quotidiana di relazionarsi con la rassegnazione e la perdita di senso.

Colpisce molto la richiesta continua di accoglienza da parte di giovani immigrati, che si trovano nel limbo dell’attesa dei documenti e dell’inserimento nei CAS (Centri di Accoglienza Straordinari) sempre più affollati. Ravenna non è nella rotta dei flussi di migrazione, ma si è sparsa la voce che la Questura faccia presto con i documenti, informazione inesatta, e molti seguono questa via per arrivare prima all’obiettivo di essere regolari in Italia, ma si trovano ad affrontare lunghe attese, in media dai 2 agli 8 mesi, senza lavoro, alloggio e soldi, in altre parole, per strada.

Altrettanto numerosa è la richiesta da parte di persone che soffrono di disturbi mentali e di dipendenze che non trovano un'adeguata rete di tutela né familiare né sanitaria, e finiscono così a entrare e uscire da dormitori come il nostro. La nostra piccola struttura, che nell’era Covid può ospitare fino a 15 uomini e 3 donne, si trova cosi ad affrontare sfide molto più grandi di sé.

Spesso mi sono trovata ad interrogarmi su cosa significhi vivere l’annuncio del Vangelo all’interno di questo dormitorio, in cui occorre risolutezza, attenzione al particolare e visione di insieme, cura delle relazioni con le istituzioni pubbliche, conoscenza del territorio e delle sue risorse, consapevolezza dei propri limiti personali e dell’accoglienza stessa, senza farsi prendere da “manie da salvatori” né dallo scoraggiamento. Ci troviamo, infatti, a dover fare anche scelte difficili, come quelle di allontanare alcune persone davanti ad atti di aggressione o gravi violazioni del regolamento interno o a dire dei “no” all’accoglienza, riconoscendo di non essere all’altezza di affrontare i disagi che i nostri ospiti vivono.

E in effetti non compete a noi - piccola struttura di accoglienza, fondata ormai da più di 20 anni da don Ugo Salvatori, che è stato presbitero della diocesi di Ravenna-Cervia, e portata avanti da volontari - farci carico da soli del dramma di queste persone.

Foto di un centro di accoglienza o dormitorio in una città italiana

Richiesta di Giustizia Sociale e Responsabilità Istituzionale

Le amministrazioni con cui proviamo a fare rete, spesso finiscono con l’appoggiarsi a realtà come la nostra per rispondere in via emergenziale a situazioni che dovrebbero essere riconosciute come diritti. È noto che manchino le risorse economiche e il personale per seguire i casi; mancano le strutture adeguate per accogliere persone con necessità sanitarie e abitative. Sono troppo lunghi e incerti i tempi della burocrazia per regolarizzare la presenza degli immigrati nel nostro Paese…

Proprio per tutte queste ragioni non basta dare un letto e una doccia, sebbene questo per le persone che accogliamo sia già quanto è loro necessario per togliersi dalla strada e dalla disperazione. Occorre essere voce di coloro che per la nostra società occidentale sono senza voce, richiamando l’attenzione delle istituzioni e dell’opinione pubblica affinché il ricordo degli ultimi non sia solo uno slogan da campagna elettorale, ma una esigenza di civiltà, prima ancora che di carità.

Come cristiani non possiamo accontentarci di una politica che usa all’occorrenza i simboli religiosi, ma dobbiamo essere esigenti e chiedere che i programmi e le conseguenti scelte amministrative rispondano ai bisogni reali delle persone, e soprattutto dei più deboli. Carità e speranza cristiana, dal punto di osservazione che mi offre questo piccolo dormitorio parrocchiale, non possono dirsi soddisfatte dal poco che possiamo fare, occorre una coscienza attiva e critica che senta l’imperativo di promuovere la giustizia sociale e si impegni, con scelte concrete, a chiedere che gli ultimi non siano strumentalizzati per poi essere ancora dimenticati.

Come Chiesa dobbiamo pretendere che i nostri valori fondanti non siano richiamati per creare divisioni tra coloro che possono o non possono accedere ai sacramenti, ma siano coerentemente realizzati in scelte politiche e sociali che promuovano una società in cui ogni donna e ogni uomo siano riconosciuti nella dignità di persona. Come ha sottolineato il cardinale Matteo Zuppi, presidente della CEI, nel suo ringraziamento all’uscente presidente del Consiglio Draghi, "dobbiamo pensare alla sofferenza delle persone e garantire risposte serie, non ideologiche o ingannevoli, che indichino anche, se necessario, sacrifici, ma diano sicurezza e motivi di speranza".

Grazie per aver letto questo articolo.

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