L'Arcangelo Raffaele e Tobiolo nell'Arte Italiana

La figura dell'Arcangelo Raffaele, spesso raffigurato in compagnia del giovane Tobiolo, ha ispirato numerosi artisti nel corso dei secoli, diventando un soggetto iconografico particolarmente diffuso nel Rinascimento. Questa iconografia deriva dal "Libro di Tobia", un testo veterotestamentario che narra la storia di Tobiolo, il quale, partito per riscuotere un credito su ordine del padre, viene guidato e protetto dall'arcangelo Raffaele, inviato da Dio. Durante il viaggio, Tobiolo cattura un pesce il cui fiele sarà usato per curare la cecità del padre, e il cui cuore e fegato, bruciati, avrebbero allontanato gli spiriti maligni. Il cane, spesso presente, simboleggia la fedeltà e la lealtà.

Rappresentazione pittorica dell'Arcangelo Raffaele e Tobiolo, focalizzata sull'interazione tra le due figure e il pesce.

L'Arcangelo Raffaele e Tobiolo dei Pollaiolo

Descrizione dell'Opera e Attribuzione

Una delle opere più significative raffiguranti L'Arcangelo Raffaele e Tobiolo è identificata con il dipinto che, secondo Vasari (1568), Piero e Antonio del Pollaiolo realizzarono a Firenze "in un pilastro" della chiesa di Orsanmichele, posta sotto il patronato delle arti e corporazioni. Il dipinto è composto da 4 assi verticali rinforzate da 3 traverse orizzontali che scorrono tra tasselli incollati; sul lato destro è visibile una striscia non dipinta.

Rispetto alla descrizione vasariana, non corrisponderebbe la tecnica del dipinto che è a tempera su tavola, anziché "in tela a olio" come scrive il biografo, anche se è presumibile che i due artisti fossero soliti velare a olio i propri dipinti.

Il dibattito sull'attribuzione dell'opera è stato a lungo acceso. Già nel catalogo del 1866 l'opera risultava esposta con il riferimento ad Antonio del Pollaiolo, mentre nel catalogo del Gamba del 1884 l'attribuzione era a Piero del Pollaiolo. Il Baudi di Vesme (1899) riferì il dipinto ad entrambi i fratelli, seguendo Vasari. Un'opera di collaborazione è sostenuta anche da Berenson (1896), Toesca (1949) e Busignani (1970), i quali però vedono un maggiore contributo da parte di Antonio. Addirittura, il ruolo di Piero Pollaiolo nella realizzazione sarebbe del tutto marginale secondo Sabatini (1944) e Ortolani (1948).

Al contrario, Venturi (1911), Pope-Hennessy (1946) ed Ettlinger (1978) ritengono che Piero abbia partecipato ampiamente all'esecuzione, un'opinione generalmente condivisa dalla critica odierna. In particolare, la descrizione minuta dell'abbigliamento e del paesaggio ha fatto pensare soprattutto alla figura di Piero, anche se il taglio della composizione presuppone l'esistenza di un progetto di Antonio, con una datazione intorno al 1470 (M. Di Macco, 1990). Nicoletta Pons (1994) ritiene che un carattere precipuo di Piero sia la staticità delle figure e i loro movimenti "impacciati e disarticolati", privi del dinamismo proprio di Antonio. Anche l'assenza di pathos nei volti dei protagonisti, quasi inespressivi, porterebbe a pensare a Piero come autore delle due figure. Del resto, all'interno della bottega Antonio risulta "maestro di disegno" e Piero soprattutto "dipintore" (Poletti 2001; Galli 2005).

Datazione e Committenza

Il dipinto risulta databile intorno al 1465, in un'epoca prossima ad altre realizzazioni dei Pollaiolo, quali lo stendardo con 'San Michele arcangelo' del Museo Bardini di Firenze, compiuto da Antonio per la compagnia di sant'Angelo di Arezzo, e la pala con i 'Santi Vincenzo, Giacomo e Eustachio' dipinta nel 1466 dai Pollaiolo per la cappella del cardinale del Portogallo in San Miniato (ora Uffizi): accomuna le tre opere la stretta relazione fra figure e paesaggio. Secondo la Pons (1994) potrebbe aver commissionato il dipinto l'Arte di Mercanzia, che aveva un culto particolare verso san Raffaele, protettore dei figli dei mercanti mandati all'estero per iniziare ad esercitare la loro professione.

Iconografia e Storia

Il dipinto è ispirato al "Libro di Tobia" e raffigura la scena nella quale il giovane Tobiolo (in veste rossa), dietro suggerimento dell'Arcangelo Raffaele (in veste azzurra), dopo aver catturato il grosso pesce (qui raffigurato come una trota) che lo aveva aggredito nel fiume Tigri dove si era bagnato, ne estrae il cuore e il fegato. Questi, bruciati, avrebbero tenuto lontani gli spiriti maligni e ridato la vista al padre di Tobia. La scena si svolge sul greto del fiume, sullo sfondo, a sinistra, un paesaggio rupestre e una città; a destra, un grande albero. I colori predominanti sono l'azzurro e l'ocra.

La storia, che ha inizio a Ninive durante l'esilio degli ebrei in Assiria nel sec. VIII a.C., probabilmente è ancora più antica, risalendo al II secolo a.C. e comprendendo elementi legati al folklore dell'Assiria e della Persia. Anche fiabe popolari europee si sono ispirate a questa leggenda (ad esempio: "Il compagno di viaggio" di H. C. Andersen) e numerosi artisti nordeuropei, come Rembrandt.

Documentata nel XVIII secolo presso casa Tolomei di Siena, l'opera entrò a fare parte della collezione fiorentina del barone savoiardo Ettore Garriod, attraverso cui pervenne alla Regia Pinacoteca di Torino nel 1843 tramite un acquisto.

Il Libro di Tobia

Tobiolo e l'Angelo Raffaele di Pier Francesco Foschi

Provenienza e Storia

Un altro celebre dipinto raffigurante Tobiolo e l’Angelo Raffaele è quello di Pier Francesco Foschi (Firenze 1502 - 1567). L’opera proviene dalla ricca quadreria di Olimpia Aldobrandini, ed è così descritta nell'inventario del 1682: "Un quadro in Tavola con Tobia e l'Angelo alto p[al]mi tre e tre quarti con cornice dorata di filippo Fiorentino [...]". Confusa nei documenti borghesiani con un dipinto analogo di Raffaellino da Reggio, la tavola fu debitamente elencata nel 1891 da Giovanni Piancastelli, catalogata come 'Scuola fiorentina'.

Descrizione e Attribuzione

Il dipinto raffigura la storia veterotestamentaria di Tobiolo che, partito per riscuotere un credito su ordine del padre, fu guidato dall’arcangelo Raffaele. Il ragazzo, elegantemente abbigliato, è qui ritratto insieme al suo celeste accompagnatore, con al fianco un cane, simbolo di fedeltà, mentre esibisce un grosso pesce, il cui fiele fu usato dal giovane per curare la cecità dell’anziano genitore. Questo soggetto, particolarmente in voga nel Rinascimento, ebbe larga fortuna tra i pellegrini, interpretato come una sorta di talismano contro i rischi del viaggio.

Variamente avvicinata all'ambito di Andrea del Sarto (Venturi 1893), del Bronzino (Voss 1920) e del Pontormo (Berenson 1938), fu da Roberto Longhi (1928) attribuita al pittore fiorentino Pier Francesco Foschi - in passato chiamato Toschi (Sanminiatelli 1957) - parere condiviso dai suoi colleghi (Della Pergola 1959) e da tutta la critica successiva (cfr. Coliva 1994; Stefani 2000; Hermann Fiore 2006; Trastulli 2010). Nel 1957 Pouncey mise in rapporto la silhouette di Tobiolo con una figura simile ma speculare visibile in un disegno con Crocifissione e santi (Oxford, Ashmolean Museum) datato 1545; mentre nel 1968 Parronchi riconobbe lo stesso personaggio in una Incredulità di San Tommaso sempre del Foschi (Firenze, coll. Per quanto concerne la datazione, secondo Roberto Longhi (1959) il dipinto fu eseguito intorno al 1545, ipotesi accettata unanimemente dagli studiosi che al contempo hanno colto nella composizione alcune aperture del pittore nei confronti della pittura fiamminga e dello stile del Bachiacca (Pinelli 1997; Trastulli 2010). Versioni analoghe a questo dipinto si conservano alla Galleria Pitti di Firenze (inv. 292) e alla Corsini (Firenze, inv. ).

Scheda Tecnica e Provenienza

Dettaglio Informazione
Provenienza Roma, collezione Olimpia Aldobrandini, 1682 (Inventario Aldobrandini 1682; Della Pergola 1955); Inventario 1693, Stanza II, n. 56; Inventario 1790, Stanza I, n. 4; Inventario Fidecommissario Borghese 1833, p. 40.
Cornice Cornice cinquecentesca con arabesche in fondo scuro (cm 94 x 72,5 x 6,4)
Restauro 1976 - Gianluigi Colalucci (restauro della cornice).
Dettaglio del dipinto di Pier Francesco Foschi, focalizzato sulle figure di Tobiolo e l'Arcangelo Raffaele.

Crocifisso con San Francesco, l’Arcangelo Raffaele e Tobiolo di Andrea del Sarto

Descrizione e Contesto

Un'altra pregevole opera è il Crocifisso con San Francesco, l’Arcangelo Raffaele e Tobiolo di Andrea d'Agnolo, detto Andrea del Sarto (Firenze 1486-1530). Ai piedi della croce dalla quale pende il corpo morto di Gesù si raccolgono in adorazione San Francesco, a sinistra, che stringe al petto una crocellina, e l’arcangelo Raffaele a destra. Il giovane Tobiolo, invece, guarda verso lo spettatore, come a volerlo introdurre al momento di meditazione e preghiera sul mistero della morte che sta prendendo forma accanto a lui. Il pesce che nasconde sotto il braccio è quello che, secondo il racconto biblico, Tobiolo cattura nel fiume Tigri con l’aiuto dell’angelo, utilizzandone la bile per guarire la cecità del padre. Il cagnolino, che secondo la tradizione accompagna il ragazzo nel viaggio intrapreso, si aggira incurante ai piedi della croce, annusando il terreno.

Alle loro spalle il cielo blu intenso, striato di nuvole, digrada dolcemente nei toni rosati di un tramonto lontano che incontra lo spoglio paesaggio del deserto medio orientale. Nel chiaroscuro morbido degli incarnati Andrea tiene a mente la lezione di Leonardo, mentre nel modo di concepire le figure per corrispondenze di movimenti e di colori, si pone in continuità con i maestri di fine Quattrocento con cui si era formato, da Ghirlandaio a Piero di Cosimo, nonché con Franciabigio, suo contemporaneo e sodale. Nella sua conduzione composta, la tavoletta si accosta ai primi affreschi con le storie di san Filippo Benizzi del chiostrino dei Voti alla Santissima Annunziata a Firenze, e per questo viene datata alla fine del primo decennio del secolo.

Provenienza Storica

La storia di questo dipinto è ben documentata. Compare nell’“inventario delle Robe” della casa di Andrea del Sarto redatto dopo la morte della moglie Lucrezia, avvenuta il 14 gennaio 1570. Stando alle disposizioni testamentarie del pittore, morto nel 1530 in mancanza di eredi maschi, alla morte della moglie Lucrezia sia la casa sul canto di via San Sebastiano a Firenze (oggi via Gino Capponi) che i beni in essa contenuti dovevano passare all’Ospedale degli Innocenti, un’importante istituzione di carità fiorentina a cui Andrea era legato. Tuttavia, la tavoletta era già stata donata ai Medici. L’opera fu esposta in Tribuna per tutto il Seicento e poi rimossa e spostata in altre residenze medicee. Dal 2012 è stata nuovamente esposta in Tribuna.

L’arcangelo Raffaele sfiora con le dita la mano destra di Tobiolo, il quale ricambia con uno sguardo docile e fiducioso, lasciandosi condurre verso il suo destino. Raffaele tiene in mano un prezioso recipiente dorato in cui sono raccolti il fiele, il fegato e il cuore del pesce mostruoso (rimpicciolito dall’artista) pescato da Tobiolo presso il fiume Tigri. Questo fenomeno promosse la dottrina degli angeli custodi e favorì la nascita di diverse confraternite dedicate all’arcangelo, tra cui la Compagnia dell’arcangelo Raffaele detta “del Raffa” di Firenze, alla quale nel 1471 si unì anche Francesco Botticini.

Schema comparativo delle tecniche pittoriche usate dai maestri rinascimentali.

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