La Diplomazia Pontificia nel Contesto Globale: Principi, Storia e Sfide Attuali

Per comprendere la posizione della Santa Sede sulla situazione in Terrasanta, e in particolare la sua posizione diplomatica, si deve partire da un dato fondamentale: la diplomazia degli Stati serve gli Stati, i loro confini, i loro interessi; la diplomazia della Santa Sede è al servizio dell’uomo. Senza questa chiave interpretativa, non si può situare nel giusto contesto il modo in cui la Santa Sede ha operato riguardo alle complesse dinamiche internazionali.

L'attività diplomatica della Santa Sede, da sempre al centro della riflessione giuridica e geopolitica, ha come presupposto le ragioni e le finalità della presenza del suo "supremo organo di governo della Chiesa cattolica" nella Comunità internazionale. L'analisi di tale attività riflette sul rapporto con le delicate questioni di pace e guerra, focalizzandosi sui metodi di intervento messi in atto, in particolare da Papa Francesco, per la tutela dei diritti umani fondamentali. Dal pontificato di Paolo VI, passando per Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, fino all'attuale pontificato di Francesco, questioni come la pace e il terrorismo, la guerra e il disarmo nucleare, la difesa della libertà religiosa, il miglioramento delle relazioni universali tra Stati, la riforma delle organizzazioni internazionali e la promozione dei diritti umani hanno fortemente caratterizzato il modus agendi della diplomazia papale bimillenaria.

Mappa delle nunziature apostoliche nel mondo

Principi Fondamentali della Diplomazia Pontificia

La diplomazia vaticana trova le sue radici più profonde nel Vangelo di Matteo (28, 18-20), dove Gesù comanda ai suoi discepoli: “Andate e fate discepoli tutti gli uomini del mondo…Insegnate loro a ubbidire a tutto ciò che vi ho comandato”. In un'ottica storica, gli Apocrisari sono considerati lo stato embrionale della diplomazia pontificia e, secondo molti storici, della diplomazia moderna. Dall’epoca carolingia in poi l’attività diplomatica pontificia ha moltiplicato le sue attività e la sua influenza.

Essendo una diplomazia religiosa e antropologica, si concentra su questioni inerenti la libertà religiosa, l’ecumenismo, l’etica familiare e sociale, l’educazione e la pace. Il suo principale compito è rafforzare i vincoli di unità tra la Sede Apostolica e le Chiese particolari, come stabilito dal can. 364 del CJC (e cann. 362, 363, 365, 366 e 367), che ha come fonte diretta il motu proprio Sollicitudo omnium Ecclesiarum: «Precipuum munus Legati pontifici est ut firmiora et efficaciora in dies reddantur unitatis vincula, quae inter Apostolicam Sedem et Ecclesias particulares intercedunt». In sintesi, la diplomazia vaticana serve da coscienza internazionale.

La Santa Sede e la Situazione in Terrasanta

Il focus diplomatico della Santa Sede si è intensamente concentrato sulla Terrasanta, dove continua il conflitto che è seguito agli attacchi di Hamas del 7 ottobre. Un breve riassunto degli eventi cruciali evidenzia come il 7 ottobre 2023, un attacco terroristico perpetrato da Hamas nel cuore di Israele abbia provocato più di 273 vittime militari e più di 859 civili, secondo i dati risalenti allo scorso dicembre. Un attentato durissimo, corredato dalla presa di numerosi ostaggi, che ha suscitato la reazione di Israele, altrettanto durissima. Israele si è concentrata sulla Striscia di Gaza, da dove sono partiti gli attacchi, considerato punto nevralgico delle azioni dei terroristi. Da Gaza, partono tunnel che nascondono i terroristi e li fanno arrivare in territorio israeliano. Da qui, la reazione israeliana, che continua tutt’oggi, e che mira ad estirpare completamente tutto il gruppo terroristico di Hamas.

Cartina geografica della Striscia di Gaza e di Israele

Nel corso dei contrattacchi israeliani, sono stati colpiti anche edifici religiosi, e sono stati uccisi civili che niente c’entravano con la guerra, mentre la situazione a Gaza è rimasta complicatissima, e la Chiesa cattolica locale, così come le altre confessioni religiose, è in prima linea nel portare aiuti ad una popolazione stremata. La reazione di Israele nasce da una motivazione profonda: è uno Stato in pericolo esistenziale, perché circondato da Stati che ne vorrebbero la distruzione e l’annientamento. La Santa Sede è consapevole di questa realtà, tanto è vero che, poco dopo lo scoppio della guerra, si sono intensificati i contatti con l’Iran, considerato da molti una sorta di “convitato di pietra” del conflitto. Una telefonata successiva aveva avuto un precedente il 30 ottobre 2023, quando l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, ministro vaticano per i Rapporti con gli Stati, aveva avuto un colloquio telefonico con il suo omologo iraniano Amir Abdollahian. Anche questa conversazione era stata sollecitata da Teheran. Ogni parola del comunicato era pesata, confermando l'equidistanza della Santa Sede.

Eppure, c’è stato un momento di crisi quando, lo scorso 13 febbraio, il Cardinale Pietro Parolin aveva parlato a margine della commemorazione della revisione del Concordato tra Santa Sede e Italia. Dichiarazioni che avevano suscitato la pronta reazione dell’Ambasciata di Israele presso la Santa Sede. È in situazioni come questa che si nota la differenza tra la filosofia diplomatica della Santa Sede e la filosofia diplomatica degli Stati. Anche le dichiarazioni delle Chiese sono state spesso criticate dall’ambasciata di Israele presso la Santa Sede, che lamenta, in generale, una narrativa troppo sbilanciata in favore delle teorie di Hamas. Sta qui la grande lotta per un equilibrio della diplomazia della Santa Sede. Nessuno potrà mai dire che la Santa Sede ha appoggiato gli attacchi del 7 ottobre, o che ha condiviso anche solo una minima parte delle idee di quanti negano ad Israele il diritto all’esistenza.

Evoluzione Storica e Multilateralismo nella Diplomazia Pontificia

L'opera e la figura del cardinale Achille Silvestrini, celebrata a cento anni dalla nascita con l'evento «Il cardinale Achille Silvestrini, uomo del dialogo», offre uno spaccato significativo sull'evoluzione della diplomazia pontificia. Come ricordato da Papa Francesco il 29 agosto del 2019, al momento della sua morte, Silvestrini fu «Una vita spesa nell’adesione alla propria vocazione quale sacerdote attento alle necessità degli altri, diplomatico abile e duttile, pastore fedele al vangelo e alla Chiesa».

Il suo operare partiva dal riconoscere che l’attività diplomatica è per sua natura attenta ad ogni aspetto e pertanto richiede ai suoi protagonisti capacità di lettura dei fatti e non solo la conoscenza degli avvenimenti; domanda discrezione, ma anche decisioni chiare e abilità nel prevederne conseguenze ed effetti. Questo il terreno sul quale questa singolare personalità ecclesiastica ha potuto offrire il suo apporto, mostrando il suo intuito e agendo per il bene, con ferma volontà, anche di fronte alle difficoltà e ai travagli sempre presenti quando nell’operare si è chiamati a decidere. L’approfondimento svolto sull’azione diplomatica della Santa Sede durante gli studi in utroque iure compiuti alla Pontificia università Lateranense, quale alunno dell’Apollinare, si concretizzò nella formazione ricevuta presso la Pontificia accademia ecclesiastica che lo portò poi a vivere la stagione del Concilio Ecumenico Vaticano II, sin dalla fase preparatoria.

Il Concilio Vaticano II (in 4 minuti)

Egli è dunque testimone dell’impulso voluto da san Giovanni XXIII per aprire la Chiesa al rapporto con il mondo, concretizzatosi nella Costituzione pastorale Gaudium et Spes che tanta importanza attribuisce anche all’azione diplomatica e al suo ruolo nella costruzione di una sana cooperazione della Chiesa con i singoli Stati, come pure con la comunità internazionale e le sue istituzioni. Un orientamento delicato da attuare, ma allo stesso tempo strutturale per contribuire ad una azione di pace, a quella tranquillitas ordinis agostiniana, vista come base per avviare un cammino in grado di evitare le contrapposizioni, le guerre e le loro vittime. Silvestrini percepisce e vive l’immagine di una Chiesa libera da legami di ogni specie, capace di instaurare dialogo e di essere protagonista. Uno slancio che prosegue con il pontificato di san Paolo VI che nel dare attuazione ai disposti conciliari affida proprio all’attività diplomatica un ruolo importante, affiancando alla diplomazia bilaterale e alle forme tradizionali del multilateralismo un’attenzione alle organizzazioni intergovernative che lo stesso monsignor Montini, come sostituto della segreteria di Stato, aveva seguito nel sorgere durante gli anni dell’immediato dopoguerra.

In questo contesto, la figura di diplomatico di don Achille affiancava all’animo delicato un carattere determinato, che mostrava chiarezza senza cedimenti rispetto a quella «ragione di Chiesa» che del diplomatico pontificio è essenza, viatico e identità. Verso il cardinale Silvestrini sono stati innumerevoli gli attestati di ammirazione per le riconosciute qualità politiche e diplomatiche che lo collegano alla più ampia azione della Santa Sede nei complessi momenti della guerra fredda, del sorgere di nuovi Stati, della sicurezza, delle istanze di rispetto dei diritti e delle libertà. Realtà che, ieri come oggi, richiedono doti di grande apertura e credibilità di mediazione, ma soprattutto un’intelligente e chiara distinzione tra il dialogo politico-diplomatico e altri percorsi di dialogo. Ne diede prova il cardinale quando come prefetto della Congregazione per le Chiese orientali operava nel dialogo di comunione o anche in profili di dialogo ecumenico e interreligioso, testimoniando la necessaria distinzione tra l’azione diplomatica e ogni altro percorso volto ad avvicinare posizioni diverse. Infatti, a differenza di altre tipologie di dialogo, quello diplomatico, se autorevolmente condotto, è capace di costruire soluzioni in assenza di ogni elemento comune, come pure di distinguere i diversi ambiti del contendere e, ancora, di mostrare una perspicace lungimiranza, sapendo che talora è necessario accettare intralci e limiti di fronte ai quali è dato di reagire solo con diplomatica fermezza.

Le sue doti furono comprese e apprezzate non solo dalla fiducia dei Papi e dei superiori della Segreteria di Stato, ma anche dalla capacità di intravvedere e leggere i segni dei tempi. Come quando, quale responsabile dell’ufficio per le organizzazioni internazionali nell’allora Consiglio per gli affari pubblici della Chiesa, intuì che la diplomazia multilaterale era chiamata ad interpretare le esigenze di stabilità e di cooperazione in un mondo nel quale il desiderio di pace o la necessità di sicurezza erano ormai mutati rispetto alla visione e ai parametri tradizionali. Questo atteggiamento si manifestava ancora di più in un contesto che vide la Santa Sede alla ricerca di una strategia diplomatica per garantire la vita della Chiesa nei Paesi della persecuzione, dell’annientamento del senso religioso, della proibizione ai credenti di manifestare la loro fede e il loro sentimento. Una situazione che, ieri come oggi, richiede agli uomini di Chiesa di avere ferme radici in Dio, fiducia nelle proprie capacità di azione e speranza di poter ristabilire condizioni in grado di garantire la libertà di religione. Ambito fortemente dibattuto o piuttosto che si incrocia con la visione che dell’elemento religioso aveva l’ateismo di Stato o ha la secolarizzazione che configurano il diritto alla libertà di religione o di credo quale base di una contrapposizione tra il cittadino e il credente.

L’orientamento che, a partire dal 1969, affidò al multilateralismo le sorti della costruzione di una nuova Europa, vide monsignor Silvestrini pronto a prendere parte ad un processo epocale che pose la Santa Sede tra i protagonisti di un’azione diplomatica senza precedenti, capace di abbracciare tutto l’antico continente e il Nord America per porre definitivamente fine agli assetti successivi al secondo conflitto mondiale. Un processo culminato con la firma dell’atto finale della Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa (CSCE) che non è stato un semplice avvenimento, ma un’accelerazione della storia in grado di modificare il corso delle relazioni internazionali, e che Silvestrini ha così sintetizzato: «Helsinki è stata un’intuizione di grande significato» (Libertà di coscienza: una vera bomba, in «L’Osservatore Romano», 24 luglio 2010). In effetti si è trattato di una pagina di storia diplomatica in cui si sono fusi speranza, cambiamenti e volontà che vivono ancora oggi nell’attività dell’Organizzazione sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE). In quel contesto, fatto di persone in grado di confrontarsi e operare attraverso lo strumento diplomatico, anche la Santa Sede aveva sin dall’inizio sostenuto quel particolare sistema di contatti e di cooperazione tra i Paesi, con un atteggiamento dettato dalla piena coscienza di poter concorrere a rappacificare il continente e i suoi popoli. Un obiettivo che oggi si ripropone di fronte alle drammatiche e sanguinose sofferenze del conflitto in Ucraina che sembra aver allontanato le ragioni che hanno portato al «crollo dei muri» e ridisegnato non solo i confini, ma l’esprit dell’Europa.

Quell'esprit venne originariamente delineato il 19 marzo del 1969, quando al termine del vertice del patto di Varsavia tenutosi nella capitale ungherese, i Paesi dell’est europeo inviarono alle cancellerie degli Stati occidentali il cosiddetto «Appello di Budapest». Un documento dedicato ai problemi della pace e della stabilità in Europa, che altresì auspicava la convocazione di un negoziato a livello governativo, per trattare proprio i temi della pace, della sicurezza e della cooperazione tra gli Stati del continente. La volontà delle due superpotenze e il carattere fortemente politico delle aspettative furono subito evidenti. Questo poteva escludere ogni interesse della Santa Sede che, conscia della sua natura, è solita restare lontana da ambizioni di ordine territoriale, consapevole della universalità della sua missione. Di contro, però, il profilarsi di un evento che assumeva in una forma originale un progetto di pace, non poteva restare fuori dalle considerazioni che sottintendono anche oggi all’azione internazionale della Sede Apostolica. Silvestrini fu uno dei pochi a percepire che per la prima volta, dopo gli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale, i Paesi europei dell’est come dell’ovest avrebbero iniziato un dialogo e così strutturato un cammino comune che poteva positivamente ripercuotersi sulla presenza della Chiesa in tante regioni.

A questo la Santa Sede era piuttosto sensibile, come ricordava Paolo VI per il quale la relazione e l’aspirazione a diritti e libertà restavano «uno dei punti fondamentali da cui può dipendere l’organizzazione definitiva della società europea», e per questo non mancava di annunciare: «La Santa Sede è con voi in questo lavoro di ricerca delle strade che potrebbero portare ad un leale e fruttuoso riavvicinamento» (San Paolo VI, «Udienza agli istituti di studi europei», 29 aprile 1967, in AAS 59 (1971), pp. 201-202). Per il Consiglio per gli affari pubblici, la decisione di partecipare o meno ad una conferenza paneuropea divenne concreta quando giunse ufficialmente il documento elaborato dal patto di Varsavia. Mancando relazioni diplomatiche attive con i Paesi dell’est europeo, l’«Appello di Budapest» arrivò in Vaticano attraverso l’ambasciata ungherese accreditata presso il governo italiano. Un gesto interpretato in linea con l’atteggiamento del blocco sovietico di considerare la Santa Sede come «potenza occidentale», di cui riconoscevano una sovranità territoriale.

La sintesi della posizione della Santa Sede fu espressa da Agostino Casaroli, allora segretario del Consiglio per gli affari pubblici della Chiesa, il quale lesse nell’aide memoire inviato dal governo della Finlandia nel maggio 1969 a tutti i Paesi destinatari dell’«Appello di Budapest», l’interesse dei promotori del negoziato ad una presenza della Santa Sede in ragione del suo «potere morale, in Europa come fuori d’Europa» (A. Casaroli, Nella Chiesa per il mondo. Omelie e discorsi, Rusconi, Milano 1987, p. 361). Posizione ripresa nell’ottobre di quello stesso anno in due distinti memorandum inviati dalla Santa Sede al patto di Varsavia e alla Finlandia, ribadendo la dimensione universale della sua missione e la volontà di rimanere estranea a questioni di ordine politico particolare. Allo stesso tempo, però, essa si diceva «profondamente e direttamente interessata al problema della pace e della collaborazione tra i popoli: problema che non è esclusivamente politico, ma presenta aspetti di carattere essenzialmente morale e umano. Inoltre la pace e la buona armonia in Europa sono così importanti non soltanto per tale continente ma per il mondo intero, che la Santa Sede però non può non fare grande caso di ciò, che direttamente la riguarda», anche perché «la [sua] base territoriale per quanto sia minima e simbolica si trova in Europa, […] un altro titolo al particolare interesse che la Santa Sede è tenuta a portare ai problemi della pace in questo continente». Da quel momento la Santa Sede, decidendo di unirsi ai lavori della futura CSCE, non mancò di precisare di volta in volta le questioni salienti.

Struttura e Personale Diplomatico

La Segreteria di Stato e le Nunziature Apostoliche sono il cuore della diplomazia pontificia. Negli ultimi tempi, si è assistito a un ricambio generazionale significativo. Tre nunzi di un certo peso dovranno lasciare l’incarico per aver raggiunto e superato i 75 anni, l’età della pensione. Il primo è il cardinale Christophe Pierre, nunzio negli Stati Uniti, la cui pensione (avendo superato gli 80 anni) apre alla successione dell’ambasciatore del Papa in un posto chiave come Washington DC. Altro posto chiave presto vacante è la Terrasanta, perché il nunzio in Israele e delegato apostolico a Gerusalemme e Palestina Tito Adolfo Yllana compirà 78 anni. E poi la Siria, che ha come nunzio il cardinale Mario Zenari, probabilmente chiamato alla pensione dal prossimo anno, dato che compirà 80 anni già il 5 gennaio.

Foto della Segreteria di Stato vaticana

Il ricambio generazionale ha riguardato soprattutto la Segreteria di Stato. Miroslaw Wachowski, dopo quattro anni come “sottosegretario agli Esteri”, è stato inviato nella nunziatura chiave di Baghdad, mentre Monsignor Roberto Campisi, assessore della Segreteria di Stato, ha preso il posto di osservatore della Santa Sede presso l’UNESCO. C’è, dunque, un nuovo “vice ministro degli Esteri” in Segreteria di Stato, il monsignore romeno Mihăiţă Blaj, che prenderà in mano i dossier chiave, tra i quali quello del Vietnam e quello della Cina. Come assessore, invece, è stato scelto fuori dalla Segreteria di Stato Anthony Ekpo, sottosegretario del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, che comunque era arrivato in dicastero dai ranghi della Terza Loggia e che ha scritto un libro di un certo successo sulla Curia romana.

Il ricambio generazionale ha riguardato anche le ambasciate presso la Santa Sede. C’è un nuovo ambasciatore residente dalla Bielorussia, e una nuova ambasciata residente dal Kazakhstan, che sta sviluppando con la Santa Sede un dialogo sui temi interreligiosi.

Sfide e Aree di Intervento

Il panorama diplomatico attuale presenta diverse sfide e aree di intervento critiche. Tra le nunziature attualmente vacanti si annoverano: Haiti (la cui situazione è stata nominata in un urbi et orbi), Sudan, Myanmar, Sri Lanka, Albania, Uganda, Congo, Gabon, Ecuador, Indonesia, Nicaragua. Da segnalare che il Nicaragua non ha nunzio dall’espulsione dell’arcivescovo Waldemar Sommertag nel marzo 2022, cui ha fatto seguito l’espulsione di tutti i diplomatici vaticani (i quali sono ora a San Salvador, mentre la nunziatura è presa in custodia dall’ambasciata d’Italia a Managua) e a condizioni sempre più critiche per la Chiesa Cattolica, perché sacerdoti e religiosi espulsi continuano ad aumentare. Prosegue l’impegno della Santa Sede nel riportare a casa i bambini ucraini che si sono trovati in Russia. Da segnalare anche i buoni rapporti tra Cuba e Santa Sede, che hanno portato all’inizio dell’anno al rilascio di oltre 500 prigionieri politici.

La Santa Sede, anche attraverso il Papa, ha dato più volte disponibilità per una mediazione sul conflitto in Ucraina, sebbene senza successo. Il dialogo e la promozione dei diritti umani rimangono al centro di ogni azione diplomatica, con la ferma volontà di difendere la vita e la dignità umana in ogni contesto.

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