Il Crocifisso secondo Ermes Ronchi: L'Abisso dell'Amore Divino

L’unica parola che il cristiano ha da consegnare al mondo è la parola della Croce. Dio è entrato nella tragedia dell’uomo, perché l’uomo non vada perduto, con il mezzo scandalosamente povero e debole della croce.

La Croce: Il Messaggio Fondamentale di Dio

Tra i due termini, Dio e mondo, Dio e uomo, che tutto dice lontanissimi, incomunicabili, estranei, le parole del Vangelo indicano il punto di incontro: il disceso innalzato, al tempo stesso Figlio dell’uomo e Figlio del cielo. Colui che era disceso risale per l’unica via, quella della dismisura dell’amore. Ha tanto amato il mondo da dare il Figlio. Mondo amato, terra amata.

Occorre ripartire da queste parole: noi non siamo cristiani perché amiamo Dio. Siamo cristiani perché crediamo che Dio ci ama (Xardel). L'unica eresia che conta non è l'odio, ma l'indifferenza. E noi qui a stupirci che, dopo duemila anni, ci innamoriamo ancora di Cristo proprio come gli apostoli.

rappresentazione iconografica dell'amore di Dio per l'umanità attraverso la croce

Il Sacrificio sul Calvario: Bellezza Suprema dell'Amore Divino

Suprema bellezza è quella accaduta fuori Gerusalemme, sulla collina, dove il Figlio di Dio si lascia annullare in quel poco di legno e di terra che basta per morire. Veramente divino è questo abbreviarsi del Verbo in un singulto di amore e di dolore: qui ha fine l’esodo di Dio, estasi del divino. È arte di amare. Bella è la persona che ama, bellissimo l’amore fino all’estremo.

La Croce è l’abisso dove Dio diviene l’amante. È il segnale massimo lanciato da Dio all'uomo, il punto ultimo in cui tutto si incrocia: le vie del cielo, della terra e del cuore. La croce è l’innesto del cielo dentro la terra, il punto dove un amore eterno penetra nel tempo come una goccia di fuoco, e divampa. E scrive il suo racconto con l’alfabeto delle ferite, l’unico che non inganna.

Il crocifisso è l'icona più vera. Porta sulla terra il potere di Dio: quello di servire, non di asservire; quello di salvare, non di giudicare; quello di dare la vita, non di toglierla. Porta l'immagine vera dell'uomo: non chi accumula denaro o potere, ma chi è capace del dono supremo, fratello di ognuno, che muore ostinatamente amando, gridando forte a Dio tutta la sua pena, ma per mettersi nelle sue mani. La nostra fede poggia sulla cosa più bella del mondo: un atto d'amore perfetto. La croce è l'immagine più pura, più alta, più bella che Dio ha dato di se stesso.

La Croce del Discepolo: Scegliere l'Amore

Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?»

Gesù sa che non saranno mai i potenti a risolvere le lacrime del mondo o gli errori del singolo. Il male si risolve solo portandolo. Sulla croce. La croce del discepolo non sono i pesi quotidiani, le fatiche o le malattie: cose solo da sopportare. La croce vera, dice Gesù, è da «prendere», non da sopportare. Da scegliere, come riassunto di un destino e di un amore: «Scegli per te il giogo dell’amore. Non amare è solo un lento morire. Ricordati che il vero dramma dell'uomo non è perdere la vita, ma non incontrare nessuno che valga più della propria vita, non avere nessuno per cui valga la pena dare la vita». Per capire che cosa intenda Gesù, forse basta sostituire la parola «croce» con la parola «amore»: «Se qualcuno vuol venire con me, prenda su di sé tutto l'amore di cui è capace».

Dio, il Grande Seduttore

Tutti, noi per primi, abbiamo paura del dolore, del sacrificio fino al dono di sé; ci sia concesso però di non aver paura di amare. Come fa Dio, il grande seduttore. Non guardare il dolore, guarda l’amore. Tra i nomi di Dio Geremia introduce quello di seduttore: «mi hai sedotto Signore e io mi sono lasciato sedurre» (Geremia 20,7). In Dio c’è desiderio, cuore di carne, passione, bellezza. Un Dio innamorato. Era impossibile resistergli, resistere alla passione di Dio per noi.

Eppure Geremia si sente solo e incompreso, e protesta la sua amarezza. Pietro è deluso nel suo entusiasmo, incompreso nel suo realismo. Dio che seduce e delude? Che conquista e poi lascia smarriti? Sì, perché chiama a pensare i suoi pensieri, a seguire i suoi passi, ad avere i suoi sentimenti, ti allontana dal vecchio cuore. E se all’orizzonte si staglia una croce, Pietro non ci sta, e noi con lui, e ci sentiamo un po' traditi. Allora ci soccorre Geremia: «Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, mi sforzavo ma non potevo contenerlo…». Senza questo fuoco, la passione di Dio per noi, saremmo niente. Guadagneremmo il mondo ma perderemmo noi stessi.

Commento a Luca 15,1 - 3,11 - 32 di padre Ermes Ronchi

Il Dialogo sul Legno: "Salva te stesso!" e "Ricordati di me!"

Il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l'eletto». Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell'aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c'era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei». Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!»

Luca ci guida a rintracciare il tesoro della regalità nel luogo più inadatto, nel piccolo spazio della croce. I capi, i soldati, un malfattore chiedono a Gesù una dimostrazione di forza: «Salva te stesso!». Se accetta e scende dalla croce, Gesù si mostrerà “forte”, un vero “re” davanti agli uomini.

«Salva te stesso, allora crederemo». Qualsiasi uomo, qualsiasi re, potendolo, scenderebbe dalla croce. Lui, no. Solo un Dio non scende dal legno (D.M. Turoldo), il nostro Dio. Perché i suoi figli non ne possono scendere. Qualsiasi altro gesto ci avrebbe confermato in una falsa idea di Dio. Solo la croce toglie ogni dubbio, è lo svelamento supremo di Dio.

Il Ladro e la Promessa del Paradiso

L'altro malfattore invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

Un malfattore appeso alla croce gli chiede di non essere dimenticato e lui lo prende con sé. In quel bandito Gesù raggiunge tutti noi, consacrando - in un malfattore - la dignità di ogni persona umana: nella sua decadenza, nel suo limite più basso, l'uomo è sempre amabile per Dio. Proprio di Dio è amare perfino l'inamabile. Non ha meriti da vantare il ladro. Ma Dio non guarda al peccato o al merito, il suo sguardo si posa sulla sofferenza e sul bisogno, come un padre o una madre guardano solo al dolore e alle necessità del figlio.

«Ricordati di me», prega il morente. «Sarai con me», risponde l’amante. «Ricordati di me», prega la paura. «Sarai con me in un abbraccio», risponde il forte. E Gesù non solo si ricorda, fa molto di più: lo porta con sé, se lo carica sulle spalle, come fa il pastore con la pecora perduta, lo riporta a casa: sarai con me! Le ultime parole di Cristo sulla croce sono tre parole regali, tre editti imperiali: oggi-con me-paradiso.

  • Oggi: adesso, subito; ecco l'amore che ha sempre fretta; ecco l'istante che si apre sull'eterno, e l'eterno che si insinua nell'istante.
  • Con me: mentre la nostra storia di conflitti si chiude in muri, frontiere e respingimenti, il Regno di Dio germoglia in condivisioni e accoglimenti.
  • Nel paradiso: quel luogo che brucia gli occhi del desiderio, quel luogo immenso e felice che «solo amore e luce ha per confine».

E se il primo che entra in paradiso è quest'uomo dalla vita sbagliata, allora non c'è nulla e nessuno di definitivamente perduto, nessuno è senza speranza.

La Croce Oggi: Tra Simbolo e Realtà Sofferente

Al collo di moltissimi cristiani pende una catenina con un ciondolo d’oro, di ferro, di legno, di vetro, a forma di croce. Due linee ortogonali, semplicissime e forti, che sono diventate, con il loro “visibile parlare”, come una dichiarazione di fede o forse, per alcuni, solo di appartenenza. Tenuta da alcuni celata con cura sotto gli abiti, da altri esibita sul petto, la croce ha l’eloquenza di un simbolo evidente a tutti nel nostro mondo: segna i profili di molte vette di montagna, si innesta sulla punta dei campanili di tutti i paesi, ti attende alla svolta dei sentieri di campagna, è parte del nostro paesaggio, al vertice di quella foresta di simboli che la religiosità ha sempre ispirato.

Quella croce che si è incisa almeno una volta negli occhi di tutti, di che cosa è il racconto? Non è portata al collo per mostrare o celebrare uno strumento di tortura e di morte. Chi porterebbe al collo una forca con il suo cappio oppure una sedia elettrica? La festa della esaltazione della croce ha la sua origine in vicende storiche lontane, storie di imperatori, guerre, riconquiste. Ma il motivo spirituale è molto più profondo: la croce è lo svelamento supremo di Dio.

«Tutti gli uomini vanno a Dio nella loro sofferenza, piangono per aiuto, chiedono felicità e pane, salvezza dalla malattia, dalla morte. Così fanno tutti, tutti, cristiani e pagani… I cristiani invece stanno vicino a Dio nella sua sofferenza» (D. Bonhoeffer). Quella sofferenza che allora bruciò nella passione di Gesù e oggi brucia nelle croci innumerevoli dove Cristo è ancora crocifisso nei suoi fratelli.

mappa che indica i luoghi di sofferenza nel mondo come croci contemporanee

Essere Cirenei e Lottare contro i Fabbricanti di Croci

Cristo c'è ancora! I nostri sguardi, le nostre attenzioni debbono essere convogliate verso i portatori delle croci che oggi sono disseminati nei solchi della società, seppelliti nei silenzi delle case, sfruttate sulle strade del mondo, buttati in mezzo alle guerre, offesi nella loro dignità, privati del necessario lavoro, abbrutiti dall’aggressività della malattia: ecco alcune croci del tempo contemporaneo. Qui i nostri sguardi debbono incrociarsi, le nostre forze debbono essere convogliate per ascoltare, soccorrere, intervenire.

Ma non è tutto. Non basta essere cirenei delle debolezze altrui, mettendo le nostre spalle sotto le croci dei fratelli; è necessario, se vogliamo essere giusti, sconfiggere ed opporci anche a chi è fabbricante delle croci, a chi le impone, dispoticamente, sulle spalle dei più deboli. Fossero anche i Governi, le dittature economiche, l’egoismo trionfante, l’individualismo imperante, il dispotismo straripante. Tutto ciò che offusca la bellezza e la dignità, restituita all’uomo dalla morte di Cristo in croce, è a sua volta una croce imposta ai più deboli, poveri e bisognosi.

La risposta unilaterale e monotematica di Dio è sempre la stessa: l’amore con cui ci ha amati chiedendoci di imparare ad amare come lui. Solo dissetandoci alla freschezza sorgiva del vero amore anche noi impareremo ad amarci, perché il DNA dell’amore ci chiama ad amare, altrimenti siamo acqua stantia, acqua putrefatta e infetta. Dio invece fa uscire acqua anche dalle rocce, irriga anche i solchi aridi perché dopo la morte c’è sempre la risurrezione e dopo la sconfitta la vittoria. Il sipario del palcoscenico di Dio si chiuderà con la croce e la tomba vuote, ma la vittoria dell’amore che diventa energia nuova, lievito di speranza e grembo di vita inedita.

L'Amore Ostinato del Crocifisso: L'Essenza della Fede

Essere in croce è ciò che Dio, nel suo amore, deve all'uomo che è in croce. Perché l'amore conosce molti doveri, ma il primo di questi è di essere con l'amato, unito, stretto, incollato a lui, per poi trascinarlo fuori con sé nel mattino di Pasqua. Come sottolinea Ermes Ronchi: «Sale sulla croce per essere con me e come me, perché io possa essere con lui e come lui».

La croce è l'abisso dove Dio diviene l'amante. Dove un amore eterno penetra nel tempo come una goccia di fuoco, e divampa. L'ha capito per primo un estraneo, un soldato esperto di morte. È un pagano ad esprimere il primo atto di fede cristiano: costui era figlio di Dio. Che cosa ha visto in quella morte? Non un miracolo, non la risurrezione. Ha visto il capovolgimento del mondo, dove la vittoria era sempre del più forte, del più armato, del più spietato. Ha visto il supremo potere di Dio, che è un disarmato amore; che è quello di dare la vita anche a chi ti dà la morte; che è servire non asservire; che è vincere la violenza prendendola su di sé. Ha visto che questo mondo porta un altro mondo nel grembo.

E noi qui disorientati, dapprima, ma poi stupiti, perché, come le donne, come il centurione, come i santi, sentiamo che nella Croce c'è attrazione, c'è seduzione e bellezza. Da qui la commozione, lo stupore, l’innamoramento. Dopo duemila anni sentiamo anche noi come le donne, il centurione, il ladro, che nella Croce sta la suprema attrazione di Dio. So anche di non capire. Ma alla fine mi convince non un ragionamento sottile, ma l’eloquenza del cuore: «Perché la croce/ il sorriso/ la pena inumana ?/ Credimi/ è così semplice/ quando si ama» (J. Twardowski). Come ha affermato K. Rahner: «per sapere chi sia Dio devo solo inginocchiarmi ai piedi della Croce».

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