Il Portacandele d'Altare in Legno: Storia, Tipologie e Restauro

Introduzione: Definizione e Ruolo del Candelabro Liturgico

Il termine candelabro (dal latino medievale candelabrum, cereostata, cerostatum) designa un sostegno di grandi dimensioni destinato a candele o ceri. La sua tipologia è stata spesso adottata anche per la fabbricazione dei candellieri, sostegni di dimensioni più ridotte. Pertanto, è utile considerarli in un unico insieme, distinguendone piuttosto i materiali, la forma, la decorazione, la disposizione e la funzione.

Nell'Occidente medievale, nonostante la vasta fioritura di forme di candelabri per le più disparate destinazioni - come il candelabro-corona di luci, la saettìa o la ersia - tre tipologie risultarono le più diffuse e significative sotto il profilo artistico: il candelabro da disporre nei pressi dell'altare o sulla mensa stessa (in questo secondo caso si parla generalmente di candeliere), il candelabro a sette bracci e il candelabro per il cero pasquale.

Evoluzione Storica e Liturgica del Candelabro d'Altare

Dalle Origini all'Età Paleocristiana

Per l'età paleocristiana e altomedievale si conservano principalmente testimonianze iconografiche e documentarie. Queste sono sufficienti, tuttavia, a ipotizzare l'uso di candelabri in relazione sia al culto funerario, in particolare dei martiri, sia a quello liturgico. In queste prime fasi, la loro funzione era più simbolica che pratica, poiché quest'ultima era assolta di massima da lampade e lampadari.

Posizionamento e Codificazione

Il candelabro d'altare non risulta inizialmente connesso in maniera diretta con il culto eucaristico. Prescrizioni contrarie alla disposizione sulla mensa dei candelabri indicavano viceversa di collocarli in terra, dietro o davanti all'altare, come vengono infatti illustrati in coppia nella coperta eburnea del IX-X secolo conservata a Francoforte sul Meno (Liebieghaus).

Il De gestis episcoporum antissiodorensium informa, al tempo del vescovo Angelelmo (807-824), anche della possibilità di un corredo assai più ricco, tutt'intorno all'altare. La pratica di disporre in terra i candelabri è precisata da una rubrica dell'Ordo Romanus primus (VIII secolo), che per prima testimonia anche l'uso codificato di un vero e proprio servizio di cereostata in diretto rapporto con l'ufficio della messa.

Solo a partire dall'XI secolo è accertabile la presenza dei candelabri sulla mensa d'altare, come testimoniano esempi quali una miniatura dell'Evangeliario dell'abate Ruperto di Prüm (1026-1068), oggi a Manchester, o l'affresco con l'episodio del Miracolo del bambino nella basilica inferiore di San Clemente a Roma (fine XI secolo). Più tardi, tale consuetudine risulta codificata ed espressamente prescritta da Innocenzo III (1198-1216) nel De sacro altaris mysterio libri sex, dove un intero capitolo tratta De candelabro et cruce, quae super medio collocantur altaris. Questo pontefice dispone l'uso di due candelabri agli angoli dell'altare a fiancheggiare la croce, "ad significandum itaque gaudium duorum populorum" (gli Ebrei e i Gentili) resi un popolo solo da Cristo "in Ecclesia mediator" (la croce); tale prescrizione era ormai diffusa nell'inoltrato XIII secolo, se Guglielmo Durando la trascrive quasi inalterata nel suo Rationale divinorum officiorum.

illustrazione di un altare medievale con candelabri sul pavimento o sulla mensa

Materiali e Caratteristiche Strutturali Generali

L'argento, anche dorato, il bronzo e altre leghe affini sono i materiali più comunemente indicati per la fabbricazione dei candelabri nelle donazioni agli edifici di culto, come risulta, per esempio, sia nel Lib. Pont. sia nelle fonti documentarie di età carolingia. Tuttavia, è noto che, per destinazioni meno importanti, venivano impiegati anche materiali meno nobili, come il ferro e il legno.

Le caratteristiche di questi primi esempi non sono sempre chiaramente accertabili dalla documentazione iconografica, che è lacunosa e sommaria. Tuttavia, essa è in grado di restituire idealmente gli elementi essenziali della struttura, che si configura, già nelle pitture catacombali o nelle iscrizioni funerarie, come una semplificazione del tipo in uso nell'epoca classica. Questa struttura era costituita da una base, semplice o a più piedi, da un fusto, in molti casi percorso da nodi, e da un piattello che nasconde in parte la terminazione a punta o cilindrica per il sostegno della candela.

Testimonianze Iconografiche e Prime Manifestazioni Artistiche

Dello stesso tipo sono i candelabri raffigurati su numerosi sarcofagi ravennati o di area adriatica e di altre sculture a essi rapportabili, comprese fra il V e l'VIII secolo. Fra queste, la coppia di candelabri scolpiti a bassorilievo nella lastra di Sigualdo (762-776) a Cividale (Museo Cristiano) si presenta caratterizzata da un piede geometricamente modellato e da un fusto allungato, suddiviso in numerosi settori di forma affusolata. La particolare disposizione di tali candelabri a fiancheggiare una croce su un piano d'appoggio ha posto la questione, tuttora irrisolta, se in essi si debba vedere o meno una precoce testimonianza di un vero e proprio servizio d'altare.

Produzione Medievale e Centri Artigianali

I primi esempi superstiti di candelabri liturgici per qualsiasi genere di destinazione risalgono al X secolo, ma si trovano poi sempre più frequentemente in età romanica e gotica, specie nel tipo destinato al servizio d'altare. Questi esempi sono stati classificati in base sia ai materiali e alla differenziazione strutturale delle singole parti, sia alla distribuzione per aree geografiche e culturali, in ragione dei caratteri stilistici dei pezzi.

Studi approfonditi mostrano che la produzione più fertile venne offerta dalle officine dei bronzisti dell'area compresa tra la Mosa a ovest e la Bassa Sassonia a est, attraverso la Renania e la Vestfalia. Queste officine erano in grado di fornire suppellettili liturgiche (e anche d'uso profano) su larga scala, ma erano allo stesso tempo contrassegnate da una ricerca originale, cui si poteva dare forma adeguata grazie a un mestiere altamente specializzato.

Tra i più antichi e significativi esempi di candelabri di un tipo da porsi ancora presso - e non sopra - l'altare è la coppia nella Magdalenenkirche a Hildesheim, dalle linee slanciate e dalla struttura essenziale (piede piramidale, alto fusto con tre nodi, bocciolo a calice) ispirata a modelli bizantini o della Tarda Antichità. A tale tipologia si rifà anche il pezzo isolato, ma forse in origine affiancato da un altro ora perduto, nel tesoro della cattedrale di Bamberga (Diözesanmus.), proveniente dalla zona renano-mosana e attribuibile agli anni di decanato di Hermann d'Aurach (1164-1169).

Nell'area mosana e in Sassonia risultò assai diffuso, dalla metà del XII al XIII secolo, il tipo denominato Rankenleuchter, candelabro integralmente percorso da un motivo a tralcio piatto, solcato longitudinalmente, sul cui piede era anche possibile l'innesto di figure a tutto tondo. La varietà e qualità dei bronzi prodotti in queste aree furono tali da influenzare gran parte dei candelabri realizzati nei maggiori centri tedeschi e scandinavi.

Per la Gran Bretagna, i pochi candelabri conservati, ma di altissimo valore, suggeriscono un quadro d'origine assai ricco. Tra questi spicca la coppia di candelabri di Tassilone, nel tesoro dell'abbazia di Kremsmünster, e il capolavoro del candelabro di Gloucester, databile al 1107-1113.

In Italia, dove non mancava materiale d'importazione, sopravvivono notevoli pezzi isolati riferibili a officine locali, come quello nella parrocchiale di San Benedetto Po, o raffinati lavori di oreficeria, come il gruppo di coppie di candelabri in argento dorato e cristallo di rocca, di cui Venezia sembra sia stata un centro di produzione ed esportazione. In questo stesso campo, tra il XII e il XIV secolo, Limoges svolse un ruolo primario, con una produzione quasi industriale capace di contrastare la supremazia dei bronzisti settentrionali.

infografica: mappa dei centri di produzione di candelabri medievali in Europa

Il Portacandele d'Altare in Legno: Un Esempio del XVIII Secolo e il Suo Restauro

Un esempio concreto e significativo di portacandele da altare italiano della metà del Settecento rivela l'eleganza e la raffinatezza raggiunte anche con l'uso del legno. Questi articoli vintage/antichi possono presentare segni di usura, come graffi e altri segni del tempo, che testimoniano la loro lunga storia.

Descrizione Strutturale e Decorativa

Questi portacandeli in legno, alti circa 115 cm, sono costruiti su un basamento a sezione triangolare con profilo smussato. Nonostante la loro imponente presenza, motivi ornamentali e architettonici tipici del tardo barocco, decrescendo verso l'alto, snelliscono la struttura. Questi elementi decorativi e strutturali sono presenti dal basamento (su tre piedi) fino alla coppa (corolla) che contiene il bicchiere per l'inserimento della candela. Motivi d'ispirazione floreale si notano, alla base, sulle superfici convesse e, in alto, nei petali arricciati della coppa.

La base di un'eventuale croce abbinata a questi candelieri è rivestita di foglia d'oro nelle parti più aggettanti - riccioli, motivi floreali, ondulazioni arabescate - per meglio far risaltare l'effetto luministico e la fluidità degli elementi decorativi. Le superfici che fungono da ripiani o da supporto ai motivi florali aggettanti sono invece rivestite di foglia d'argento meccato e "mattato".

Il Cristo in Legno Policromo Abbinato

Spesso, tali candelieri erano parte di un servizio d'altare più ampio, che includeva un Cristo in legno policromo. Quest'opera, magistralmente scolpita da un artista del '700, mostra una precisione anatomica straordinaria e dettagli finemente cesellati. Nonostante le dimensioni modeste (circa 40 cm di altezza), ogni particolare è definito con estrema cura: il capo lievemente piegato, la corona di spine con grossi aculei che fanno stillare rivoli di sangue, la chioma scura e fluente, la barba incolta detta "alla Nazzarena", le palpebre socchiuse, la bocca semiaperta da cui s'intravedono lingua e denti, il naso ben profilato con narici sanguinanti, e la fronte e le sopracciglia corrucciate. Anche le mani e i piedi sono modellati con un'attenta definizione degli arti in tensione, trafitti da grossi chiodi di ferro.

La meticolosità plastico-cromatica perseguita dallo scultore mira a suscitare commozione. I dettagli minuti sono ammirabili solo da vicino, mentre i fedeli a distanza percepiscono l'emblematica passione del Cristo nel suo insieme. Riposto sulla maestosa croce dorata (alta circa 164 cm), ricca di elementi decorativi e contornata da sfavillanti fasci raggiati, il Cristo assume un aspetto ieratico di grande bellezza.

foto di un portacandele da altare barocco in legno dorato del '700

RESTAURO di una SCULTURA LIGNEA

Il Processo di Restauro

Nonostante la loro bellezza, il tempo può lasciare segni profondi. Un esempio di quattro candelieri e una croce abbinata, in legno, si trovava nella condizione che precede lo "stadio di Thànatos", come descritto da Cesare Brandi nella "Teoria del restauro". Erano tarlati e rovinati dappertutto, con gli insetti xilofagi che avevano devastato il legno al punto da lasciare in alcuni punti la sola crosta di gesso.

La base della croce, rispetto ai candelieri, appariva in una condizione apparentemente accettabile, mantenendo la forma di tutti gli elementi. Tuttavia, erano presenti rotture in basso, nei due elementi che sorreggono le due grosse volute, e in alto, nel "piedritto" dove s'innesta il braccio della croce. Anche qui, i tarli avevano scavato una miriade di gallerie, rendendo il legno fragile. La croce stessa presentava i due bracci sconnessi, rotture nella raggiera (mancavano i terminali di quattro fasci di luce) e nel "cartiglio del titolo" (nelle parti estreme). Cadute di stucco con doratura si notavano nei listelli che incorniciavano i ripiani dei bracci della croce, nei puntali (baccelli, conchiglie, rosette) e nell'incrocio degli assi.

Il restauro di tali opere è un'operazione complessa. I piedi delle basi mancanti sono stati ricostruiti con pasta di legno all'interno di uno stampo di gomma siliconica, ricavato dall'unico elemento superstite. La verniciatura finale è stata eseguita per nebulizzazione d'alcool e velatura di cera d'api. Se queste opere ritornano in sede e restituite alla loro funzione liturgica, è merito di figure come Don Valentino Di Cerbo che, dando corso a iniziative rivolte al recupero del patrimonio artistico-religioso, riescono a risanare opere destinate a sicuro disfacimento.

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