I radiomessaggi di Pio XII hanno rappresentato un importante punto di riferimento negli anni della Seconda guerra mondiale. Nei suoi discorsi, mentre infuriava il conflitto più cruento nel cuore dell’Europa, Papa Pacelli ha indicato alcuni punti fermi per ricostruire dalle macerie una civiltà più giusta. Tra i radiomessaggi del Pontefice, sicuramente famoso è quello del Natale 1942.

L'Ascesa di Eugenio Pacelli al Soglio Pontificio
Alla morte di Pio XI, in Vaticano, si accese il dibattito se il successore di Pietro dovesse essere un uomo diplomatico o irruente e combattivo come il precedente. La Chiesa, in quel momento, aveva indubbiamente bisogno di una persona saggia, che sapesse, altresì, come muoversi sulla scena politica. Il Conclave del 1939 fu un evento di cruciale importanza internazionale in un periodo in cui si profilava il conflitto tra le grandi potenze. Pio XI, durante il suo pontificato, manifestò in diverse occasioni il suo apprezzamento per il cardinale Pacelli, apprezzamento accompagnato da frasi che lasciavano intendere che Pacelli, se fosse salito al soglio pontificio, sarebbe stato un eccellente papa.
Subito dopo la morte di papa Ratti, la stampa tedesca aveva intrapreso una campagna per evitare l’elezione di Pacelli, il quale, evidentemente, non poteva essere considerato un "amico" degli esponenti del regime. Il Conclave del 1939 rappresenta il più breve della storia. Alle ore 17:27 dalla Cappella Sistina si levò una fumata bianca. In tutta Roma, e poi in tutto il mondo, le campane suonarono a festa. In quel momento, il cardinale Pacelli venne eletto Papa.
L’elezione di Pacelli fu accolta con entusiasmo da ogni Paese europeo, eccetto che dalla Germania nazista, che, infatti, in occasione della sua incoronazione, non inviò alcun rappresentante politico. Tuttavia, l'ambasciatore tedesco presso la Santa Sede, Diego von Bergen, fece recapitare le congratulazioni di Hitler e di tutto il governo del Reich.
Pio XII di fronte alla Guerra: Tentativi di Mediazione e Neutralità
Pio XII, nel momento in cui iniziava il suo pontificato, considerava il problema delle relazioni fra Stato e Chiesa in Germania come centrale per la Santa Sede. Lo disse esplicitamente ai cardinali tedeschi dopo il conclave: "Il problema tedesco è per me il più importante." Nonostante le mancate congratulazioni da parte di Hitler, Pacelli decise lo stesso di scrivere al Führer. Del resto, il protocollo esigeva che ogni nuovo pontefice comunicasse la propria elezione ai capi di Stato di tutte le nazioni con cui la Santa Sede intratteneva relazioni diplomatiche. Pio XII, infatti, non riprese i rilievi critici mossi al suo predecessore.
Pacelli amava la Germania e provava una profonda stima per il popolo tedesco; ciò risulta confermato dalla composizione dell’entourage del pontefice, formato quasi completamente da persone di nazionalità tedesca, tra le quali va menzionata la consigliera del pontefice, suor Pascalina. L’amore che provava per quel popolo gli faceva continuamente tornare alla memoria gli anni trascorsi a Monaco e a Berlino, che considerava gli anni migliori della sua vita. Perciò lo faceva tanto più soffrire - riporta suor Pascalina - l’"infausto sviluppo degli eventi in Germania, avendo sempre sotto gli occhi i tentativi di Hitler di trasformare quel popolo che lui così a lungo aveva avuto modo di conoscere, apprezzare e amare."

Lo Scoppio della Seconda Guerra Mondiale
Tre giorni dopo che Pio XII ebbe ricevuto il triregno, l’esercito tedesco marciava verso la Cecoslovacchia allo scopo di riannettere "le antiche terre imperiali di Boemia e Moravia". Preoccupato dall’avanzata di Hitler, il governo della Cecoslovacchia fu pronto a cedere i territori rivendicati dalla Germania. A partire da quel momento, il dittatore in camicia bruna rivolse lo sguardo alla Polonia, con la quale c’erano, ormai da diversi anni, forti conflitti.
Hitler, incontrando il suo stato maggiore il 22 agosto del 1939, spiegò il suo piano rispetto alla Polonia, dicendo in quell’occasione: "Ho solo paura che all’ultimo momento qualche canaglia mi proponga un piano di mediazione." Ci fu, infatti, chi, a Roma, si impegnò in tutti i modi per cercare una mediazione. Il papa - era il 24 agosto - si trovava a Castel Gandolfo quando venne a conoscenza dei piani tedeschi e dell’assenso russo. Egli decise, allora, di parlare alla Radio Vaticana che divenne - e lo sarà sempre più negli anni a seguire - la voce del papa nel mondo. Una frase di quel discorso è passata alla storia: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può essere salvato con la pace.»
A entrambi i Paesi il 31 agosto pervenne un estremo appello del papa: "Sua Santità supplica, in nome di Dio, i governi della Germania e della Polonia di fare di tutto per evitare qualsiasi incidente e di astenersi dal prendere qualsiasi misura capace di aggravare l’attuale tensione." Ma il papa non fu ascoltato. La guerra della Germania contro la Polonia iniziò all’alba del 1 settembre del 1939.
Pio XII desiderava che l’Italia rimanesse neutrale non soltanto per risparmiare lutti e rovine alla sua nazione, ma anche perché la Santa Sede potesse continuare a svolgere la sua attività, senza trovarsi accerchiata e chiusa tra Paesi in guerra. Ben presto arrivarono in Vaticano le prime notizie sulle brutalità commesse dai nazisti nei territori occupati. Il papa aveva cercato di impedire che la guerra scoppiasse, e quando era scoppiata aveva provato a fermarla, cercando, altresì, nel 1940, di mantenere l’Italia neutrale. Il 10 giugno del 1940 l’Italia entra in guerra. Il papa si ritrovava sconfitto.
L'Opposizione Clandestina: L'Operazione "Orchestra Nera"
L'accusa di filo-nazismo mossa a Papa Pacelli decade soprattutto a seguito della verità emersa dagli archivi vaticani, secondo cui Papa Pio XII avrebbe dato il proprio appoggio al tentativo di rovesciare Hitler. Si tratta di un’operazione messa in atto da alcuni ufficiali tedeschi tra il novembre del 1939 e il febbraio del 1940, i quali presero contatto con il Vaticano per chiedere al papa di fare da tramite tra i congiurati e il governo inglese. Erano ufficiali ostili alla dittatura hitleriana, che volevano instaurare un governo democratico in Germania ridando l’indipendenza ai Paesi occupati dal regime nazista.
L’operazione, chiamata “Orchestra nera”, come nere erano le toghe dei preti tedeschi, non fu portata a termine; i congiurati ci riprovarono qualche anno più tardi, nel 1944. Il coinvolgimento del papa in un’operazione di questo tipo era pericolosissimo: se fosse trapelata la partecipazione di Pacelli, le conseguenze sarebbero ricadute sui cattolici tedeschi. Il complotto venne organizzato da Hans Oster, un agente dei servizi segreti di Berlino, in contatto con alcuni ufficiali dell'Abwehr, il controspionaggio delle forze armate tedesche. Oster scelse come contatto con il Vaticano un avvocato cattolico bavarese, Josef Muller, anch’egli già ben conosciuto dall’allora cardinale Pacelli.
Il progetto prevedeva che Pio XII, attraverso il rappresentante del governo inglese in Vaticano, d’Arcy d’Osborn, si mettesse in contatto con il primo ministro inglese e cercasse le garanzie richieste. Il papa si consultò con Leiber e con Kaas, ma decise di lasciare completamente all’oscuro la Segreteria di Stato. Dopo appena un giorno di riflessione, il 6 novembre del 1939, il pontefice fece sapere a Muller di essere disponibile a fare "tutto quello che poteva" e incaricava padre Leiber di mantenere i contatti.
Il diplomatico inglese, d’Arcy Osborne, incontrò privatamente il papa, che segretamente gli confidò di aver appreso da fonti attendibili una prossima violenta offensiva tedesca a ovest, che avrebbe potuto anche non verificarsi se i capi militari del complotto fossero riusciti a rovesciare Hitler. Nella nota indirizzata al governo inglese, Osborne scriveva: "Pacelli desiderava passarmi la notizia per pura informazione. Non desiderava minimamente appoggiarla o raccomandarla. Dopo aver ascoltato i miei commenti sulla notizia che aveva ricevuto e mi aveva passato, disse che forse, dopotutto, non valeva la pena portare avanti la cosa, e inoltre mi chiese di considerare la sua comunicazione come se non fosse stata fatta. Tuttavia declinai prontamente, dicendo che rifiutavo di farmi scaricare addosso le responsabilità della coscienza di Sua Santità." Nel dispaccio dell’ambasciatore britannico traspare un certo distacco del pontefice. Con la sua azione e questi contatti, il papa era infatti venuto meno al tradizionale atteggiamento della Santa Sede. L’insistenza del papa sulla segretezza era motivata dal fatto che egli sapeva dell’esistenza di spie naziste in Vaticano.
Ecco perché Pio XII non ha denunciato i crimini nazisti: la verità dagli archivi vaticani segreti!
Il 6 febbraio Pio XII convocò nuovamente d’Arcy Osborne in gran segreto. Nella nota spedita il giorno successivo, il diplomatico scriveva che il papa era stato nuovamente avvicinato dai cospiratori, che nel complotto era coinvolto un noto generale tedesco e che l’offensiva a ovest di Hitler era stata posticipata a causa del tempo troppo rigido. È passata alla storia una celebre frase di Pio XII: "Nulla abbiamo lasciato di intentato"; inizialmente questa frase non è stata compresa, ma oggi, a seguito di tutti gli studi sull’argomento, si comprende il senso profondo di quelle parole: il papa aveva partecipato addirittura ad un complotto contro Hitler, nella speranza di mettere fine alle atrocità commesse dal regime.
L'Attentato a Hitler del 20 Luglio 1944: Operazione Valchiria
Qualche anno dopo, il 20 luglio del 1944, a Rastenburg, nella Prussia orientale, avvenne il più importante attentato contro la vita di Hitler. Si tratta di un episodio che, se avesse avuto esito positivo, avrebbe cambiato probabilmente il corso della storia, risparmiando migliaia di vite umane. Il complotto fu portato avanti da un gruppo di ufficiali della Wehrmacht, decisi a riscattare l'immagine dell'esercito: l'unico modo era uccidere il Führer. Tale operazione fu chiamata "Valchiria"; e prevedeva che, in caso di una sommossa, il controllo della situazione interna fosse garantito dall'esercito. Inoltre, il colonnello Von Stauffenberg sosteneva che, dopo l'eliminazione di Hitler, fosse il generale Beck (che era capo di Stato maggiore dell'esercito fino al 1939, poi dimissionario) a prendere il potere, il quale avrebbe intrapreso una serie di trattative per far uscire il paese dalla guerra.
L’occasione propizia per agire si presentò quando il colonnello Von Stauffenberg venne convocato dal Führer nella "tana del lupo", insieme ad altri ufficiali, la mattina del 20 luglio. Von Stauffenberg, arrivato all’aeroporto di Rastenburg, accompagnato da W. Von Haeften e H. Stieff, si diresse al quartier generale del Führer portando con sé una borsa nella quale erano state depositate due cariche di esplosivo. Una volta arrivato nel bunker, prese la valigia con gli esplosivi ed entrò in uno spogliatoio, dove collegò i due detonatori a una delle cariche esplosive, senza però attivare anche l’altra, che invece tolse dalla borsa. In ogni caso, all’ora stabilita, Von Stauffenberg entrò nella baracca dove si teneva l'incontro e consegnò la borsa a Freyend, dicendogli di collocarla vicino al Führer. Freyend la poggiò ai piedi del tavolo a pochi metri di distanza da Hitler.
Dopo pochi minuti il colonnello Von Stauffenberg lasciò la sala dando l’impressione di aver dimenticato qualcosa. Alle 12:40 ci fu l’esplosione. I due ufficiali pensavano che Hitler fosse stato colpito mortalmente: infatti, mentre lasciavano la "tana del lupo" e avevano visto, su una barella, un ferito coperto con l’impermeabile del Führer, ne dedussero che egli fosse morto. Quella stessa notte alcuni reparti dell’esercito al comando del generale Fromm circondarono la Bendlerstrasse, la occuparono e arrestarono gli ufficiali congiurati, molti dei quali neppure portavano armi. L'attentato, oltre a non causare il colpo di Stato, inasprì il clima di controllo che la Gestapo e gli altri organi di polizia avevano sulla popolazione.
Il Radiomessaggio di Natale del 1942: I Pilastri di un Nuovo Ordine Mondiale
Nel momento in cui Eugenio Pacelli diventava papa, era un aperto critico di Hitler e del nazismo. La sua prima enciclica, Summi Pontificatus, implorava la pace e rigettava il nazismo. Pubblicata solo poche settimane dopo lo scoppio della Seconda guerra mondiale, la Summi Pontificatus afferma che nella Chiesa cattolica "non esiste più greco e giudeo, circonciso e incirconciso": un chiaro rigetto dell’antisemitismo nazista. Come tale essa fu ampiamente riconosciuta soprattutto nella Germania nazista. "Questa enciclica" scriveva il capo Gestapo, Heinrich Müller, "è diretta esclusivamente contro la Germania, sia contro l’ideologia sia riguardo alla disputa tedesco-polacca. È fuori discussione quanto pericolosa essa sia per le nostre relazioni estere come pure per i nostri affari interni." Per tutta la Seconda guerra mondiale papa Pio XII parlò in favore degli ebrei. Il 19 gennaio del 1940, su istruzione del papa, la Radio Vaticana e il quotidiano vaticano, L’Osservatore Romano, rivelarono al mondo le spaventose crudeltà dell’incivile tirannia che i nazisti stavano perpetrando.
È il Natale 1942. Dall’inizio della guerra, Pio XII approfitta del Natale per inviare un radiomessaggio alla cristianità dalle frequenze di Radio Vaticana. Sono messaggi che hanno il valore di una enciclica. Con profezia e lucidità, Pio XII delineava quello che sarebbe dovuto essere il nuovo ordine mondiale. Riportava tutto alla pari dignità umana. Chiedeva la difesa della famiglia. Addirittura, delineava uno sviluppo delle città, parlava di prossimità, parlava di lavoro, di un salario giusto, della formazione superiore per i figli della classe operaia. Parlava di diritti umani, anche se poi sarebbero stati chiamati con questi termini appena dopo la guerra.
Il radiomessaggio del 1942 conteneva la seguente riflessione: "Gran parte della umanità, e, non rifuggiamo dall’affermarlo, anche non pochi di coloro che si chiamano cristiani, entrano in certa guisa nella responsabilità collettiva dello sviluppo erroneo, dei danni e della mancanza di altezza morale della società odierna." Questo messaggio delinea il modello di società da sviluppare, un ordine sociale orientato verso il bene comune. È un messaggio in piena continuità con la dottrina sociale della Chiesa, che dalla Rerum Novarum in poi si delineava nel pensiero della Chiesa e che porterà dritto al Codice di Camaldoli.
Spiega Flavio Felice, professore dell’Università Lateranense, che "il Codice di Camaldoli risponde ad una esigenza avvertita da una generazione di intellettuali che hanno conosciuto il dramma della guerra ed il giogo del totalitarismo, provenendo da una cultura politica giudicata, dapprima, di ostacolo alla nascita della nazione - al processo di unità nazionale - e, in seguito, rivelatasi debole di fronte alla fiera rivendicazione totalitaria del regime fascista."

Radio Vaticana: Voce di Libertà in Tempo di Guerra
Oggi si celebra la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali - dedicata a “Silenzio e parola: un cammino di Evangelizzazione” - e non si può non guardare indietro a quello che i mezzi di comunicazione sociale hanno rappresentato per la Chiesa. Se ci vorrà poi il Concilio, e l’Inter Mirifica, perché ci fosse un documento ufficiale che parlasse di mezzi di comunicazione sociale, da sempre la Chiesa ha avuto particolare attenzione per diffondere il suo messaggio nel mondo. La stazione di Radio Vaticana fu progettata da Guglielmo Marconi e inaugurata nel 1931 con queste parole di Papa Pio XI: "Udite o Cieli, quello che sto per dire; ascolti la terra le parole della mia bocca."
Durante la Seconda Guerra Mondiale, Radio Vaticana e l’Osservatore Romano rappresentano le uniche voci realmente libere che ci sono in Italia. Si doveva leggere l’Osservatore Romano per avere delle cronache della guerra che non fossero viziate dalla propaganda di regime. Ed eccolo, Pio XII, approfittare del mezzo della radio per mandare al mondo il suo messaggio.
La Memoria di Pio XII: Il "Papa dei Silenzi" e la Storiografia
Eugenio Pacelli è oggi comunemente noto come il papa più discusso del '900, l'uomo chiamato a guidare la Chiesa cattolica negli anni terribili della Seconda guerra mondiale, ma soprattutto è ricordato come il "papa dei silenzi" per non essersi opposto con una pubblica denuncia allo sterminio degli ebrei. L’accusa più grave che si è mossa al pontefice è, infatti, di non aver mai pronunciato un discorso pubblico in cui condannasse il nazismo e le atrocità di cui si rendeva autore. La memoria di una tra le più importanti personalità del XX secolo è stata oscurata con la creazione di una vera e propria "leggenda nera".
Pio XII è stato, infatti, dipinto come collaboratore nazista e pontefice algido e avaro, colpevole di un silenzio inescusabile dinanzi alla vicenda che vedeva protagonisti gli ebrei, perseguitati e uccisi dai nazisti. Oggi, la storiografia è divisa tra apologeti e critici di Pio XII, in particolare per ciò che riguarda il suo atteggiamento nei confronti della persecuzione antiebraica, la Shoah. Una divisione che si traduce nell’impegno degli uni a sostenere che Pio XII abbia fatto ciò che poteva e doveva fare, cui si contrappongono gli altri per negare che sia stato così.
Si ritiene opportuno precisare che con questo lavoro non si aspira a prendere parte a tale discussione, aggiungendo un nuovo anello a una catena già lunga. Meno che mai si intende svolgere un ruolo di mediatore tra le parti, proponendo una sorta di via mediata tra le tesi contrapposte, nelle vesti di giudice o di osservatore spassionato. Altra, infatti, è l’ambizione: il problema non è stabilire ciò che il papa avrebbe potuto fare e non ha fatto, o di sostenere che egli ha fatto ciò che doveva perché non poteva fare altrimenti, ma di determinare in primo luogo ciò che egli ha fatto alla luce del contesto nel quale lui e i suoi collaboratori hanno potuto operare. È solo su questa base, infatti, che si può formulare un giudizio storico, valutare, cioè, quali sono state le conseguenze degli atteggiamenti adottati e delle scelte compiute sul corso degli avvenimenti.
Ecco perché Pio XII non ha denunciato i crimini nazisti: la verità dagli archivi vaticani segreti!
Il Radiomessaggio del 1942 tra Ricordo e Attualità
A settant’anni dal discorso radio del 1942, alla Pontificia Università Lateranense si è ripercorso il significato storico di quel discorso, che per importanza si può appaiare con quello del 1944. Sono entrambi dedicati ai diritti umani. Se nel 1944 Pio XII parlerà per la prima volta di democrazia - e delineerà anche la necessità di una autorità mondiale a competenza universale - nel 1942 il Papa delinea il modello di società da sviluppare, un ordine sociale orientato verso il bene comune.
È dedicato a ricordarne i contenuti e anche l’attualità il convegno che si tiene, a settant'anni dal messaggio, a Roma, nell’aula Paolo VI della Pontificia università Lateranense. Si intitola «Pio XII, la questione antropologica e l’ordine sociale. Ricordando il radiomessaggio del 1942». Dopo il saluto del rettore, il vescovo Enrico dal Covolo, del decano della facoltà di Filosofia, Gianfranco Basti, e l’introduzione dell’avvocato Emilio Artiglieri, presidente del «Comitato Papa Pacelli», si apriranno i lavori, presieduti dal cardinale Fiorenzo Angelini, che conobbe personalmente Pio XII.
Moderati dal Luca De Mata, interverranno la professoressa Dolores Mangione, della Pontificia università della Santa Croce, che parlerà del «rispetto dovuto alla persona umana: attualità dell’insegnamento del radiomessaggio»; il professor Giulio Alfano, della Lateranense, che parlerà dei «presupposti storici della presenza dei cattolici, dal radiomessaggio del 1942 al codice di Camaldoli del luglio 1943».
Il Radiomessaggio Natalizio del 1944: Democrazia e Organizzazione per la Pace
Il radiomessaggio natalizio di papa Pio XII del 24 dicembre 1944, intitolato "Benignitas et humanitas", fu diretto ai popoli del mondo intero nel sesto Natale dall'inizio della guerra. Tra gli sconvolgimenti provocati dal conflitto e le speranze di un "rinnovamento profondo" della società internazionale dopo la sua fine, emergeva nei popoli la richiesta di maggiori garanzie democratiche.
Per quanto riguarda il primo tema, nella democrazia trovano espressione due diritti: manifestare "il proprio parere sui doveri e i sacrifici che [...] vengono imposti" al cittadino e "non essere costretto a ubbidire senza essere stato ascoltato". Il secondo punto tocca i caratteri dei governanti: il Papa ricorda che "lo Stato democratico [...] deve, come qualsiasi altra forma di governo, essere investito del potere di comandare con un'autorità vera ed effettiva", che l'autorità trova sempre il suo fondamento in Dio, che i suoi detentori devono possedere elevate spiritualità e moralità, tali da garantire che la democrazia sia fondata "sugl'immutabili principi della legge naturale e delle verità rivelate".
Successivamente il Pontefice espone la natura e le condizioni di un'efficace organizzazione per la pace: dal riconoscimento del principio dell'"unità del genere umano e della famiglia dei popoli" dipende l'avvenire della pace. Come ultimo punto, il Papa indica nell'insegnamento delle verità morali e religiose e nella comunicazione delle forze soprannaturali della grazia il contributo che la Chiesa, "tutrice della vera dignità e libertà umana", può dare al soddisfacimento dell'aspirazione dei popoli alla democrazia.
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