Le Controversie su Padre Pio: Tra Fede e Scetticismo

La figura di Padre Pio da Pietrelcina, al secolo Francesco Forgione (Pietrelcina, 25 maggio 1887 - San Giovanni Rotondo, 23 settembre 1968), è stata ed è tuttora oggetto di grande devozione, ma anche di numerose controversie e sospetti, soprattutto all'interno della Chiesa. Venerato da milioni di persone in tutto il mondo, il frate cappuccino con le stimmate ha vissuto una vita non facile, costellata di incomprensioni e accuse che lo hanno braccato per decenni.

Ritratto di Padre Pio con le stimmate

Le Stimmate e l'Inizio delle Incomprensioni

La comparsa delle stimmate e la diffusione della notizia

Tutto ebbe inizio alla fine dell'estate del 1918, poche settimane prima della fine della Grande Guerra, nel convento di San Giovanni Rotondo, dove Padre Pio era giunto nel 1916 e sarebbe rimasto per tutta la vita. Il 20 settembre 1918 apparvero le stimmate che avrebbero segnato il suo corpo per mezzo secolo. Spaventato, Padre Pio informò il suo confessore un mese dopo, con una lettera del 17 ottobre, per poi raccontare tutto dettagliatamente con una lunga lettera del 22 ottobre. Solo dopo otto mesi, il 1° maggio 1919, la notizia divenne di dominio pubblico. Il Giornale d'Italia pubblicò un articolo intitolato "Il miracolo di un santo", con il sottotitolo "Un soldato guarito istantaneamente a San Giovanni Rotondo". Il 21 giugno, Il Mattino di Napoli raccontò l'intera storia con un articolo di due pagine, titolato "Padre Pio, il 'Santo' di San Giovanni Rotondo, opera un miracolo sulla persona del cancelliere del paese presente un inviato speciale del 'Mattino'". Questo scatenò l'afflusso di pellegrini a San Giovanni Rotondo, un paese che conservava un tenore di vita antico, con usanze, tradizioni e caratteristiche originarie, e offriva ai forestieri un'ospitalità fraterna e schietta. Non c'era nulla, allora, tra il convento e il paese: nessun abitato, e la strada era poco più che una mulattiera, faticosa e in saliscendi, praticata solo dai carretti e dai carri coperti.

Le prime indagini del Sant'Uffizio

Le gerarchie osservarono con sospetto la crescente fama di santità. Già nel giugno 1921, Padre Pio dovette raccontare nei dettagli agli inquisitori del Sant’Uffizio gli eventi del 20 settembre: la Messa, il tremore, la visione del Crocifisso, e la voce che gli disse: "ti associo alla mia Passione…E ho visto questi segni qui, dai quali gocciolava sangue". Gli inquisitori gli chiesero tutto: le febbri a temperature letali, i dolori e le lotte notturne col diavolo, il profumo di fiori, le bilocazioni. Padre Pio spiegò che gli era occorso di avere presenti persone o luoghi, senza sapere se la sua mente si fosse trasportata o se qualche rappresentazione si fosse presentata a lui, o se fosse stato presente con o senza il corpo.

Le stimmate di Padre Pio. 20 settembre 1918

Accuse e Inchieste Ecclesiastiche

Le inchieste del Sant'Uffizio e le testimonianze negative

Per cinque volte Padre Pio venne messo sotto inchiesta dal Sant’Uffizio. Subì perquisizioni, interrogatori, intercettazioni, restrizioni e divieti di celebrare messa in pubblico. Figure autorevoli come padre Agostino Gemelli, frate minore francescano e medico, fondatore dell'Università Cattolica, che incontrò Padre Pio nell'aprile del 1919 per circa 30 secondi, scrisse al Sant’Uffizio definendolo "uno psicopatico ignorante che induce in automutilazione e si procura artificialmente le stigmate allo scopo di sfruttare la credulità della gente". Negli anni successivi, Gemelli produsse altre due relazioni al Sant'Uffizio, false ma piene di giudizi terribili, sostenendo che Padre Pio non presentava "nessuno degli elementi caratteristici della vita mistica" e che le sue piaghe erano "semplici autolesioni procuratesi inconsciamente da un soggetto psicopatico".

Pio XI e Giovanni XXIII lo considerarono con sospetto. Il domenicano francese Paul-Pierre Philippe, poi vescovo e cardinale, inviato da Papa Roncalli per interrogare il frate settantaquattrenne nel 1961, tuonò: "Un falso mistico, una colossale truffa", e "un disgraziato sacerdote che approfitta della sua reputazione di santo per ingannare le sue vittime", fino a scrivere nella relazione al Sant’Uffizio che si trattava della "più colossale truffa nella storia della Chiesa". Papa Giovanni temeva "un immenso inganno", un "disastro di anime", come annotava nei diari del 1960. Il Padre Generale di Frati Cappuccini portò al Sant’Uffizio un voluminoso dossier, con foto, registrazioni e testimonianze per dimostrare che Padre Pio era "un imbroglione, un falso, corrotto, avido, aveva le amanti". Questi documenti si rivelarono poi essere una "terribile trappola diabolica", tutto falso.

Le accuse di automutilazione e l'acido fenico

Gli inquisitori chiesero al frate della boccetta di acido fenico che si era procurato in farmacia, dubbi riproposti dallo storico Sergio Luzzatto nella sua biografia del 2007. Luzzatto ha avuto pieno accesso ai documenti che la Chiesa raccolse negli anni su Padre Pio e ha evidenziato come il Sant’Uffizio sapesse fin dagli anni Venti che Padre Pio trafficava con acidi e sostanze chimiche. Due testimoni, interrogati dal vescovo di Manfredonia, riferirono che in passato Padre Pio aveva richiesto simili sostanze, spesso chiedendo che la consegna fosse nascosta ai confratelli. Padre Pio spiegò che l'acido in convento era usato per disinfettare le siringhe, durante i mesi dell'influenza spagnola, e per fare scherzi agli altri frati. Nonostante ciò, si opposero obiezioni al fatto che né l'acido fenico né la polvere veratrina avrebbero potuto procurare quel tipo di lesioni durate cinquant'anni.

Le accuse di immoralità

Nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta, Padre Pio fu al centro di un altro scandalo. Venne registrato di nascosto mentre parlava con alcune delle sue più strette collaboratrici, quattro donne del suo entourage, e dalla registrazione sembrò che scambiasse con loro delle effusioni sessuali. Papa Giovanni XXIII definì Padre Pio "un idolo di stoppa" e in un appunto del 1960 scrisse che i dubbi intorno alla sua figura facevano pensare a "un vastissimo disastro di anime, diabolicamente preparato". Il domenicano padre Paolo Philippe contestò le accuse di immoralità contenute nella relazione Maccari. Padre Pio rispose: "È falso, falsissimo", e sulla questione più spinosa precisò: "Mai ho baciato una donna, padre. Anzi, le dico davanti al Signore - egli alzò la mano - neppure volevo dare baci alla mamma: la facevo piangere perché non le scambiavo i suoi baci, ma avrei creduto far male". I difensori di Padre Pio spiegarono che quei suoni non erano altro che il rumore di un energico baciamano da parte delle fedeli, e che il sacerdote, ormai settantacinquenne, difficilmente si sarebbe potuto impegnare in "altre attività".

Restrizioni e divieti

A seguito delle inchieste, Padre Pio subì pesanti restrizioni sacerdotali. Nel 1922, gli furono applicate pesanti restrizioni e nel 1923 il Sant'Uffizio dichiarò ufficialmente: "Dopo un’inchiesta sui fatti attribuiti a Padre Pio, la Suprema Sacra Congregazione del Santo Uffizio preposta alla tutela della fede e dei costumi, dichiara non constare della soprannaturalità di quei fatti ed esorta i fedeli a conformarsi nel loro modo di agire a questa dichiarazione". Questa dichiarazione fu ripetuta più volte negli anni successivi, e fu proibito a tutti i credenti di andare da Padre Pio. La clausura esasperata durò circa due anni. Nella primavera del 1931, su proposta del Sant’Uffizio, papa Pio XI dispose per Padre Pio la sospensione a divinis. Questi provvedimenti non servirono a nulla, poiché la devozione popolare continuò indisturbata. La sospensione fu ritirata nel 1933, quando finalmente giunse per Padre Pio il permesso di poter riprendere a celebrare la messa in pubblico e confessare.

Il Contesto Storico e Politico delle Accuse

Il rapporto con il fascismo e le "Operazioni Candelabri"

Le accuse contro Padre Pio furono influenzate anche dal contesto storico e politico. Negli anni del fascismo la sua fama crebbe ulteriormente, attirando personaggi importanti come Maria José di Savoia. Secondo alcuni, Padre Pio strinse accordi soprattutto con i dirigenti del partito fascista locale. Mario Guarino, nel suo libro "Santo impostore", analizza i rapporti con il clerico-fascismo. Luzzatto segnala le "Operazioni Candelabri", un'intricata manovra di ricatto ordita dal podestà fascista e da Emmanuele Brunatto (definito il "fondatore del culto organizzato") per impedire il trasferimento del frate. Il ricatto, basato sulla minaccia di pubblicare libelli su scandali di alti prelati, ebbe successo, e Padre Pio poté tornare alle sue normali attività. Brunatto, un personaggio controverso che fu spia del regime fascista e collaborazionista dei nazisti, inviò un ingente versamento di denaro per la costruzione della Casa Sollievo della Sofferenza, l'ospedale voluto da Padre Pio.

Le controversie finanziarie

Le controversie non si limitarono agli aspetti spirituali e politici. Luzzatto evidenzia una truffa miliardaria ai danni dei cappuccini di San Giovanni Rotondo nel 1957. L'ospedale "Casa Sollievo della Sofferenza" fondato dal frate, dopo disavventure finanziarie negli anni Settanta che costrinsero il Vaticano a intervenire, è ora una struttura di potere politico che incassa annualmente miliardi dallo Stato e dalla Regione Puglia. Si narra anche di otto miliardi affidati dai fedeli per costruire una nuova chiesa e svaniti, nonché del business legato a souvenir e gadget, un mercato fiorito molti anni prima, anche con il mercimonio delle pezzuole di stoffa usate per tamponare le sue stimmate insanguinate.

La Difesa di Padre Pio e il Riconoscimento della Santità

I sostenitori e le testimonianze positive

D'altra parte, i sostenitori di Padre Pio non usavano mezze misure per difenderlo, ritorcendo le accuse infamanti sui suoi avversari con dossier esplosivi e con agitazioni popolari. La gente semplice e i confratelli di Padre Pio non ebbero perplessità. Numerosi giornalisti conobbero o videro con i loro occhi guarigioni e miracoli. I medici inviati dal Sant’Uffizio affermarono di trovarsi di fronte a un fatto scientificamente inspiegabile. Le relazioni dei teologi e dei vescovi inviati dal Papa furono tutte positive, al punto che Papa Benedetto XV disse pubblicamente: "Oh sì, il Padre Pio è veramente un uomo di Dio".

Monsignor Andrea Cesarano, arcivescovo di Manfredonia e amico personale di Roncalli, difese il frate dalle accuse di monsignor Maccari, chiarendo che "Padre Pio è un apostolo che fa delle anime un bene immenso. Un uomo di Dio. Un santo". Il caso delle presunte effusioni sessuali si sgonfiò presto, con i difensori di Padre Pio che spiegarono i suoni come baciamano energici da parte delle fedeli.

Il ruolo di Giovanni XXIII e il "chiarimento in extremis"

Nonostante le relazioni negative, Papa Roncalli mostrò sempre grande prudenza. Stefano Campanella, direttore di Tele Radio Padre Pio, nel suo libro "Oboedientia et pax", smonta la "leggenda nera" della presunta persecuzione di Giovanni XXIII verso Padre Pio, presentando prove e documenti inediti che testimoniano la prudenza e il giudizio illuminato di Roncalli. La chiave di volta, secondo Campanella, sta in un "chiarimento in extremis" tra l'arcivescovo di Manfredonia e il Papa. Monsignor Cesarano, pochi giorni prima che il caso di Padre Pio fosse discusso definitivamente al Sant’Uffizio, illustrò al papa il vero volto del frate e smontò le calunnie nei suoi confronti. Papa Roncalli invitò l'arcivescovo a riferire le stesse affermazioni ai cardinali Tardini e Ottaviani. Nella riunione della Suprema Congregazione del 19 aprile 1961, si smontò anche il caso della donna ("isterica", "esaltata") che si autoaccusava di aver avuto rapporti carnali con Padre Pio, e non vennero prese misure drastiche nei confronti del frate.

Il riconoscimento finale con Giovanni Paolo II e Papa Francesco

Il Sant'Uffizio, se non ricredutosi del tutto sul suo conto, per lo meno aveva ritenuto fuori discussione la personalità di religioso di Padre Pio. Karol Wojtyla non aveva mai avuto dubbi. Era un giovane prete che studiava a Roma, quando nel 1947 andò a San Giovanni Rotondo e si confessò da Padre Pio. Paolo VI si interrogò sulla fama di Padre Pio con parole che erano già un riconoscimento: "Ma perché? Perché diceva la Messa umilmente, confessava dal mattino alla sera, ed era rappresentante stampato delle stimmate di Nostro Signore".

Quando Giovanni Paolo II lo proclamò beato, il 2 maggio 1999, ricordò "le prove che dovette sopportare in conseguenza, si direbbe, dei suoi singolari carismi: nella storia della santità talvolta accade che l’eletto, per una speciale permissione di Dio, sia oggetto di incomprensioni". Tre anni più tardi, il 16 giugno 2002, fu lo stesso Wojtyla a proclamarlo santo, riconoscendo la guarigione inspiegabile del bambino Matteo Pio come miracolo per intercessione del beato. Papa Francesco lo ha definito un "apostolo del confessionale". Nel 2018, a cent'anni dalla comparsa delle stimmate e cinquanta dalla morte del frate, andò nello stesso giorno a Pietrelcina e a San Giovanni Rotondo: "Questo umile frate cappuccino ha stupito il mondo con la sua vita tutta dedita alla preghiera e all’ascolto paziente dei fratelli, sulle cui sofferenze riversava come balsamo la carità di Cristo".

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