La Basilica dei Santi Nazaro e Celso a Brescia rappresenta un punto di riferimento storico, religioso e artistico della città, con origini che affondano nella fine del XII e l'inizio del XIII secolo. Le sue vicende sono strettamente intrecciate con lo sviluppo del territorio circostante e con la vita spirituale della comunità bresciana.

Origini e Sviluppo della Comunità Parrocchiale
Dalle Prime Attestazioni all'Età Carolingia
Secondo il Guerrini, la prima chiesetta dedicata ai Santi Nazaro e Celso potrebbe essere stata una cappella privata, utilizzata per l'assistenza religiosa ai contadini locali quando non potevano accedere alla città. Tuttavia, è più probabile che si trattasse di uno dei «loca sanctorum» dipendenti dalla pieve centrale, la Cattedrale, dove sacerdoti e diaconi inviati dal vescovo celebravano i sacri misteri e diffondevano la parola di Dio per la comodità della popolazione sparsa in vasti territori.
La chiesa sorse alla periferia di Porta Paganora, ai limiti della campagna ancora in via di evangelizzazione e tra gli insediamenti dei Longobardi, già acerrimi ariani. Venne dedicata alle Missioni cattoliche che operavano il proselitismo tra gli ariani e i cui corpi erano stati ritrovati da Sant'Ambrogio fuori porta, cioè tra i pagani. Un documento risalente al 1101 menziona per la prima volta la vicina chiesa dei Santi Nazaro e Celso.
Accanto alla cappella, si ritiene sia presto sorto uno xenodochium (o ospizio per pellegrini e viandanti) di San Nazaro, come attestato dalla tavola di fondazione dell'841 del monastero di San Faustino Maggiore, predisposta dal vescovo Ramperto. Questo ospizio era aperto alla mansio (oggi Mansione), preparata per il riposo dei viaggiatori e delle loro cavalcature, in caso di chiusura delle porte cittadine o di impossibilità di soggiornare entro le mura.
Il Rinascimento Post-Mille e l'Influenza Templare
Dopo il Mille, superate le invasioni barbariche, il territorio, ormai nell'ambito della parrocchia di Sant'Agata, rifiorì nella vita religiosa e nella carità. Un nuovo impulso ebbe l'ospizio-xenodochio vicino alla Mansio, assunto in gestione dai Cavalieri del Tempio o Templari, che ne fecero una tappa nell'itinerario verso la Terra Santa. Tale struttura fu poi beneficaria delle donazioni di un fabbro mantovano, Ugo, e di sua moglie Alda.
La chiesa era ancora una chiesa di campagna, fuori città, poiché i progetti di allargamento delle mura fino alle attuali via Vittorio Emanuele e via dei Mille furono approntati solo nel 1236, e i lavori iniziati nel 1246.
L'Erezione della Collegiata e i Primi Prevosti
Erette le mura, la zona si popolò rapidamente. Intorno al 1255-1260 veniva eretto il convento di San Francesco, e lo sviluppo fu tale che a San Nazaro venne installata una collegiata. Già nel 1300, il vescovo Berardo Maggi sentì il dovere di riordinarla, confermandovi un prevosto, grazie soprattutto alle rendite predisposte nello stesso anno da Ottonello Martinengo, canonico della Cattedrale. Con testamento del 6 marzo 1300, Martinengo lasciò alla chiesa di San Nazaro tutto il suo patrimonio a Pedergnaga, Scarpizzolo e Farfengo, affinché vi fosse eretto un collegio di cinque sacerdoti, presieduto da un prevosto, che dovevano vivere in comune nella casa canonica secondo la regola di Sant'Agostino. Nacque così la collegiata e assieme la parrocchia, che ebbero dallo stesso vescovo Maggi uno statuto proprio con precise norme per la vita comune, l'ufficiatura, l'attività religiosa e l'amministrazione dei beni fondiari. A primo prevosto della nuova collegiata venne nominato il sacerdote Giovanni Lodesàno, appartenente all'Ordine dei domenicani. L'importanza assunta dalla collegiata è indicata anche dalla solennità degli ingressi dei prevosti, accompagnati da componimenti poetici e musica.
Poche e incerte notizie si hanno dei prevosti dei secoli XIV e XV, di alcuni soltanto il nome e una data: D. Giacomo (1330), D. Stefano (1353), D. Lanfranco de Carmi (1365-1400), D. Lanserino di Piacenza (1410-1432). Gli avvenimenti politici e militari che colpirono Brescia in questi secoli sconvolsero sia la vita civile che quella religiosa ed ecclesiastica. La Collegiata subì un periodo di decadenza e il beneficio venne suddiviso, venduto e scambiato con fondi. Tuttavia, la vita del quartiere continuò e si sviluppò.
Opere Caritative e Istituzioni Benefiche (XIV-XIX secolo)
La parrocchia di San Nazaro fu sempre un centro di intensa attività caritativa. Già nel XIV secolo aveva il suo Consorzio dei poveri, che contribuì poi alla fondazione dell'ospedale maggiore. Tra il 1415 e il 1435, i monaci Antoniani eressero l'ospizio di Sant'Antonio Viennese per pellegrini e ammalati di erpete o fuoco di Sant'Antonio. Nel suo vasto territorio, anche fuori le mura, non mancarono istituzioni benefiche, tra cui un ospedale «ad cerrum pictum» (al Serpente), sorto su un antichissimo ospizio.
Nonostante la decadenza della vita comune della collegiata tra il 1432 e il 1464, la carità nella parrocchia continuò a fiorire. Nel 1551, il cappuccino padre Mattia Bellintani da Salò fondò il Pio Luogo di Sant'Agnese per bambine esposte a pericoli morali. Nel 1571, il gesuita padre Agostino Mutti aprì il Pio Luogo del Soccorso per le prostitute. Nel 1577, per iniziativa del venerabile laico Alessandro Luzzago, fu eretta la Casa di Dio, che ebbe ampio sviluppo grazie alla carità dei parrocchiani. Nel 1676, grazie al testamento del vescovo Marino Giovanni Giorgi, fu creato l'Istituto delle Zitelle adulte.
Nell'Ottocento, la parrocchia mantenne il suo ruolo caritativo. Nel 1804, il prevosto don Carlo Appiani presentò il piano di una Scuola perpetua di carità per ragazze povere, sostenuta dai sacerdoti Francesco e Anselmo Canipari e don Angelo Maria Taboni, dando vita alla Scuola di carità Canipari-Taboni. Nel 1811, Mariana Bertelli vedova Gaifami lasciò la sua sostanza ai «poveri massimamente vergognosi ed infermi» delle parrocchie di San Nazaro e San Faustino. Si aggiunsero legati come quelli dei Daoni, Martinotti, Bertacchini, Averoldi, Tempini, Bonetta, Paganoni, Tanghetta, Sozzo e Fè, tutti destinati ai poveri, infermi e bisognosi.
Nel 1820, la contessa Ippolita Martinengo Fè ospitò decine di ragazze che lavoravano presso la Casa di industria. Il prevosto don Faustino Rossini eresse nel 1828 l'Istituto Rossini, che ebbe un amplissimo sviluppo. Nel XIX secolo fiorirono molte scuole per ragazzi e ragazze povere. Don Giovanni Rossa fondò la Croce Rossa nel Palazzo Rossa, e nel 1867 don Pietro Capretti aprì il Seminario dei chierici poveri. Nel 1870, il prevosto mons. L.F. Fè d'Ostiani aprì le scuole serali e nel 1878 istituì le scuole Nazariane, all'avanguardia dell'apprendistato per i ragazzi poveri, chiamando in parrocchia le Suore Poverelle del Palazzolo.
L'Architettura della Basilica
Dalla Chiesa Tardo-Gotica alla Grandiosa Basilica del Settecento
Mentre si stava costruendo la nuova chiesa, poco distante, in seguito a fatti straordinari, si incominciava nel 1486 la costruzione del santuario dei Miracoli e contemporaneamente (dal 1479 al 1496) venne eretto il monastero di Santa Maria degli Angeli. Nel 1498, poco distante dalla basilica, fu eretta la Disciplina o Scuola, con affreschi del Romanino, quadri di Camillo Roma e altri e il gonfalone del Moretto. La chiesa dei Santi Nazaro e Celso è citata fin dal 1104.
Fu il prevosto Manfredino Ferrari a dare il via nel 1455 alla costruzione di una nuova chiesa in architettura tardo-gotica, costruzione alla quale diedero la loro opera lapicidi come Jacobino da Mediolano, Tonino da Lumezzane, Mafiolo e Pecino da Caravaggio, Giovanni da Cavernago, Betino Crescimbeni. Mons. Giovanni Ducco, vescovo di Corone, impiegò gran parte delle sue sostanze nella costruzione, tanto che la nuova chiesa fu chiamata «chiesa del Ducco». Essa venne continuata poi dal suo successore e parente nob. Ottaviano Ducco e terminata dal grande prevosto e vescovo Altobello Averoldi. Quest'ultimo, investito dal cardinale Riario, arricchì la nuova chiesa dello stupendo Polittico del Tiziano.
Nel Settecento, la carità cedette di nuovo il passo all'arte. Dal 1750 al 1780, infatti, fu costruita la grandiosa e armoniosa basilica attuale. Come la precedente era stata gloria degli Averoldi, la nuova è dovuta all'intraprendenza e al mecenatismo della famiglia dei Fè d'Ostiani. L'edificio fu realizzato principalmente dal prevosto mons. Alessandro Fè, vescovo di Modone, che vi profuse parte del suo patrimonio, affidandone il progetto a due architetti ecclesiastici: il canonico di San Nazaro Giuseppe Zinelli e l'abate Antonio Marchetti. I suoi successori arricchirono la chiesa di quadri e statue di notevole valore. Il canonico Giuseppe Zinelli, il cui progetto fu approvato da papa Benedetto XIV, portò a compimento la fabbrica nel 1780.

Caratteristiche Architettoniche
La chiesa dei Santi Nazaro e Celso è ubicata nel centro storico di Brescia in corso Giacomo Matteotti. L'odierna facciata neoclassica è sobria ma imponente, dominata dalle alte colonne con capitello corinzio che sorreggono il timpano triangolare. Monumentale anche il portale principale, con colonne corinzie e timpano ricurvo, contenente la lapide che ricorda l'opera voluta da Alessandro Fè d'Ostiani, il cui busto è raffigurato nell'edicola soprastante.
L'interno della chiesa appare luminoso ed ordinato, grazie alla sequenza di colonne con capitello corinzio addossate alla parete e agli archi a tutto sesto che inquadrano cinque cappelle per lato. La navata è coperta da una volta a botte unghiata, con presbiterio e abside semicircolare coperti rispettivamente da una cupola e da una semicupola. Le cinque cappelle sono intervallate da lesene, che sorreggono l'alto cornicione su cui si imposta la volta. L'architetto Giulio Todeschini ha sistemato l'abside e alcune cappelle laterali, e si sono succeduti interventi di restauro e ricostruzione anche nella prima metà del XVIII secolo, inclusa la pavimentazione nella zona absidale.
Il Pregevole Patrimonio Artistico
Il Polittico Averoldi di Tiziano (1522)
Nell'abside, entro una grande cornice marmorea, si ammira il Polittico Averoldi (1522), capolavoro giovanile di Tiziano. La scelta di usare l'arcaica partitura spaziale e iconografica di un polittico può apparire insolita. L'opera è composta da cinque tavole con al centro la Risurrezione. Nello scomparto di sinistra è raffigurato il committente, Altobello Averoldi, vescovo bresciano e nunzio apostolico a Venezia (il suo monumento funebre scolpito da Lorenzo Bregno nel 1522 si trova nell'atrio, di fronte alla porta laterale sinistra).
Nello scomparto di destra, il San Sebastiano presenta un corpo in torsione e una forte muscolatura, come di un giovane atleta in abbandono, con spalla, torso e braccio alzato che richiamano lo Schiavo morente e la postura delle gambe lo Schiavo ribelle scolpiti da Michelangelo. Un'unica freccia trafigge il costato di Sebastiano, suo tipico attributo. A sinistra, in secondo piano, si scorge una figuretta d'angelo intenta a soccorrere un uomo. Contrapposto in diagonale al San Sebastiano vi è l'angelo annunciante, di una bellezza eterea, totalmente candido eccezion fatta per il nastro color rubino drappeggiato a cintura.
Lo scomparto centrale riassume tutto lo splendore del polittico. La mano destra di Gesù regge un vessillo crociato, i cui colori riportano all'Arcangelo Gabriele, mentre la sua mano sinistra tocca quasi il bordo della cornice e spinge lo sguardo dello spettatore verso Maria. Un piede poggia su un sottile strato di nuvole, e l'altra gamba piegata all'indietro crea attorno a sé uno spazio profondo. L'ultimo pannello contiene i due Santi Patroni della chiesa e il committente. La cornice che racchiude oggi il Polittico Averoldi non è quella originale; in passato era protetto da due grandi ante, ma nulla si conosce di quell'ancona lignea dorata.

Il Cristo con i Simboli della Passione del Moretto (1541-1542)
L'altare custodisce la tela di Alessandro Bonvicino, detto il Moretto, intitolata "Cristo con i simboli della passione tra Mosè e Salomone", un olio su tela centinata (cioè terminata in alto a semicerchio), datata 1541-1542. I committenti vollero che la pala fosse didattica. Il Moretto, uomo di fede, lesse senza dubbio il libro Beneficio di Cristo, stampato ufficialmente a Venezia nel 1543 ma terminato almeno un anno prima. Nel libro sono trattate tematiche già dibattute da tempo e che erano diventate urgentemente d'attualità con il dilagare della Riforma protestante. Il Cristo in passione diviene così allegoria della Chiesa che soffre sotto i colpi della Riforma.
Il Moretto accentua la sobrietà della gamma cromatica, preziosa ed argentea, riducendo tutto all'essenziale. La passione di Gesù è rappresentata dagli instrumenta passionis con la calma serenità tipica della poetica del pittore e della filosofia del Beneficio di Cristo. La composizione è verticale, piramidale, ascensionale. Mosè e Salomone indossano abiti all'antica, trattati con la consueta maestria del Moretto, capace di rendere visivamente la sensazione tattile della stoffa. Essi sono costruiti in maniera parallela, ma opposta l'uno all'altro: Mosè guarda Gesù, Salomone guarda noi spettatori. Mosè ha le gambe aperte, Salomone le ha incrociate; uno ha le braccia quasi conserte, l'altro indica Gesù.
In mezzo ai profeti vola l'angelo, rappresentato di scorcio in un bel movimento leggero e flessuoso, che con il braccio destro regge il calice, il quale raccoglie il prezioso sangue di Cristo che diverrà vino eucaristico durante la messa. Dietro i profeti e l'angelo si apre un interessante paesaggio lacustre, dove architetture rinascimentali si mescolano a rovine più antiche. Le mani nel dipinto sono molto espressive, grazie al chiaroscuro che le costruisce con una notevole evidenza tridimensionale. Attorno a Gesù, angioletti reggono gli strumenti della sua passione: da sinistra, la lancia di Longino, la croce, la colonna della flagellazione, la corona di spine e la canna con il panno imbevuto d'aceto. La lancia e la canna continuano in verticale le linee di forza di Mosè e Salomone. Al di sotto delle figure e dei colori è presente una sorta di griglia geometrica sulla quale il Moretto ha poi costruito la scena.

La Statua di San Giovanni Nepomuceno con il Crocifisso
La bella statua in marmo raffigura San Giovanni Nepomuceno, un santo del XIV secolo che, avendo rifiutato di rivelare al re Venceslao IV di Praga i segreti appresi durante la confessione, venne torturato e annegato. Nacque la Congregazione dei Reverendi sacerdoti sotto la protezione di San Giovanni Nepomuceno, che commissionò l'altare e le sculture. Il Santo tiene in mano il crocifisso, sostenuto anche da un angioletto colto in un volo quasi acrobatico. In basso a destra, un secondo angelo tiene in mano la palma del martirio e mette un dito sulla bocca, per indicare il segreto della confessione. Un terzo angelo è disteso e appoggiato sulla berretta del Santo.
L'altare che accoglie la statua di San Giovanni Nepomuceno è del Settecento, con belle colonne di breccia violacea, un timpano curvo spezzato ed uno più alto di forma triangolare. Volutelle di ottima linea affiancano la mensa dell'altare e richiamano quelle che sorreggono le due Virtù del Dionisi. Gli autori dell'altare sono i fratelli rezzatesi Gian Francesco e Giacomo Scalvi. Nel 1782 si decise di modificarlo per renderlo più sontuoso, chiamando Faustino Maggi che terminò il rifacimento in tre anni.

Altre Opere d'Arte e Devozioni
L'edificio conserva altre preziose opere d'arte come la Madonna con Bambino e i SS., l'Incoronazione della Vergine con i SS. Michele Arcangelo, Giuseppe, Francesco d'Assisi e Nicola di Bari del 1534, l'Adorazione dei pastori con i SS., e la Santa Barbara di Lattanzio Gambara del 1588. A questi si aggiunge il polittico di S. 1740.
La vita religiosa parrocchiale è stata intensa attraverso devozioni sentite, come quella alla Madonna della Salute, intronizzata su un altare della basilica nel 1770, e quella a San Giovanni Nepomuceno, il cui altare divenne il centro di una confraternita o società sacerdotale. Numerose le scuole o confraternite, da quella del SS. Sacramento, istituita prima del 1441, della carità di San Bartolomeo, di San Rocco, delle Signore del Suffragio. Dopo la soppressione degli Ordini religiosi tra la fine del '700 e gli inizi dell'800, la parrocchia acquisì sempre più importanza, e alcune chiese divennero sussidiarie, coinvolgendo pie associazioni che prima gravitavano su monasteri e conventi. Tra queste: quelle di San Gioacchino e Anna della chiesa dei Miracoli e quelle di San Francesco. Nel 1819, furono registrate quelle della Dottrina cristiana, della Via Crucis, della Beata Vergine della Neve, del Triduo di Sant'Antonio.
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