La complessa vicenda giudiziaria e criminale di Rosario Pio Cattafi, avvocato barcellonese, è stata per anni al centro del dibattito sulla connessione tra mafia e istituzioni nella provincia di Messina e oltre. Le sue vicende personali e legali tracciano un quadro intricato di legami, accuse e processi che hanno segnato decenni di storia giudiziaria italiana.

La Condanna Definitiva e l'Ingresso in Carcere
Dopo anni di indagini e processi, il 18 maggio scorso, in seguito alla condanna definitiva per associazione di stampo mafioso e calunnia, Rosario Pio Cattafi ha varcato le porte del carcere di Opera (Milano). L'ordine di carcerazione era stato siglato dalla Procura di Reggio Calabria, dove i giudici nel 2021 avevano emesso la condanna in Appello. Cattafi avrebbe scelto di costituirsi spontaneamente, presentandosi direttamente nel noto istituto penitenziario. Questo evento ha rappresentato una tappa significativa in un lungo percorso giudiziario, mettendo in luce le difficoltà che spesso i familiari delle vittime di mafia devono affrontare per ottenere giustizia.
Un Profilo Enigmatico: Connessioni e Pregressi Giudiziari
Rosario Pio Cattafi è una figura di spicco nel panorama criminale, con un curriculum che include due "vergognose medaglie": essere stato il testimone di nozze del capomafia di Barcellona Pozzo di Gotto, Giuseppe Gullotti - mandante dell’omicidio del giornalista Beppe Alfano - ed essere stato appellato amichevolmente “zio Saro” dal capo dei capi Totò Riina. Ha accumulato quarant’anni di indagini e/o processi per reati gravissimi, quali sequestro di persona, omicidio, traffico internazionale di armamenti, strage, associazione con finalità di terrorismo o di eversione, tutti precedentemente conclusi con archiviazioni, proscioglimenti o assoluzioni.
Cattafi è stato descritto come un uomo di estrema destra, già vicino a Ordine Nuovo, legato ai servizi segreti e fiduciario del padrino catanese Nitto Santapaola, gestendo numerosi affari di Cosa Nostra a Milano. I pm lo hanno definito "un soggetto quanto mai sfuggente ed enigmatico", in grado di mantenere i contatti tra i vertici dell’organizzazione barcellonese e altri sodalizi mafiosi, inclusa la famiglia Santapaola e quelle palermitane.
Il pentito Carmelo Bisognano ha affermato che Cattafi ricopriva in seno alla famiglia Barcellonese un ruolo di assoluto rilievo, essendo il contatto diretto con le istituzioni deviate, intendendo con ciò Politica, Pubblica Amministrazione, Magistratura e Forze dell’Ordine. Sempre Bisognano ha evidenziato i suoi rapporti con le famiglie di Catania, rivelando che negli anni ’92 - ’93, per intervento di Cattafi, Santapaola trascorse un periodo di latitanza a Barcellona, custodito dal gruppo mafioso locale.

Le Voci delle Vittime e l'Impatto delle Sentenze
La condanna di Cattafi ha suscitato reazioni significative tra i familiari delle vittime di mafia:
- Sonia Alfano, ex Presidente della Commissione europea antimafia e figlia del giornalista Beppe Alfano, assassinato nel 1993 a Barcellona Pozzo di Gotto, ha dichiarato: “Questa è una sentenza che tende a ristabilire un po’ di equilibrio, anche se non posso ritenermi del tutto soddisfatta perché ancora molto deve essere accertato, come il ruolo di Rosario Cattafi nell’omicidio di mio padre. Ora ci aspettiamo che anche altri aspetti vengano riequilibrati e che soprattutto la giustizia faccia seriamente il suo corso, senza riservare sconti a nessuno, tantomeno a Cattafi, che, ricordiamolo, ha avuto un ruolo non indifferente nella storia che riguarda quel periodo buio che furono nel nostro paese le stragi mafiose e l’assassinio di mio padre”.
- Paola Caccia, figlia del Procuratore di Torino Bruno Caccia, assassinato nel 1983, ha espresso sollievo: “Finalmente è giunta la sentenza che mette fine ad una situazione di ingiustizia che durava da anni. Noi familiari di vittime di mafia ci sentiamo sollevati, ma continuiamo a tenere alta l’attenzione e a chiedere che si faccia piena luce sulle responsabilità di questo personaggio inquietante, che fino ad oggi appariva intoccabile”.
- Angela Manca, madre di Attilio Manca, medico assassinato nel 2004, ha accolto la sentenza come "una giornata importante, direi quasi storica per Barcellona Pozzo di Gotto. Un criminale che opera indisturbato da decenni, indagato per traffico di armi, di droga e per omicidi... finalmente riceve una condanna per mafia. Peccato che sia giudicato mafioso fino al 2000, nonostante le dichiarazioni di pentiti che lo accusano di aver avuto un ruolo nell’omicidio di mio figlio Attilio. Ma intanto ci accontentiamo, in attesa che si apra un processo che renda giustizia anche a nostro figlio”.
- Stefano Mormile, fratello dell’educatore carcerario Umberto Mormile, assassinato nel 1990, ha parlato di “una piccola cosa, a guardare i sei anni inflitti ad uno dei personaggi più contaminati e, soprattutto, più contaminanti degli ultimi quarant’anni... Serviva un miracolo, un miracolo laico. Ebbene, il miracolo è avvenuto. Grazie, avvocato Repici, grazie da tutte le persone oneste”.
L'avvocato Fabio Repici, parte lesa per le calunnie di Cattafi e legale di parte civile per l’Associazione nazionale dei familiari delle vittime di mafia, ha avuto un ruolo chiave nel portare avanti queste battaglie legali.
BlogSicilia intervista Sonia Alfano - 1/4
La Pericolosità Sociale e la Sorveglianza Speciale
Nonostante la scarcerazione avvenuta il 25 novembre scorso per fine pena dalla struttura di Milano-Opera, il Tribunale di Sorveglianza di Milano ha stabilito che Rosario Pio Cattafi rimane un soggetto “socialmente pericoloso”. Una relazione di sintesi del Tribunale del 9 aprile 2024 sottolinea che "la pericolosità sociale di Rosario Pio Cattafi non può dirsi cessata o grandemente scemata".
Nella relazione si legge che l'allora detenuto "nega ogni responsabilità per i fatti di reato in relazione ai quali ha riportato condanna e qualsiasi contatto con organizzazioni mafiose; afferma di essere stato condannato per sentito dire, riferendosi chiaramente alle numerose chiamate in correità agli atti del processo". Cattafi ha riferito di aver sempre operato nel campo del diritto civile o amministrativo per evitare la mafia, quasi che le sue competenze professionali non fossero necessarie anche alle articolazioni mafiose. Ha confermato e ribadito di essere stato vittima di persecuzione e di essere stato accusato falsamente dai collaboratori di giustizia.
Il Tribunale conclude che "Ed è con tale tesi che Cattafi chiarisce l’attuale condanna e l’espiazione di parte di essa nel circuito 41bis. Non entra ovviamente nel merito dei motivi per cui la sua collaborazione sarebbe stata considerata tanto importante dalla Forze dell’ordine e dalla magistratura". La relazione evidenzia un contrasto tra l’asserito rispetto per le istituzioni e la sua sostanziale negazione di responsabilità per il reato di associazione mafiosa e calunnia. Le sue manifestazioni di disprezzo per la mafia sono rimaste prive di riscontri oggettivi.
Per i prossimi due anni, Cattafi non potrà allontanarsi dalla provincia di Messina, salvo autorizzazioni specifiche, in quanto è stata dichiarata esecutiva la misura della sorveglianza speciale. Tale provvedimento è stato adottato anche in base alla relazione trattamentale finale di osservazione della direttrice del carcere di Milano-Opera, Stefania D’Agostino, che descrive il suo modo di porsi come "appropriato, tipico del colletto bianco".
Dalle Origini all'Ascesa Criminale: Gli Anni '70 e '80
Rosario Pio Cattafi, nato a Barcellona Pozzo di Gotto il 6 gennaio 1952, proviene da una famiglia agiata della borghesia locale. Iscritto a giurisprudenza all’università di Messina, si distinse fin da subito non per gli studi, ma per una "malintesa passione politica" che lo portò a episodi di violenza.
Nel dicembre 1971, come vicesegretario della sezione messinese del Fuan, aggredì brutalmente cinque studenti di sinistra insieme ad altri neofascisti. Tra i condannati in concorso con lui, vi fu anche Pietro Rampulla, l'artificiere della strage di Capaci del 23 maggio 1992.
Il 12 novembre 1975, Cattafi fu condannato per il porto e la detenzione di un mitra Sten, con cui, nella notte tra il 27 e il 28 aprile 1973, fu esplosa una raffica all’interno della Casa dello studente di Messina. Durante queste vicende, Cattafi acquisì confidenza con alcuni apparati investigativi, come sembrerebbe desumersi anche dalle sue stesse dichiarazioni del 28 settembre 2012, quando fece il nome del maresciallo Blasa.
Negli anni Settanta, Cattafi si trasferì a Milano, dove operò in ambienti criminali di alto bordo, legati al narcotraffico e al riciclaggio di denaro sporco per Cosa Nostra e 'ndrangheta.
Il Sequestro Agrati e i Contatti Milanesi
Il 28 gennaio 1975, a Milano, fu sequestrato l'industriale Giuseppe Agrati. Quella sera, Agrati si trovava in una bisca privata in compagnia di Gianfranco Ginocchi, un personaggio coinvolto in una mega truffa di false obbligazioni IRI. Agrati fu liberato il 22 febbraio 1975 dopo il pagamento di un riscatto di due miliardi e mezzo di lire.
Circa dieci anni dopo, Cattafi fu processato per il sequestro Agrati. Il suo pubblico ministero, Francesco Di Maggio, era una sua vecchia conoscenza d'infanzia. Ad accusare Cattafi furono in molti, inclusa una testimone oculare, cameriera di Ginocchi, che riferì di aver visto Cattafi in compagnia di Ginocchi in circostanze sospette, inclusa la presenza di una valigetta piena di banconote dopo il rilascio di Agrati.
Nel fascicolo erano presenti anche le dichiarazioni di Giovanni De Giorgi, che parlò dei contatti di Cattafi con i servizi segreti e i vertici di Cosa Nostra. Sorprendentemente, Cattafi fu prosciolto. Il magistrato Olindo Canali, nel 2009, ricordò una telefonata del 19 giugno 2009 in cui parlò di Cattafi e del sequestro Agrati, citando Agrati che, citofonando, avrebbe detto "sono Saro", suggerendo la presenza di Cattafi alla bisca la sera del rapimento.
Il collaboratore di giustizia Federico Corniglia, sentito il 16 marzo 1998, confermò che Ginocchi curava gli investimenti e il riciclaggio dei soldi di Bontate a Milano, trasportati da Stefano Giaconia e i suoi fratelli.
Ruolo nelle Dinamiche Mafioso-Istituzionali e le Stragi
Nel 1998, Cattafi fu indagato (e poi archiviato) dalla DDA di Palermo per aver promosso e organizzato un'associazione con fini di eversione dell’ordine costituzionale, allo scopo di determinare la secessione politica della Sicilia e di altre regioni meridionali, e per agevolare l’attività di Cosa Nostra. In questa indagine comparivano nomi come Licio Gelli, Stefano Delle Chiaie, Giuseppe Graviano e Benedetto Santapaola. L’inchiesta, basata sull’intero periodo delle stragi e degli omicidi eccellenti, si concluse senza risultati.
Il sostituto Procuratore Generale di Messina, Salvatore Scaramuzza, nel ricorso in Cassazione contro una sentenza d'appello, ha descritto Cattafi come "figura certamente atipica nel panorama criminale", dotato di "notevoli attitudini relazionali e di non comuni abilità, anche sotto il profilo professionale". Questo suo essere "figura di raccordo" (esponente di peso dell’estremismo di destra nel messinese, in rapporto anche con Pietro Rampulla) avrebbe avuto un ruolo cruciale nelle dinamiche mafiose. Di recente, il Gip di Messina ha disposto un approfondimento di indagine per quanto riguarda il delitto del giornalista Beppe Alfano.
Decine di collaboratori di giustizia, da Federico Corniglia a Carmelo Bisognano e Carmelo D'Amico, hanno rilasciato dichiarazioni sul suo conto.
La "Trattativa Stato-Mafia" e le Dichiarazioni di Riina
Nel processo sulla "Trattativa Stato-Mafia", è emerso l'interesse di Totò Riina per l'avvocato barcellonese, raccontato dall'agente di polizia penitenziaria Cosimo Chiloiro. Riina, durante una pausa di udienza in carcere a Parma, espresse il desiderio di "vedere se parlavano dello 'zio Saro', trafficante di armi". In quella stessa occasione, si discuteva della nomina di Francesco Di Maggio e della gestione del confidente Luigi Ilardo - poi ucciso - e di Rosario Pio Cattafi, descritto da Di Maggio come il referente del boss Santapaola per il milanese e il Nord Italia.
Il 24 luglio 2012, nell’ambito dell’operazione "GOTHA 3", Cattafi fu arrestato sulla base delle dichiarazioni di importanti collaboratori di giustizia della mafia di Barcellona Pozzo di Gotto e Catania, che lo indicavano come soggetto apicale dell’organizzazione barcellonese e collettore fiduciario dei proventi illeciti.
Cattafi stesso ha iniziato a rilasciare dichiarazioni alla magistratura, a partire dalla trattativa Stato-Mafia, sebbene, come osservato dai primi verbali, "ancora Cattafi non abbia rotto il ghiaccio della reticenza, sul proprio ruolo e su quello di altri". Le sue vicende, in particolare il suo presunto ruolo nell'assassinio di Beppe Alfano e il legame con Giuseppe Gullotti (che recapità il telecomando usato da Brusca a Capaci), suggeriscono la "portata colossale delle rivelazioni" che potrebbe ancora fare.
I Processi e le Controversie Legali
La Cassazione aveva annullato con rinvio la sentenza d'appello nel processo scaturito dall'operazione "Gotha 3", disponendo un nuovo processo a Reggio Calabria per i suoi rapporti con la mafia dagli anni ’70 al 2000. Il sostituto procuratore generale di Cassazione Giuseppe Adornato si era adeguato a tale decisione, chiedendo alla Corte d'Appello di Reggio Calabria di dichiarare il "non doversi procedere per estinzione per prescrizione" del reato di associazione mafiosa (416 bis c.p.) e di ricalcolare la pena per il reato di calunnia.
La Procura generale aveva sostenuto che la prova di partecipazione di Cattafi alla cosca dipendeva prevalentemente dal suo rapporto privilegiato con Gullotti e che per gli anni successivi al suo arresto non erano emersi "elementi probatorio adeguati a comprovare una condotta specifica".
Rosario Cattafi venne scarcerato il 4 dicembre 2015 dalla Corte d'appello di Messina con un provvedimento che applicò "ad personam" un principio giurisprudenziale sconosciuto all'epoca alle vicende giudiziarie di mafia. La sentenza "Mare Nostrum" ribadiva come Cattafi fosse "all’epoca indagato per associazione mafiosa a Milano, indicato poi dal pentito Chiofalo come uomo di onore, circostanza ribadita da Sparacio e altri collaboratori".
Intercettazioni hanno riscontrato i contatti con il boss Gullotti, evidenziando "una familiarità ed una comunanza di interessi che va ben oltre il mero rapporto di conoscenza". Tra i mafiosi più vicini a Cattafi, oltre a Gullotti, venivano menzionati Angelo Porcino e Santino Napoli, entrambi condannati o raggiunti da misure cautelari per associazione mafiosa.