Il crocifisso è un simbolo antico e potente, la cui presenza si radica profondamente nella storia e nella cultura umana. Come osserva Natalia Ginzburg, esso è «là, muto e silenzioso. C’è stato sempre. È il segno del dolore umano, della solitudine della morte. Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro destino. Il crocifisso fa parte della storia del mondo».

La Croce come Segno Universale e Storico
La croce, pur essendo un segno storicamente legato a una religione specifica, ha assunto una risonanza universale. L'unica crocifissione che ne ha segnato l'immaginario collettivo è quella di Gesù di Nazaret, avvenuta su uno sperone roccioso denominato Golgota, poi Calvario, in un giorno di primavera tra il 30 e il 33 d.C. Quella fine tragica, segnata da un «forte grido», fu in realtà un «inizio assoluto», come scriveva Nikos Kazantzakis nel suo romanzo L’ultima tentazione di Cristo. Il crocifisso è così diventato un segno universale, talvolta scandaloso ma imprescindibile, come già notava Paolo scrivendo ai Corinzi: «I giudei cercano i segni, i greci la sapienza. Noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i giudei, stoltezza per i pagani» (I, 1, 22-23). Un segno di contraddizione, dunque, ma un punto di riferimento capitale per la cultura non solo occidentale.
Il realismo tragico della crocifissione è, a livello teologico, una prova decisiva del cuore spirituale del cristianesimo: l'incarnazione. Cristo si insedia nel terreno stesso della creatura umana, segnata dal limite, dalla finitudine, dal dolore, dalla morte e persino dal silenzio di Dio, divenendo in tal modo veramente “carne” umana, un fratello che soffre e muore, come ricorderà anche Ungaretti in una sua celebre poesia. È per questa via che il credente sente che nella sua caducità è stato deposto un seme di divinità che la Pasqua farà esplodere. Ma è per questa stessa via, proprio come diceva la Ginzburg, che nella croce di Cristo si raggruma tutto il dolore dell’umanità in modo autenticamente “simbolico”, cioè in una sintesi suprema di rappresentazione.

Il Crocifisso nell'Arte e nella Letteratura
Basterebbe percorrere la storia dell’arte per rimanerne convinti, giungendo fino al Cristo giallo di Gauguin o alle Crocifissioni provocatorie di Dalì o Guttuso. Anche in letteratura, il messaggio che il crocifisso riserva a tutte le vittime, agli oppressi, ai giusti e agli infelici è stato illustrato limpidamente. Nel romanzo Il segreto di Luca, Ignazio Silone raccontava di Luca che, durante un interrogatorio, guardava fisso il crocifisso sulla parete. Alla domanda del presidente «Cosa guardate?», Luca rispose: «Gesù in croce, non è permesso?». E al presidente che gli intimava «Dovete guardare in faccia chi vi parla», Luca replicò: «Scusate, ma anche lui mi parla; perché non lo fate tacere?».
Natalia Ginzburg e la Difesa del Crocifisso
Natalia Ginzburg, figura intellettuale di spicco del Novecento italiano, nata a Palermo cent’anni fa da padre ebreo e madre cattolica, visse gran parte della sua vita a Torino, stringendo legami con i maggiori rappresentanti dell'antifascismo. Autrice di numerose opere, tra cui il celebre Lessico Famigliare con cui vinse il Premio Strega nel ’63, fu anche eletta in Parlamento nelle liste del Pci nel 1983. In questo contesto di profondo impegno civile e culturale, ella difese accesamente il diritto di esporre il crocifisso nei luoghi pubblici. In un articolo pubblicato su L’Unità del 22 marzo 1988, intitolato "Non togliete quel Crocifisso" o "Quella croce rappresenta tutti", Ginzburg esprimeva la sua dispiacere per l'eventuale scomparsa del crocifisso dalle aule scolastiche, considerandola «una perdita».
Un Simbolo che non Genera Discriminazione
La Ginzburg sosteneva che il crocifisso «non genera nessuna discriminazione. Tace. È l'immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l'idea dell'uguaglianza fra gli uomini fino allora assente». La sua riflessione sposta l’asse del discorso dal piano del diritto a quello dell’antropologia. Per Ginzburg, il Crocifisso non è un distintivo d’appartenenza, ma un silenzioso testimone della storia del mondo che non genera discriminazione perché, semplicemente, tace.
Ella affronta direttamente il dibattito sulla possibile offesa agli scolari ebrei: «Dicono che da un crocifisso appeso al muro, in classe, possono sentirsi offesi gli scolari ebrei. Perché mai dovrebbero sentirsene offesi gli ebrei? Cristo non era forse un ebreo e un perseguitato, e non è forse morto nel martirio, come è accaduto a milioni di ebrei nei lager?» Per Ginzburg, il crocifisso è il segno del dolore umano; la corona di spine e i chiodi evocano le sue sofferenze, mentre la croce alta in cima al monte è il segno della solitudine nella morte. Per i cattolici, Gesù Cristo è il figlio di Dio; per i non cattolici, può essere semplicemente «l’immagine di uno che è stato venduto, tradito, martoriato ed è morto sulla croce per amore di Dio e del prossimo». Anche chi è ateo, pur cancellando l’idea di Dio, conserva intatta l’idea del «prossimo». «È vero, ma il crocifisso li rappresenta tutti», afferma la scrittrice, poiché «di esser venduti, traditi e martoriati e ammazzati per la propria fede, nella vita può succedere a tutti».

La Rivoluzione Cristiana e l'Uguaglianza Universale
Il cuore della tesi ginzburghiana risiede in una verità storica spesso dimenticata: la rivoluzione cristiana ha introdotto nel pensiero umano il concetto di uguaglianza universale. «Prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei e neri e bianchi, e nessuno prima di lui aveva detto che nel centro della nostra esistenza dobbiamo situare la solidarietà fra gli uomini». Quell’immagine, dunque, non celebra una supremazia confessionale, ma la nascita di una categoria etica che è diventata il pilastro delle democrazie moderne: la solidarietà. È un bene, secondo Ginzburg, che i ragazzi e i bambini lo sappiano fin dai banchi della scuola.
Il Peso della Croce nella Vita di Ognuno
Oltre l’aspetto politico e sociale, questa riflessione tocca una corda ancora più intima: quella della vulnerabilità umana. La croce alta sul monte non è un trono, ma il segno della solitudine estrema. Rappresenta l’uomo tradito, venduto, martoriato. In una società che tenta ossessivamente di nascondere il dolore e la fragilità, il Crocifisso resta lì a ricordare che la sofferenza fa parte del nostro destino. Ginzburg nota acutamente come la parola “croce” sia entrata nel nostro linguaggio comune per definire ogni grande sventura. «Non diciamo forse “portare la propria croce” anche se non siamo credenti? È la forza di un archetipo che ha plasmato l’inconscio collettivo. Gesù Cristo ha portato la croce. A tutti noi è accaduto o accade di portare sulle spalle il peso di una grande sventura. A questa sventura diamo il nome di croce, anche se non siamo cattolici, perché troppo forte e da troppi secoli è impressa l'idea della croce nel nostro pensiero. Tutti, cattolici e laici portiamo o porteremo il peso, di una sventura, versando sangue e lacrime e cercando di non crollare. Questo dice il crocifisso.»
Una Laicità Matura e Inclusiva
L’attualità del pensiero di Ginzburg risiede nel rifiuto di una laicità “per sottrazione”. Ella non credeva che per essere liberi si debba fare tabula rasa del passato. Al contrario, sosteneva che il Crocifisso rappresentasse tutti coloro che nella storia sono caduti per un’idea, per amore o per giustizia. Negare quel segno significherebbe negare una parte di noi stessi, della nostra lingua e della nostra bussola morale. È un invito a una laicità matura, capace di riconoscere le proprie radici senza sentirsi minacciata. La presenza del Crocifisso è discreta, un monito muto che non impone e non urla. Esso fluttua nel pensiero come quelle parole evangeliche - «ama il prossimo come te stesso» - che, pur avendo radici antiche, hanno trovato nella figura di Cristo il loro compimento universale. Sono la chiave di volta di una civiltà che ha deciso di porre l’altro al centro della propria esistenza.
Il Crocifisso tra arte e fede
Il Crocifisso: Segno di Speranza e Amore
In definitiva, rileggere queste righe oggi significa comprendere che il Crocifisso è un patrimonio dell’umanità dolente. Che sia visto come il Figlio di Dio o come il più alto esempio di sacrificio umano, esso incarna la scommessa più audace della nostra civiltà: l’idea che l’altro, chiunque esso sia, ci riguardi sempre. Il grido «Sia crocifisso!» ripetuto durante la Passione e il tentativo di cancellare Cristo dalla storia del mondo si ripete, ma, come scrisse Ibsen, «Gesù Cristo è il più grande sovversivo che sia mai venuto al mondo… Anche se Ebrei e Romani han creduto di averlo ucciso… io ti dico che il Galileo vive… vive e trionfa nei cuori umani, caldi di fede, come il re dell’amore».
Per i credenti, il Crocifisso è un segno di speranza. Vuol dire affrontare la vita con coraggio, trasformare in energia morale le inevitabili difficoltà dell'esistenza, saper comprendere il dolore umano e saper veramente amare. Per questo la Croce sta al centro del cristianesimo! La Croce segna la nostra vita, ma non è un segno di disperazione. Ci parla di misericordia, ci parla di amore, di risurrezione!
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