Il 6 agosto, una data che quest'anno, come accadde trentanove anni fa, coincide con la domenica e la festa della Trasfigurazione del Signore, assume un significato particolare per la Chiesa. È il giorno in cui, nel 1978, il Beato Papa Paolo VI spirava a Castel Gandolfo. La sua dipartita, proprio nel giorno della Trasfigurazione, è interpretata come un segno profondo, che lega la sua vita e il suo pontificato al mistero della luce divina e della trasformazione.
Il Mistero della Luce: La Trasfigurazione e Paolo VI
La festa della Trasfigurazione e la domenica, «Pasqua della settimana», sono accomunate dal tema della luce. Sant'Ambrogio nell'inno Hic est dies cantava che la domenica è «il giorno vero di Dio, sereno di mistica luce». Nel mistero della Trasfigurazione, il volto di Gesù «brillò come il sole», un sole di «luce serena, che non acceca, attira lo sguardo e rallegra per il suo divino fulgore», come commentava Pietro il Venerabile.
Questa festa è cara anche perché ricorda il transito al cielo del Beato Paolo VI, il cui corpo è deposto nelle Grotte vaticane. Cristina Siccardi, in una biografia, lo ha definito «il Papa della luce», un anelito che rimane scolpito nel suo mirabile Pensiero alla morte, che commosse e attonì i presenti quando fu letto il 10 agosto 1978. Queste parole ricordano l'esclamazione di Pietro a Gesù trasfigurato: «Signore, è bello per noi essere qui!», riconoscendo il desiderio e l’accoglienza dell’amicizia con il Signore.
Paolo VI coltivò un alto culto dell'amicizia, unendola abitualmente alla comunione nei suoi interventi. L'amicizia con Dio, spiegata alla luce del Suscipe ignaziano, e anche l'amicizia umana, illustrata richiamando il De amicitia di Cicerone.
Il mistero della luce del Tabor non traspare solo dal volto e dalle vesti di Gesù, ma è anche concentrata in una nube luminosa che avvolge i discepoli. Paolo VI immaginava la scena avvenuta nel buio della notte, con «i tre dormienti destati da un abbagliante guizzo di luce» (19 febbraio 1967) e i loro occhi che «si aprono perché si è accesa una grande luce» (27 febbraio 1972). Questa luce non è solo avvolgente, ma anche parlante, poiché la visione si trasforma presto in audizione. La voce del Padre sottolinea l'identità divina di Gesù e la necessità di ascoltarlo.
In questa medesima lunghezza d'onda, Paolo VI si inserì nel discorso dell'udienza generale del 28 agosto 1974, parlando del pluralismo e della preoccupazione che «dalla plurisinfonia unificante e celebrante della Pentecoste» non si retrocedesse alla «babelica confusione delle lingue». Egli concluse che la vera religione non è legittima ed efficace se non è ortodossa, derivata da un autentico e univoco rapporto con Dio. Nessun sentimento religioso vago, ideologia spirituale autonoma, espressioni di sociologia lirica o morale, o vivisezioni ermeneutiche potranno placare la sete di verità e di vita, se prescindono dalla voce risuonata sul monte della trasfigurazione: «Questo è il mio figlio diletto, nel quale io mi sono compiaciuto; lui ascoltate».
Paolo VI e Benedetto XVI: Una Sintonia Profonda
La presenza di Benedetto XVI alla beatificazione di Paolo VI non fu solo un omaggio deferente, ma evidenziò una profonda sintonia culturale, spirituale e d'azione tra i due Papi. Entrambi attinsero a maestri comuni, sviluppando un pensiero e un cuore autenticamente "cattolico", cioè universale, nel loro amore alla Chiesa e all'uomo.
Se il pontificato montiniano fu profetico, quello ratzingeriano ne abbracciò il compimento attraverso la lucidità del giudizio, la franchezza della testimonianza e la tenerezza della carità. L'allora cardinale Joseph Ratzinger nel 1995 intitolò un testo poco noto: «Paolo VI, avvocato della persona umana» (pubblicato nel 2010 sull’Osservatore Romano). In esso, Benedetto XVI offrì una sintesi persuasiva degli anni del pontificato di Paolo VI, un clima che sembra ripresentarsi oggi.
Ratzinger osservò che il Concilio Vaticano II era iniziato in un clima ottimistico di riconciliazione tra epoca moderna e fede, ma questo contesto sociale cominciò a mutarsi durante il Concilio stesso. L'anno 1968 fu un segnale di svolta, una «rivolta dell’epoca moderna contro sé stessa», che portò a una cesura radicale con il passato e a una smania di "novità" che dissolve l'uomo. Paolo VI raccolse questa sfida pubblicando due grandi documenti: la Professione di Fede (30 giugno 1968) e l’enciclica Humanae vitae (25 luglio 1968).
Questi documenti, secondo Ratzinger, vanno «molto al di là del momento storico e appartengono al patrimonio permanente della Chiesa», rivelandosi attuali e adatti al momento presente. La riaffermazione della verità della fede nella Professione e della ragione illuminata da essa nell'Humanae vitae testimonia che la persona umana e il suo destino non sono definiti dal parere di una maggioranza, ma dall'opera della creazione e della redenzione. «Nella Chiesa non vi può essere nessuna maggioranza contro i santi», ricordò il futuro Papa Benedetto, sottolineando il loro ruolo di testimoni permanenti.
In Paolo VI, Benedetto XVI trovò l'impeto del suo pontificato a difendere la dignità e la libertà dell'uomo contro ogni visione antropologica riduttiva, leggendo anche il magistero più discusso dell'Humanae vitae «come arringa in favore dell’umanità dell’amore e in favore della dignità della sua libertà morale», pronunciata da un autentico «avvocato della persona umana».
Senza far venir meno «la sensibilità pastorale e la conoscenza dei problemi delle singole persone», Paolo VI ebbe a cuore l'umano intero, l'amore e la libertà nella loro pienezza e nel loro splendore. A un famoso architetto che gli domandava se avesse potuto «osare» a due passi dalla cupola michelangiolesca, il Papa rispose: «Osi! Bisogna saper osare al momento giusto!». Questo incoraggiamento portò alla realizzazione di un atto di consapevole "ardimento" e di nobile umiltà.
Paolo VI alle prese col 68', modernismo e crisi nella Chiesa
Giovanni Battista Montini: Percorso di Vita e Servizio
Le Origini e la Formazione
Giovanni Battista Montini nacque a Concesio (Brescia) il 26 settembre 1897, in una famiglia impegnata nella vita religiosa e civile. Compì i suoi studi elementari e ginnasiali presso il collegio Arici di Brescia, sotto la guida dei Gesuiti, e frequentò il circolo studentesco tenuto dai Filippini dell'Oratorio della Pace. Durante l'adolescenza, dopo alcuni ritiri spirituali, percepì la vocazione al sacerdozio. Entrò nel Seminario diocesano, frequentando i corsi da esterno per motivi di salute. Inizialmente orientato verso un impegno parrocchiale, fu poi inviato a Roma per proseguire gli studi, frequentando il Seminario Lombardo e la Gregoriana, dove si laureò in filosofia. Studiò Lettere e Filosofia all'Università La Sapienza e frequentò l'Accademia dei Nobili Ecclesiastici, conseguendo poi la laurea in Diritto Canonico a Milano.

Incarichi e Impegno Pastorale
Nel 1923, chiamato a far parte del personale diplomatico della Santa Sede, fu inviato in Polonia come addetto della nunziatura di Varsavia, ma vi rimase solo quattro mesi a causa del clima rigido, poco adatto alla sua salute. Nell'ottobre 1924, entrò come addetto nella Segreteria di Stato e tra il 1930 e il 1937 insegnò storia della diplomazia pontificia all'Università Lateranense. Il 27 novembre 1923 fu nominato assistente del Circolo romano della FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana) e due anni dopo assistente centrale, rimanendo profondamente affezionato a questo apostolato tra la gioventù studentesca. Ai giovani trasmise una fede intelligente e libera, una cultura assetata di verità e aperta al dialogo, una liturgia limpida e una morale rigorosa ma fiduciosa nel bene di Dio e dell'uomo, e una carità fattiva.
Il 13 dicembre 1937 venne nominato Sostituto della Segreteria di Stato. Durante la Seconda Guerra Mondiale, diresse l'Ufficio Informazioni del Vaticano per la ricerca di soldati e civili prigionieri o dispersi, alleviando le sofferenze delle popolazioni coinvolte nel conflitto. Condivise la sollecitudine di Pio XII per Roma, organizzando assistenza caritativa e ospitalità per i perseguitati dal nazifascismo, in particolare gli ebrei.
Arcivescovo di Milano e Papa
Il 1° novembre 1954 fu eletto Arcivescovo di Milano e consacrato nella basilica di S. Ambrogio. Si trovò coinvolto in una straordinaria esperienza pastorale, impegnandosi a fondo per trovare soluzioni ai problemi della crescente immigrazione e del diffondersi del materialismo e dell'ideologia marxista. In quest'opera, coinvolse le migliori forze culturali, sociali ed economiche, stimolando la nascita di nuovi strumenti operativi per aiutare Milano ad aggiornare la gloriosa tradizione ambrosiana, rimanendole fedele. Organizzò una grandiosa Missione cittadina nel novembre 1957, invitando esplicitamente i lontani e riconoscendo le colpe della Chiesa nel loro allontanamento. Individuò nell'evangelizzazione la necessità prioritaria della Chiesa del suo tempo.
Nell'ottobre 1958, dopo la morte di Pio XII, venne eletto Giovanni XXIII, che nominò Mons. Montini Cardinale nel Concistoro del 15 dicembre 1958. Durante la prima sessione del Concilio Vaticano II, aperto da Papa Giovanni XXIII l'11 ottobre 1962, il card. Montini fu tra i protagonisti. Il suo pontificato, iniziato nel 1963, si caratterizzò per innumerevoli iniziative, segno della sua viva sollecitudine verso la Chiesa e il mondo contemporaneo.

Iniziative e Magistero
- Fu il primo Papa a compiere viaggi apostolici nei tempi moderni: dalla Terra Santa all'ONU, dal Portogallo alla Turchia, dalla Colombia all'Uganda, fino all'Asia (dove subì un attentato a Manila nel 1970), l'Australia e l'Oceania. Questi viaggi ebbero un profondo significato ecumenico e politico.
- Fu artefice di un costante magistero per la pace, in particolare in Vietnam, Medio Oriente e Africa, con attenzione alla «Chiesa del silenzio» e ai Paesi dell'Est; istituì la Giornata mondiale della pace.
- Dotato di spiccata coscienza ecumenica, avviò iniziative di incontro con le altre confessioni e con le grandi religioni del mondo.
La Profonda Spiritualità di Paolo VI
Il Beato Paolo VI fu un uomo di spiritualità profonda, fondata sulla Parola di Dio, i Padri della Chiesa e i mistici, e dal carattere riservato. Umile e gentile, era assolutamente sobrio nella vita quotidiana; dotato di animo fiducioso e sereno, manifestava un'eccezionale sensibilità e umanità, arricchite da una vasta cultura. Rivelò una spiccata capacità di mediazione in tutti i campi, garantendo la solidità dottrinale cattolica in un periodo di rivolgimenti ideologici.
La preghiera, radicata nella Parola di Dio, nella liturgia, nella quotidiana adorazione del Santissimo Sacramento, lo sosteneva e fondava il cristocentrismo del suo pensiero e della sua azione, corroborato da una significativa ed esemplare venerazione per la Madonna. Il Card. Ugo Poletti, suo Vicario Generale per la diocesi di Roma, così ne tracciò la personalità: «La sua fede, l’amore alla Chiesa, la padronanza assoluta di sé, il lungo soffrire − credo anche di solitudine spirituale, abituato come era a dare amore più che a riceverne − l’avevano allenato a una “linearità di espressione” che gli sprovveduti chiamavano “freddezza”. […] Solo chi ha potuto avvicinare Paolo VI può essere testimone della sua autentica santità eroica.»
La Canonizzazione e i Miracoli
In vista della beatificazione, la Postulazione presentò alla Congregazione delle Cause dei Santi una presunta guarigione miracolosa avvenuta negli Stati Uniti nel 2001, che la Consulta Medica del Dicastero, il 12 dicembre 2013, riconobbe scientificamente inspiegabile. Il 18 febbraio 2014, i Consultori Teologi, riuniti nel Congresso peculiare, constatarono che tale guarigione era da attribuirsi all'intercessione del Venerabile Servo di Dio, e i Padri Cardinali e Vescovi, radunati nella Sessione Ordinaria del 6 maggio 2014, la giudicarono un vero miracolo. La seconda guarigione miracolosa, relativa al felice esito di una gravidanza, è stata riconosciuta tale dalla Congregazione delle Cause dei Santi con decreto del 28 aprile 2017, dopo un'inchiesta diocesana e il voto unanime dei Consultori Teologi il 14 dicembre 2017.
La "Novità di Dio" e la Santità: Il Messaggio Attuale di Paolo VI
La seconda Lettura ci dice che «la parola di Dio è viva, efficace e tagliente» (Eb 4,12). Essa tocca e trasforma la vita. Il Vangelo ci invita all'incontro con il Signore, sull'esempio di quell'uomo che «gli corse incontro» (cfr Mc 10,17) per chiedere come «avere in eredità la vita eterna» (v. 17). La risposta di Gesù, che lo fissa con sguardo d'amore, sposta la prospettiva dai precetti osservati per ottenere ricompense all'amore gratuito e totale. «Vendi quello che hai e dallo ai poveri […] e vieni! Seguimi!» (v. 21).
Gesù è radicale: chiede di lasciare ciò che appesantisce il cuore, di svuotarsi di beni per fare posto a Lui, unico bene. Se il cuore è affollato di beni, non c'è spazio per il Signore, che diventerebbe una cosa tra le altre. La ricchezza è pericolosa e rende difficile salvarsi, non per severità divina, ma perché l'eccessivo avere soffoca il cuore e rende incapaci di amare. San Paolo ricorda che «l’avidità del denaro è la radice di tutti i mali» (1 Tm 6,10).
Gesù dà tutto e chiede tutto, un amore totale e un cuore indiviso. Non si accontenta di una "percentuale di amore". Il nostro cuore, come una calamita, deve scegliere: o amerà Dio o amerà la ricchezza del mondo (cfr Mt 6,24); o vivrà per amare o vivrà per sé (cfr Mc 8,35). Siamo chiamati a chiederci a che punto siamo nella nostra storia di amore con Dio: ci accontentiamo di qualche precetto o seguiamo Gesù da innamorati, disposti a lasciare qualcosa per Lui?
Dobbiamo chiedere la grazia di saper lasciare per amore del Signore: ricchezze, nostalgie di ruoli e poteri, strutture non più adeguate all'annuncio del Vangelo, pesi che frenano la missione, lacci che ci legano al mondo. Senza un salto in avanti nell'amore, la nostra vita e la nostra Chiesa si ammalano di «autocompiacimento egocentrico» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 95). Quel tale nel Vangelo «se ne andò rattristato» (v. 22) perché si era ancorato ai suoi beni, pur avendo incontrato Gesù. La tristezza è la prova dell'amore incompiuto, il segno di un cuore tiepido. Invece, un cuore alleggerito di beni, che libero ama il Signore, diffonde la gioia.
Paolo VI scrisse: «È nel cuore delle loro angosce che i nostri contemporanei hanno bisogno di conoscere la gioia, di sentire il suo canto» (Esort. ap. Gaudete in Domino, I). Gesù ci invita a ritornare alle sorgenti della gioia: l'incontro con Lui, la scelta coraggiosa di rischiare per seguirlo, il gusto di lasciare qualcosa per abbracciare la sua via. Paolo VI lo ha fatto, spendendo la vita per il Vangelo di Cristo, valicando nuovi confini e facendosi suo testimone nell'annuncio e nel dialogo, profeta di una Chiesa estroversa che guarda ai lontani e si prende cura dei poveri.
Paolo VI, anche nella fatica e nelle incomprensioni, ha testimoniato la bellezza e la gioia di seguire Gesù totalmente. Egli, insieme al Concilio di cui è stato il sapiente timoniere, ci esorta a vivere la nostra comune vocazione: la vocazione universale alla santità, non alle mezze misure. Insieme a lui, Mons. Romero, Francesco Spinelli, Vincenzo Romano, Maria Caterina Kasper, Nazaria Ignazia di Santa Teresa di Gesù e Nunzio Sulprizio, hanno tradotto con la vita la Parola di oggi, senza tiepidezza, con l'ardore di rischiare e di lasciare.
La Risposta di Gesù al Mondo e la Profezia dei Cristiani Autentici
Alla provocazione dei farisei, Gesù risponde con la frase ironica e geniale: «Rendete a Dio quello che è di Dio». Questo significa riconoscere e professare che Dio solo è il Signore dell'uomo. Lui non ha paura delle novità, ci sorprende e ci rinnova continuamente. Un cristiano che vive il Vangelo è «la novità di Dio» nella Chiesa e nel Mondo. Qui sta la nostra vera forza, il fermento che fa lievitare e il sale che dà sapore ad ogni sforzo umano contro il pessimismo prevalente. La speranza in Dio non è una fuga dalla realtà, ma è restituire operosamente a Dio quello che Gli appartiene.
Nel contesto del Sinodo straordinario dei Vescovi, dove pastori e laici hanno «camminato insieme» per aiutare le famiglie a seguire la via del Vangelo, emerge la necessità di «cristiani autentici: al tempo stesso miti e rivoluzionari». Miti, perché richiamano la fede e la sobrietà dei comportamenti; rivoluzionari, perché vanno contro lo spirito egoistico, nichilistico, consumistico e xenofobo del mondo. Il cardinale Gualtiero Bassetti, riprendendo spunti sulla profezia, si riferisce a Giorgio La Pira, ma questo ritratto si applica anche a Giovanni Battista Montini, mite e rivoluzionario, cristiano autentico e per questo santo, di cui oggi, festa della Trasfigurazione, ricordiamo la nascita al cielo.