La Quarta Domenica di Pasqua, tradizionalmente detta “del Buon Pastore”, ci riconduce al cuore del Vangelo di Giovanni. In questa liturgia domenicale, Gesù si presenta come colui che conosce, guida e dona la vita al suo gregge.

L'Importanza dell'Ascolto e della Conoscenza Divina
Nel Vangelo di Giovanni, l'atto di ascoltare ha spesso il significato profondo di credere alla voce di Dio e di obbedirgli. Esempi concreti di questo ascolto sono i primi due discepoli che, ascoltando il Battista, seguono Gesù, e i Samaritani che, ascoltando Gesù, credono in lui.
Gesù stesso afferma: "Chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato ha la vita eterna e non entra in giudizio, ma è già passato dalla morte alla vita." Nel discorso del Buon Pastore, Gesù enfatizza molto l'ascolto: le pecore ascoltano il pastore, ma non i ladri, i briganti o coloro che non fanno parte dell'ovile. Egli profetizza: "Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore." A coloro che, come alcuni Giudei, chiedono "Perché lo ascolti?", Gesù risponde con la descrizione della relazione che ha con le sue pecore: "ascolta la mia voce" e "seguimi".
Questa relazione è basata sulla conoscenza intima: "Li conosco". È una conoscenza così vera e profonda da commuovere Natanaele nel suo primo incontro con Gesù, portandolo a credere e a seguirlo. Si ripete così l'esperienza del salmista: "Signore, tu mi scruti e mi conosci... da lontano penetri nei miei pensieri... tutti i miei sentieri ti sono familiari".
La Promessa della Vita Eterna e la Saldezza delle Mani Divine
La vita eterna che Gesù dona alle sue pecore è una partecipazione alla sua stessa vita fin dall'inizio e la sicurezza futura di un amore che dura per sempre: "Non periranno in eterno." Non si perderanno a causa della loro intrinseca debolezza, né a causa di qualsiasi intervento esterno che cerchi di rubarli: "Nessuno li strapperà dalle mie mani."
Questa mano di Gesù è la stessa che benedice e guarisce, la mano crocifissa e risorta che, mostrata a Tommaso, lo riporta alla fede. È la mano che ci prende se cadiamo. Il Padre ama il Figlio e ha messo tutto nelle sue mani. Non saremo strappati dalla mano del Figlio o dalla mano del Padre a causa delle persecuzioni, come quelle che i Giudei scatenarono contro Paolo e Barnaba per invidia, o quelle dei pagani come Diocleziano. La grande tribolazione ha portato una grande moltitudine al trono dell'Agnello in cielo "che nessuno poteva contare". L'Apocalisse cita Isaia, ma con la presenza dell'Agnello, il pastore che ci conduce alle sorgenti delle acque della vita, insieme all'antica promessa: "Non avranno fame né sete, né il sole né il caldo li feriranno...". Questo è possibile perché "Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre".
Gesù: Il Buon Pastore e La Porta
La relazione tra il pastore e le pecore è descritta con parole semplici, ma profondissime. Le pecore non seguono un’idea astratta, ma una voce viva. La fede, prima ancora che essere comprensione, è ascolto. Gesù non è solo un pastore che guida: è il Buon Pastore, che conosce ciascuno profondamente e dona la vita eterna. «Io le conosco»: è la conoscenza dell’amore, non del controllo. «Io do loro la vita eterna»: la promessa non riguarda solo il futuro, ma una qualità di vita già ora: una vita che non finisce con la morte, che non può più essere perduta. «Non andranno perdute in eterno»: questa è la grande consolazione del Vangelo. Mettersi nelle mani di Cristo significa lasciarsi custodire da un amore che salva.
Ma quelle mani, che tengono il gregge, sono anche mani trafitte: sono le mani che sulla croce hanno consegnato tutto. Il Pastore è anche il Figlio obbediente, che si affida al Padre fino alla fine. E, insieme, è anche l’Agnello immolato, che si è consegnato a noi, nel pane spezzato, nel sacrificio della croce. Noi ci affidiamo a Lui, ma Lui per primo si è affidato al Padre e si è donato a noi. È un amore che circola, che ci coinvolge, che ci abbraccia: il Figlio è nelle mani del Padre, e noi siamo nelle mani del Figlio.
Come ricorda Origene, questo non annulla la nostra libertà: «Nessuno, infatti, rapisce dalle sue mani, come è detto nel Vangelo secondo Giovanni: non è affatto scritto che, come nessuno rapisce, così nessuno cade dalle sue mani, perché il principio di autodeterminazione è libero». Le mani di Dio sono salde, ma rispettano la nostra libertà.
La Porta dell'Ovile
Accanto all'immagine del pastore, Gesù si presenta con quella della porta dell’ovile. Il gregge, che siamo tutti noi, ha come abitazione un ovile che serve da rifugio, dove le pecore dimorano e riposano dopo le fatiche del cammino. L’ovile ha un recinto con una porta, dove sta un guardiano. Al gregge si avvicinano diverse persone: c’è chi entra nel recinto passando dalla porta e chi «vi sale da un’altra parte». Il primo è il pastore, il secondo un estraneo, che non ama le pecore, e vuole entrare per altri interessi.
Gesù si identifica con il primo e manifesta un rapporto di familiarità con le pecore, espresso attraverso la voce, con cui le chiama e che esse riconoscono e seguono: «le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome». La seconda immagine con cui Gesù si presenta è quella della «porta delle pecore». Infatti dice: «Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato», cioè avrà la vita e l’avrà in abbondanza. L’autore sacro annota che Gesù dice: «io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza». Gesù, pastore buono e porta delle pecore, è un capo la cui autorità si esprime nel servizio, un capo che per comandare dona la vita e non chiede ad altri di sacrificarla. Di un capo così ci si può fidare, come le pecore che ascoltano la voce del loro pastore perché sanno che con lui si va a pascoli buoni e abbondanti. Così è Cristo per noi.
La Vocazione Universale e il Ruolo del Pastore
La liturgia della quarta domenica del tempo pasquale ci fa incontrare Gesù buon Pastore: Egli chiama per nome le sue pecore, esse lo conoscono e ascoltando la sua voce lo seguono; per questo motivo questa domenica è dedicata alla preghiera per le vocazioni. Dio ci chiama, ci ha chiamati alla vita, e ci continua a chiamare per nome. Lui ci chiama e ci mette dentro questa grande compagnia che è la Chiesa, attraverso cui fa risuonare la sua voce, e nella quale ci chiama ma ci dà anche un compito: uscire verso tutti perché Gesù possa usare la nostra voce per chiamare quelli che lo cercano, tante volte senza neanche saperlo.
È Lui che ci manda perché tutti Lo possano scoprire, perché tutti possano fare esperienza che la vera libertà è compiere ciò che il Signore prepara per noi. Questa è la grande vocazione, che ognuno può sperimentare nella propria condizione di vita, e che è la grande testimonianza che noi siamo chiamati a dare.
Gesù, come pastore che ci guida, Egli stesso diventa anche il nostro pascolo, il pane per la nostra vita: ci dona la sua Parola, ci nutre con il suo corpo e il suo sangue, ci comunica il suo spirito. «Il buon pastore dà la propria vita per le pecore», dice Gesù, ed Egli l’ha data morendo sulla croce e continuamente si offre per noi. Chi vive del Signore e si nutre di Lui nell’Eucaristia, secondo la misura della grazia ricevuta, dovrebbe riprodurre il suo volto, la sua bontà. Seguire Cristo buon Pastore qui sulla terra significa dunque seguirlo nell’umiltà, nell’amore, nella pazienza, nella benevolenza, in quella carità più grande che spinge a dare la vita.
Il buon Pastore ci chiama per nome e ci invita a seguirlo per saziarci di Lui, per darci la sua vita, per farci vivere di Lui e renderci poi a nostra volta nutrimento di amore e di pace per i nostri fratelli. Siamo agnelli e pecore, ma insieme con Lui diventiamo anche pastori, responsabili dei nostri fratelli; anche a noi è chiesto di sapere dare la vita gli uni per gli altri, e dare la vita significa davvero in ogni momento accogliere l’altro, servirlo, cercare il suo bene, desiderare la sua salvezza, pregare per tutti e per ciascuno.
In questa domenica siamo invitati a pregare perché il Signore susciti molte vocazioni, persone chiamate a vivere come Lui e date totalmente per il bene degli altri. Dobbiamo però anche desiderare di essere a nostra volta fedeli alla vocazione ricevuta, perché ognuno di noi è simile a un seme; più il seme germoglia e si sviluppa perché coltivato, innaffiato e irrigato dalla grazia, più rende feconda la Chiesa e produce nuovi figli generandoli nella fede.

Contrasto con i "Cattivi Pastori" e la Massificazione
Per capire l’importanza del tema del pastore nella Bibbia, bisogna rifarsi alla storia di Israele, popolo di pastori nomadi, dove il rapporto tra pastore e gregge era quasi personale. Il pastore finisce per conoscere tutto di ogni pecora; la pecora riconosce e distingue tra tutte la voce del pastore. Questa relazione è simile a quella di una madre che vigila attentamente sul suo bambino. In seguito, il titolo di pastore viene dato anche a quelli che fanno le veci di Dio in terra: i re, i sacerdoti, i capi in genere. Accanto all’immagine del «buon pastore che dà la propria vita per le pecore» fa la sua comparsa quella del cattivo pastore, del mercenario.
Uno dei fenomeni più evidenti della nostra società è la massificazione. Noi ci lasciamo guidare supinamente da ogni sorta di manipolazione e di persuasione occulta. Altri creano modelli di benessere e di comportamento, ideali e obiettivi di progresso, e noi li seguiamo; andiamo dietro, condizionati e plagiati dalla pubblicità. Ebbene, appartenere al gregge di Gesù significa non cadere nella massificazione. Significa non giudicare gli altri dalle apparenze; non lasciarsi condizionare dal giudizio altrui.
Da questa pagina del Vangelo scaturisce una domanda cruciale per tutti i pastori delle chiese: essi svolgono il loro servizio come funzionari o come persone che spendono la propria vita con amore per le comunità loro affidate? È infatti sempre possibile che il pastore si trasformi in mercenario oppure finisca per non interessarsi delle pecore che compongono il suo gregge. Non si dimentichi però: se un pastore comincia a svolgere il proprio servizio come un mercenario, vivendo in modo contraddittorio a quel che pensa, poco per volta finirà anche per pensare come vive, in un triste circolo vizioso. Chiediamo a Dio onnipotente e misericordioso affinché mandi santi sacerdoti nella sua messe, che annuncino non solo con le parole ma soprattutto con le opere, il messaggio di amore del Sommo e Buon Pastore, Cristo Gesù, nostra unica speranza e salvezza.
La Portata Universale del Buon Pastore
Lo sguardo di Gesù non si ferma al suo piccolo gregge, alla comunità itinerante di uomini e donne che lo ha seguito, ma si rivolge anche alle pecore non ancora alla sua sequela: «ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore». Dicendo questo, egli pensa a tutti gli uomini che attirerà a sé quando sarà innalzato in croce e poi in cielo presso il Padre (cf Gv 12,32). La sua missione sarà quella di «riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi» (cf Gv 11,52), ma ciò si realizzerà in modo sorprendente: questo pastore universale (cf Eb 13,20; 1Pt 5,4), l’unico pastore della chiesa sparsa su tutta la terra, si rivelerà come agnello immolato (cf Ap 5,6.12; 7,17; 13,8), che ha dato la propria vita, e per questo è stato innalzato e glorificato dal Padre.
Come ci testimoniano Paolo e Barnaba nella prima lettura, non possiamo tacere sulle grandi opere che Dio compie in noi; come coloro che tengono in mano i rami di palma, nella visione dell’Apocalisse, acclamiamo al vero Re, l’Agnello morto e risorto, ritto in piedi che ci dona tutto se stesso.
La Voce che Chiama e Accoglie
La voce è un elemento importantissimo per entrare in relazione; attraverso il dialogo tutti noi cresciamo: soprattutto è la voce di chi ci chiama per nome a farci sentire amati e protetti. Fin da bambini noi tutti necessitiamo di essere chiamati, per questo riceviamo e riconosciamo l’amore. Come ci ricorda il vangelo, nessuno ci strapperà dalla mano di Gesù, anche quando ci sembra di stare lontani da lui.
Gesù, come ci ricorda l’inizio della Parabola della Misericordia (Lc 15), è colui che va in cerca della pecora perduta, la quale si lascia trovare, prendere sulle spalle ed entrare nella grande festa! Questi due brani, il capitolo 10 di Giovanni e il capitolo 15 di Luca, ci dicono entrambi di un Dio che fa di tutto per custodirci, per amarci, per ritrovarci, per accoglierci a braccia aperte, per far festa con noi, per difenderci da chi non vuole la nostra felicità.
C’è una dimensione dell’esperienza cristiana che forse lasciamo un po’ in ombra: la dimensione spirituale e affettiva. Il sentirci legati da un vincolo speciale al Signore come le pecore al loro pastore. A volte «razionalizziamo» troppo la fede e rischiamo di perdere la percezione del timbro di quella voce, della voce di Gesù buon pastore, che stimola e affascina. Come è capitato ai due discepoli di Emmaus, cui ardeva il cuore mentre il Risorto parlava lungo la via. È la meravigliosa esperienza di sentirsi amati da Gesù. Facciamoci la domanda: «Io mi sento amato da Gesù?». Per Lui non siamo mai degli estranei, ma amici e fratelli. Eppure non è sempre facile distinguere la voce del pastore buono. Stiamo attenti. C’è sempre il rischio di essere distratti dal frastuono di tante altre voci. Invochiamo la Vergine Maria: Lei ci accompagni in questo nostro pellegrinaggio terreno e ci sostenga, con il suo aiuto, affinché siano pronti e generosi nel seguire la voce del Figlio suo Gesù, nostra unica salvezza.