Museo Coloniale e Mostre Missionarie Vaticane: Un Confronto Critico sul Passato

Il dibattito sul colonialismo e sulla decolonizzazione delle istituzioni culturali è un tema di crescente rilevanza, che coinvolge non solo le nazioni con un passato coloniale esplicito ma anche il Vaticano, attraverso le sue collezioni etnografiche. Questo articolo esplora le diverse sfaccettature di questa discussione, analizzando sia la questione delle collezioni vaticane sia la complessa storia dell'ex Museo Coloniale italiano a Roma e le proposte per il suo futuro.

La Collezione Etnografica Vaticana: Doni Controbilanciati dalle Dinamiche di Potere

Recentemente, i Musei Vaticani hanno riaperto la sezione africana e americana, esponendo nuovamente i pannelli di rafia ruandese finemente restaurati. Questi paraventi, conosciuti come Insika, sono realizzati in bambù e fibre vegetali intrecciate, concepiti originariamente come elementi d'arredo per delimitare spazi all'interno di residenze regali. Le intricate operazioni di tessitura erano affidate principalmente a donne di alto rango, che riproducevano motivi tradizionali. I pannelli esposti nei Musei Vaticani sono decorati con raffinate forme geometriche ispirate a elementi del mondo animale e vegetale, e il singolare intreccio di linee diagonali crea un dinamico gioco di chiaroscuri.

La questione della collezione etnografica vaticana è tornata alla ribalta quando gruppi indigeni del Canada hanno visitato il Vaticano per ricevere le scuse di Papa Francesco riguardo al sistema scolastico residenziale canadese gestito dalla chiesa. La Truth and Reconciliation Commission canadese ha definito tale politica, che prevedeva la rimozione forzata di bambini indigeni dalle loro famiglie per assimilarli nella società cristiana, un “genocidio culturale”. Le delegazioni delle Prime Nazioni, Metis e Inuit hanno avuto l'opportunità di visitare il museo Anima Mundi e visionare opere che fanno parte del loro patrimonio culturale.

Il Vaticano ha sempre sostenuto che la sua collezione etnografica si fosse formata attraverso “doni” a Papa Pio XI, il quale nel 1925 organizzò una vasta mostra nei giardini vaticani per celebrare la portata globale della Chiesa, i suoi missionari e la vita delle popolazioni indigene evangelizzate. Tuttavia, oggi alcuni ricercatori sollevano interrogativi legittimi sulla capacità dei popoli indigeni di dare un consenso autentico a tali "doni", considerate le dinamiche di potere prevalenti all'epoca.

L'Ex Museo Coloniale Italiano: Un Passato Scomodo e un Futuro Incerto

Potremo mai decolonizzare i musei? | The Stream

La Nascita e l'Evoluzione del Museo

A Roma, esiste un'istituzione che, più che un museo, è stata per lungo tempo un insieme di depositi: l'ex Museo Coloniale italiano. Le sue collezioni, composte da oltre 12.000 reperti, sono rimaste in uno stato di stasi per anni a causa della necessità di una ricontestualizzazione che le allontani dai fini originali di propaganda fascista. Solo attraverso un'operazione di decolonizzazione, questi manufatti potranno essere presentati al pubblico in maniera non controversa.

Il Museo Coloniale fu istituito nel 1914 e inaugurato a Roma nel 1923 da Mussolini presso il Palazzo della Consulta. Nel 1935, con l'Esposizione in trentasei sale articolata in sezioni etnografica, militare, storica, economica-merceologica e artistica, la maggior parte degli oggetti provenienti dalle colonie italiane furono destinati al museo. La sua sede più nota, in via Aldrovandi nel quartiere Pinciano a Roma, fu inaugurata nel 1937, assumendo la denominazione di Museo dell'Africa Italiana dopo la proclamazione dell'Impero. Chiuso durante la Seconda Guerra Mondiale, riaprì nel 1947 con nuovi scopi istituzionali, dalla salvaguardia degli interessi italiani in Africa alla promozione della ricerca, rimanendo accessibile e attivo fino agli anni Settanta. In seguito, un periodo di oblio e smembramento vide le collezioni destinate a vari musei militari e altri beni trasferiti nei depositi di via Aldrovandi, sede dal 1995 dell'Istituto Italiano per l'Africa e l'Oriente.

Nel 2001, le collezioni furono spostate al Museo nazionale d’arte orientale “Giuseppe Tucci” e, tra il 2010 e il 2019, al Museo nazionale preistorico etnografico “Luigi Pigorini” nella zona dell’EUR, un quartiere progettato per l'Esposizione Universale di Roma del 1942 e caratterizzato da architettura razionalista del periodo fascista, una coincidenza significativa.

Mappa del quartiere africano a Roma con punti di interesse coloniale

La Dispersione delle Collezioni e la Mancanza di Contestualizzazione

Dopo la sua chiusura al pubblico nei primi anni Settanta, le competenze sul museo sono passate dal Ministero delle Colonie a quello degli Esteri, e solo recentemente al Ministero dei Beni Culturali. Questa serie di passaggi ha portato alla dispersione delle sue variegate collezioni - che includevano bronzi, armi, pelli animali, sculture e maschere tribali - in diversi depositi di Roma. Alcuni manufatti sono finiti all'ex museo etnografico Luigi Pigorini, ora Museo delle Civiltà, altri nei depositi del museo di zoologia. Molte armi sono state trasferite al museo della Fanteria, e numerosi disegni e raffigurazioni artistiche sono conservati alla Galleria Nazionale, spesso rappresentando il “nemico primitivizzato” in combattimento contro le truppe italiane in uniforme.

Un esempio della complessa situazione attuale si trova al Museo delle Civiltà all'EUR, dove due teche ai lati del grande scalone contengono manufatti di provenienza libica, etiope ed eritrea. Questi oggetti, che includono pelli, scudi, calzature e persino calchi facciali delle popolazioni realizzati dagli antropologi italiani in Africa, rappresentano un primo, seppur timido, tentativo di contestualizzazione. Tuttavia, il museo etnografico in generale, e in particolare l'ex Museo Coloniale, si confronta con il problema della mancanza di un'adeguata contestualizzazione degli oggetti, specialmente riguardo alle modalità con cui sono stati acquisiti.

La Critica alla Museografia Coloniale e il Concetto di "Opacità"

L'idea stessa di museo etnografico, che definisce la propria identità in contrapposizione ad altre culture, è un'operazione di potere. Questa dinamica è accentuata nel caso di un ex museo coloniale, dove molti manufatti sono il risultato di violenze e razzie, piuttosto che di studi metodici. Come afferma l'antropologo Leone Contini, si tratta spesso di "oggetti acquisiti in momenti di sostanziale rapporto di poteri diseguale", assimilati e studiati come parte inalienabile del patrimonio italiano.

Il colonialismo italiano è spesso percepito come un “rimosso collettivo”, un aspetto del passato nazionale che non è stato pienamente affrontato. Il Museo Coloniale, nato con l'intento preciso di perorare e promuovere la causa coloniale italiana, ha contribuito a una narrazione giustificata del colonialismo che ha resistito fino agli anni Settanta, sostenendo il mito degli "italiani brava gente". L'eredità di questo passato è ancora palpabile, come dimostra la presenza di un sacrario dedicato a Rodolfo Graziani, criminale di guerra condannato in Italia ma non in Africa per le sue atrocità.

La necessità di decostruire, rileggere e reinterpretare questo materiale è impellente. L'antropologo e filosofo francese Georges Bataille affermava che "il museo non è un dispositivo che mostra, è un dispositivo che riflette". I musei non sono terreni neutri. Maschere e calchi facciali, come quelli della missione antropologica di Lidio Cipriani in Fezzan negli anni Trenta, sono reperti che trasudano violenza. Cipriani fu un firmatario del Manifesto della razza e sostenitore dell'inferiorità dei popoli africani, rendendo impensabile una musealizzazione non critica e contestualizzata di tali oggetti.

Bénédicte Savoy, storica dell'arte, suggerisce di ripensare il concetto stesso di museo "all'occidentale". Giulia Grechi, antropologa, propone di invertire la questione: se oggetti sacri come i Caravaggio o gli oggetti per l'Eucarestia venissero sottratti e poi restituiti, non verrebbero esposti in un museo, ma tornerebbero nel loro luogo di culto. Questo evidenzia come il museo non sia sempre la casa più indicata per ogni tipo di manufatto. Il concetto di patrimonio, legato all'accumulazione e al possesso, è strettamente connesso al capitalismo. Il dibattito sulla restituzione e decolonizzazione culturale e museale è stato al centro dell'evento “Non è più tempo di negare - Transnational restitution movement” a Palermo, dove la città, in quanto isola a sua volta occupata e colonizzata, ha offerto un palcoscenico per un dialogo paritario tra Europa e Africa.

Il Museo delle Opacità: Un Nuovo Approccio alla Memoria Coloniale

Il Museo delle Opacità al Museo delle Civiltà (MUCIV) di Roma rappresenta uno dei tentativi più significativi di ripensare il ruolo delle istituzioni museali. Ispirato al "diritto all'opacità" di Édouard Glissant, il progetto mira a rifiutare le interpretazioni semplificate e ad abbracciare la complessità, trasformando il museo in uno spazio di dialogo tra materiali storici e pratiche artistiche contemporanee. Questo approccio è attuato attraverso processi di ricatalogazione, borse di ricerca e nuove commissioni artistiche, affrontando temi come la provenienza, la decontestualizzazione e gli usi politici di immagini e oggetti nel passato coloniale.

Il Research Fellowship Program, attivo dal 2022, ha coinvolto artisti come Maria Thereza Alves, Sammy Baloji, DAAR - Decolonizing Architecture Art Research (Sandi Hilal & Alessandro Petti), Bruna Esposito, Karrabing Film Collective - Elizabeth A. Povinelli, e Gala Porras-Kim. Le loro ricerche si concentrano su archivi e materiali, affrontando questioni di decontestualizzazione, ricatalogazione e riscrittura delle biografie degli oggetti, in un confronto attivo sulle future modalità di prestito, esposizione e restituzione.

Museo delle Opacità #2: Agricolture e Architetture Coloniali

Nel maggio 2025, prenderà avvio Museo delle Opacità #2, il nuovo capitolo curato da Rosa Anna Di Lella, Gaia Delpino e Matteo Lucchetti. Questo segmento sposta l'attenzione sul rapporto tra agricolture e architetture coloniali, analizzando lo sfruttamento economico delle risorse e il legame tra arte e propaganda nel colonialismo italiano in Eritrea, Somalia, Libia ed Etiopia. La selezione di documentazioni fotografiche delle principali esposizioni coloniali italiane, dalla Mostra di Genova del 1914 alla Prima Mostra Triennale delle Terre Italiane d'Oltremare di Napoli del 1940, evidenzia la capillare diffusione della propaganda coloniale nel Novecento.

Il legame con il presente è affidato a due installazioni contemporanee. La prima, “Diritti ai semi, diritti dei semi” di Cooking Sections, dialoga con la raccolta di semi e prodotti agricoli coloniali, valorizzando una collezione vivente di sementi contadine resistenti alla siccità. La seconda, “Ente di Decolonizzazione: Ceneri” di DAAR - Sandi Hilal e Alessandro Petti, trasforma due vetrine originali dell'ex Museo Coloniale in un dispositivo che accoglie un video emergente da un tappeto di ceneri, simbolo di distruzione e rinascita, e che porterà all'istituzione del primo Premio per il Riuso Critico del Patrimonio Difficile.

Il percorso include anche opere provenienti dalle collezioni storiche dell'ex Museo Coloniale, messe in dialogo con lavori contemporanei, dimostrando che confrontarsi con il passato coloniale non significa rimuoverlo, ma trasformare il museo in uno spazio in cui il passato è un territorio da attraversare con consapevolezza. L'arte diventa uno strumento essenziale per disordinare gli sguardi sedimentati e rendere visibili le costruzioni ideologiche del passato. Decostruire significa aprire lo spazio a nuove interpretazioni, restituire complessità alle storie semplificate e riconoscere le voci escluse, accettando che il museo è un luogo di lavoro sulle incertezze, non di certezze definitive.

La Necessità di un Nuovo Linguaggio e di una Riflessione Collettiva

Il nome stesso del museo è oggetto di dibattito. Alcune proposte suggeriscono "Museo Italo Africano" affiancato al nome di Ilaria Alpi, giornalista Rai uccisa a Mogadiscio. Tuttavia, Leone Contini sostiene la necessità di chiamare le cose con il loro nome, proponendo "Museo Coloniale italiano" o "Museo del colonialismo italiano", per dichiarare apertamente il passato senza alibi. Giulia Grechi sottolinea l'importanza che il colonialismo non sia solo un museo, ma che si rifletta in memoriali dedicati alle vittime, costruendo percorsi che evidenzino il legame inscindibile tra nazionalismo e colonialismo.

È cruciale adottare nuove istanze, non solo attraverso l'arte e i musei, ma anche coinvolgendo la strada, come dimostrano i progetti del collettivo Tezeta al quartiere africano di Roma, che organizza passeggiate sulle tracce coloniali. Rivedere le narrazioni e smantellare le conoscenze preesistenti è fondamentale per accogliere consapevolezze diverse. Artisti come l'italosenegalese Binta Diaw e Délio Jasse, che manipola fotografie degli archivi coloniali, stanno già utilizzando l'arte contemporanea per ribaltare gli stereotipi e risvegliare nuove narrazioni.

Il confronto con il passato coloniale italiano è stato riacceso anche dalle riflessioni sul razzismo e la memoria del colonialismo, innescate dal movimento Black Lives Matter e dalla morte di George Floyd. Azioni come l'imbrattamento della statua di Indro Montanelli a Milano nel 2020, o la rimozione della statua di Cecil Rhodes a Cape Town nel 2015, dimostrano che l'obiettivo non è cancellare il passato, ma demitologizzarlo e rimuovere gli intenti celebrativi di scelte politiche specifiche. Al Museo delle Opacità si è scelto di esibire le celebrazioni e le amnesie del discorso coloniale per discuterle, decostruirle e rinarrarle, evitando un nuovo oblio e favorendo una memoria sociale duratura.

Questo passato, oggetto di studio accademico, manca ancora di una rappresentazione rivolta a un pubblico più ampio, capace di coinvolgere l'intera società e incidere sulla coscienza pubblica nazionale, inducendo riflessioni sulle relazioni odierne con l'Africa. La decolonizzazione del museo significa deostruire per ricostruire, ponendo interrogativi e invitando i visitatori a una riflessione profonda sui discorsi e i linguaggi usati dallo Stato per esaltare le imprese militari e costruire miti celebrativi.

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