Storia del Governo Pontificio e dei Comuni Bolognesi

La data del 10 giugno 1512 non rappresenta soltanto un evento di cronaca politica nel convulso panorama delle Guerre d’Italia, ma si configura come l'atto di fondazione di un sistema istituzionale, sociale e culturale che avrebbe plasmato l'identità di Bologna per oltre trecentocinquant'anni. Con il definitivo allontanamento della famiglia Bentivoglio e il ritorno trionfale dell'autorità papale, Bologna cessò di essere una signoria de facto per trasformarsi nella "seconda città" dello Stato della Chiesa.

Mappa storica di Bologna con i suoi canali e mura

Questo periodo fu un laboratorio politico dove la sovranità del Pontefice Re dovette costantemente negoziare con le prerogative di un’aristocrazia cittadina fiera delle proprie radici comunali. Per comprendere la portata degli eventi del giugno 1512, è necessario analizzare il processo di erosione del potere signorile che aveva caratterizzato il XV secolo bolognese. La famiglia Bentivoglio, pur non avendo mai ottenuto un riconoscimento formale della propria sovranità come avvenuto per gli Este a Ferrara o i Gonzaga a Mantova, aveva governato Bologna attraverso un sistema di egemonia interna alle magistrature repubblicane.

Giulio II, animato da una visione della Chiesa come potenza temporale coesa e territoriale, non poteva tollerare che una delle città più ricche e strategiche del dominio pontificio fosse governata da un vicario che agiva come un principe indipendente. Nel 1506, il Pontefice condusse personalmente le proprie truppe contro Bologna, costringendo i Bentivoglio alla fuga. Tuttavia, la pacificazione fu breve: nel 1511, sostenuti dalle armi francesi di Luigi XII, i figli di Giovanni II riuscirono a rientrare in città, abbattendo i simboli del potere roveresco, inclusa la monumentale statua bronzea di Giulio II realizzata da Michelangelo.

La svolta decisiva si produsse nell'aprile del 1512. Le armate francesi, guidate dal giovane e carismatico Gaston de Foix, cercarono di forzare la mano agli alleati della Lega Santa puntando su Ravenna. Lo scontro, avvenuto l'11 aprile, fu una delle battaglie più sanguinose e moderne del secolo, caratterizzata da un uso devastante delle artiglierie, specialmente quelle del Duca di Ferrara, Alfonso I d'Este, alleato dei francesi. Senza la guida di de Foix, l'esercito francese entrò in una spirale di discordia tra i comandanti, aggravata dalla pressione delle truppe spagnole di Raimondo de Cardona e dall'avanzata degli svizzeri verso Milano. La ritirata francese divenne inevitabile, lasciando i Bentivoglio privi del loro unico sostegno militare. La data del 10 giugno 1512 segna il momento in cui i Bentivoglio abbandonarono Bologna per la seconda e ultima volta, comprendendo che la marea politica era ormai voltata a loro sfavore.

Il "Governo Misto" e le Autonomie Bolognesi (XVI-XVIII secolo)

Con la partenza di Annibale II e Hermes Bentivoglio, le autorità pontificie ripresero immediatamente il controllo delle strutture nevralgiche della città. La restaurazione portò con sé una riorganizzazione della difesa urbana. La fabbrica della Rocchetta di Porta Castiglione fu riattivata con urgenza, tanto che nel novembre dello stesso anno era già in grado di accogliere artiglierie e munizioni sotto il comando di castellani fedeli a Roma, come il fiorentino Francesco Frescobaldi.

Il sistema che si stabilizzò dopo il 1512 è noto alla storiografia come "governo misto", una diarchia istituzionale che vedeva la convivenza, spesso conflittuale ma necessaria, tra il Cardinale Legato e il Senato cittadino. Il Legato pontificio era la massima autorità civile e religiosa nel territorio di Bologna. Nominato direttamente dal Pontefice, solitamente tra i membri più influenti del Collegio Cardinalizio o tra i familiari del Papa (secondo la pratica del "grande nepotismo"), il Legato esercitava la plenitudo potestatis.

Ritratto di un Cardinale Legato del XVI secolo

Il Senato di Bologna, riformato da Giulio II nel 1506, rappresentava l'anima aristocratica della città. Composto originariamente da quaranta membri (per questo spesso chiamato il "Senato dei Quaranta"), raccoglieva le famiglie più illustri che avevano accettato la sottomissione alla Chiesa in cambio della conservazione del proprio status sociale ed economico. Bologna godeva di un'autonomia fiscale senza eguali nello Stato Pontificio. Mentre altre province erano sottoposte al controllo centralizzato di Roma, il Senato bolognese manteneva la gestione diretta dei dazi, della manutenzione idrica e del controllo del contado.

Consolidamento e Sviluppo nel XVI secolo

Dopo la fase convulsa delle guerre di successione, il XVI secolo fu per Bologna il secolo della stabilizzazione. L'evento più simbolico di questa fase fu l'incoronazione di Carlo V per mano di Papa Clemente VII, avvenuta nella Basilica di San Petronio nel 1530. Nel 1563, su impulso del Cardinale Legato Carlo Borromeo, fu inaugurato il Palazzo dell'Archiginnasio. Questo edificio monumentale non fu solo un atto di mecenatismo verso l'Università (lo Studium), ma un preciso strumento di centralizzazione e controllo. Riunendo sotto un unico tetto le diverse scuole che prima erano disperse per la città, il papato poteva monitorare più efficacemente l'insegnamento e gli studenti, garantendo che la cultura accademica rimanesse entro i confini dell'ortodossia tridentina.

Facciata del Palazzo dell'Archiginnasio a Bologna

Un'altra figura fondamentale del XVI secolo fu Gabriele Paleotti, primo arcivescovo di Bologna dal 1582. Paleotti fu un interprete rigoroso ma illuminato dei decreti del Concilio di Trento. Il suo impegno si rivolse alla riforma della vita religiosa cittadina e alla definizione di un'arte sacra che fosse pedagogica e devota.

Il XVII e XVIII secolo: Fioritura Culturale ed Innovazione

Il XVII secolo è stato spesso descritto dalla storiografia tradizionale come un periodo di declino economico, ma la ricerca più recente ha messo in luce una realtà molto più complessa e vibrante. In questo secolo, Bologna divenne una delle capitali artistiche del mondo grazie all'opera dei Carracci, di Guido Reni e di Elisabetta Sirani. L'Accademia degli Incamminati prima, e l'Accademia Clementina poi, promossero uno stile che univa il naturalismo alla grandiosità barocca, trovando nel papato e nell'aristocrazia senatoriale i committenti ideali. Nonostante la sorveglianza pontificia, Bologna mantenne una forza economica notevole basata sull'industria della seta. Il sistema dei canali urbani, meticolosamente gestito dal Senato, alimentava i mulini da seta che rendevano la città uno dei centri produttivi più avanzati d'Europa.

Il XVIII secolo rappresenta forse il vertice dell’esperienza storica di Bologna sotto il dominio papale. Il grande catalizzatore di questa trasformazione fu il generale e scienziato Luigi Ferdinando Marsili. Dopo una vita trascorsa sui campi di battaglia europei, Marsili tornò a Bologna con l'ambizione di modernizzare la cultura cittadina. L'Istituto non fu solo un centro di ricerca, ma una sfida aperta alla scolastica universitaria. Sebbene inizialmente guardato con sospetto da una parte del Senato, trovò in Benedetto XIV un patrono instancabile. Un aspetto peculiare del Settecento bolognese fu l'apertura verso le donne intellettuali. Nel 1732, Laura Bassi fu la prima donna a ottenere una cattedra universitaria in fisica sperimentale, grazie al sostegno diretto del Cardinale Lambertini.

L'Età Napoleonica e la Restaurazione Pontificia

Il 19 giugno 1796, l'ingresso delle truppe francesi guidate da Napoleone Bonaparte segnò la fine violenta del "governo misto". Sebbene una parte della borghesia accogliesse con entusiasmo le idee di Liberté, Égalité, Fraternité, gran parte della popolazione rurale e religiosa reagì con ostilità, dando vita a fenomeni di insorgenza anti-francese alimentati dalla fedeltà al trono e all'altare. Con l’invasione napoleonica, nel dicembre del 1796, la Legazione di Bologna entrò a far parte della costituenda Repubblica Cispadana, confluendo pochi mesi più tardi, il 29 giugno 1797, nella Repubblica Cisalpina.

Dopo il Congresso di Vienna e il ritorno del governo pontificio nel 1815, Bologna non fu più la stessa. Il Cardinale Ercole Consalvi, segretario di Stato di Pio VII, cercò di mediare tra il ritorno all'antico regime e la necessità di una burocrazia moderna. Tuttavia, l'abolizione definitiva del Senato senatoriale e l'introduzione di legati con poteri assoluti centralizzati a Roma ferirono profondamente l'orgoglio dell'aristocrazia bolognese, che si sentì tradita dal sovrano pontefice. La Legazione fu ricostituita nel 1816 e retta da un cardinale legato. Il nuovo assetto amministrativo prevedeva che lo Stato Pontificio fosse suddiviso in diciassette delegazioni apostoliche, con tutte le alte cariche (amministrazione, giustizia, polizia ed esercito) riservate ad ecclesiastici.

La Caduta del Potere Pontificio a Bologna (1831-1859)

Il periodo tra il 1831 e il 1859 fu segnato da una serie di crisi cicliche. I moti del 1831 videro Bologna proclamare un governo provvisorio, prontamente represso dall'intervento austriaco. Nonostante i tentativi di riforma del primo Pio IX, la distanza tra la corte romana e la Bologna liberale divenne incolmabile. Nel 1858 un estenuato governo pontificio dominava Bologna, la seconda città dello Stato pontificio; da dieci anni era in vigore lo stato d’assedio, continuavano i processi agli oppositori e molti di loro furono costretti all’esilio. Il regime si reggeva grazie al puntello delle truppe asburgiche.

La caduta del potere pontificio fu determinata da una perdita di consensi che ebbe inizio, in maniera traumatica, a partire dall’allocuzione di Pio IX del 29 aprile 1848, durante la Prima guerra d’indipendenza. Emersero allora le contraddizioni insite nel potere papale, a capo di uno Stato che doveva tutelare la libera espressione del proprio primato spirituale e che per questo motivo non poteva prender le parti di un movimento come quello nazionale. La condizione di capo della Chiesa cattolica non poteva conciliarsi con l’idea di un’Italia libera dallo straniero, specie quando quest’ultimo era il cattolicissimo impero asburgico.

Ancora fino al 1853, l’iniziativa politica nelle Legazioni rimase in mano ai democratici, specie a Bologna, almeno fino a quando il fallimento del moto milanese di quell’anno non mostrò quanto irrealistica fosse l’ipotesi di rovesciare i vecchi poteri con il metodo insurrezionale. Questo ruolo fu assunto dal Piemonte cavouriano, che nel corso del decennio stava sempre più assumendo una connotazione nazionale, moderna, riformista. L’azione di governo di Massimo D’Azeglio prima e, dal 1852, di Camillo Cavour, ebbe il merito di interpretare lo Statuto nel senso di moderare le intromissioni monarchiche e di mettere in atto la divisione tra Stato e Chiesa.

Al Congresso di Parigi, Cavour presentò anche i mali derivanti all’Italia dal malgoverno degli antichi regimi, concentrando l’attenzione sulle Legazioni grazie a un memoriale redatto da Luigi Carlo Farini e da Marco Minghetti i quali, attraverso dati ufficiali, dimostravano l’inefficienza finanziaria, il disordine amministrativo, e il caos nell’ordine pubblico che turbavano i domini settentrionali del papa. La risposta di Pio IX non si fece attendere: nel 1857 si recò in visita ai propri territori più settentrionali, viaggiando lungo la via Emilia fino a Bologna. Tuttavia, la visita si trasformò in un boomerang per il pontefice, perché i membri delle élites laiche locali fecero avere al papa una serie di lagnanze e di richieste di riforme che inficiarono completamente l’obiettivo del viaggio, dimostrando palesemente il malcontento delle popolazioni soggette.

Caricatura di Cavour o Pio IX dell'epoca

La maggior parte dei moderati delle Legazioni, fino ad allora titubanti nell’abbandonare il papa, perse ogni speranza e si rivolse al Piemonte, come già facevano i liberali più convinti. Cavour, consapevole della necessità di un potente alleato, strinse l'accordo di Plombières con Napoleone III, ponendo le basi per la Seconda guerra d’indipendenza. Per sostenere il suo piano, Cavour si appoggiò alla Società nazionale che creò comitati nelle Legazioni e cominciò a operare secondo gli scopi prefissati: raccogliere armi e volontari da spedire verso il Piemonte in vista della guerra contro l’Austria.

Nella primavera del 1859 la situazione nelle Legazioni era ormai pronta ad esplodere. A marzo alcuni studenti dell’Università bolognese furono costretti alla fuga in Piemonte per aver apertamente manifestato sentimenti patriottici. L'11 marzo 1859, a seguito dei successi sabaudi nella Seconda Guerra d'Indipendenza, le autorità papali abbandonarono definitivamente Palazzo d'Accursio. Il 12 giugno 1859 il cardinale legato di Bologna lasciava la città, abbandonandola per sempre. Il giorno dopo anche gli altri legati ne seguivano la sorte, segnando la fine del plurisecolare potere pontificio al di sopra dell’Appennino. La fuga non fu causata da nessuno di quei tumulti, moti o rivoluzioni che avevano punteggiato la storia dell’Ottocento; semplicemente il potere del papa cadeva perché era venuto a mancare il puntello su cui si era retto negli ultimi dieci anni: l’esercito austriaco. Pochi giorni prima, infatti, i francesi, spalleggiati dai piemontesi, avevano sconfitto l’esercito asburgico a Magenta. La caduta del vecchio potere avvenne così in maniera che sembrò naturale, pacificamente, anche per gli accordi presi con le truppe pontificie presenti per un loro esodo pacifico. Le Romagne conobbero una rivoluzione pacifica e ordinata, come mai era stata nella sua storia.

Organizzazione Amministrativa e Funzioni della Legazione

Il volume ripercorre la carica di legato pontificio dalla tarda età medievale. I legati sono figure che hanno guidato la storia della città dalla seconda metà del XIII secolo al XVIII secolo e dopo la Restaurazione fino all’Unità nazionale. Si distinguevano tre categorie di legati (nati, missi e a latere), le cui funzioni cambiarono notevolmente nel corso dei secoli. Di queste rimase la funzione di rendere presente per i sudditi la presenza del Papa, che a Bologna era sia guida spirituale che sovrano territoriale, dato che dal 1278 l’imperatore Rodolfo d’Asburgo aveva ceduto al Papato la sovranità politica su Bologna, Ferrara e la Romagna.

L’annessione definitiva allo Stato della Chiesa avvenne solo nel 1506. Quando il dominio pontificio si consolidò definitivamente verso la fine del Cinquecento, il ruolo dei legati divenne quello di supervisori e coordinatori dell’amministrazione periferica dello Stato. In città e nel contado spettava loro garantire la difesa militare, l’ordine pubblico, la disponibilità di alimenti, il funzionamento della giustizia, il contenimento delle epidemie, il contrasto alle emergenze causate dalle calamità naturali, il funzionamento degli uffici statali e delle amministrazioni locali, la trasmissione costante delle informazioni tra la provincia e la capitale, il mantenimento della pace sociale e della fedeltà al pontefice.

Dal 1506 fino al 1540 i territori settentrionali dello Stato Pontificio facevano parte di un'unica legazione pontificia. La provincia Romandiolae comprendeva il Bolognese e la Romagna, con capoluogo Bologna come città più grande della provincia dove era residente il cardinale legato, vertice del governo locale. Nel 1540 Paolo III nominò un legato apostolico a Ravenna scorporando la provincia Romandiolae in due tra il Bolognese e la Romagna. La legazione di Bologna divenne autonoma e assunse poi una configurazione stabile dal 1581 fino al 1796.

Con l’invasione napoleonica, nel dicembre del 1796, questa entrò a far parte della costituenda Repubblica Cispadana. La Legazione confluì pochi mesi più tardi, il 29 giugno 1797, nella Repubblica Cisalpina. Successivamente, con la Restaurazione fu ricostituita nel 1816 retta da un cardinale legato. Dopo il periodo rivoluzionario degli anni 1848-1849, la Legazione di Bologna abbracciava anche la Romagna e Ferrara e, a seguito della riforma amministrativa di Pio IX, il 22 novembre 1850 confluì nella Legazione delle Romagne o Prima legazione. Questa si concluse il 12 giugno del 1859.

La legazione apostolica di Bologna era una suddivisione amministrativa dello Stato della Chiesa. Nacque nel 1540, quando Papa Paolo III decise di nominare un Legato apostolico a Ravenna, scorporando così il territorio della Romagna dalla Provincia Romandiolæ, che comprendeva il territorio dal Panaro al fiume Foglia. Il territorio della nuova Provincia comprendeva la città e la diocesi di Bologna. Nella sua conformazione definitiva, confinava a nord con la legazione di Ferrara e il Ducato di Modena e Reggio, a ovest con il Ducato di Modena e Reggio, a est con le legazioni di Ferrara e Ravenna, a sud con il Granducato di Toscana. La sua storia terminò nel 1796 con l'invasione napoleonica. Nel 1816, in seguito al Congresso di Vienna e con la nuova suddivisione dello Stato Pontificio ordinata da Pio VII, divenne una delegazione di 1ª classe, retta da un cardinale ed ebbe pertanto titolo di Legazione.

All’arrivo delle armi francesi a Bologna nel 1796, la struttura governativa di Bologna e del territorio a lei soggetto aveva al suo vertice il cardinal Legato, rappresentante del potere pontificio, coadiuvato da un vicelegato, e il Senato, composto di 50 membri (ma cinque seggi erano vacanti) appartenenti ad altrettante famiglie nobili bolognesi. A capo del Senato era il Gonfaloniere di Giustizia, eletto dal numero dei senatori, che durava in carica un bimestre. Lo coadiuvavano otto Anziani Consoli, scelti fra i dottori legisti e la nobiltà minore abilitata a tale carica.

Per sopraintendere ai diversi affari di governo di sua competenza, il Senato si suddivideva in Assunterie, della durata di un anno. Ce n’erano otto ordinarie (di Camera, Governo, Imposta, Ornato, Munizione, Pavaglione, Zecca, Milizia) e altre, fra cui quelle di Magistrati, Confini, Sgravamento, Instituto, Arti, Tasse, Liti, Sollievo, Abbondanza, Studio. Il Senato entrava anche, con sette propri membri, nella composizione dell’importante Congregazione detta della Gabella Grossa, in origine riservata a dodici professori dell’Università, i quali, gestendo i proventi doganali sulle merci importate, pagavano con quelli i propri stipendi. Uno dei senatori, infine, veniva nominato Ambasciatore a Roma presso la Santa Sede: il privilegio formalmente più rilevante che caratterizzava Bologna come uno stato sovrano, distinto dal resto dello Stato Pontificio. C’era poi il Magistrato dei Collegi, che vigilava sugli approvvigionamenti e sul commercio dei generi alimentari, composto dai sedici Gonfalonieri del Popolo, o Tribuni della Plebe (due senatori, quattro cittadini, quattro mercanti, un dottore legista e un dottore artista o un notaio collegiato), in carica per un quadrimestre, e dai ventiquattro Massari delle Arti, in carica per un triennio.

Cariche minori, legate al governo del contado, anche se ormai più nominali che reali, erano quelle dei cosiddetti Uffici Utili. Altri organi avevano competenze specifiche in qualche particolare settore: come i Difensori dell’Avere (avevano a che fare con i dazi) e gli Ufficiali delle Acque (si occupavano della manutenzione di strade, ponti e canali del contado). Se Senato e Legato governavano nominalmente assieme (si diceva: “niente può il Legato senza il Senato, niente il Senato senza il Legato”), al solo Legato spettava l’amministrazione della giustizia e il compito di mantenere l’ordine pubblico. Per la giustizia, lo coadiuvavano giudici non bolognesi: un Uditore di Camera (competente in materia finanziaria), un Uditore Generale (per cause civili), un Uditore del Torrone (per cause penali) e il tribunale della Rota di Bologna, tribunale d’appello per le cause civili (per quelle penali bisognava ricorrere direttamente al Legato o a Roma), composto di tre giureconsulti. Questi ultimi duravano in carica cinque anni, e uno di essi a turno veniva nominato Podestà. Per l’ordine cittadino il Legato si avvaleva dei birri, capeggiati dal bargello. Aveva poi alle sue dirette dipendenze un corpo di cavalleggeri e le guardie svizzere, preposte al presidio del Palazzo pubblico.

Eredità e Revisione Storiografica

Il giudizio sul governo pontificio a Bologna ha subito profonde trasformazioni nel corso del XX secolo. Studiosi come Paolo Prodi hanno superato la visione risorgimentale del "governo dei preti" come mera epoca di oscurantismo, analizzando invece la modernità intrinseca dello Stato della Chiesa. Mario Fanti, d'altro canto, ha documentato come la Chiesa abbia profondamente plasmato il tessuto assistenziale e sociale della città. In sintesi, il dominio papale iniziato il 10 giugno 1512 non fu un'imposizione statica, ma una lunga fase di coabitazione competitiva. La città seppe mantenere una propria vitalità civile, intellettuale ed economica proprio grazie alla sua capacità di negoziare con il centro romano. L'eredità di quel periodo è visibile non solo nei portici, nelle cupole e nei palazzi, ma nella stessa struttura sociale bolognese: una miscela di pragmatismo amministrativo e passione intellettuale che ha permesso alla città di essere protagonista del Risorgimento e, successivamente, della storia dell'Italia unita.

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