La Trasfigurazione del Signore nel Messale Romano - Anno B

La Trasfigurazione del Signore è un evento centrale nella liturgia cattolica, specialmente nella Seconda Domenica di Quaresima, anno B del ciclo liturgico romano. Questo mistero rivela la gloria divina di Gesù e prefigura la sua Risurrezione, offrendo ai discepoli e a tutti i fedeli una luce di speranza e un invito all'ascolto profondo.

Il Contesto Liturgico della Quaresima

La Quaresima è un tempo propizio per fare un'esperienza di trasformazione interiore. Se la Prima Domenica di Quaresima può essere definita “delle tentazioni”, la Seconda, con il racconto della Trasfigurazione, potremmo chiamarla “dei monti”. Infatti, la tradizione identifica il monte della Trasfigurazione come il monte Tabor in Galilea, in contrasto con il monte Mòria, dove Abramo era salito per offrire Isacco suo figlio, un monte che la tradizione ha identificato con il monte del Tempio a Gerusalemme.

Oggi il Signore ci prende con sé e ci conduce su questo “alto monte” del Tabor. Non ci andiamo da turisti o escursionisti e nemmeno da pellegrini, ma da discepoli, impersonati dai tre amici intimi di Gesù: Pietro, Giacomo e Giovanni. Per poterlo fare, bisogna immedesimarsi nella loro situazione, poiché stavano attraversando un brutto momento di crisi. Sei giorni prima avevano fatto la loro professione di fede, ma Gesù li aveva sconvolti con un annuncio inaudito: non era il Messia che essi si attendevano, ma lo aspettava la sofferenza e la morte, prima di risorgere al terzo giorno. Pietro si era sentito in dovere di ammonirlo, in disparte, ma Gesù lo rimproverò duramente davanti a tutti: «Va’ dietro a me, Satana!». Poi, con un atteggiamento di grande distacco che rattristò profondamente il cuore di tutti, disse: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua!». Possiamo immaginare quanto sia stata dura e faticosa quella ascensione al monte, non tanto per la salita fisica, quanto per la pesante zavorra che si portavano nel cuore.

La Parola di Dio per la Seconda Domenica di Quaresima (Anno B)

Antifona d'Ingresso

Nel segno di una nube luminosa apparve lo Spirito Santo e si udì la voce del Padre: «Questi è il mio Figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto: ascoltatelo». (Cfr. Parola di Dio)

Prima Lettura (Gen 22,1-2.9a.10-13.15-18 - Riferita nel Commento)

Il racconto della chiamata di Abramo è uno dei punti focali della liturgia della parola di questa seconda domenica di Quaresima. Abramo parte dalla sua patria, come il Signore gli ha ordinato, con questa promessa: «farò di te un grande popolo». Questo è il frutto della fede, che diviene operosa e che trasforma la vita. In realtà la sua fede sarà messa a dura prova sul monte Moria, ma la sua fedeltà a Dio rimarrà un esempio per tutti gli uomini.

Il messaggio del racconto è chiaro: «Il primo insegnamento, il più evidente e immediato, è che il Dio d’Israele ripudia, come un crimine abominevole, il sacrificio dei bambini. È sempre stata una caratteristica degli idoli quella di pretendere sacrifici umani. Il Dio d’Israele, invece, arrestando il braccio di Abramo che stava per colpire il figlio, ha mostrato di essere il Signore che ama la vita (Sap 11,26), colui che dà a tutti la vita (At 17, 25) e non vuole la morte di alcuno (Ez 18,32)» (F. Armellini). La vicenda del sacrificio di Isacco segna la fine della religione del sacrificio e il passaggio alla fede come dono. Quella mano fermata, quel pugnale di Abramo sospeso in aria ci insegnano che il Dio vero non vuole sacrifici umani né versamento di sangue. Non è lecito uccidere nessuno in nome di Dio, o di qualunque religione, dei fondamentalismi religiosi, dei giochi di potere, del sistema, dell’economia! Isacco non sarà sacrificato, mentre Gesù, l’Innocente, sarà vittima di un complotto religioso basato su false interpretazioni riguardo al Dio vivente. La morte di Gesù ci mostra la logica dell’amore fino alla fine (Gv 13,1), la logica del dono, del seme che muore e poi rifiorisce e risorge.

Seconda Lettura (2Pt 1,16-19)

Carissimi, vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, non perché siamo andati dietro a favole artificiosamente inventate, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza. Egli infatti ricevette onore e gloria da Dio Padre, quando giunse a lui questa voce dalla maestosa gloria: «Questi è il Figlio mio, l’amato, nel quale ho posto il mio compiacimento». Questa voce noi l'abbiamo udita discendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte.

Salmo Responsoriale (Dal Sal 96)

R. Il Signore regna, il Dio di tutta la terra.
Il Signore regna: esulti la terra,
gioiscano le isole tutte.
Nubi e tenebre lo avvolgono,
giustizia e diritto sostengono il suo trono. R.
I monti fondono come cera davanti al Signore,
davanti al Signore di tutta la terra.
Annunciano i cieli la sua giustizia,
e tutti i popoli vedono la sua gloria. R.
Perché tu, Signore,
sei l’Altissimo su tutta la terra,
eccelso su tutti gli dèi. R.

Canto al Vangelo

Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo.

Vangelo (Mc 9,2-10)

Gesù si trasfigura davanti a Pietro, Giacomo e Giovanni sul Monte Tabor, con Mosè ed Elia

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elìa con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati.

Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti.

Antifona alla Comunione

Quando il Signore si manifesterà, saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è.

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Un'Esperienza di Luce e Rivelazione

Abbiamo sentito dal vangelo il racconto di cosa è successo sul monte: un'esperienza eccitante di bellezza e di luce; di incontro tra l'umano e il divino; di dialogo tra la Parola (Cristo) e la Torah (Mosè) e i Profeti (Elia); di timore sacrale nell'entrare nella nube luminosa; di ascolto della Voce che proclama: «Questi è il Figlio mio, l'amato: ascoltatelo!». Questa esperienza non è riservata a pochi eletti, ma è offerta ad ognuno di noi, in un modo più umile, ma non per questo meno vero. Senza di essa la fede sarebbe priva della gioia del vangelo e la vita cristiana diventerebbe un fardello insopportabile.

Il mistero della sua Trasfigurazione Gesù lo manifestò ai suoi discepoli sul monte Tabor. Egli aveva parlato loro del regno di Dio e della sua seconda venuta nella gloria, ma ciò forse non aveva avuto per loro una sufficiente forza di persuasione. Il suo scopo era mostrare il fulgore della sua divinità e così offrire loro un'immagine prefigurativa del regno dei cieli. Il suo volto brillò come il sole, come ricorda Matteo (17,2), e le sue vesti divennero candide come la luce. Marco insiste sullo splendore luminoso, che mette in evidenza l’identità di Gesù. La luce non viene da fuori, ma emana dal di dentro della persona di Gesù. A ragione, Luca, nel testo parallelo, sottolinea che Gesù «salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto» (Lc 9,28-29).

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La Trasfigurazione come Icona della Preghiera

La Quaresima è un tempo propizio per fare questa esperienza, a certe condizioni però! Prima di tutto, bisogna avere il coraggio di lasciare dietro la “pianura” e di affrontare la salita del monte. Poi, sostare a lungo sulla cima, in preghiera di contemplazione. Ciò ci permette di avere tutta un'altra prospettiva dell'esistenza. Infine, scenderemo a valle rinnovati per riprendere la vita con nuovo vigore, serbando nel cuore la Luce e la Parola di quell'incontro. La Trasfigurazione è un'icona della preghiera. Sorgente di questa luce è il volto di Cristo. Tutti cerchiamo quel volto, come dice il salmista: «Il tuo volto, o Signore, io cerco!» (Salmo 23). Quel volto ci rivela la nostra identità profonda, il nostro vero volto, dietro le tante maschere e trucchi.

Il cammino di trasformazione interiore è lo stesso per Gesù e per il cristiano: la preghiera, vissuta come ascolto-dialogo di fede e di umile abbandono a Dio, ha la capacità di trasformare la vita del cristiano e del missionario. Infatti, la preghiera è l’esperienza fondante della missione.

Dalla Gloria del Tabor al Mistero della Passione

Mosè ed Elia, personificazione rispettiva della legge e dei profeti, convengono presso Gesù. La loro comparsa accanto a Gesù conferma che il tempo dell’attesa e della promessa è compiuto. Al termine resta solo Gesù, perché basta solo lui come dottore della legge perfetta e definitiva, e come compimento di tutte le attese. Sulla conversazione tra Gesù e i due uomini, Mosè ed Elia, si dice che parlavano della sua sofferenza e della sua morte vicina, e probabilmente loro confortavano Gesù. La voce del Padre sembra anche un incoraggiamento in previsione della Passione. Il Padre invocato a gran clamore durante la notte di Getsemani non risponderà, perché aveva già risposto nel Tabor.

Pietro, prendendo la parola, disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Pietro vorrebbe eternizzare questo momento privilegiato della Trasfigurazione ed invita a rimanere lì. Questa proposta sembra definire o circoscrivere il ruolo primordiale dei discepoli: catturare, prolungare, oppure eternizzare quella luce così rassicurante, e fare la guardia delle tende che corrispondono in realtà alla legge, ai profeti e al vangelo, cioè a tutta la rivelazione, a tutta la Sacra Scrittura. Tuttavia, Gesù ordina loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti.

L’esperienza della Trasfigurazione è stata breve, quasi un frammento, ma è stata un'esperienza di illuminazione, di speranza e di ripresa di coraggio. È preludio alla sua risurrezione. Associando alcuni discepoli alla Trasfigurazione, Gesù vuole farci capire che anche i nostri corpi mortali sono chiamati a un destino di trasfigurazione e di vita in Dio.

Se ci fermiamo sul monte, allora la fede diventa un riparo, un comodo spazio, un rifugio separato dalla realtà dove spesso c’è chi sperimenta tanto buio. Noi dobbiamo scorgere la luce nelle tenebre dei Getsemani di ogni tempo quando anche noi, come i tre apostoli, non siamo in grado di vegliare con Gesù e con tanti poveri Cristi che soffrono e pregano. Gesù non vuole la luce abbagliante, la Chiesa trionfante, il vescovo o il prete sempre in prima fila all’ennesima presentazione di qualche libro. Lui preferisce portare luce nel mistero del dolore, nel buio della solitudine, perché Gesù ha sofferto, è rimasto solo. Bisogna invece discendere fino all’ultimo dolore, fino agli inferi, nel buio del dolore del mondo intero. Solo nel silenzio del buio, quando le nuvole della vita oscurano le chiassose e false luci artificiali che ci hanno illuso, noi possiamo ascoltare la voce del Padre che non ha mai smesso di parlare.

Cosa dice Gesù? Parla di risorgere dai morti. Non capirono; non capiamo. Non importa se non capiamo. La risurrezione di Gesù non ha nessun maestro o padrone ma solo testimoni. La risurrezione di Gesù non è una notizia da conoscere, ma un dono da accogliere, per vivere già oggi da risorti, per vedere la luce nel buio, per rinascere in ogni giorno che muore. «Chi è Gesù?» La domanda essenziale di tutto il Vangelo di Marco (Mc 1,1.11.24; 2,10-11; 8,29; 15,39) trova una risposta nella Trasfigurazione di Gesù.

La Conversione: Trasformazione Interiore e Continua

Metamorfosi o Transfigurazione?

Il mistero della Trasfigurazione è indicato da due parole, in latino e in greco. In latino si parla di transfiguratio, in greco di metamórphosis. La voce greca è originale del vangelo, ma non è troppo adatta se intesa come un cambiamento della forma, dell’aspetto, poiché se Gesù sul monte avesse cambiato la sua forma non sarebbe stato più lui, e gli apostoli non lo avrebbero riconosciuto. Essi, al contrario, sapevano bene che era Gesù, anche se trasfigurato. Il cambiamento sta nella luce: gli apostoli videro Gesù in un’altra luce, diversa da quella in cui lo vedevano ogni giorno. Ma anche questo non va preso in senso materiale; non si trattava di qualche effetto causato da riflettori, ma dipendeva da una scoperta interiore.

Possiamo allora capire perché la festa della Trasfigurazione fosse considerata dai monaci orientali come programma di conversione per ogni cristiano. Questo racconto evangelico si legge all’inizio della Quaresima perché questo è tempo di conversione, di cambiamento al bene. La vita cristiana si deve riformare per ricevere una nuova forma, ma è chiaro che la conversione esterna non sarà duratura senza un cambiamento interiore. La conversione durevole è solo quella interna.

Vedere con gli Occhi di Dio

Come avviene il cambiamento interiore? Gli antichi stoici partivano dall’esperienza rilevando che alcune cose ci rattristano, altre ci rallegrano. Essi volevano cambiare ciò che è al di fuori di noi, invece dobbiamo cambiare noi stessi. Gli autori cristiani sviluppano questa considerazione più profondamente: bisogna cambiare la valutazione delle cose. Non si tratta di un’illusione, ma di imparare a vedere le cose come sono veramente. C’è solo un modo in cui possiamo riconciliarci con esse: vederle come Dio stesso le vede. Egli durante la creazione considerò tutto come buono (cf Gen 1,4ss).

È vero che con il peccato il mondo è cambiato, che ci sono molte cose tragiche. Ma tutto resta nelle mani della provvidenza divina e, alla fine, anche le disgrazie devono condurci al bene. I Padri distinguevano tra mali fisici (terremoti, alluvioni, malattie, morte) e mali morali (peccato). Tutto questo Dio riesce a convertirlo in bene. Il male morale, invece, sembra sfuggire alla provvidenza divina, da cui segue la necessità di una continua conversione interiore. Ciò si osserva nel nostro rapporto con gli altri uomini: litigi, separazioni sono cambiamenti esterni senza una conversione interiore.

Perciò, anche in questo caso, bisogna cominciare dall’atteggiamento interiore. Per esempio, una donna che si lamentava del marito ricevette il consiglio di scrivere ogni giorno in un quaderno almeno una piccolissima cosa buona che suo marito aveva fatto. Rileggendo spesso questi appunti, avrebbe potuto cambiare la sua prospettiva. Analogamente, per le sofferenze che provengono da noi stessi, può essere utile annotare qualcosa in cui siamo riusciti, qualcosa per cui crediamo che valga la pena vivere. Scoprire il bene significa trasfigurare noi stessi e con questa trasfigurazione interna cambiare il mondo.

Il Volto Sfigurato di Cristo nei Fratelli

La Nostra Vocazione alla Gloria

Il volto trasfigurato e affascinante di Gesù è un preludio della sua realtà post-pasquale e definitiva; la stessa che è promessa anche a noi: «Quel corpo, che si trasfigura davanti agli occhi attoniti degli apostoli, è il corpo di Cristo nostro fratello, ma è anche il nostro corpo chiamato alla gloria; quella luce che lo inonda è e sarà anche la nostra parte di eredità e di splendore. Siamo chiamati a condividere tanta gloria, perché siamo ‘partecipi della natura divina’ (2Pt 1,4). La dignità di ogni persona umana - che per nessun motivo deve soffrire deturpazione - trova il suo fondamento nella vocazione alla vita e alla gloria. La vita cristiana è una esperienza di trasfigurazione continua fino alla trasfigurazione finale della risurrezione. Come dice San Paolo: «E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore» (2 Corinzi 3,18). Questa visione paolina della vita del cristiano contrasta con una concezione della fede come un peregrinare di croce in croce per arrivare in paradiso; Paolo, invece, ci dice che andiamo di trasfigurazione in trasfigurazione, di gloria in gloria, fino alla Trasfigurazione finale.

Volti di persone sofferenti e malate, simbolo del Cristo sfigurato

Riconoscere Cristo nei Sofferenti

Purtroppo, il volto di Gesù è spesso sfigurato in tanti volti umani: «Questa situazione di estrema povertà generalizzata acquista nella vita reale dei lineamenti molto concreti, nei quali dovremmo riconoscere le sembianze del Cristo sofferente, del Signore che ci interroga e ci interpella» (I Vescovi latinoamericani nel documento di Puebla, Messico, 1979, n. 31). E i vescovi presentano a continuazione una sequenza di deturpazioni: volti di bambini malati, abbandonati, sfruttati; volti di giovani disorientati e sfruttati; volti di indigeni e di afroamericani emarginati. Da tutto quanto detto, possiamo dedurre che la nostra vita ha senso solo se cammina di giorno in giorno verso quella Trasfigurazione, che avviene ascoltando il Figlio prediletto del Padre, che ci parla nel vangelo e nei nostri cuori.

Cenni Storici e Liturgici

La festa della Trasfigurazione del Signore, celebrata il 6 agosto secondo il Martirologio Romano, ha radici antiche. La sua storia può essere fatta risalire per lo meno all'epoca in cui l'imperatrice Elena volle la costruzione della Chiesa della Trasfigurazione sul Monte Tabor. In Occidente le prime testimonianze della festa risalgono alla metà del IX secolo (Napoli, paesi germanici, Spagna).

Il Messale Romano prevede, per la Messa della Trasfigurazione (anche quando cade di Domenica, come nella Seconda Domenica di Quaresima, anno B), specifiche preghiere. Per esempio, dopo il Vangelo, si recita l'antifona: «Liberati dal carcere della vita presente, rivolgiamoci sempre a lui, vera luce, splendore senza tramonto». Le preghiere eucaristiche riflettono questo mistero: «Santifica queste offerte, o Padre, per il mistero della Trasfigurazione del tuo unico Figlio, e rinnovaci nello spirito con lo splendore della sua gloria» e «Il pane del cielo che abbiamo ricevuto, o Padre, ci trasformi a immagine del Cristo, che nella Trasfigurazione rivelò agli uomini il mistero della sua gloria».

È interessante notare che dal 1976 fino al 2008 le comunità di Rito Ambrosiano hanno celebrato l'Eucaristia lungo l'anno con un Messale Ambrosiano rinnovato. Le letture della solennità della Trasfigurazione erano identiche a quelle di Rito romano già riportate, sebbene presentassero Psalmellus (Cantate Domino, benedicite nomen eius: bene annunciate die in diem salutare eius. Annunciate inter gentes gloriam eius, in omnibus populis mirabilia eius) e Halleluja (Candor est lucis æternæ, speculum sine macula et imago bonitatis illius) propri, e un'Antifona post Evangelium: In excelsis omnis creatura, omnis spiritus de terra, date gloriam Deo, quia lux nobis illuxit.

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