La commemorazione dei fedeli defunti, spesso velata di mestizia, non è per la fede cristiana un giorno triste e oscuro. Se lo fosse, non lo si celebrerebbe assieme a Cristo, che è risorto. È un dolore, ed è giusto che lo sia, perché ogni fratello o sorella che abbiamo perso è una perdita inestimabile, poiché ogni persona è unica e bella di una sua bellezza peculiare. E, se gli volevamo bene, ci manca da morire, e ci deve mancare, perché ogni persona è importante, e senza di lei o di lui niente più può essere lo stesso. Questo è un dolore da tener caro, perché è il segno dell’affetto; queste sono lacrime da far scorrere spesso, anche dopo anni.
Tuttavia, per noi che abbiamo conosciuto Cristo, questo dolore è al confine con una luce immensa, quella che dice interiormente che la vita è nelle mani di Dio e non si perde mai. Ogni espressione della volontà di Dio risponde a questa verità: ogni volta che Dio ci chiede di entrare nella sua volontà, ci sta chiedendo di abbracciare qualcosa che ci porterà alla vita eterna. La sua volontà non è un codice da rispettare altrimenti si arrabbia, ma qualcosa per avere la sua vita, per avere l’eternità.
La Morte nella Società Contemporanea: Un Tabù
Nella nostra società occidentale, la morte è la grande assente, un tabù, è uscita dalla nostra vita, sembra sconveniente già soltanto parlarne. Si usano eufemismi, frasi stereotipate per nominarla, perché ad essa non diamo più alcun significato. Non ci interroghiamo su come si muoia e come si possa fare una morte santa, perché stiamo rinunciando sempre più al privilegio (e alla fatica) di stare vicino a chi sta per spirare, agli ammalati in genere. Non stiamo accanto ai moribondi, non preghiamo con e per loro. Teniamo i bambini lontani dalle veglie funebri, dai funerali, non gli facciamo salutare il nonno che sta per morire perché "così gli resta il buon ricordo di quando stava bene".
In realtà, le esperienze di perdita possono insegnare molto. Le cose più importanti, come sottolinea don Fabio Rosini, possono essere insegnate proprio da chi si ammala e si prepara a morire. Vederlo farsi piccolo e umile prima di morire "parla" molto di più del tempo in cui era sano, forte e prepotente come è stato per tutta la vita. Per riscoprire il senso e la sacralità della morte abbiamo bisogno di Gesù Cristo, della sua Chiesa, della Parola, dei suoi Ministri.
La visione cristiana del vivere e del morire
Come Prepararsi alla Morte e non Temere il Giudizio di Dio
La domanda fondamentale per un cristiano è: come ci si può preparare a morire? Come si può fare a non temere il giudizio di Dio? Don Fabio Rosini risponde che si impara a morire morendo un po' ogni giorno, accettando di non comprendere tutto, di perdere, soffrire. E che si smette di temere il verdetto di Dio quando ci si rende conto che il giudice è uno di famiglia: nostro fratello Gesù Cristo.
La Commemorazione dei Defunti: Non Tristezza, ma Fede nella Risurrezione
Don Fabio Rosini propone una riflessione teologica sulla commemorazione dei fedeli defunti, evidenziando che non si tratta di una celebrazione triste, bensì della proclamazione della fede nella risurrezione. Egli esamina le letture liturgiche previste per la giornata, concentrandosi sul discorso di Gesù a Cafarnao sul pane della vita e sulla lettura dal Libro di Giobbe, in particolare sul passo in cui Giobbe afferma che il suo Redentore è vivo.
La speranza della risurrezione viene identificata non nell’uomo stesso o nel suo merito, ma nella volontà e onnipotenza di Dio Padre, che ha un piano di vita eterna per l’umanità.
La Morte come Soglia verso il Futuro
L’istinto ci porta a pensare ai nostri defunti come persone che ci stanno “dietro”, figure relegate alla storia e alla memoria. L’idea cristiana rovescia questa immagine: loro non sono nel nostro passato, ma “davanti a noi”, nel nostro futuro. Hanno fatto un salto più avanti. In questa visione, la morte smette di essere un muro invalicabile contro cui la vita si cancella e diventa una “soglia”. È una porta che si varca per raggiungere la meta, per arrivare a bersaglio nella nostra vita.
Questa inversione di prospettiva trasforma radicalmente l’esperienza della perdita. Invece di guardare indietro con nostalgia e dolore, siamo invitati a guardare avanti con speranza. Non abbiamo perso qualcuno lungo il cammino, ma abbiamo qualcuno che ci attende al traguardo.

La Speranza Basata su Dio, non su Noi Stessi
Se la speranza della vita eterna dovesse basarsi su noi stessi, sarebbe “piuttosto labile”. L’esperienza quotidiana ci mostra quanto siamo fragili, vulnerabili, una vita “facilmente incrinabile” che si può spezzare in un attimo. Come potremmo, da soli, produrre un atto capace di superare il limite definitivo della morte? La speranza cristiana non si fonda su di noi, ma su un Altro. La nostra fiducia non è riposta nelle nostre capacità o nei nostri meriti, ma nell’onnipotenza di Dio. È la sua forza, non la nostra, a essere la garanzia della risurrezione.
La forza di questa affermazione è assoluta. Giobbe non dice “Io sento” o “Io spero”, ma “Io so”. La sua certezza non risiede in un sentimento personale, ma in un fatto esterno e oggettivo: “Lui è vivo”.
La Volontà di Dio: un Piano di Vita Eterna
Come ci rivela Gesù nel suo discorso a Cafarnao, la volontà di Dio è una sola: dare la vita eterna. Dio non è un creatore che “comincia una sfida per perdere”. Il suo piano per l’uomo è un piano di successo, radicato nella sua stessa natura di Padre. La sua paternità non è un titolo astratto, ma la sua concreta capacità di generarci, di darci vita, di farci vivere. Non ci ha chiamati all’esistenza per vederci fallire, ma per condurci al compimento.
Questo amore onnipotente ha, paradossalmente, un “limite”: la nostra libertà. Il piano di Dio non è un’imposizione, ma una proposta. Davanti a questa offerta di vita eterna, noi possiamo dire “sì” o “no”. Senza questa possibilità di scelta, non si tratterebbe di vero amore. Comprendere questo scioglie la disperazione di fronte alla morte. Non siamo creature destinate al nulla, ma figli amati da un Padre che ci tiene nelle sue mani.
Commemorare i defunti può diventare così una festa di consolazione. Le tre verità che abbiamo esplorato - i nostri cari che ci precedono nel futuro, la nostra speranza fondata sull’onnipotenza di Dio e la sua paternità che ci genera alla vita - ci offrono una lente nuova per guardare alla fine della vita terrena. Ci invitano a sollevare lo sguardo dal dolore del presente per fissarlo sulla promessa del futuro.