Il significato di "Maria donna feriale" in Don Tonino Bello e Teresa di Lisieux

L'espressione "Maria donna feriale" è attribuita a Don Tonino Bello e racchiude una modalità innovativa di accostarsi alla figura della Madre di Gesù. Le sue meditazioni su Maria, raccolte sotto questo titolo, propongono una lettura della Vergine che ne sottolinea la quotidianità e la vicinanza all'esperienza umana comune. Questo approccio si pone in continuità con il Concilio Vaticano II, che ha inserito Maria nella costituzione dogmatica sulla Chiesa, la *Lumen Gentium*, e con documenti successivi come la *Marialis Cultus* di Paolo VI, che ha evidenziato la dimensione antropologica di Maria.

Don Tonino Bello, ritratto o immagine simbolica del suo approccio a Maria

Maria "donna feriale": una prospettiva teologica e umana

Don Tonino Bello invita a considerare la vita quotidiana come il "cantiere dove si costruisce la storia della salvezza", liberandoci dalle "nostalgie dell'epopea". Egli sottolinea che la grandezza di Maria non la rende irraggiungibile, ma ne evidenzia la sua profonda umanità. Nonostante fosse destinata a "navigazioni di alto mare", se la "costringiamo a veleggiare sotto costa", non è per sminuirla, ma per riscoprire quanto della sua esperienza possa rispecchiarsi nella nostra.

Maria, come donna feriale, ha affrontato problemi di salute, economici, relazionali e di adattamento. "Come tutte le donne, ha provato pure lei la sofferenza di non sentirsi compresa, neppure dai due amori più grandi che avesse sulla terra. E avrà temuto di deluderli." Questo la rende vicina e imitabile. Per Don Tonino, scoprire il capo a Maria e spegnere i riflettori puntati su di lei non è un atto dissacratorio, ma un modo per coglierne la vera bellezza e misurare l'onnipotenza di Dio che "dietro le ombre della sua carne ha nascosto le sorgenti della luce".

La quotidianità di Maria: sposa e madre

Don Tonino Bello descrive Maria come una donna che viveva pienamente la sua quotidianità e normalità. Era "simile alla vita della vicina di casa", beveva "l'acqua dello stesso pozzo", pestava "il grano nello stesso mortaio". Anche a lei un giorno "le dissero: «Maria, ti stai facendo i capelli bianchi»".

Maria è stata una donna feriale sia come sposa che come madre. "Come tutte le mogli, avrà avuto anche lei dei momenti di crisi nel rapporto con suo marito, del quale, taciturno com’era, non sempre avrà capito i silenzi." La sua pazienza è stata messa alla prova dalle incomprensioni. La sua "deponenza" si è coniugata con una grande pazienza nel resistere alle incomprensioni di donna, di sposa e di madre.

Maria non vive di nostalgie, non idealizza il passato per sfuggire al presente e non proietta un futuro con la bacchetta magica. Sa che Dio "lo si incontra anche nelle proprie paure «nelle pieghe prosaiche del tempo e nelle agonie lente delle ore»".

Il rapporto tra culto mariano e condizione femminile

C'è un rapporto costante tra il culto mariano e la condizione femminile. La figura di Maria è stata spesso vista come il principio stesso della riabilitazione della donna, che, grazie a lei, accede a una nuova condizione virtuosa rappresentata dalla verginità, dal martirio, dalla carità e dall'apostolato. Tuttavia, questa lettura si è limitata all'emancipazione morale, lasciando intatti i "paletti che la società borghese e la Chiesa le hanno eretto intorno, escludendola da ogni impegno pubblico, dal sapere, dalla politica". Nel XIX secolo, l'enfasi sulla maternità e la sua sublimazione eroica, con Maria come modello di "maternità verginale" che ha cancellato la colpa di Eva, ha portato a una devozione mariana intensa e a un recupero del valore della maternità.

La figura di Maria nella riflessione del Concilio Vaticano II

La mariologia ottocentesca e il "massimalismo"

Il XIX secolo è stato caratterizzato da un forte "massimalismo" nella mariologia, in polemica con la visione minimalista protestante. Si assiste a una "verbale enfatizzazione del femminile", pur mantenendo intatta la cornice androcentrico-patriarcale. L'insistenza sul sentimento e sul cuore nella percezione di Maria ha prodotto espressioni poetiche e romantiche, dove Maria è "Vergine madre regina, addirittura dea", attributi significativi dell'"eterno femminino".

Questa visione massimalista ha connotato la cosiddetta "mariologia dei privilegi", proponendo Maria nella sua grandezza inarrivabile e circondandola di un apparato straordinario mutuato dagli apocrifi, spesso con più vigore del silenzio o discrezione dei vangeli canonici. Questi aspetti, come vedremo, avrebbero disturbato Santa Teresa di Lisieux.

Santa Teresa di Lisieux e la "donna feriale"

Santa Teresa di Lisieux, pur con qualche interessante istanza, si colloca all'interno della concezione comune al suo tempo per quanto riguarda il femminile. Le sue espressioni e metafore riflettono i moduli della seconda metà dell'Ottocento. Tuttavia, Teresa presenta alcune "anomalie" singolari, come l'amore per la lettura, il desiderio di sapere, l'audacia di assumere Gesù come suo "direttore", il parlare al papa, e l'aspirazione a una religione più bella.

La sua resilienza emerge anche nel superare un repertorio retorico sentimentale e romantico, trasformando la "piccolezza" in un punto di forza, ancorandosi alla categoria evangelica dei piccoli.

schema che illustra il pensiero di Teresa di Lisieux sulla piccolezza e l'abbandono

Il sorriso della Vergine e il mantello protettivo

Non sono moltissimi i luoghi in cui Teresa parla di Maria. La narrazione più singolare è quella relativa alla sua guarigione e al "sorriso" che avrebbe ricevuto dalla Vergine nel maggio del 1883. Malata, la piccola Teresa si rivolse alla sua "Mamma Celeste", supplicandola di avere pietà di lei. All'improvviso, la Beata Vergine le apparve "bella, così bella... mai aveva visto niente simile". Il suo viso emanava una "bontà e una tenerezza ineffabili", e ciò che la colpì profondamente fu il "sorriso delizioso della Beata Vergine". In quel momento, tutti i suoi dolori svanirono, e versò "lacrime di gioia pura".

Teresa, nel giorno della sua prima comunione, compie l'atto di consacrazione a Maria, esprimendo il suo amore e la sua fiducia. In un'altra occasione, durante la visita al santuario di Santa Maria delle Vittorie a Parigi, ricevette "grazie" che la commossero profondamente, facendo di nuovo scorrere "copiose lacrime di felicità". Afferma di aver percepito che la Vergine vegliava su di lei come su sua figlia, e per questo le diede il nome di "Mamma", "perché mi sembrava ancora più tenero di quello di Madre".

Il carmelitano P. François-Marie Léthel individua nel sorriso, nel mantello e nel velo gli indici del rapporto di Teresa con Maria. Il "sorriso" è il punto di partenza, mentre "manto" e "velo" hanno una grande forza simbolica, evocando la protezione e il rifugio sotto la guida di Maria, facendosi partecipi della sua vita e della sua intimità con il figlio. Questo "nascondersi sotto il manto/velo di Maria" si intreccia con l'elemento più importante: il farsi piccola di Maria, il suo abbandonarsi alla potenza dell'Altissimo, confessando la sua "costitutiva indigenza creaturale". Teresa, pur senza gli strumenti teologici per ricondurre Maria alla spiritualità dei poveri del Signore, attinge per altra via a un analogo modello discepolare attraverso il suo affidarsi confidente alla misericordia di Dio, "ad ogni costo, testardamente, spes contra spem".

La "via comune" di Maria secondo Teresa: un modello imitabile

Papa Francesco, nell'esortazione apostolica *C'est la confiance*, ha fatto esplicito riferimento a una poesia di Teresa di Lisieux, citando la strofa relativa alla "via comune". In una riflessione del 21 agosto 1897, poco prima della sua morte, Teresa esprime il desiderio di predicare sulla Santa Vergine, sottolineando quanto poco si conosca della sua vita reale. La sua critica si rivolge a una rappresentazione di Maria "irraggiungibile", che dovrebbe invece essere mostrata come "imitabile".

Per Teresa, una predica su Maria dovrebbe toccare la sua "vita reale, e non supposizioni al riguardo", convinta che la sua vita sia stata "molto semplice". Bisogna farne risaltare le virtù, dicendo che "viveva di fede come noi" e provando ciò attraverso il Vangelo, dove si legge: "Essi non compresero ciò che diceva loro" e "I suoi congiunti erano ammirati di ciò che si diceva di lui".

Teresa riconosce Maria come "regina del cielo e della terra", ma la vede "più madre che regina". Critica la tendenza a dire che Maria "a ragione dei suoi privilegi oscura la gloria di tutti i santi", affermando il contrario: "penso piuttosto che accresce di molto la gloria dei beati". Ammette che è giusto parlare dei suoi privilegi, ma non in modo da generare un senso di distanza o scoraggiamento negli altri santi. Conclude dicendo che tutto ciò che predicherebbe di lei è contenuto nel suo canto "Perché ti amo, o Maria", che esprime un amore filiale e senza timore, al di là della considerazione dei soli privilegi.

Maria "donna accogliente"

Don Tonino Bello presenta Maria anche come "donna accogliente", che aiuta a "comprendere le irruzioni di Dio nella nostra vita". Dio non bussa per "intimarci lo sfratto", ma "per riempire di luce la nostra solitudine", non entra "per metterci le manette, ma per restituirci il gusto della vera libertà". Don Tonino invita a superare la paura del nuovo e dei cambiamenti che Dio porta, poiché "se ci guasta i progetti, non ci rovina la festa; se disturba i nostri sonni, non ci toglie la pace".

Maria donna accogliente rende capaci di "gesti ospitali verso i fratelli", anche in "tempi difficili, in cui il pericolo di essere defraudati dalla cattiveria della gente ci fa vivere tra porte blindate e sistemi di sicurezza". Invita a disperdere le diffidenze, uscire dalla "trincea degli egoismi corporativi", "sfasciare le cinture delle leghe", "allentare le nostre ermetiche chiusure nei confronti di chi è diverso da noi" e "abbattere le nostre frontiere: le frontiere culturali, prima di quelle geografiche". Se siamo "costretti ad accogliere gli stranieri nel corpo della nostra terra, aiutaci perché possiamo accoglierli anche nel cuore della nostra civiltà".

Infine, Don Tonino Bello invoca Maria come "ostensorio del corpo di Gesù deposto dalla croce", chiedendole di accoglierci sulle sue ginocchia nella morte, donando alla nostra dipartita "la quiete fiduciosa di chi poggia il capo sulla spalla della madre e si addormenta sereno".

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