Le Origini del Santuario: San Guglielmo da Vercelli
Il Santuario di Montevergine, situato nella frazione omonima di Mercogliano, in provincia di Avellino, è un luogo di profonda spiritualità le cui origini sono legate a doppio filo alla storia del monaco eremita Guglielmo da Vercelli, vissuto a cavallo tra l'XI e il XII secolo. Guglielmo, dopo essere rientrato da Santiago de Compostela, decise di intraprendere un pellegrinaggio fino a Gerusalemme. Lungo il cammino, a Ginosa, incontrò Giovanni da Matera, che gli consigliò di divulgare il verbo del Signore ad Occidente. All'inizio, Guglielmo rifiutò il consiglio, proseguendo il suo viaggio fino a che non fu aggredito e picchiato da briganti.
Giunto in Irpinia, Guglielmo sentì che la volontà di Dio era quella di farlo risiedere su un monte, oggi conosciuto come Partenio, ad una altitudine di oltre mille metri. Qui si ritirò per condurre una vita da eremita. La sua fama crebbe rapidamente, tanto che molti uomini si recarono sul monte per unirsi al Santo in preghiera e meditazione. Affascinati dalla sua fede, diversi uomini, tra sacerdoti e laici, decisero di vivere con lui e creare un cenobio, costruendo la prima chiesa nel 1123. La fondazione dell'Abbazia di Montevergine, ad opera di San Guglielmo da Vercelli, avvenne nel 1124, e quest'anno celebra il suo nono centenario.
Nell’ambito del cristianesimo medioevale, Guglielmo da Vercelli rappresentò un anello di congiunzione fra le esperienze dei monaci che guidarono la riforma dell’ordine benedettino dagli eremi di Camaldoli, Vallombrosa e Chiaravalle, e il ritorno ad una religiosità più viva e spontanea, semplice e popolare, meglio adatta a interpretare il modello evangelico. Per questo motivo, Guglielmo è stato spesso affiancato alla figura di San Francesco, sebbene il "poverello" di Assisi nascerà soltanto quarant’anni dopo la morte del fondatore di Montevergine.
La storia del Santuario e della sua comunità monastica non è stata priva di difficoltà: nel 1611 la foresteria fu danneggiata da un incendio e nel 1629 la navata centrale della Chiesa crollò. Dal 1807 al 1861, le leggi che imponevano la secolarizzazione del Clero e l’abolizione di ogni ordine ecclesiastico causarono un’altra profonda crisi e misero in serio pericolo la sopravvivenza della congregazione.

Tesori Artistici e Devozionali del Santuario
Il Santuario di Montevergine custodisce un patrimonio artistico e spirituale di grande valore. Nella navata destra, dalla chiusura della quale fu ricavata la Cappella della Madonna edificata da Filippo di Taranto nel XIII secolo, si conserva l’immagine sacra della Vergine. Ella risalta in tutta la sua magnificenza: è una bellissima pittura, su due tavoloni di pino, della fine del sec. XIII, ed è considerata una delle più belle immagini di Madonne italiche. L’opera è comunemente attribuita a Montano d’Arezzo, pittore della corte angioina. Ai suoi lati s’innalzano due colonne in marmo, collocate su di un altare in commesso napoletano del 1628, con al centro una replica della Madonna.
Sulla parete destra del presbiterio si trova la tela di Vincenzo Volpe "L’Apparizione del Salvatore a San Guglielmo" e, posti nella parte superiore, quattro raffigurazioni di San Bernardo di Chiaravalle, San Ildefonso di Toledo, San Pier Damiani e San Anselmo da Aosta. Sotto la volta della navata, raffiguranti l’Assunta, l’Immacolata e Maria bambina, vi sono tre affreschi, sempre del Volpe, e sul coro la splendida tela raffigurante la Natività del Signore.
Sulla parete di destra, maestoso e solenne, si erge il Monumento funebre a Ludovico D’Angiò Re di Napoli e a sua madre Caterina II di Valois e alla sorella la principessa Maria. Una nicchia in marmo, inoltre, conserva le spoglie mortali dell’abate Guglielmo De Cesare.

La Visita di Papa Francesco alla Comunità Monastica
In occasione del nono centenario di fondazione ad opera di San Guglielmo da Vercelli, la Comunità Monastica dell’Abbazia di Montevergine è stata ricevuta in Udienza dal Santo Padre Francesco nel Palazzo Apostolico Vaticano. Il Papa ha accolto il Padre Abate, i monaci e i collaboratori, rivolgendo loro parole di profonda riflessione sulla vocazione monastica e sul ruolo del Santuario.
Il Discorso del Santo Padre: Farsi "Dono per Dio"
Nel suo discorso, Papa Francesco ha sottolineato che all’origine della storia del Santuario non ci sono miracoli o eventi straordinari, ma la sollecitudine di un Pastore, il Vescovo di Avellino, che volle costruire, in quel luogo elevato, una chiesa e raccogliervi un piccolo numero di persone al servizio di Dio, per farne un centro di preghiera, di evangelizzazione e di carità.
Il Pontefice ha esortato i monaci a "farsi 'dono per Dio'". Questo, ha spiegato, è il senso della vocazione monastica, che mette alla radice di ogni azione l’“opus Dei”, e cioè la preghiera, a cui San Benedetto raccomanda di non anteporre nulla (cfr Regola 43,3). Farsi "dono per Dio" vuol dire anche pregare per avere "quegli occhi grandi e buoni" della Madonna.
Il Santuario come "Vedetta" e Custode
Il Santuario della Madonna di Montevergine, posto in alto "come una vedetta", è visibile da tutta l’Irpinia, e i fedeli vi accorrono, spesso a piedi, per trovarvi consolazione e speranza, per ricevere durante il pellegrinaggio nuova forza, come ancora oggi ricordano molti canti tradizionali, anche dialettali, che accompagnano i pellegrinaggi. Ad accoglierli c’è la bellissima icona della Madre di Dio, con i suoi grandi occhi a mandorla, pronti a raccogliere lacrime e preghiere, che mostra a tutti, sulle sue ginocchia, il Bambino Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo. È il suo esempio quello da seguire.
Il Papa ha ricordato una "grazia" ricevuta dalla comunità di Montevergine: durante la Seconda Guerra Mondiale, la comunità ebbe la fortuna di accogliere la Sacra Sindone, portata in segreto presso il Santuario, perché vi fosse custodita e venerata, al sicuro dal rischio dei bombardamenti. Papa Francesco ha definito questa esperienza "un’immagine bellissima della vostra vocazione primaria: custodire l’immagine di Cristo in voi, per poterla mostrare ai fratelli."

Essere "Dono di Dio" per l'Accoglienza Fraterna
Proseguendo nel suo discorso, il Papa ha invitato i monaci anche ad "essere dono di Dio", cioè donarsi "con generosità a chi sale al Santuario", perché, accostandosi ai Sacramenti dell’Eucaristia e della Riconciliazione, si senta, nell’attenzione e nella preghiera, accolto e portato sotto il manto della Madre di Dio.
I monaci, ha sottolineato Francesco, sono "fisicamente lontani dal mondo, ma spiritualmente vicinissimi ai suoi problemi e alle sue angosce, custodi nel silenzio della comunione con il Signore, e al tempo stesso suoi ospiti generosi nell’accoglienza degli altri" (cfr Regola 53,1). Questo può renderli, per chi li incontra, un segno vivente ed eloquente della presenza di Dio, senza mai "cedere alla tentazione di conformarvi alla mentalità e agli stili del mondo". Il Santo Padre ha concluso il suo intervento ringraziando i monaci, benedicendoli di cuore e chiedendo loro di pregare per lui.
Il Santuario Abbazia di Montevergine (AV)
La Devozione a "Mamma Schiavona" e le Tradizioni
A Montevergine, i fedeli e la comunità hanno la fortuna di essere ospiti nella Casa di Maria, di vivere sotto il suo sguardo misericordioso, custoditi da "Mamma Schiavona", come affettuosamente è chiamata la Madonna di Montevergine. Questo dono, come ha esortato Papa Francesco, va coltivato per poterlo condividere con tutti. Il santuario mariano, tra i più antichi della Campania, consente un’esperienza devozionale profonda, permettendo ai pellegrini di allontanarsi dalla vita quotidiana, affiancando al ritiro spirituale la possibilità di immergersi nel verde e nell’arte. È un santuario antico che non smette di stupire chi lo visita.
La Festa della Candelora e la sua Storia Simbolica
Tra le varie feste dedicate a "Mamma Schiavona" c’è quella della Candelora, celebrata il 2 febbraio, che racchiude una storia di segregazione e di intercessione divina. Si narra che nel 1200, una coppia di amanti omosessuali venne scoperta e immediatamente incatenata ad un albero sul monte, una punizione disumana aggravata dal rigore dell'inverno, con lastre di ghiaccio che spuntavano dall'albero-prigione. Tuttavia, un raggio di sole, interpretato come intercessione della Vergine, sciolse quelle lastre e permise alla coppia di liberarsi da una terribile fine. Questa storia, pur narrando un episodio di omofobia, simboleggia anche la speranza e la misericordia di "Mamma Schiavona" verso tutti.

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