Giuditta Tavani Arquati: Il Sacrificio di una Patriota nella Roma Papalina

La storia dell'Unità d'Italia è costellata di episodi di coraggio e sacrificio, spesso compiuti da figure che hanno lottato contro il potere temporale della Chiesa per vedere Roma Capitale. Tra queste spicca la figura di Giuditta Tavani Arquati, una patriota romana trucidata dalla polizia pontificia nel 1867, un evento che anticipò di pochi anni la Breccia di Porta Pia e la definitiva annessione di Roma al Regno d'Italia.

Ritratto di Giuditta Tavani Arquati

Contesto Storico: Roma nel 1867

Il 3 febbraio di 150 anni fa (riferito al 2017) la Città Eterna era proclamata Capitale del Regno d’Italia. Il viaggio per raggiungere l’unità nazionale passò per mille vicende, ma soprattutto si poté definire compiuto solo dopo la caduta dello Stato della Chiesa e l’arrivo dei garibaldini con la Breccia di Porta Pia, episodio del Risorgimento che sancì l’annessione della Città Eterna al Regno d’Italia. L’anno successivo la capitale d’Italia fu trasferita da Firenze a Roma.

Liberare Roma da un oppressore non è mai stata una cosa semplice. All’epoca dei fatti, impensabile, perché il Papa, che al tempo assommava in sé anche il potere temporale ed era Re dello Stato della Chiesa, non mollava botta, anzi, lungi dall’essere magnanimamente pio, come il nome gli imponeva, alimentò le ghigliottine del Sant’Uffizio col sangue dei patrioti che anelavano alla libertà. Era il tempo dei carbonari Targhini e Montanari (decapitati a Piazza del Popolo), dei rivoluzionari Monti e Tognetti (anche loro ghigliottinati), dei continui attentati alle caserme degli zuavi papalini. Fino ad allora Roma era stata tenuta col pugno di ferro e vigeva il coprifuoco.

La Campagna dell'Agro Romano e l'eccidio di Villa Glori

Nell’estate 1867, Garibaldi promuove la Campagna dell’Agro Romano per la liberazione di Roma, per abbattere il potere temporale della Chiesa e liberare Roma dal governo papalino. Il 22 ottobre 1867 inizia il tentativo di insurrezione contro il governo papalino. Nella notte, i muratori Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti fanno saltare, con due barili di polvere, parte della Caserma Serristori, nel rione Borgo, vicino al Vaticano, causando la morte di 25 Zuavi pontifici, componenti della Banda musicale, e di due civili. L’attentato aveva lo scopo, insieme con altre azioni armate (che però non furono eseguite), di provocare l’insurrezione popolare a sostegno dell’azione militare intrapresa da Garibaldi.

Il piano per l’insurrezione prevedeva l’occupazione del Campidoglio, di Castel Sant’Angelo, di Porta San Paolo, della caserma di Piazza Colonna e delle carceri di San Michele, a Porta Portese, per liberare i detenuti politici, ed anche l’occupazione di varie Chiese cittadine per suonare a stormo le campane, segnale convenuto per far entrare in città i Volontari garibaldini. Però la sollevazione popolare fallì, anche perché fu scoperto a Villa Mattei (Villa Celimontana), sicuramente in seguito ad una “spiata”, un deposito di armi.

Intanto, il 20 ottobre 1867, una spedizione di 76 patrioti, guidata dai fratelli Enrico e Giovanni Cairoli, partì da Terni e giunse via terra a Passo Corese. Da qui, il 22 ottobre, discesero con un barcone e alcune barche il Tevere e sbarcarono in prossimità della confluenza con il fiume Aniene, in prossimità della collina di Villa Glori. Essi dovevano appoggiare l’insurrezione a Roma in attesa dell’arrivo dei Volontari di Garibaldi. Nel pomeriggio del 23 ottobre, i patrioti furono scoperti da un reparto di circa 300 “carabinieri esteri” (svizzeri) dell’esercito pontificio.

Ne nacque un conflitto a fuoco, che durò circa un’ora, nel corso del quale i patrioti contrattaccarono anche alla baionetta. Enrico Cairoli fu ferito gravemente e morì, adagiato sotto una pianta di mandorlo, tra le braccia del fratello Giovanni, anch'egli ferito. Al tramonto, i soldati papalini si ritirarono. Lo scontro di Villa Glori, che vide la morte eroica di Enrico Cairoli, fu il prodromo di quanto sarebbe accaduto poco dopo.

Il RISORGIMENTO - raccontato da Alessandro Barbero [2021]

La Figura di Giuditta Tavani Arquati

In questo quadro di fervore rivoluzionario e repressione si inserisce la figura di Giuditta Tavani Arquati. Nata a Roma il 30 aprile 1830 nell’ospedale Fatebenefratelli, sull’isola Tiberina, e battezzata lo stesso giorno nella chiesa ospedaliera di San Bartolomeo all’Isola. Il padre, Giustino Tavani, era un commerciante di stoffe e patriota della prima Repubblica Romana del 1798-1799, già incarcerato e ramingo a Venezia per diversi anni, tornato a Roma. La madre era Adelaide Mambor, anch’essa di famiglia patriottica.

La sua fu un’infanzia all’insegna di principi laici e repubblicani, coerentemente con l’ambiente trasteverino in cui crebbe, ma in contrasto con il clima reazionario e papalino della città. A soli quattordici anni si sposò, nel luglio 1844, nella parrocchia di San Crisogono, a Trastevere, con Francesco Arquati, di professione lanaro e dirigente di una filanda a Subiaco, che aveva 35 anni. Entrambi parteciparono alla difesa della Repubblica Romana del 1849 dalle armi francesi, e dopo la rotta seguirono Garibaldi alla volta di Venezia, ai primi di luglio. Successivamente, andarono nelle Romagne, dove continuarono a cospirare contro Papa Pio IX. Si trasferirono poi a Subiaco e nel 1865 rientrarono a Roma con i quattro figli più piccoli. Francesco assunse la direzione del lanificio di Giulio Ajani, alla Lungaretta, un ricco imprenditore e un’altra figura di spicco del Risorgimento romano. La loro era una famiglia di borghesi rivoluzionari e agiati, che abitavano un palazzo in Piazza Santa Rufina, poco distante dal lanificio.

Mappa storica di Trastevere con indicazione di Via della Lungaretta

L'Eccidio del Lanificio Ajani

Nel mese di ottobre 1867, arrivarono a Roma patrioti da ogni parte e furono accolti nel lanificio Ajani e nella casa di Giuditta in Piazza di Santa Rufina, trasformata in una fabbrica di bombe e deposito di armi. Il giorno della rivolta non era stato fissato e mentre fervevano i preparativi per la sollevazione popolare, il governo pontificio era informato delle trame degli insorgenti, probabilmente a causa di “spiate”.

Verso le 12 e mezzo del 25 ottobre 1867, mentre Giuditta e le altre donne dei rivoltosi stavano preparando il pranzo per gli insorti, un nutrito reparto di Zuavi pontifici e alcuni poliziotti sopraggiunsero da Via del Moro, probabilmente in seguito ad una “spiata”, per fare una perquisizione nel lanificio. Alcuni gendarmi andarono anche nella vicina casa della famiglia Arquati, in Piazza S. Antonio Arquati, il figlio dodicenne di Giuditta, che era di guardia sull’altana del lanificio, vedendo arrivare i soldati pontifici, lanciò contro di loro una bomba a mano, che però non sortì un grande effetto. Sentito lo scoppio, alcuni patrioti si affacciarono alle finestre dell’edificio e spararono sui soldati papalini, che risposero al fuoco.

Rapidamente nacque un duro scontro a fuoco. I papalini fecero fuoco dal campanile della chiesa delle sante Rufina e Seconda e dai padiglioni dell’ospedale di San Gallicano, mentre gli assediati si difesero asserragliati nel lanificio. Dopo un paio d’ore di colpi reciproci, sopraggiunsero rinforzi e l’artiglieria, che permise di sfondare il portone del lanificio. I papalini assalirono i presenti all’arma bianca. Chi non riuscì a fuggire dai tetti morì sotto i colpi delle baionettate. Giuditta, che era all’ingresso dell’edificio, fu ferita più volte, ma riuscì a salire al piano superiore, dove si trovavano il marito Francesco e il figlio Antonio, che furono uccisi davanti a lei. Alcuni patrioti riuscirono a fuggire attraverso i tetti, mentre una ventina furono catturati. Nello scontro rimasero uccisi 12 patrioti ed altri due, feriti, morirono nei giorni seguenti. I soldati pontifici ebbero tre caduti e alcuni feriti.

Giuditta, incinta del quinto figlio e con un figlio in braccio, si pose tra i congiurati in fuga e gli zuavi che non ebbero alcuna pietà: la assassinarono (figlio in braccio compreso) e infierirono su di lei con le baionette. Alcune testimonianze non ufficiali dell’epoca riportano che i patrioti presi prigionieri avessero gridato agli zuavi “Fermi! Il regista Magni fece dire a Manfredi nei panni di Monsignor Colombo da Priverno, nel film “In nome del Papa Re” descrivendo l’assassinio della donna: “Ma come… l’hanno scannata come ‘na capra, j’hanno infierito a baionettate sul cadavere, oh!”

Il Giornale di Roma del 26 ottobre 1867 riportò la notizia: “In Roma è accaduto ieri quanto segue: saputosi dalla polizia che nella casa e lanificio di un tal Giulio Aiani, situata alla Lungaretta n. 92, trovavasi un forte deposito di armi, vi fu, verso l’una pomeridiana, inviato un distaccamento di Gendarmi e di Zuavi per eseguire il sequestro. Giuntavi la forza trovò che in quel momento cominciavasi in detto luogo la distribuzione delle armi in una numerosa riunione di garibaldini. Questi, così sorpresi, opposero la più viva resistenza tirando dalle finestre fucilate e lanciando bombe così dette all’Orsini. Malgrado ciò, dopo oltre un’ora di fuoco, la truppa prese d’assalto la casa e riuscì a vincerli del tutto. I garibaldini ebbero 16 morti, restando gli altri in numero di 39, fra i quali 5 feriti, in mano alla forza. Essi sono quasi tutti forestieri. Nella casa si trovò un gran deposito delle suddette bombe, di fucili, di revolvers, di lance e altre armi e munizioni. Dei nostri soldati non si sono avuti prodigiosamente che un sergente e due zuavi ferito”.

L’Osservatore Romano del 26 ottobre 1867 così scrisse: “(…) gendarmi e zuavi, penetrati entro il locale alla baionetta ricominciarono per le scale un vero combattimento che terminò con la morte di quindici di quei malfattori e con l’arresto dei rimanenti in numero di trentuno che si erano rifugiati in una camera sotto i tetti”. Fra “quei malfattori” c’erano Giuditta Tavani Arquati di anni 37, il marito Francesco Arquati di anni 56, il figlio Antonio di anni 14.

Illustrazione storica dell'assalto al Lanificio Ajani

Memoria e Riconoscimenti

La storia di Giuditta è stata raccontata da storici militanti come Felice Cavallotti, Mario Paganetti e Paolo Mencacci, dai discendenti dell’eroina (Pietro Parboni Arquati) e da scrittori, l’ultimo dei quali è stato Claudio Fracassi, nel suo lavoro “La ribelle e il Papa Re”.

La targa sul portone del lanificio in via della Lungaretta 97 fu posta dalla Società Operaia Romana nel decennale della strage, alla quale si affiancò una Associazione democratica col nome dell’Arquati, sciolta in seguito. Nel 1925, l’allora governo, in omaggio ai Patti Lateranensi, la fece ricoprire con la calce, come ogni lapide dei patrioti risorgimentali. Ma lo scalpellino Spartaco Buffacchi, ultimo presidente della disciolta associazione, andò nottetempo finché non la ripulì. Il busto, scolpito da Achille Della Bitta, fu inaugurato il 26 ottobre 1879. Il velo che lo copriva prima dell’inaugurazione fu fatto cadere dal cittadino Napoleone Barboni, asfaltista, che, nell’occasione, presentò i figli di Giuditta Tavani Arquati ai cittadini presenti.

Giuditta Tavani Arquati è stata un’eroina che ha dato la sua vita per l’Unità d’Italia. Roma le ha dedicato una targa sul luogo della strage e una piazza. La salma di Giuditta riposa nel Mausoleo Ossario Garibaldino sul Gianicolo nella località detta Colle del Pino, e con lei gli eroi garibaldini. Nel quadriportico, quattro bracieri sui cui piedistalli in travertino sono ricordate le battaglie più significative per la liberazione di Roma. Se in un giro turistico a Roma si passa da quelle parti, si può lasciare un fiore sulla sua tomba. Si è portati a pensare che furono solo gli uomini a combattere per l’unità d’Italia, ma non dobbiamo dimenticare le donne. Giuditta ne fu un esempio.

Monumento o targa commemorativa di Giuditta Tavani Arquati a Roma

L'eredità di Giuditta Tavani Arquati

Giuditta, una donna volitiva, forte, una brava manager, come riporta il Tribuno rievocandone la figura: “Una fanciulletta, appena bilustre, è già alla direzione di ben duecento telai; corre dappertutto, di tutto parla, ed è la delizia dei lavoranti; le donne la rispettano e le obbediscono”. Una eroina del Risorgimento italiano, romano e trasteverino le cui idee e azioni di libertà, di amore per la Patria si concretizzarono con il sacrificio della propria vita e dei suoi familiari. L’ultima patriota nella Roma del Papa Re.

Il concetto di Unità d’Italia dovrebbe rivolgere il nostro pensiero a coloro che hanno dato la vita per un futuro diverso, onesto e incorrotto onorando, così, il loro sacrificio. “A egregie cose il forte animo accendono L’urne de’ forti, o Pindemonte..” Scrisse Foscolo nel poema “I sepolcri”: il sacrificio di tanti patrioti è stata solo una illusione? La memoria di Giuditta Tavani Arquati ci ricorda che la libertà ha un costo, e che il contributo delle donne in queste lotte è stato fondamentale, seppur spesso dimenticato. Il Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina ospita conferenze e iniziative per ricordare questo avvenimento e la coraggiosa figura di patriota.

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