Il Cilento, una terra ricca di storia, cultura e spiritualità, è profondamente legato alla figura della Vergine Maria. La devozione per la Madonna è qui così radicata che un benvenuto in questa regione recita "Benvenuti nel Cilento, Terra di Maria". Il territorio è costellato da numerosi santuari mariani, noti collettivamente come le "Sette Sorelle" o "Le Sette Madonne del Cilento". Questo culto è molto antico, con origini che affondano in tempi pre-cristiani, dove il numero sette assumeva già un valore magico e simbolico, rappresentando la pienezza e la protezione. I santuari mariani narrano straordinarie pagine di storia religiosa, civile e di costume, che hanno ritmato l'evolversi dei secoli nel Cilento.
Il Santuario del Sacro Monte di Novi Velia: La Madonna del Gelbison
Tra i sette santuari mariani, quello del Monte Gelbison, o Sacro Monte, a Novi Velia, è indubbiamente il più venerato e visitato. È l'unico che rimane aperto per un periodo prolungato durante l'anno, generalmente dall'ultima domenica di maggio alla prima di ottobre, mentre agli altri si accede solo il giorno della festa o durante i nove giorni che la precedono (novena).

Una Storia Millenaria tra Fede e Leggenda
La storia del santuario è lunga e complessa, fatta di alti e bassi, per larghi tratti sconosciuta. L’unico elemento di continuità è la devozione secolare dei fedeli che ha attraversato tempi e temperie culturali non sempre favorevoli, giungendo intatta, o quasi, fino a noi. L'attività di tutti i rettori, precedenti e successivi, era volta a migliorare le condizioni di fruizione del santuario, da secoli meta di pellegrinaggi diocesani ed extradiocesani, e oggetto di una ricca stratificazione culturale, religiosa, di tradizioni orali e materiali formatesi lungo un arco temporale millenario.
La prima notizia storica sicura risale al 1323, quando Tommaso Marzano, barone di Novi, acquistò dal vescovo di Capaccio, Filippo Santomagno, il santuario per donarlo ai Celestini, monaci che aveva chiamato a Novi già all’inizio del secolo offrendo loro come convento una parte del suo palazzo. La notizia ci è fornita da padre Bernardo Conti nel suo "Istoria e miracoli della Beata Vergine del Sacro Monte del Vallo di Novi…", un libro di inizi Settecento in cui l’autore, anche lui celestino, fa la storia, infarcita di leggenda, del santuario. Non è leggenda però l’acquisizione quell’anno da parte dell’ordine fondato da Celestino V del luogo di culto mariano posto sulla cima di quello che era già chiamato “Sacro Monte”.
Dunque, non c’è una data precisa ma una collocazione storico-temporale che lo fa risalire certamente a prima del Mille e, probabilmente, al X secolo, quando l’afflusso di quei monaci si fece più rilevante. A ciò vanno aggiunte le caratteristiche del simulacro della Madonna: in legno, dal viso scuro, rappresentata seduta col bambino sul braccio sinistro, con i tratti somatici alla greca. Insomma, esso risponde alla più tipica iconografia bizantina (anche se la statua attuale non è quella risalente ai secoli altomedievali, ma un rifacimento successivo sottoposto a vari interventi di restauro). Inoltre, la presenza sul santuario del culto di S. Bartolomeo accanto a quello della Vergine, con un’antica cappella oggi ricostruita, è un altro indizio che porta a quei monaci. Si tratta, infatti, non dell’Apostolo, ma di S. Bartolomeo di Rossano, amico e discepolo di S. Nilo, come lui proveniente dalla Calabria e morto a Grottaferrata (nel 1055). Presenza che parla di una quasi sicura permanenza di eremiti orientali, poi forse di un vero cenobio i cui monaci avrebbero aggiunto all’Odigitria il culto di un loro confratello ritenuto santo.
Ce n’è abbastanza per ritenere fondata la tesi che l’ambito in cui nasce il santuario di Novi sia quello bizantino, dei monaci italo-greci spesso chiamati anche basiliani. D’altronde, già i Saraceni, che razziavano il territorio tra IX e X secolo, chiamavano quel monte col nome Gelbison, che significherebbe “monte dell’idolo” (gebil el son). Termine che indicherebbe la presenza già allora sulla cima del monte di un luogo sacro (l’idolo per quei musulmani, ostili alla rappresentazione della divinità per immagini, era l’icona lignea della Madonna). Non sappiamo come e quando il santuario sia passato nelle mani dei vescovi, ma fu probabilmente l’arrivo dei Normanni nella seconda metà dell’XI secolo a mettere in fuga gli italo-greci o a renderne difficile la continuazione dell’attività. Difficoltà che si registrano in tutta la regione, piena dei loro cenobi non più tollerati da una chiesa cattolica che, soprattutto dopo lo scisma del 1054, intendeva latinizzare nei culti, nei riti e nell’obbedienza l’intera diocesi. Il periodo bizantino e quello dei vescovi ci sono quasi del tutto sconosciuti e ci costringono a ragionare per ipotesi.

La Leggenda del Ritrovamento Miracoloso
Secondo la tradizione popolare, invece, le origini del santuario risalgono a un ritrovamento miracoloso. “Si racconta che alcuni pastori di Novi, mentre erano intenti a costruire un’edicola sul pianoro di S. Croce del monte … fossero costretti a rifare di giorno quel che di notte veniva disfatto. Non riuscendo a rendersi conto del perché della cosa si convinsero che l’unico modo per scoprire il vero colpevole fosse quello di appostarsi colà per sorprendere l’autore del danno. Portarono così, per cibarsene, un agnello che fuggì verso la cima del monte perdendosi nella notte. Solo verso l’alba, richiamati dai suoi belati, lo sorpresero immobile davanti a una grotta chiusa da un rozzo muro di pietre. Penetrativi scorsero stupiti un simulacro della Vergine. In seguito, in quel luogo il vescovo decise di costruire una cappella, quella originaria non più esistente. Il racconto ripropone il topos del rinvenimento miracoloso dell’immagine interpretato come volontà divina. Arrivati per catturare l’agnello, i pastori videro rappresentata sulla grotta l’immagine della Madonna. Attoniti, i pastori corsero a raccontare l’accaduto al vescovo, che si recò sul posto per controllare di persona. Al momento della benedizione la grotta, una voce dall’alto gridò: “Questo luogo è santo ed è stato consacrato dagli Angeli”.
La Madonna "Schiavona" e l'Iconografia Bizantina
Delle sette Madonne del Cilento, una è indicata come “brutta”, perché è raffigurata con la pelle scura ed è detta “schiavóna”, cioè forestiera, ma che risulta poi essere la più bella e la più amata di tutte. Per il Cilento è quella del Sacro Monte. Essa è di origine basiliana e la Madonna che vi si venera è l’Odighitria (=che guida il cammino), cioè colei che guidò i monaci italo-greci; il suo archetipo lo si può individuare nel versetto della Bibbia che dice di lei “scura sei, ma bella”. Suggestiva è anche la tradizione che narra di S. Luca che dipinse il vero volto della Madonna di colore scuro. Questo simulacro, dal viso scuro e con tratti somatici alla greca, con il Bambino sul braccio sinistro, risponde alla più tipica iconografia bizantina, sebbene la statua attuale sia un rifacimento successivo sottoposto a vari interventi di restauro.
L'Evoluzione Storica e i Rettori
Meno oscura è la lunga fase celestiniana, soprattutto grazie ai cronisti e agli storici dell’Ordine. Padre Bernardo Conti ne parla agli inizi del Settecento, ma quasi un secolo prima vi si era soffermato anche l’abate Telera, Generale dell’Ordine, nel suo "Historie sagre degli huomini illustri per santità della Congregatione de Celestini…", scrivendo tra gli altri di p. Donato Pinto, rettore del santuario dal 1600 al 1626, per celebrarne la vita santa che attrasse molti verso quel Monte, rendendolo - scrive - una delle “maggiori divotioni che hauesse il Regno di Napoli”. A lui si devono le prime costruzioni di cui si ha più chiara notizia e che ampliarono e svilupparono le poche fabbriche già realizzate dai predecessori. Secondo il can. Maiese fu lui a far erigere la cappella di S. Bartolomeo, “quella di S. Michele Arcangelo che sorgeva sull’Orto dei Preti, e quella di S. Vito e di Santa Croce che erano lungo la strada che da Novi mena al Santuario”. Don Luca Petraglia scrive che solo a partire dal Cinquecento i Celestini cominciarono a costruire “in orizzonti aperti”, in precedenza si erano adattati a sistemare le preesistenti grotte che risalivano agli scopritori o realizzatori dell’immagine sacra.
Fino al 1860 si susseguono quattro rettori nominati dagli ordinari diocesani. Il primo è il parroco di Buonabitacolo, don Gennaro Caiafa, chiamato da mons. Speranza; a lui seguono il can. Nicola De Lisa, e i sacerdoti Baldassare Marino e Giovanni De Augustinis. Il ventennio seguente è, forse, quello più difficile nella storia recente del luogo sacro. Infatti, il comune di Novi, approfittando anche dell’assenza dalla diocesi di mons. Siciliani, rifugiatosi a Portici per le vicende che portano alla nascita del Regno d’Italia e alla fine dei Borbone verso i quali era rimasto fedele, occupa, agli inizi del decennio, il santuario ritenendo trattarsi di un’opera pia laicale sottoposta all’amministrazione del comune. Si apre così un contenzioso che continua e si fa più aspro quando il vescovo, agli inizi degli anni Settanta, rientra in sede (cioè a Vallo, divenuta nel 1851 il centro della nuova diocesi di Capaccio-Vallo) e comincia a difendere i diritti della diocesi ricorrendo alla legge. Intanto, mons. Siciliani era morto e fu il suo successore, mons. Pietro Maglione, a rientrarne in possesso. Al vescovo apparve naturale nominare rettore il canonico teologo Nicasio D’Ambrosio di Massa, il quale aveva seguito direttamente la causa col comune di Novi negli ultimi anni. Il teologo si adoperò per risistemare le strutture esistenti dopo il lungo periodo di trascuratezza, intervenendo sugli edifici, in gran parte danneggiati nelle coperture, e sulle chiese, disadorne e vittime dell’incuria, e riuscendo a far incoronare la statua della Madonna dal Capitolo vaticano. La solenne cerimonia si svolse il 15 agosto del 1889 col vescovo diocesano e con i vescovi di Potenza e Muro Lucano (rispettivamente, Tiberio Durante e Raffaele Capone). L’anno seguente, alla sua morte, gli successe il can. Luca Petraglia, il can. Don Luca era stato un realizzatore fin dal 1898, quando il vescovo Maglione lo aveva chiamato ad affiancare il rettore, il can. Giovanni Speranza, che era anche vicario generale della diocesi e arcidiacono del capitolo. Sostenuto da mons. Iacuzio prima e da mons. Cammarota poi, il can. La chiesa del Santuario consacrata a settembre del 1917. Il campanile consacrato a luglio del 1930. Il recente avvicendamento alla direzione del Santuario mariano del Monte Sacro ci porta a viaggiare con la memoria fino ad arrivare al lontano 1967, quando l’attuale rettore uscente, don Carmine Troccoli, fu investito dal vescovo D’Agostino della cura materiale e spirituale di quel santuario. La nomina si era resa necessaria per la rinuncia del precedente rettore, mons. Alessandro Salati, a causa di suoi problemi di salute. Don Alessandro aveva tenuto l’incarico per vent’anni, essendogli stato conferito a giugno del ’47 da mons. Maglione.
Sacro Monte di Novi Velia (Monte Gelbison): Pellegrinaggio invernale nei cieli della Madonna
Accessibilità e Senso del Pellegrinaggio
“Salire al Monte” non è solo l’esercizio pratico e faticoso di un percorso in salita, ma è il simbolo dell’ascesa fiduciosa verso il divino, in un cammino che è già purificazione e che, nel nostro caso, è animato dalla speranza, anzi dalla certezza, dell’amorosa accoglienza della Madre di Dio, faro che illumina la strada del fedele (la Theotòkos e l’Odigitria, appunto, dei monaci bizantini). D’altronde, arrivare sul Gelbison o Monte Sacro (i due nomi, in sostanza, indicano la stessa cosa da due punti di vista culturali e valoriali diversi: la sacralità del luogo) è stato sempre particolarmente difficoltoso, essendo le strade di accesso poco più che viottoli, in sostanza delle mulattiere da percorrere a piedi o al massimo, appunto, a dorso di mulo e cavallo. Strade di montagna antiche, per loro natura scomode, e ancora di più secondo i nostri moderni parametri; ma era proprio quella scomodità a dare al pellegrinaggio il suo senso, quello di un tempo lento, di sacrificio e di pentimento. Solo nel Novecento, in particolare nella seconda metà di quel secolo, si è iniziato a costruire una strada adatta ai nostri veicoli motorizzati - grazie a don Salati e, soprattutto, agli sforzi e alla tenacia di don Troccoli -; strada con la quale abbiamo guadagnato tempo e aggiunto comodità, ma perso in larga misura il senso antico, tutto interiore e comunitario, dell’ascesa al Monte.
Tempi di Apertura e Chiusura
In passato il santuario si apriva il martedì dopo Pentecoste per chiudersi il 18 novembre. Forse si tratta di date ereditate dai Celestini o dai Bizantini, anche se questi ultimi è probabile rimanessero sempre sulla cima mentre i primi, d’inverno, scendevano nel loro monastero di Novi Velia. Tra le due date, la prima è certamente quella col maggior fascino perché ricordava il giorno in cui, nel 431, il Concilio di Efeso aveva proclamato solennemente la maternità divina di Maria, conferendole quel titolo (Theotòkos) che era tra i preferiti dai monaci orientali. Mentre la seconda, sostiene Ebner, era riferita al giorno in cui si commemora la dedicazione delle basiliche romane dei santi Pietro e Paolo. Nel 1924, mons. Cammarota spostò la chiusura alla seconda domenica di ottobre, constatando che già a settembre i pellegrinaggi diminuissero rapidamente fino ad annullarsi. Non è improbabile che la data di chiusura precedente fosse legata, invece, all’usanza dei Celestini di rimanere il più possibile vicino alla Madonna. In ogni caso, la faccenda ci fa capire che l’apertura e la chiusura del santuario non sia una mera questione cronologica, ma abbia a che fare con un tempo sacro nel quale lo straordinario irrompe nel consueto, nel quotidiano, e lo trasforma in tempo di grazia.
Le Sette Madonne del Cilento: Una Corona di Protezione
Amedeo La Greca scrive: “Abitano i monti, sono vicine alle stelle, abbracciano i fedeli e pellegrini che a loro ricorrono per essere protetti nelle traversie della vita. Amate, invocate, benedette, venerate, nell’immaginario collettivo religioso del popolo vivono nei loro santuari e rappresentano la sacra cinta che, come un baluardo, difende tutti, credenti e non, dalle insidie del Maligno.” I santuari mariani e le cappelle dedicate alla Madonna sette, nella Bibbia, è il numero della pienezza. Si potrebbe pensare che anche la denominazione delle “sette sorelle”, vada interpretata come simbolo di pienezza. I santuari mariani hanno dato ai fedeli la forza di andare avanti. Le origini, la storia, le tradizioni, i culti di queste Madonne e dei loro santuari hanno le stesse caratteristiche, sono variazioni sul tema del rinvenimento dell’immagine sacra, della volontà divina di ricevere il culto in un sito specifico, dell’abbondanza di miracoli, guarigioni e conversioni. In ultimo, si può dire che sono tutte manifestazioni dell’Odigitria bizantina, che per noi cattolici è l’Assunta. La componente simbolico-esoterica collegata a una leggenda delle sette Sorelle si fonde in un culto mariano tipico del Cilento, per cui s’individuano le sette Madonne. Anche se nel Meridione in genere non è raro che la cultura popolare individui le sue sette Madonne, in quest’area i santuari sono proprio collocati su alture che si chiudono a cerchio verso il mare, quasi una magica protezione dell’area interessata. Sul Cervati, a guardia della Neve, la Madonna, contesa da Sanza e da Piaggine; a mezza estate le due contrade la venerano insieme ad allegro bivacco per tutta la notte in gara a girotondo con le stelle sul pianoro all’abbraccio con il cielo. D’inverno il lupo ulula alla luna a veglia preoccupata di pastori.
Le Sette Madonne del Cilento sono:
- Madonna del Granato, Capaccio Vecchio, Monte Vesole Sottano, m. 254.
- Madonna della Stella, Omignano/Sessa Cilento, Monte della Stella, m. 1131.
- Madonna della Civitella, Moio della Civitella, Monte Civitella, m. 818.
- Madonna del Carmine, Catona, Monte del Carmine, m. 713.
- Madonna della Neve, Piaggine-Sanza, Monte Cervati, m. 1899.
- Madonna di Pietrasanta, San Giovanni a Piro, Monte Pietrasanta, m. 528.
- Madonna del Sacro Monte, Novi Velia, Monte Gelbison o Sacro, m. 1705.

I Santuari e il loro Territorio
Dal Calpazio, che s’apre alla pianura, sfuma Paestum a gloria di memorie. E sa di Grecia il mare che traluce. Il sole del tramonto rifrange bagliori alle vetrate dell’antica cattedrale, solida e possente sul breve pianoro con il monte Soprano a far da quinta. E la Madonna a mostra di granato, con i chicchi rossi nella conca della mano, contende gara ad Era Argiva, che fu feconda di parti e latte a poppute matrone greche e romane. È il primo dei santuari mariani al di là del Sele, a testimonianza di trasmigrazione del culto pagano nella liturgia cristiana. Il Monte Stella è un loggiato aperto al mare che ricanta a nenia di risacca la tormentata storia d’amore e morte della ninfa Leucosia gabbata dall’astuto Ulisse. Dall’altro lato è ricamo di coltivi a scivolo di fiume: l’Alento sacro alla mia terra. In cima veglia serena una minuscola cappella, ferita dalle antenne del progresso. Fu meta di pellegrinaggi a devoto ringraziamento per grazie ricevute e segreta speranza di miracoli attesi del popolo del Cilento Antico, che trova in Perdifumo il suo punto di orientamento. A luglio, nella sera che s’annotta, la brezza sbriglia il bigio degli ulivi e flebile ondeggia a fiamme di candele la processione d’ombre a ricamare tratturo sterrato di preghiera. La Madonna del Carmine, mite pronuba di grazie, veglia su Velia, che fu un tempo regno di Minerva, algida guida a vergini guerriere. Dalla montagna di Catona la piana di Casalvelino ostenta la sua fecondità per le acque del fiume che scorre sonnolento alla foce, un tempo brulicante di traffici e commerci dei Porti Velini. Di fronte la Civitella occhieggia tra i castagni, votati al saccheggio dei virgulti destinati a croci benedette per propiziare case e campagne. Il “frurion”, avamposto dei Lucani, sottovalutato esempio di archeologia minore, festona sole tenero ai macigni che eternano la grande storia di Elea, che vi disegnò le Vie del Mediterraneo a penetrazione verso l’interno a scambio di prodotti tra terra e mare. Di rimpetto il Fiume Freddo, all’ombra dei faggeti secolari, rotola a sbalzi a levigare letti ciottolosi. Sbrilla l’argento a fiotti di fontana a ristoro di pellegrini stanchi. S’impiglia il canto a reti di boscaglia e rauco si spegne al verde delle forre. La cima è conquista di Madonna Nera a memoria di monaci d’Oriente. Da San Giovanni a Piro è falce di luna il Golfo che s’inarca a conquista ariosa di colline con torri, chiese, case e cimiteri ad arabesco allegro di campagne. Policastro, superba di memorie, vara cattedrale e castello a mare aperto e tende la mano devota a Pietrasanta che squilla bianca a cupola di cielo. Sulle sette chiese “sorelle”, dedicate alla Madonna, ogni luogo conserva una sua tradizione orale. Infatti, secondo alcuni, le sette chiese più che mostrare immagini pressoché identiche della Vergine, tenderebbero a mettere in evidenza qualcosa nella singolarità della loro ubicazione: tutte che si diramano dal mare verso l’interno.
Tradizioni e Pietà Popolare nei Pellegrinaggi Cilentani
I santuari mariani nel territorio del Parco Nazionale del Cilento - Vallo di Diano - Alburni sono quasi tutti situati sulla vetta di una montagna, così ogni pellegrinaggio reca il doppio rito del salire e dello scendere dalla montagna, come memoria dell’antichissimo uso della transumanza. Ed è proprio alle pendici di alcuni di questi luoghi di culto che iniziano i cerimoniali per le visite ai vari Santuari dedicati alle “sette Sorelle”. Dietro i quadretti e i ceri votivi, le candele accese, ci sono i volti delle persone che lungo i secoli si sono alternate per visitare la Madonna, per chiedere le “grazie”.

È l’alba, l’ora propizia, per dar l’avvio ai pellegrinaggi. Alcuni fedeli insieme ai portatori si raduneranno nella Chiesa madre ai rintocchi del mattutino, lì ci saranno ad aspettare le donne portatrici delle “cénte” (fasci intrecciati con candele) che taluni erroneamente chiamano cinte; esse sono doni votivi, di solito composti da cento candele, addobbati con nastri colorati che li tengono insieme a creare varie forme: a Capizzo è ovale o a castello; a Magliano, a barca, a castello o ad uovo; a Caselle in Pittari sono per lo più a castello e sui quattro lati recano immagini devozionali di santi, anche di culto moderno. A Pollica sono a forma di cesto. C’è il vivo ricordo di una signora di Omignano Capoluogo, Zì N’tonetta; ogni anno, per la festa della Madonna del Monte della Stella, usava portare la statua della Madonna ma anche la cénta a piedi nudi per tutto il paese. E così, dopo una breve seppur intensa benedizione ai partecipanti, il folto gruppo di fedeli, dal sagrato della Chiesa posta giù in paese (è il caso del Santuario della Madonna del Monte della Stella), inizia ad inerpicarsi lungo tortuose salite.
Va notato che nei pellegrinaggi, la musica e il canto popolare si esprimono più liberamente in quanto la religiosità è meno controllata dalla gerarchia ecclesiastica e sembra staccarsi dai canoni ufficiali. È capitato, in anni passati, che alcuni eseguissero melodie con la zampogna e le ciaramelle, testimoniando così la compresenza anche della cultura pastorale. Tutto questo offre i vari Santuari a protezione della nostra terra, un peregrinare lungo percorsi antichi, che testimoniano la profondità della Fede e della pietà popolare, una straordinaria eredità storico-culturale che ci offre un prezioso aiuto.