Omelie sui funerali: significato, preparazione e testimonianze

L'essenza dell'omelia funebre

L'omelia nel rito delle esequie non è uno schema da replicare o una parola da recitare, ma un'azione di fede che comunica qualcosa sia del celebrante, sia della comunità che ascolta e viene accompagnata in un momento di dolore. Come osserva don Magoni, l'omelia funebre non può mai perdere il gusto per l'unicità della persona, deve sfiorare la memoria dei volti, osare la vicinanza e custodire il senso profondo di ciò che si compie.

Le prime domande in merito provengono dalla pastorale, nella voce di don Milesi. Ci si chiede cosa accada quando non si conosce il defunto, quando la comunità raccoglie un testamento spirituale che non è fatto di ricordi condivisi, ma di una ricerca profonda di senso. Monsignor Rota Scalabrini invita a non accontentarsi delle soluzioni più comode, sottolineando che la scelta delle letture non può ridursi a un automatismo.

L'omelia funebre è parte integrante del rito del funerale. Quando si parla di un funerale religioso, l'omelia è l'intervento che spiega e attualizza i testi della Scrittura proclamati, con particolare attenzione al Vangelo, cuore della rivelazione. È il momento in cui il Sacerdote, o talvolta un parente intimo del defunto, commenta un brano delle Sacre Scritture e trae spunto per ricordare il defunto, il suo carattere, la sua vita e l'importanza del suo ruolo per le persone che lo hanno amato in vita.

L'obiettivo del funerale non è elogiare il defunto o vantarne i successi, bensì affidare a Dio il proprio dolore, ricordando sempre la certezza della risurrezione dei morti. L'omelia funebre è importante per i credenti perché consente di affidare a Dio il proprio dolore, ricordando sempre la certezza della risurrezione dei morti. L'omelia in un funerale non è una lezione di esegesi o di teologia, ma nasce dalla vita quotidiana; è il modo con cui il pastore accompagna le famiglie in lutto e il suo popolo all'incontro con Gesù, maestro di umanità e di eternità.

Illustrazione stilizzata di un sacerdote che parla durante una funzione religiosa, con simboli di fede come una croce e una Bibbia.

Preparazione dell'omelia

Generalmente, l'omelia è preparata ed esposta dal sacerdote. In rari casi, il sacerdote può dare la parola a un parente intimo per leggere alcune righe o dire qualcosa sul defunto. Più comunemente, il sacerdote, prima delle esequie funebri, fa una breve chiacchierata con la famiglia del defunto, raccogliendo informazioni sulla sua vita: se era sposato, se aveva figli, cosa faceva nella vita. Questo gli permette di attingere informazioni utili per rendere il funerale un momento di ricordo del defunto.

L'omelia comincia sempre con una breve riflessione, attualizzata, sul significato delle letture della Bibbia, in particolare del Nuovo Testamento e del Vangelo. Successivamente, il sacerdote inserisce un breve ricordo del defunto, raccontando le sue caratteristiche uniche, elogiando le sue qualità e l'amore che nutriva per i suoi cari. La Chiesa ha il compito di accompagnare e incoraggiare i credenti e sostenerli nel momento del lutto.

È fondamentale che la meditazione sui testi sacri non venga improvvisata, ma preparata adeguatamente, pena lo svilimento del senso stesso delle esequie. L'omelia, infatti, serve ad annunciare Gesù crocifisso e risorto, il Vivente, colui che ha aperto la porta della vita per tutti. La meditazione sui testi sacri non va mai improvvisata, ma preparata adeguatamente, pena lo svilimento del senso stesso delle esequie.

L'omelia come occasione di riflessione

Anche nell'attuale società secolarizzata, la morte di una persona conserva una forte valenza affettiva e simbolica. Essa aiuta a riflettere sul significato del nostro vivere, a riconoscere quello che siamo davvero, dietro la maschera di cui abbiamo bisogno per stare in mezzo agli altri. Se l'intera celebrazione esequiale è portatrice di grazia, l'omelia detiene un suo spazio rilevante e una propria efficacia.

I funerali sono una delle poche occasioni in cui in chiesa entra chi non ci va mai. Questo potrebbe essere il momento per una riflessione, non solo per parole blandamente consolatorie, ma per l'affermazione di una certezza: non tutto è finito, in questo giorno. La bara al centro della navata è una provocazione potente per tutti i presenti. Soldi, ricchezza, divisioni in famiglia, inimicizie, tutto appare ridimensionato davanti a una bara, se non addirittura annichilito. Ci si è costretti a chiedersi: per che cosa veramente si vive?

I termini tipici dell'esperienza cristiana quali anima, fede, Pasqua, risurrezione, vita eterna, giudizio, paradiso, inferno, purificazione, suffragio, ecc., non possono essere dati per scontati per la stragrande maggioranza di coloro che pur partecipano ai funerali. I presenti sono spesso concentrati su "altro": la coreografia, l'immagine sociale del defunto, il doveroso presenzialismo nei riguardi dei familiari, un discorso di circostanza con parole di conforto che non metta in discussione lo stile di vita.

Un'immagine che simboleggia la speranza e la vita eterna, magari con raggi di luce che emergono da una figura stilizzata o da un paesaggio sereno.

Testimonianze e casi specifici

L'omelia funebre è un momento in cui il sacerdote, ma a volte anche un parente intimo del defunto, commenta un brano delle Sacre Scritture e trova lo spunto per ricordare il defunto, il suo carattere, la sua vita e l'importanza che aveva il suo ruolo per le persone che lo hanno amato in vita. Si cerca di attingere informazioni sulla vita del defunto per fare in modo che il funerale divenga il modo per ricordarlo.

Non è mai facile tenere l'omelia per la morte di un infante o di un giovane, per una vittima sulla strada o sul lavoro, per un omicidio o un suicidio. Ogni omelia è corredata dalle citazioni dei testi della Sacra Scrittura: la Prima lettura; il Salmo, o preghiera responsoriale; il Vangelo. Le omelie si ispirano sempre alla parola di Dio, ma valorizzano anche citazioni di teologi, mistici, santi, artisti e letterati, nonché narrazioni di aneddoti, al fine di offrire potenzialità che diano concretezza di vita al nostro cammino spirituale e alla ricerca della santità.

Il caso di Mario Agnes

Siamo stati accolti in questa santa liturgia per accompagnare Mario Agnes nel suo ultimo tratto del pellegrinaggio verso il cielo. Lo inizia da qui, da questa piccola chiesa di Sant’Anna, la sua chiesa degli ultimi anni, da quando nel 1984 è stato chiamato a dirigere «L’Osservatore Romano». Ogni giorno, Mario, vi sostava prima di iniziare il suo lavoro. Oggi, vi inizia il suo ultimo viaggio, verso la città santa ove, accolto dal Signore, vi abiterà per sempre, nella comunione con tutti i giusti.

In questi ultimi anni della malattia è stato costretto a restare a casa. E dopo la morte dell’amata sorella Lisa, alla malattia che lo indeboliva sempre più nel corpo si è aggiunta anche la solitudine. La sua amicizia, anche nei momenti della debolezza, è stata sempre preziosa e tenera. Domenica scorsa gli ho portato la comunione e la sua pietà nel ricevere l’Eucaristia è stata esemplare. La sua morte ci ha sorpresi e ci addolora. Certo, può consolarci il fatto che per lui è avvenuta come in un addormentarsi sereno. Mario si è addormentato il giorno dopo la supplica alla Madonna di Pompei e alla vigilia della festa dell’Ascensione di Gesù, come a suggerire lo stesso abbraccio di Gesù che lo prende per portarlo nel cielo.

Mario è stato un credente buono e fedele nel suo servizio al Vangelo e alla Chiesa. Molti sono stati i talenti che gli sono stati affidati e lui ha cercato di trafficarli nel corso della vita. A partire da quello di studioso. Paolo VI lo nominò presidente nazionale nel 1973 succedendo a Vittorio Bachelet. Era un momento delicato per l’Azione Cattolica. Nel 1984 Giovanni Paolo II lo chiamò a dirigere «L’Osservatore Romano». In questi lunghi anni Mario Agnes ha sempre dato voce al Papa anche nei momenti più delicati. Guidò il giornale negli orizzonti planetari di Giovanni Paolo II senza abbandonare lo sguardo su Roma e l’Italia.

Il caso di don Giacomo

Di don Giacomo si può dire che è stato un “tesoro”! Le due tavole esterne, alla destra e alla sinistra, ci rappresentano l’esperienza del morire con Gesù. Osservando molta gente di oggi si direbbe che la morte sia un finire nel nulla. C’è un accumulo vertiginoso di cose, attività e beni che si chiama iperattivismo e consumismo, forme di “cosmesi della morte” come le definiva il Cardinal Martini. Al contrario, i due testi ascoltati rendono trasparente e gloriosa la morte.

Il primo testo è una delle pagine più sorprendenti della Sacra Scrittura. Questa è l’esperienza della morte con e come Gesù, che, pur essendo tragica, contiene in sé il germe della trasfigurazione. La visione di Isaia è un testo di trasfigurazione. Pensare che “questa Isola” è stato il luogo della sua trasfigurazione, il suo luogo radioso.

Sulla tavola della predicazione apostolica si esprime con maggior evidenza che il morire con Gesù ci dona di sapere che si può morire come Gesù. C’è la vigoria dei giovani preti che dicono: «Il mio oratorio è pieno…», ma quando più avanti decrescono le forze, allora l’uomo interiore cresce, proprio nella misura in cui l’uomo esteriore si indebolisce. Ecco, questa è l’esperienza profonda del vivere e morire con e come Gesù.

La tavola più bella al centro del trittico è la pagina evangelica. Questo testo di Matteo è uno dei più intimi e misteriosi del Vangelo. Gesù inizia il suo discorso con l'inno di giubilo: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra». È un testo bruciante, che fa sentire un po’ di brividi. Non crediamo che, ritenendo di sapere tante cose, possiamo far a meno di questa lode che sgorga dalla semplicità evangelica. La semplicità evangelica è propria di chi, attraverso tutto questo, è capace di mantenere gli “occhi semplici”. E don Giacomo è stato uno capace di avere gli occhi semplici.

Il caso di Luciano Mazzini

Il vescovo mons. Livio Corazza ha presieduto i funerali di Luciano Mazzini, morto improvvisamente a 56 anni. Luciano era nato nel 1966, ottavo di nove fratelli. Si era diplomato geometra e aveva svolto diversi lavori. Appassionato di musica e tifoso dell’Inter, si iscrisse all’Università di Venezia nella facoltà di Lingue Orientali. Il 2 dicembre 1991, cadendo da una impalcatura, rimase completamente paralizzato. Dopo l’incidente avvenne in lui una grande trasformazione: riscoprì la fede e da quel momento la sua casa divenne un punto di preghiera e di incontro per tante persone.

Luciano stesso aveva raccontato più volte il grande cambiamento avvenuto in lui, comunicando i suoi pensieri con un linguaggio speciale che i suoi familiari avevano adottato. Lui stesso aveva raccontato più volte il grande cambiamento avvenuto in lui comunicando i suoi pensieri con il linguaggio speciale che i suoi familiari avevano adottato.

Abbiamo da pochi giorni ricordato le lacrime di Gesù per l’amico Lazzaro. Il suo pianto ci impressiona, fa pensare. Non sono lacrime di disperazione, ma di dolore per un amico morto e per il destino dell’umanità. Le lacrime di Cristo per l’amico Lazzaro sono simili alle nostre lacrime per Luciano. Con le lacrime dei familiari, ci sono anche le lacrime di tutti noi. Lacrime versate per l’amico Luciano, un amico che ci ha consolato e ci ha incoraggiato.

Luciano, con la sua vita nella sua seconda vita, ci ha insegnato che è possibile dare senso alla vita anche nel dolore. Il mio dolore è come la pioggia su un terreno arido, posso essere felice se sono umile. La felicità non appartiene agli uomini, ma il Padre con amore ci fa questo dono per rendere la lontananza più gradevole. È una grande lezione, di grande attualità.

Senza voler giudicare nessuno, viviamo in tempi nei quali sembra che l’unica via d’uscita, per chi si trova nelle condizioni come la sua, sia la morte. La morte non è una soluzione, era intitolato il messaggio della CEI di quest’anno. E allora davanti a lui, oggi, vogliamo dirgli grazie, per la lezione di vita serena, profonda e autentica che ci ha regalato. E, insieme a lui, quella dei suoi familiari. La notizia della sua morte ci ha addolorati, ma non ci ha lasciato nella tristezza. Siamo addolorati, ma non tristi. Tristi sono coloro che non hanno speranza.

Siamo più poveri, ma l’eredità che ci ha lasciato Luciano è grande! Essa ha gettato un fascio di luce sulla nostra vita. E la luce è la fede in Dio. Ci vuole fede e coraggio per festeggiare come ha fatto lui, il giorno dell’incidente, 2 dicembre 1991, come il giorno della rinascita. Non ha voluto che fossimo tristi nel giorno della rinascita e non possiamo essere tristi nel giorno della sua nascita al cielo.

Il vangelo di oggi illumina anche la vita di Luciano. Luciano ha accolto la testimonianza di Cristo come valida e decisiva per la sua vita. E il Cristo gli ha dato lo Spirito senza misura. E, conclude il vangelo, chi crede nel Figlio ha la vita eterna. Nel 30° anniversario mi disse: “Da quando sono caduto, voglio condividere questa ricchezza. Soffro quando la gente non vuole la gioia del vangelo”. Non sono stati pochi giorni, la distanza in questo caso è stata una prova dell’autenticità delle sue parole. Cari amici, Luciano ha coronato il suo sogno, ha raggiunto l’amore della sua vita.

Luciano è stato un vetro sempre pulito dall’umiltà e dalla fede! Per questo lasciava passare tutta la luce di Gesù risorto! Mi unisco al vostro rendimento di grazie alla Misericordia di Dio per questo stupendo dono!!

Luciano ha vissuto il suo calvario con serenità, che trasmetteva a chi gli faceva visita. Non ha mai perso la fiducia nel Signore. È stato una bella testimonianza, che anche il Cardinal Comastri ha elogiato più volte. Io penso che il Signore gli abbia aperto subito le sue braccia. Ringraziamo il Signore.

La sua vita, la sua fede, la sua passione umana e la capacità di relazione, hanno accompagnato tante persone; tutti coloro che lo hanno conosciuto si sono trovate davanti ad un mistero più grande di noi, il mistero di un uomo completamente immerso nella Pasqua di Gesù, Croce e risurrezione insieme. Lo ricordo nella preghiera, con tanta gratitudine.

“Il Signore è molto buono con me; sono sempre felice grazie ai doni che su questa dolorosa strada ha seminato e posso raccogliere con umiltà”. Luciano ha molte e belle cose da dire, e le dice con tanto maggior efficacia perché non si sente la sua voce. Il Signore tenga sempre pieno il cuore di Luciano. Grazie Luciano, sei stato una luce per noi, continua ad esserlo pregando per noi.

Il caso di Raffaele

Sono troppo crudeli le circostanze che hanno accompagnato questa morte penosa, perché possano bastare le vuote parole degli uomini. Un figlio, orfano di padre, oggetto di desideri ardenti prima, di affetti tenerissimi poi, fulcro di tante ineffabili speranze per l’avvenire. La madre vedeva: dolore e debolezza, sacrificio e sofferenza, solitudine indicibilmente penosa. Una morte tragica in agguato a una curva della strada.

Gesù stava per entrare in Nain a poche miglia da Nazaret, quando incrociò un corteo. Portavano al sepolcro il giovane figlio di una vedova. Costei aveva perso lo sposo pochi anni prima. Le era rimasto questo figlio solo e ora portava a sotterrare anche lui. Gesù vide la madre che andava tra le donne, piangendo con quel pianto attonito e rattenuto delle madri.

«Non piangere» disse pieno di intima compassione. Poi si avvicinò alla bara e la toccò. Il giovane vi giaceva disteso, avvolto nel lenzuolo, ma col viso scoperto composto nel lividore ansioso dei morti. «Giovinetto, ti dico lévati, su!» E quello, obbediente, si levò a sedere sulla bara. E Gesù lo rese a sua madre, che, con le gramaglie disfatte dalle lacrime, accolse tra le sue braccia il figlio risuscitato.

Cari fratelli, di queste due frasi pronunciate da Gesù, "Non piangere", "Giovinetto, risorgi", la fede ci autorizza a ripetere stamattina l’una e l’altra. Non piangere donna. è vero, il dolore ti ha sbarrato più volte la strada. E l'uscio di casa fuori si è chiuso ancora, gemendo, dietro un altro che non torna mai più. Ma non sciupare le tue lacrime. Se le versi per terra, diventano fango; se le rivolgi al cielo, brillano come perle al sole. Gli uomini non le raccolgono perché ne ignorano il valore. Dinnanzi alle tue pene altro non sanno fare che tacere.

Ma possiamo dire anche l'altra frase di Gesù: "Giovanetto, risorgi!". Sì, Gesù l'ha detto: «Io sono la risurrezione e la vita». Ha assicurato che chi vive credendo in lui non muore per sempre. Ha mostrato nella morte non l'annientamento angoscioso e crudele, ma il tramonto di una giornata; non un portone di uscita, ma una porta di ingresso. Resta, sì, nella morte, il suo peso di pena, ma quanta luce di speranza e quale ricchezza di conforti interiori alleviano quel peso, rasserendando chi parte e chi resta. Per Gesù la morte non è che un sonno.

C'è un passo del libro della Sapienza che in questo momento vorrei ricordare a quanti, amici e coetanei del povero Raffaele, si stringono intorno alla sua inerte persona avvolta nel gelo della morte. E ora ti preghiamo, o Signore, coralmente, tutti insieme.

Passare dalla paura alla speranza, come?

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