Alessandro Manzoni compose La Risurrezione nel 1812, come parte del progetto degli Inni Sacri, una raccolta poetica dedicata alle principali festività cristiane.
La Genesi degli Inni Sacri e la Profonda Adesione alla Fede
Gli Inni Sacri sono il primo riflesso, sul piano della creazione artistica, della nuova condizione spirituale di Alessandro Manzoni dopo la conversione religiosa e sono altresì la prima rilevante manifestazione dell’avvenuta conversione letteraria. Progettati in numero di dodici, essi dovevano celebrare poeticamente gli eventi fondamentali del Cristianesimo, quali sono narrati nel Nuovo Testamento e ricordati nei riti della liturgia cattolica. Manzoni ne compose solo cinque: i primi quattro (La Risurrezione, Il nome di Maria, Il Natale, La Passione) fra il 1812 e il 1815, e il quinto (La Pentecoste) fra il 1817 e il 1822.
Per esprimere la sua nuova condizione di uomo convertito al cattolicesimo, Alessandro Manzoni compose, fra il 1812 e il 1822, gli Inni Sacri. Essi dunque costituiscono un potente riflesso di una creazione artistica forgiata alla fiamma di una nuova spiritualità, animata dal desiderio di prorompere e di espandersi. Le forme metriche scelte dall’autore si richiamano alla tradizione della lirica settecentesca, dal Metastasio al Parini, ma il loro ritmo, solenne e insieme semplice e cantabile, vuole evocare gli antichi inni ecclesiastici (come l’inno ambrosiano) intonati coralmente dai fedeli.

Della “conversione” di Alessandro Manzoni ha certamente sentito parlare chiunque abbia avuto per le mani un manuale di letteratura italiana; essa costituisce l’imprescindibile “chiave d’accesso” al progetto degli Inni Sacri, di cui La Risurrezione fa parte, anzi ne costituisce l’inizio. Occorre subito precisare che la “conversione” del poeta non fu un passaggio da una religione all’altra. Battezzato e cresciuto in un ambiente cattolico, almeno formalmente, fu la conversione della seconda moglie Enrichetta dal calvinismo al cattolicesimo ad aprire l’anima a profonde domande spirituali e a condurre lui, frequentatore dei salotti “illuministi” parigini, ad aderire con piena consapevolezza alla fede cristiana. Per questo motivo risulta maggiormente pertinente parlare di adesione consapevole alla religione cristiana, anziché di conversione.
E come avviene per molti che “tornano” alla fede, a cambiare non sono tanto i comportamenti morali o le pratiche di pietà, ma la stessa visione della vita, propria e altrui; il senso dell’esistenza si colora di tinte nuove e inedite, espressione di una gioia che non consuma il cuore e la mente, ma le riempie a tal punto da chiedere di essere comunicata, anzi “gridata”.
Un Grido di Gioia: Il Ritrovato Entusiasmo del Poeta
All’interno di questo vibrante sentire, pur sempre regolato e disciplinato dal classico equilibrio manzoniano, spicca il componimento Resurrezione, scritto fra l’aprile e il giugno del 1812. È il primo Inno, il quale - nella cadenza brillante e, talora, enfatica, che gli conferiscono le strofette di ottonari - manifesta il fresco entusiasmo del poeta intento a celebrare l’evento più alto e solenne della cristianità. La Risurrezione, pur non risultando tale nella raccolta degli Inni Sacri, per stesura, è il primo fra tutti ed è datato 23 giugno 1812. La datazione ci suggerisce un percorso d’indagine svincolato da circostanze di tempi liturgici: Manzoni con afflato gioioso abbraccia il mistero più grande del cristianesimo e lo fa senza esitazioni, con l’entusiasmo della scoperta.
Ecco dunque come possono essere considerati gli Inni Sacri, e in particolare La Risurrezione: un grido di gioia per il passaggio dall’indifferenza alla fede, dal buio alla luce, dal sepolcro alla vita; una personalissima pasqua, insomma. Non è un caso che proprio un grido apra la poesia e si riproponga anaforicamente per ben tre volte nelle prime due strofe. Passando dall’incredulità meravigliata dei primi versi all’evidenza della seconda strofa, Manzoni prosegue fino almeno alla quarta sottolineando la portata dell’evento. È l’entusiasmo del credente per una scoperta tanto straordinaria da rinnovare la vita.
Manzoni annuncia egli stesso la risurrezione di Cristo; lo fa con lo stupore di chi proclama la scoperta: «È risorto…, È risorto», e ancora, «È risorto», ripete per tre volte, lo giura e ne porta le prove con l’eccezionalità di un sudario senza corpo e di un sepolcro miracolosamente rimosso in un inno di luce e di levità. «È risorto» è un annuncio anaforicamente ripreso da «Che parola si diffuse / tra i sopiti di Israele»: Alessandro urla la sua gioia e ricorre alla similitudine delle strofe tre e quattro per convincere un più vasto pubblico, per svegliare le menti annebbiate.
Se la fede è prima di tutto incontro personale col Cristo risorto e vivente in eterno, Manzoni ci grida che lui lo ha incontrato e a servizio di questo grido mette tutto se stesso e dunque anche la sua poesia (ancorché acerba e talora incerta e stridente nell’affrontare i temi religiosi).
Struttura e Temi de "La Risurrezione": Tra Storia, Vangelo e Liturgia
La Risurrezione racconta, con un tono solenne e meditativo, il momento in cui Cristo risorge dal sepolcro. L’inno appare diviso in due parti, l’una di carattere storico e l’altra di carattere etico.
“L’utile per iscopo, il vero per soggetto e l’interessante per mezzo”. Così nella celebre lettera a Cesare d’Azeglio (1823), Manzoni esprimeva ciò che la letteratura doveva a suo avviso perseguire. Anche in questi versi si scorge traccia di questa sua profonda convinzione. Nella prima parte (vv.1-70) il poeta ci rappresenta il luogo e il tempo storici dell’evento narrato nei Vangeli ed annunziato dai Profeti biblici (il lamento delle donne sull’Ucciso; il Cristo che solleva e rovescia il marmoreo coperchio del sepolcro; l’angelo che siede sulla tomba vuota e risponde a Maddalena).
Dopo quella che diverse fonti critiche definiscono la “caduta dell’ispirazione poetica” che si percepisce nelle strofe da cinque a otto, dove il poeta ricorre alla narrazione “metastorica” della discesa agli inferi del Cristo, riecco l’alba (v.57), il ritorno ai fatti, al vero storico testimoniato dal Nuovo Testamento; l’annuncio gridato fin dal v.1 (“È risorto”) abbandona in qualche modo la dimensione teologica, dogmatica e, appunto, metastorica e si radica nella storia avendo come fonte il Vangelo, in particolare quello di Matteo (cfr. Mt 28, 1-7).

Nei primi versi della nona strofa, la scelta dominante di suoni consonantici nasali permette al poeta di trasmettere al lettore la pesantezza d’animo con cui le donne, in quel mattino del primo giorno dopo il sabato, si recavano al sepolcro. Poi, però, qualcosa cambia: prima un terremoto sembra scuotere più la mestizia che il monte Sion (v.60-61), poi l’apparizione dell’angelo, non a caso paragonato ad un fulmine e al candore della neve (vv.66-67), porta luce e rivitalizza il racconto facendo eco ancora all’annuncio che regge tutto il componimento: “È risorto; non è qui” (v.70).
La narrazione di un evento di eccezionale unicità e immensità si radica sempre di più nella dimensione terrena. Il Vangelo secondo Matteo sostiene la narrazione e libera Manzoni da eventuali responsabilità interpretative: tra tutti i Vangeli, quello di Matteo sembra essere il più dettagliato e completo. Dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare la tomba. Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve. Per lo spavento che ebbero di lui, le guardie furono scosse e rimasero come morte. L’angelo disse alle donne: “Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: “È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, io ve l’ho detto”.
Il Vangelo di Matteo procede con l’investitura da parte dell’Angelo a diffondere tra i discepoli il compimento delle scritture: le strofe undici e dodici de La Risurrezione interpretano proprio questo dovere della Chiesa. Da qui tutto in qualche modo si illumina e l’irruzione improvvisa della liturgia pasquale della Chiesa che abbandona i paramenti viola, simbolo di mestizia, per ritrovare proprio l’oro e il bianco diviene invito ai sacerdoti a rivestirsi dei colori e della missione dell’angelo; a farsi messaggeri dello stesso annuncio (vv.71-77) che è anche il cuore della preghiera Regina coeli (strofa 12).

Alcuni termini possono risultare difficili: “Avello” significa “sepolcro”, mentre “vallea squallida” indica la condizione di morte, vista come un luogo desolato. “Bando” significa “esilio”, e si riferisce all’attesa dei patriarchi dell’Antico Testamento. Il testo è ricco di riferimenti biblici. Questo intreccio tra profezia e compimento è centrale nella poetica manzoniana, che vede nella storia un percorso guidato dalla Provvidenza. Il tema principale è la vittoria della vita sulla morte. Un altro tema importante è la continuità tra Antico e Nuovo Testamento.
Dalla Fede alla Vita: L'Esigenza Etica e la Gioia Condivisa
Se lo scopo della letteratura deve essere l’edificazione civile e morale del popolo, neanche gli Inni Sacri fanno eccezione, anzi! Pur muovendo da un’esperienza tanto intima quale una “conversione”, Manzoni non scrive solo per sé; tutto in questa poesia è popolare: la scelta del tema religioso-liturgico, quella del verso ottonario che rende più sciolta la narrazione articolata in sedici strofe e quella di un linguaggio nel complesso semplice dicono la volontà di trasfigurare la dimensione soggettiva dell’opera in una davvero comunitaria capace di accomunare fedeli di ogni estrazione sociale.
In tal senso non stupisce che le ultime strofe della poesia costituiscano una sorta di esortazione fraterna (v.85) a tradurre la fede professata nei riti pasquali in opere, in vita concreta. Ma l’intento morale non scade nel moralismo: la tredicesima strofa invita infatti non tanto a compiere gesti o ad osservare precetti, ma a deporre la tristezza e lasciarsi ricolmare dalla gioia incommensurabile della notizia che il Risorto stesso è: la morte è uccisa, la vita ha vinto! Solo allora, solo animata dallo stesso stupore gioioso che fu, per esempio, degli apostoli Pietro e Giovanni quando misero piede nel sepolcro vuoto, la vita cambia e si apre alla carità (amore gratuito) verso i bisogni dei fratelli (vv.92-98).
La gioia e il gaudio di questo momento, ci dice Manzoni, non siano di distrazione, non ci allontanino dal vero messaggio di Cristo, dalla rivelazione compiuta attraverso il suo farsi uomo: è nel nostro quotidiano che dobbiamo mantenere la sobrietà, che dobbiamo accogliere le necessità dei più bisognosi, perché la gioia dei giusti non sta nell’allegria di un giorno di festa. A tal proposito, il poeta offre una vivida immagine di come la festa della Risurrezione debba essere vissuta:
Oggi è giorno di convito;
Oggi esulta ogni persona:
Non è madre che sia schiva
Della spoglia più festiva
I suoi bamboli vestir.
Sia frugal del ricco il pasto;
Ogni mensa abbia i suoi doni;
E il tesor, negato al fasto
Di superbe imbandigioni,
Scorra amico all’umil tetto,
Faccia il desco poveretto
Più ridente oggi apparir.
Lunge il grido e la tempesta
De’ tripudi inverecondi:
L’allegrezza non è questa
Di che i giusti son giocondi;
Ma pacata in suo contegno,
Ma celeste, come segno
Della gioia che verrà.
Oh beati! a lor più bello
Spunta il sol de’ giorni santi;
Ma che fia di chi rubello
Torse, ahi stolto!
C’è pure chi, leggendo questi versi, ha accusato il Manzoni di indulgere al moralismo, tuttavia tale giudizio appare in parte giustificato solo se non si considera che il poeta è mosso dal sincero desiderio di condivisione (che si fa quasi missionaria) di quanto lui stesso ha vissuto: la gioia pacata e serena di cui scrive (vv.99-105) è prima di tutto la sua, quella di Alessandro; è lui stesso l’uomo che, dopo avere per lungo tempo compiuto “passi erranti / nel sentier che a morte guida” (vv.109-110) ora si sente beato, felice e non può non comunicarcelo perché anche noi viviamo la stessa esperienza. Quale augurio migliore?
Prof.ssa Natalizia Pinto, legge "Resurrezione" di Alessandro Manzoni
La concitazione del ritmo delle prime strofe, man mano che l’inno arriva a compimento, si placa fino a ridurre i numerosi richiami biblici e storici in un’unica lapidaria e sintetica asserzione: «Nel Signor chi si confida / Col Signor risorgerà.» Questi ultimi due versi sono una dichiarazione compiaciuta di fede assoluta: agire nella fede, confidando in essa, santifica il presente e il futuro; elimina ogni dubbio e ogni fatica. La Passione di Cristo, il dolore degli uomini sembrano ormai lontani, anzi, totalmente dimenticati.
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