La Riflessione di Antonio di Mello sul Vangelo di Luca, Capitolo 15

Il Contesto: Gesù, i Peccatori e i Farisei

Gesù aveva appena dichiarato quanto fosse difficile essere suo discepolo. In quel tempo, tutti i pubblicani e i peccatori si avvicinavano a lui per ascoltarlo. Al contrario, i farisei e gli scribi, considerati i giusti e i sapienti, mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».

Questo comportamento di Gesù, che andava incontro ai lontani in un modo sconvolgente, bloccava la comprensione di Dio che Egli era venuto ad annunciare. La gente, i peccatori, si avvicinavano in silenzio, non sapendo cosa dire, ma la loro presenza esprimeva il desiderio di ascoltare. I dottori della legge, invece, criticavano e mormoravano, cercando di cancellare l'autorità che Gesù aveva con la gente, accusandolo di essere impuro per "mangiare con i peccatori". Per convertirli alla misericordia, Gesù raccontò loro una parabola in tre parti, definita "il cuore del Vangelo" o "il Vangelo nel Vangelo" dall'evangelista Luca, rivelando l'immagine di Dio e il comportamento di Gesù che più gli stavano a cuore.

Gesù che accoglie pubblicani e peccatori, con farisei e scribi che mormorano sullo sfondo

Il "Vangelo nel Vangelo": La Rivelazione di un Dio d'Amore

Antonio di Mello evidenzia come questa parabola sia «il vangelo nel vangelo». Essa ci rivela che Dio ci ama non perché siamo buoni, ma perché siamo suoi figli. Se si perdesse tutto il Vangelo e restasse solo questa pagina, sapendo di cosa parla, si capirebbe chi è Dio e chi siamo noi. Noi siamo spesso convinti che Dio ci salvi perché siamo bravi, perché osserviamo la legge. Questa mentalità ci porta a credere di dover osservare la legge, andare a messa, fare questo e quest’altro, altrimenti Dio ci punisce.

A questo Dio, inteso come padrone, legislatore e giudice, il figlio minore si ribella, mentre il maggiore lo serve da schiavo. La provocazione da cui nasce la famosa parabola del figliol prodigo è proprio il modo sconvolgente di Gesù di andare incontro ai lontani, un modo incomprensibile se non si comincia a ragionare con la logica di Gesù. L'amore di Dio, infatti, è senza condizioni, è gratuito, ed è proprio per questo che ci salva la vita.

Le Parabole della Misericordia

Le tre parabole della misericordia, narrate da Gesù in Luca 15, si rivolgono ai farisei e agli scribi, ma fin dall'inizio del primo racconto «quale uomo tra voi...» suggeriscono un uditorio più ampio. Esse rivelano l'amore incondizionato e la gioia di Dio per ogni peccatore che si converte.

La Parabola della Pecora Smarrita e della Moneta Perduta

Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.»

«Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”.»

Queste parabole ci insegnano che la salvezza non è dovuta al nostro grande impegno di cercare Cristo, ma al grande impegno di Cristo di cercare noi. Il pastore che va in cerca della pecora perduta è Gesù Cristo. La pecora perduta rappresenta una persona scelta da Dio, persa nel peccato. L'iniziativa e l'impegno appartengono esclusivamente al proprietario della pecora, e Gesù stesso è venuto dal cielo per cercare e salvare ciò che era perduto. La gioia di Dio nel ritrovarci e nell’inglobarci nel suo Amore è immensa e si manifesta quando un peccatore si ravvede, provocando una grande festa in cielo.

La Parabola del Figlio Perduto (o del Padre Misericordioso) - Luca 15,11-32

«Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”.»

La Ribellione del Figlio Minore e il Suo Ritorno

Il figlio più giovane chiede la sua parte di patrimonio, un gesto che, per certi aspetti, equivaleva a considerare il padre già morto. Partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse una grande carestia ed egli si trovò nel bisogno, arrivando a pascolare i porci e desiderando saziarsi con le carrube, il cibo degli animali. In questa condizione di estrema indigenza, il prodigo rientrò in sé, l'inizio della sua conversione. Egli decise di tornare da suo padre, pur sapendo di aver perso ogni diritto nei suoi confronti, sperando solo di essere trattato come uno dei salariati.

Illustrazione della parabola del figlio prodigo: il figlio più giovane che lascia la casa paterna

L'Amore Incondizionato del Padre

Mentre il figlio era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Questo comportamento è inatteso e poco realistico per l'epoca, manifestando un amore che supera ogni dignità e aspettativa. Il padre non attese che il figlio finisse la confessione preparata, ma ordinò ai servi di portargli il vestito più bello, l'anello al dito e i sandali ai piedi, e di ammazzare il vitello grasso per fare festa. Il padre dichiarò: «Perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». La festa, quindi, non era una ricompensa per ciò che il figlio aveva fatto, ma espressione della gioia del padre per aver riavuto uno dei suoi figli che era "tornato alla vita".

Vangelo di Luca 15. Le tre parabole della misericordia. Omelia di Don Salvatore Purcaro

La Reazione del Figlio Maggiore e l'Incomprensione della Misericordia

Il figlio maggiore, al ritorno dai campi, udì musica e danze e, sapendo del ritorno del fratello e della festa organizzata dal padre, si indignò e non voleva entrare. Egli si lamentò col padre, elencando i suoi meriti: «Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso». Il figlio maggiore, figura dei farisei e degli scribi, si aspettava che il padre cacciasse o trattasse come un servo il fratello, e non riusciva a comprendere la logica dell'amore gratuito del padre.

Il padre, con tono estremamente affettuoso, uscì a supplicarlo e gli rispose: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo. Bisognava fare festa, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». Il padre invitava il figlio maggiore a riconoscere il peccatore come fratello e a condividere la gioia, senza ergersi a giudice.

Le Diverse Visioni di Dio e la Vera Libertà

Antonio di Mello sottolinea che Satana suggerisce a tutti che Dio è padrone di tutto, legislatore, giudice, boia, che ti vede anche dentro e ti condanna alla morte eterna se non fai la legge che Lui ha stabilito. Contro questa visione di Dio, che molte religioni affermano, l'ateo o il ribelle nega, cercando la propria libertà e una vita umana, non da schiavo. I due fratelli, in realtà, rappresentano una stessa cosa: il figlio minore si ribella a questo Dio, mentre il maggiore lo serve da schiavo.

Il brano biblico, invece, vuole essere la rivelazione a entrambi i figli che il Padre non è come loro pensano, ma è un'altra cosa. Dio non è come lo pensiamo noi, è esattamente il contrario: non è il Dio della legge, delle religioni che gli atei negano, ma quel Dio che è amore e libertà e misericordia assoluta. Questa conversione, dal legalismo e servilismo verso la libertà dei figli di Dio e la religione dell’amore (la cui legge è l’amore che è legge a se stesso e alla libertà), dura tutta la vita.

La Conversione al Cuore di Dio e la Gioia Divina

Il pericolo costante del cristiano è quello di dimenticarsi del Vangelo e dire: "osservo le norme, così sono a posto". La conversione di cui parla Luca 15 consiste nel dare più importanza al dono di essere figli amati, senza risentirsi se Dio ama anche gli altri suoi figli, anche quelli che sembrano non riconoscerlo. Non si tratta di un contratto con Dio, dove ciascuno riceve esattamente quello che merita, ma di un dono dato a tutti gratuitamente. La vera conversione è non essere consumati dall'invidia per chi ci sembra amato senza meritarlo, ma essere pieni di gratitudine per l'amore ricevuto e sentire tristezza per chi non si apre all'amore di Dio.

In questo brano, il termine "Padre" viene nominato dodici volte, sottolineando la centralità della figura paterna. Il cronista lo chiama padre, il minore lo chiama padre, e così fanno i servi. Solo il fratello maggiore non lo chiama mai padre direttamente, ma lo farà quando capirà che "questo tuo figlio, il disgraziato", è suo fratello. Il Padre soffre in silenzio, sa aspettare i tempi dei figli, e a volte "fa lo scemo" davanti alle loro mancanze. È interessante notare come il padre non rivolga alcuna parola di rimprovero al figlio che torna dal peccato, ma solo baci, abbracci e festa, dimostrando l'immensa gioia che Dio prova quando un peccatore si ravvede e torna a Lui.

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