Il ricordo di don Tonino Bello, Monsignor Antonio Bello, vescovo poeta, pastore sempre dalla parte degli ultimi, costruttore di pace e profeta di una Chiesa che si cinge il grembiule del servizio, è più vivo che mai. Di recente, Papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto che ne riconosce le virtù eroiche, un atto lungamente atteso, sperato e sognato da molti: fedeli, agnostici e persino atei, che vedono in lui un vero trascinatore di profezia evangelica. La diocesi di Molfetta ha infatti da poco terminato la fase diocesana per la beatificazione del suo amato vescovo.

La Profezia della "Chiesa del Grembiule"
La Chiesa in uscita di don Tonino ha il sapore della Chiesa del grembiule, una Chiesa davvero casa di tutti, ospedale da campo dopo la battaglia, pronta a dialogare con l’uomo e ad abbracciarlo. È una Chiesa in ascolto dell’umanità sofferente. La «Chiesa del grembiule» è una Chiesa povera per i poveri, che si spinge oltre il dovere dell’elemosina, che cammina con le persone indigenti e ne condivide i problemi e le speranze.
«I poveri - afferma don Tonino - sono il luogo teologico dove Dio si manifesta e il roveto ardente e inconsumabile da cui egli ci parla». Rispettando la diversità di ciascuno la chiesa diviene, così, convivialità delle differenze, luogo in cui si edifica la pace: «la pace non viene quando uno si prende solo il suo pane e va a mangiarselo per conto suo. […] La pace è qualche cosa di più: è convivialità».
La Chiesa che don Tonino si è impegnato a costruire è libera e al servizio di tutti, umile, pone la sua fiducia nella Parola di Dio e nel servizio ai poveri, rifiuta i privilegi concessi dai potenti.

Segni Episcopali come Servizio, non Potere
Don Tonino ha incarnato questa visione fin dalle sue scelte episcopali. Per lui, le insegne episcopali non sono segni di potere, ma richiami al servizio. Ha ridotto al minimo il suo guardaroba, rifiutando di farsi confezionare la talare paonazza e preferendo la talare nera filettata, anche in occasione dell’ordinazione episcopale.
Il suo stemma, semplice, riprende quello del suo paese Alessano, che ha nello scudo due ali e una croce. Come pastorale, ha optato per un bastone in legno d’ulivo, più simile al vincastro di un pastore che a uno scettro, e quindi più adatto a un vescovo della strada, come si definisce nel suo ingresso a Terlizzi. La croce pettorale, con l’immagine di un Cristo essenziale nelle sue linee, è tenuta al collo da un semplice cordoncino.
La Teologia del Grembiule: Stola e Servizio
Il concetto della Chiesa del grembiule trova la sua più profonda radice nella riflessione di don Tonino sul Vangelo, in particolare sulla scena della lavanda dei piedi. Don Tonino ha dedicato una pagina "senza mezzi termini" intitolata "STOLA E GREMBIULE", che offre il paradigma dei comportamenti sacerdotali secondo la logica eucaristica.
Il grembiule, ben che vada, se non proprio gli accessori di un lavatoio, richiama la credenza della cucina, dove, intriso di intingoli e chiazzato di macchie, è sempre a portata di mano della buona massaia. Ordinariamente, non è articolo da regalo, tanto meno da parte delle suore per un giovane prete. Eppure, il vangelo di Giovanni, per la messa solenne celebrata da Gesù nella notte del giovedì santo, non parla né di casule né di amitti, né di stole né di piviali. Parla solo di questo panno rozzo che il Maestro si cinse ai fianchi con un gesto squisitamente sacerdotale.
Stola e grembiule, per don Tonino, sono come l’altezza e la larghezza di un unico panno di servizio: il servizio reso a Dio e quello offerto al prossimo. La stola senza il grembiule resterebbe semplicemente calligrafica. C’è, nel vangelo di Giovanni, una triade di verbi scarni, essenziali, pregnantissimi, che basterebbero da soli a sostenere il peso di tutta la teologia del servizio, e che illustrano la complementarietà della stola e del grembiule:
- "si alzò da tavola"
- "depose le vesti"
- "si cinse un asciugatoio"
I simboli degli evangelisti
"Si Alzò da Tavola": Dall'Eucaristia all'Azione
Il primo verbo, "si alzò da tavola", significa due cose. Prima di tutto che l’eucarestia non sopporta la sedentarietà. Non tollera la siesta. Non permette l’assopimento della digestione. Ci obbliga a un certo punto ad abbandonare la mensa. Ci sollecita all’azione. Ci spinge a lasciare le nostre cadenze troppo residenziali per farci investire in gestualità dinamiche e missionarie il fuoco che abbiamo ricevuto. Se non ci si alza da tavola, l’eucarestia rimane un sacramento incompiuto.
La spinta all’azione è così radicata nella sua natura, che obbliga a lasciare la mensa anche quando viene accolta con l’anima sacrilega, come quella di Giuda: “Preso il boccone, egli subito uscì”. Ma "si alzò da tavola" significa un’altra cosa molto importante: che gli altri due verbi "depose le vesti" e "si cinse i fianchi con l’asciugatoio" hanno valenza di salvezza soltanto se partono dall’eucarestia. Per i presbiteri ogni impegno vitale, ogni battaglia per la giustizia, ogni lotta a favore dei poveri, ogni sforzo di liberazione, ogni sollecitudine per il trionfo della verità devono partire dalla “tavola”, dalla consuetudine con Cristo, dalla familiarità con lui, dall’aver bevuto al calice suo con tutte le valenze del suo martirio. Da una intensa vita di preghiera, insomma. Solo così il nostro svuotamento si riempirà di frutti, le nostre spoliazioni si rivestiranno di vittorie, e l’acqua tiepida che verseremo sui piedi dei nostri fratelli li abiliterà a percorrere fino in fondo le strade della libertà.
"Depose le Vesti": Rinuncia al Potere e all'Egoismo
Chi sta alla tavola dell’eucarestia deve "deporre le vesti". Le vesti del tornaconto, del calcolo, dell’interesse personale, per assumere la nudità della comunione. Le vesti della ricchezza, del lusso, dello spreco, della mentalità borghese, per indossare le trasparenze della modestia, della semplicità, della leggerezza. Le vesti del dominio, dell’arroganza, dell’egemonia, della prevaricazione, dell’accaparramento, per ricoprirsi dei veli della debolezza e della povertà, ben sapendo che "pauper" non si oppone tanto a "dives" quanto a "potens".
Dobbiamo abbandonare i segni del potere, per conservare il potere dei segni. Non possiamo amoreggiare col potere. Non possiamo coltivare intese sottobanco, offendendo la giustizia, anche se col pretesto di aiutare la gente. Gli allacciamenti adulterini con chi manipola il danaro pubblico ci devono terrorizzare. Dovremmo rimanere amareggiati ogni qualvolta ci sentiamo dire che le nostre raccomandazioni contano, che la nostra parola fa vincere un concorso, che le nostre spinte sono privilegiate. Il bagliore dei soldi, anche se promesso per le nostre chiese e non per le nostre tasche, non deve mai renderci complici dei disonesti.
In una parola, "depose le vesti" per noi sacerdoti deve significare divenire "clero indigeno" degli ultimi, dei poveri, dei diseredati, dei sofferenti, degli analfabeti, di tutti coloro che rimangono indietro o sono scavalcati dagli altri. Questo è il guaio: le nostre eucaristie si snervano spesso in dilettazioni morose, languiscono nei tepori del cenacolo, si sciupano nel narcisismo contemplativo e si concludono con tanta sonnolenza lusingatrice, che le membra si intorpidiscono, gli occhi tendono a chiudersi, e l’impegno si isterilisce. Fuori ti aspetta il Regno di Dio, da costruire.
"Si Cinse un Asciugatoio": Il Gesto del Servizio Concreto
Il gesto di "cingersi un asciugatoio" è l'essenza stessa della Chiesa del grembiule: un impegno concreto e umile verso il prossimo. La carezza al migrante marocchino, al ladro che ha appena ucciso una guardia, al carcerato, al drogato, al barbone sotto casa, è l’avamposto migliore della buona speranza. È, in fondo, la carezza e la misericordia di Gesù. La profezia evangelica passa da qui, da queste nostre chiese aperte al mondo. Vie di fuga e vie di ritorno.
Don Tonino Bello: Una Vita tra la Gente
Antonio Bello nasce ad Alessano (Lecce) il 18 marzo 1935, viene ordinato sacerdote l’8 dicembre 1957 e riceve l’ordinazione episcopale nel 1982. Chi lo ha conosciuto ricorda soprattutto la sua semplicità, la capacità di condividere l’esistenza della gente "normale", di avere la porta sempre aperta, di leggere la realtà con gli occhi del Padre, virtù nate dalle tante ore di preghiera, dalla Celebrazione Eucaristica, dall’amore al Pane eucaristico. La sua è stata la straordinarietà di un uomo normale. La croce e la fisarmonica. Questo, nel disegno di un bambino, è don Tonino Bello.

Il Ministero a Tricase e l'Attenzione ai Giovani
Siamo a Tricase, il luogo del suo primo amore, come lui lo ha chiamato più volte. Il luogo dove ha imparato ad essere sacerdote tra la gente, e dove da parroco che diventa vescovo - suo malgrado - si cinge i fianchi con un asciugatoio, dando un’immagine plastica e molto concreta di quella Chiesa del grembiule che profeticamente ha anticipato la Chiesa in uscita di Francesco. Qui, don Tonino si è accorto che un metodo troppo competitivo, tipico della "sindrome del primo della classe", non corrispondeva alla realtà. Non è stato facile, all’inizio: quando è arrivato nel 1979, c’era quasi il deserto. E così ha deciso di cominciare dai giovani: li andava a cercare, e per loro ha aperto un Centro teologico di lettura dove ha messo a disposizione i suoi libri, con i grandi autori di cui era appassionato, come Bonhoeffer, a cui ha aggiunto una cinquantina di abbonamenti ad altrettante riviste. Non c’erano i social, allora, e quello era l’unico modo per aggiornarsi.
In un tessuto pastorale dove ogni parroco era legato al suo campanile, don Tonino ha introdotto una visione più ampia. «Facciamo capire alla gente che ci vogliamo bene veramente, andiamoci a prendere un caffè insieme, per far vedere che tra noi non ci sono tensioni», era la sua proposta ai sacerdoti.
Gesti Fuori dagli Schemi e la Radicalità del Vangelo
I suoi gesti sorprendono perché rompono gli schemi. Come quando andava con la sua 500 dalle famiglie povere, a cui portava i viveri che aveva commissionato prima citofonando alle famiglie della parrocchia: «Prepara il primo, prepara il secondo, prepara il dolce…». O come quella volta che, andando a trovare una persona molto povera ricoverata in ospedale, accortosi che non aveva nessuno ha detto senza pensarci due volte: «La notte la faccio io». Il giorno dopo si è sparsa la voce che il parroco era rimasto a vegliare, e così sono arrivati i volontari ad alternarsi per la notte.
«Io nel mio corpo ho il sangue di don Tonino», ha svelato una volta una signora, orgogliosa, a don Flavio. Quando è stata operata, aveva bisogno di una trasfusione e don Tonino si è fatto avanti. Mimmo Turco, uno dei suoi ragazzi, sottolinea l’umanità e l’essenzialità di don Tonino: «Ci eravamo fermati all’aspetto esteriore accattivante, invece lui era essenziale, ci spronava a puntare gli occhi non su di lui, ma su Qualcuno più grande di lui».
Radicale: è l’aggettivo che ritorna anche nella testimonianza di don Salvatore Leopizzi, che narra la sua amicizia con don Tonino a partire da un’istantanea: il suo primo gesto da vescovo di Molfetta, accanto agli operai di Giovinazzo. «In lui c’era l’urgenza di essere radicale, cioè di andare alle radici, partendo dalla memoria eversiva della Croce, l’unica con la quale il mondo può essere rivoluzionato». Quando viene nominato presidente di Pax Christi, è il giorno dell’uccisione di padre Popieluszko. «La pace lui, la traduceva in maniera poetica, oltre che profetica». Per lui i cristiani dovevano avere i piedi per terra e la testa verso il cielo.
Maria, Modello di Convivialità e Donna del Nostro Tempo
La madre Maria è un po’ il simbolo di tutte le donne per don Tonino. E alle donne, attraverso l’esempio di Maria madre di Gesù, don Tonino ha dedicato parole dolcissime e attuali. Maria è la donna dei nostri giorni: «Maria vogliamo vederla così. Immersa nella cronaca paesana. Con gli abiti del nostro tempo. Che non mette soggezione a nessuno. Che si guadagna il pane come le altre. Che parcheggia la macchina accanto alla nostra… Fa’ che possiamo sentirti vicina ai nostri problemi. Non come Signora che viene da lontano a sbrogliarceli con la potenza della sua grazia o con i soliti moduli stampati una volta per sempre».
Con un’operazione lessicale coraggiosa, don Tonino strappa la Madonna alla mariologia degli esperti e dei devoti, e le restituisce tutto il fascino della donna piena di grazia. In una delle sue preghiere più belle, don Tonino Bello chiede a Maria di impetrare proprio questa grazia: «Santa Maria, donna conviviale, alimenta nelle nostre Chiese lo spasimo di comunione. (…) Aiutale a superare le divisioni interne. Intervieni quando nel loro grembo serpeggia il demone della discordia. Spegni focolai delle fazioni. Ricomponi le reciproche contese. Stempera le loro rivalità. Fermale quando decidono di mettersi in proprio, trascurando la convergenza su progetti comuni».

Gli "Auguri Scomodi" e la Chiamata alla Comunione
Don Tonino invitava tutti a edificare una chiesa fedele al Vangelo. Così diceva nei suoi famosi «auguri scomodi»:
- «Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali e vi conceda di inventarvi una vita carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio.»
- «Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio…»
- «I poveri che accorrono alla grotta, mentre i potenti tramano nell’oscurità e la città dorme nell’indifferenza, vi facciano capire che, se anche voi volete vedere “una gran luce” dovete partire dagli ultimi.»
Nella Chiesa, don Tonino Bello voleva essere a servizio della comunione: «Il primo servizio che dobbiamo rendere è quello della comunione. Siamo chiamati a essere “servi della comunione”. Questa deve essere la nostra brillante carriera!». Ha cercato di incarnare quell’ecclesiologia di comunione enunciata dal Concilio Vaticano II, quello «spirito collegiale» che doveva essere l’anima della «Chiesa del grembiule» e animare tutte le forme di collaborazione tra le diverse componenti della Chiesa: chi ha un ruolo nella Chiesa non è chiamato a esercitare un potere, ma a svolgere un servizio.