L'opera di Giuseppe Gioacchino Belli, con i suoi oltre duemila sonetti in dialetto romanesco, rappresenta un affresco insuperabile della Roma papalina dell'Ottocento. Tra le sue creazioni più celebri e toccanti si distingue il sonetto "La bbona famijja", un intimo ritratto della vita quotidiana degli umili. Questo componimento, datato 28 novembre 1831, non solo offre uno "spaccato casalingo" suggestivo, ma rivela anche la profonda partecipazione affettuosa del poeta alla realtà dei poveri. Il sonetto è tra i più belli del poeta e illustra una quotidianità fatta di estrema frugalità, affetti sinceri e una spiritualità spontanea, in cui l'atto naturale della "pisciatina" e la devota recita del Salve Regina convivono senza irriverenza.

Il Sonetto "La bbona famijja"
Testo Originale e Versione in Italiano
Il sonetto è scritto in dialetto romanesco, con una metrica che segue lo schema tradizionale ABBA, ABBA, CDC, EDE.
Il Sonetto Originale
LA BBONA FAMIJJA
Mi’ nonna a un’or de notte che vviè Ttata
Se leva da filà, ppovera vecchia,
attizza un carboncello, sciapparecchia,
e mmaggnamo du’ fronne d’inzalata.
Quarche vvorta se fâmo una frittata,
che ssi la metti ar lume sce se specchia
come fussi a ttraverzo d’un’orecchia:
quattro nosce, e la scena è tterminata.
Poi ner mentre ch’io, Tata e Ccrementina
seguitamo un par d’ora de sgoccetto,
lei sparecchia e arissetta la cuscina.
E appena visto er fonno ar bucaletto,
’na pissciatina, ’na sarvereggina,
e, in zanta pasce, sce n’annamo a letto.
Traduzione in Italiano
La buona famiglia.
Mia nonna ad un’ora della sera (verso le ore 20 d’estate o 19 d’inverno, secondo l'antica divisione delle ore della giornata nella Roma dell’800), quando viene babbo, smette di filare, povera vecchia, accende un tizzo di carbone, ci apparecchia la tavola e mangiamo due foglie d’insalata. Qualche volta abbiamo una frittata, che se la metti vicino ad un lume è trasparente come un’orecchia, quattro noci, e la cena è terminata. Poi mentre io, babbo e Clementina continuiamo per un paio d’ore a farci un goccio di vino, lei sparecchia e rassetta la cucina. E appena arriviamo al fondo del boccale [“sgoccettare” = continuare a sbevazzare per un certo tempo, cioè il centellinare], una pisciatina, una Salve Regina e, in santa pace, ce ne andiamo a letto.
Alcune espressioni dialettali: “Tata” è una derivazione dall’antica parola sannitica (tatam) che significava “padre”, residuo dell’influenza a Roma del dialetto napoletano, dominante fino al XIV secolo. Lo “sgoccetto” è il centellinare il vino, che si smette quando si vede il fondo del boccale (“bucaletto”).
Analisi delle Quartine
La scena rappresentata nelle quartine è un interno familiare povero, molto povero, ma al contempo decoroso e quieto. Le ore scorrono monotone e consuete. A narrare è probabilmente un ragazzo che, con il distacco della rappresentazione oggettiva - anche se parla in prima persona - descrive con grande semplicità l’umile interno della sua casa. Il poeta si è immedesimato nel ragazzo e ne descrive gli spazi con tenerezza, come se vi avesse passato anni e anni. La famiglia, orfana della madre, è costituita dal padre, che ha la fortuna di lavorare anche se con scarso guadagno, dal protagonista - forse adolescente -, dalla sorella Clementina e dalla nonna, vera architrave della casa, che lavora in proprio come filatrice e aiuta con i lavori domestici.
La centralità della nonna, vero soggetto della prima strofa, si manifesta non solo attraverso i lavori (lei smette di filare, lei risveglia il focolare, lei mette in tavola), ma anche nella rima BB (vecchia-sciapparecchia) e nelle assonanze che vi si legano (se leva - ppovera vecchia, l’unico dato che svela commozione e partecipazione). L’introduzione è data dal tempo, un’ora dopo il tramonto, tempo segnato dal calendario sacro (l’Ave Maria). La nostra attenzione è catturata dai piccoli movimenti spaziali, dalla sobria elencazione degli oggetti e dai rituali semplici ed essenziali che scandiscono una vita misera, rassegnata e tranquilla. Il tutto si conclude con i quattro membri della famiglia alle prese con la povera cena, ben lontana dal fasto dei monsignori e dei nobili romani; il diminutivo “carboncello” precisa la povertà di quel fuoco.
È da rilevare, infine, il gioco progressivo degli elementi a cui il Belli è affezionato: un carboncello, du’ fronne, e - alla fine - quattro nosce, schema che si ritrova anche nel sonetto "Er ferraro" (“mi’ moje, du’ sorelle, e quattro fiji”). Le vivande possono essere quelle povere e quotidiane degli umili, che il poeta conosce per esperienza diretta, come l’insalatina e la frittata serale miserella (anche se la cena è impreziosita dalle noci e dal vino).
Analisi delle Terzine: "Una pisciatina, 'na sarvereggina"
Nelle terzine, continua la descrizione di questa realtà quotidiana, tessuta di cose, di oggetti, di esperienza comune, con un’area semantica omogenea ed unitaria. Il padre e i due figli restano a tavola a chiacchierare e a centellinare quel po’ di vino che si possono permettere, mentre la nonna si dà da fare a rimettere ordine nella stanza. Il lavoro della nonna è ancora una volta sottolineato dall’assonanza in e-a, “sparecchia-arissetta”.
L’ultima strofa, al di là dell’omogeneità contenutistica della rima D, “sgoccetto-bucaletto”, e della povera felicità di un bicchiere (con il rimando in assonanza al povero “carboncello”), si fa forte della strepitosa rima interna del verso 13, quella “pisciatina-sarveregina” che con acume vertiginoso unisce la quotidiana preghiera serale (la familiarità del sacro) con l’altrettanto necessario bisogno fisico. Negli “Appunti belliani” si riscontra una nota, la c 27 r, che compendia lo schema di questa movenza-chiave: “La sera, quer goccio, una pisciatina, una sarvereggina, e a letto”.
La frequenza dei diminutivi e dei vezzeggiativi (carboncello, sgoccetto, bucaletto, pissciatina) confermano una vaga connotazione affettuosa, in linea con la simpatia umana che il poeta qui rivela per i suoi protagonisti. Il verso 13, infine, denota un’altra caratteristica: è formato da un quinario e un senario, con due parole insolitamente lunghe, un quadrisillabo e un pentasillabo, entrambe introdotte dalla ripetizione dell’articolo indeterminativo “’na”. In questo modo Belli quasi ci accompagna con il ritmo del verso a guardare divertiti e un po’ sorpresi i nostri personaggi che lentamente svolgono le loro operazioni serali. Così, dopo aver accontentato le imprescindibili esigenze del corpo e dell’anima (atti così diversi uniti con semplicità, senza che stridano, senza alcuna irriverenza), la nostra famigliola si prepara quietamente ad andare a dormire. Belli, trovatosi finalmente alla presenza del vero e non più del falso e del putrescente, riesce a trovare i modi quieti (e in zanta pasce) e l’impassibilità affettuosa dell’autentico cronista. Tuttavia, i tratti delicati usati non servono ad illudere sulla desolante realtà di questo interno di casa popolare.
Il Contesto della Roma Papalina
Povertà e Disuguaglianza Sociale
La stragrande maggioranza della popolazione di Roma ai tempi dei Papi-re viveva in condizioni di estrema povertà. Come in tutti i Paesi arretrati, la mancanza di libertà economica, politica e culturale, il fanatismo e il bigottismo religioso, il privilegio sociale, la corruzione diffusa e l’occhiuta censura, impedivano non solo il progresso delle idee, ma anche il fiorire di mestieri, arti, professioni, commerci, industria, insomma non solo la ricchezza diffusa, ma la vita stessa dell’uomo.
Il divario di status economico, giuridico e sociale tra ecclesiastici e nobili, da una parte, e popolo minuto, dall’altra, era enorme. Questo dato, ritenuto offensivo per la coscienza di oggi, era contraddittorio anche per l’ostentata e ipocrita “morale cattolica”, che solo la cinica promessa della “ricompensa nell’Altro Mondo” riusciva a rendere tollerabile agli occhi del popolo e dello stesso clero. Così, mentre nobili, papi, cardinali, vescovi, monsignori e parroci vivevano nel lusso, nell’ozio ed esercitando il gusto sadico del Potere, le famiglie di Roma si trascinavano a stento nella vita quotidiana, cercando materialmente di sopravvivere alla fame, alle malattie, all’abulia. Una povertà materiale e psicologica che il Belli descrive con partecipazione, avendola provata egli stesso per gran parte della propria vita.
Le vivande potevano essere quelle ghiotte e preziose dei nobili e del clero, sbirciate da lontano e di cui Belli aveva solo sentito parlare, o quelle povere e quotidiane degli umili. Intanto, mentre la vecchiarella prepara la sua esile frittata, i ricchi e i preti gozzovigliano.
La Vita Quotidiana e i Giovani
L’età media dei romani al tempo del Belli era molto più bassa di quella dei tempi moderni, com’era tipico di una società arretrata e povera. Il confronto con i giovani di oggi è stridente, come notato da critici contemporanei. Valerio Magrelli ha osservato che, malgrado le trasformazioni della vita quotidiana, la maggiore differenza risiede nella condizione dell’adolescente: oggi un accresciuto senso di spaesamento, solitudine, estraneità. Eraldo Affinati aveva descritto le serate dei giovani di oggi con videogiochi e poster di eroi sportivi, mentre Magrelli rispondeva ricordando la strofa finale de “La bbona famijja”: “E appena visto er fonno ar bucaletto / ’na pisciatina, ’na sarvereggina, / e, in zanta pasce, sce n’annamo a letto”. Quella famiglia del lontano 1831 si preparava al sonno finendo un boccale di vino, andando al gabinetto, recitando le preghiere della sera.

Approfondimenti e Curiosità
La Cucina dei Poveri e la Frittata
La frittata descritta nel sonetto, “quasi trasparente per quanto è fina”, indica che nella larga padella il battuto di poche uova non riusciva a dare spessore e nutrimento proteico adeguato ai quattro poveri commensali. Si immagina che il pane, sebbene non citato direttamente nel sonetto, fosse comunque presente, probabilmente un pane scuro di seconda o terza scelta, forse di cereali misti e ricco di cruschello, che riempiva ma non nutriva. A Roma, sotto i Papi, il popolo era vegetariano senza saperlo, in un “strano vegetarismo forzoso”, mentre nobili, papi, cardinali, monsignori, preti e monaci si abbuffavano di carni.
L'autore del sonetto forse non era intenditore di cucina, e con la descrizione della frittata trasparente voleva dare rapidamente al lettore profano una misura materiale di povertà. Tuttavia, in ristrettezze, una cuoca avrebbe saputo tutti i trucchi per rendere una frittata spessa e ricca, magari grazie a erbe selvatiche gratuite, come i getti amarognoli della vitalba usati come "asparagi" o la "misticanza". Una cipolla o qualche foglia di cavolo, volendo, si sarebbero potute ottenere gratis o quasi dal "verduraro". Per fortuna qualche noce, qualche foglia d’insalata, e un piccolo boccale di vino completano la cena, una frugalità estrema che ha funzioni del tutto letterarie, servendo a raffigurare al meglio un ambiente e uno stato d’animo nella brevissima, inesorabile sintesi del bozzetto.
La ricetta della "Frittata della bbona famijja" con quattro uova, cipolla tagliata fine, prezzemolo tritato, olio, sale e pepe q.b., suggerisce di cuocere le cipolle a parte, aggiungervi il prezzemolo e le uova ben sbattute, per poi cuocere il tutto in padella. Si suggerisce anche l'uso di mentuccia e altri ortaggi per renderla meno trasparente e più gustosa di quella descritta nel sonetto.
Confronti con Altri Sonetti Belliani
Il sonetto “La bbona famijja” può essere messo a confronto con altri testi belliani, di analogo tema ma di maggiore drammaticità, che evidenziano la varietà con cui Belli esplorava la povertà romana.
"Che dichi, Peppe?"
Questo sonetto piacque molto a Pascoli e fu accolto nella sua antologia “Fior da Fiore”. Parla in prima persona la protagonista assoluta della lirica, la mamma, e tutto il sonetto risuona del suo monologo, delle sue parole e del suo pianto straziato in un interno domestico fatto di disagio e di miseria. Già l’incipit è straordinario con quel “crature mie” e con la ripetizione nel verso 1 del “quiete, stateve quiete”. Il primo termine connota i piccoli come creazione del suo ventre, notazione che sarà ripresa e intensificata in climax al verso 5 con il “viscere mie care” (non è da trascurare, nella simbologia popolare, l’eco del “fructus ventris tui” della liturgia mariana); il secondo è un’implorazione, un invito a calmarsi, a non piangere, ripetuto - ancora nel verso 5 - con il “nun piaggnete”. Tutte le parole che la madre rivolge ai figli per quietarli e alla Vergine Maria per essere aiutata assonantizzano e rimano in “e-e”: quiete-provedeteme-potete-viscere-piagnete-magnerete, creando così un campo semantico e musicale omogeneo.
Il dialogo straziato della madre con i due figli continua nelle terzine e si articola in simmetria ordinata. Nella prima terzina, dopo l’introduzione patetica del “Si capìssivo er bene che ve vojo” rivolta ad entrambi, la mamma si rivolge al più piccolo che ha paura del buio, per confortarlo, ma la mancanza del combustibile rende irrimediabile quella difficoltà. Alla femminuccia, che invece trema per il freddo, la mamma può offrire il calore del suo corpo. La divaricazione, così prosaica nella spiegazione dei contenuti, si costruisce poeticamente con un’intensità patetica bellissima: allo “scuro” della stanza, che tanto impaurisce il povero Peppe, si unisce, in rima C, il brivido freddo che dà il “muro” al quale si appoggia la piccola Lalla, lontana e accoccolata in se stessa. Questa volta la mamma può offrire il calore della sua carne, dando un senso compiuto alla creazione del poeta che nel verso 1 usa il possessivo “crature mie”, ripreso nel verso 5 con il “viscere mie” e chiuso nell’ultimo verso con “mamma tua”.
Il Sonetto degli Ospizi
Un altro sonetto, senza titolo specifico nel testo fornito ma descritto, narra la storia di una famiglia ancora più disastrata, dove i figli vengono mandati in vari ospizi per essere istruiti o mantenuti. La madre racconta: “Da un mese io mando il mio figlio più piccolino alla scuola gratuita di S. Salvatore per l’istruzione elementare e già comincia a fare le aste con la penna e a recitare a memoria l’abbaco. Un altro figlio ha imparato a costruire ombrelli nell’ospizio fondato da padre Giovanni, un altro ancora nell’ospizio di San Michele fa lo scalpellino e il più grande, che è entrato nell’ospizio degli Orfanelli, studia il latino. Delle tre ragazze, Nina morì a suo tempo, Nannarella sta con la nonna e Nunziatina sta alle Zoccolette, un conservatorio di fanciulle povere. Quanto a me, povera donna, io tiro avanti rammendando calze. Poi ci penserà la Madonna.” Questo testo illustra una povertà che va oltre la semplice frugalità, toccando la dispersione familiare e la rassegnazione di fronte a un destino ineluttabile.