Il Padre Nostro: Profondità Teologiche e Dibattito sulla Nuova Traduzione

Il Padre Nostro è una delle preghiere più diffuse e fondamentali della cristianità, conosciuta a memoria da tutti i fedeli, poiché spesso è una delle prime insegnate ai bambini al Catechismo. Questa preghiera, donata da Gesù stesso, racchiude in sé un'immensa ricchezza teologica e spirituale, oggetto di continua riflessione e interpretazione.

La Preghiera come Relazione Personale e Professione di Fede

Don Luigi Maria Epicoco, filosofo e teologo di L’Aquila, autore apprezzato nel campo della spiritualità, ha dedicato un volume al Padre Nostro, parte della serie “Insegnaci a pregare” in occasione dell’“Anno della Preghiera”. Nelle sue intense pagine, Epicoco offre un commento che invita a rallentare la lettura del testo evangelico, permettendo alle parole di Gesù di entrare in relazione con il lettore in maniera rinnovata.

L'Unicità della Preghiera

Secondo Epicoco, la preghiera dovrebbe diventare una manifestazione della nostra unicità. Ciò significa che la preghiera è innanzitutto una relazione che ciascuno costruisce in base alla propria individualità. Non esiste un unico modo di pregare; ognuno deve trovare ciò che più gli corrisponde e lo aiuta a vivere questa relazione.Quando la preghiera rischia di diventare “pagana”? Questo accade quando si pensa che essa serva a convincere Dio ad essere dalla nostra parte, ad amarci e aiutarci. Dio è già convinto di questo amore incondizionato; la preghiera è piuttosto un modo per attivare un amore che ci è già stato donato, non per implorare un affetto divino. Essere incerti sull'amore di Dio ci colloca, in tal senso, nella sfera del paganesimo. Chi desidera imparare a pregare, anche se non ne è consapevole, ha già iniziato il suo cammino di preghiera, poiché il primo passo è proprio il desiderio.

Il Padre Nostro come Programma di Vita

Il Padre Nostro non è una semplice formula o un insieme di parole da ripetere a memoria; esso rappresenta la più grande professione di fede che i cristiani possano fare. In esso è racchiuso tutto ciò che si crede di Dio e tutto l’insegnamento evangelico di Gesù, invitando a una conversione profonda per presentarsi davanti a Dio secondo il modello insegnato da Cristo.

Approfondimento sulle Petizioni del Padre Nostro

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano"

La richiesta del pane quotidiano è una domanda al Signore di concederci ciò che è veramente necessario alla nostra vita. Questa petizione ci spinge a discernere tra ciò che è essenziale e ciò che è superfluo, rendendo la preghiera un luogo di riflessione profonda sulle priorità della nostra esistenza.

"Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori"

Questa frase introduce il grande tema del perdono e della misericordia, che Gesù indica più volte nel Vangelo come condizioni necessarie per la preghiera. Attraverso il perdono, si cerca di prendere le distanze dal Male ricevuto e fatto, che spesso ostacola una vita diversa. Così come si chiede il pane quotidiano, dovremmo chiedere anche il perdono quotidiano, coltivando la capacità di essere perdonati e di perdonare a nostra volta.

"Non abbandonarci alla tentazione ma liberaci dal male" (Prospettiva Tradizionale)

La frase finale del Padre Nostro è una delle manifestazioni più belle dell'amore di Dio, poiché ricorda che il Padre non ci lascia soli, soprattutto nell'ora della prova e della solitudine. Essa esprime la richiesta di non essere lasciati soli di fronte al Male della mentalità del mondo, che spesso contraddice la logica della Croce insegnata dai personaggi del Vangelo.

Gesù nel deserto tentato dal diavolo

La Nuova Traduzione del Padre Nostro: Un Dibattito Teologico

Il Cambiamento e le Sue Ragioni

Nel 2020, la Conferenza Episcopale Italiana (CEI) ha introdotto nella liturgia una nuova traduzione del Padre Nostro, sostituendo la formula tradizionale «non ci indurre in tentazione» con «non abbandonarci alla tentazione». Questo cambiamento, approvato con il beneplacito di Papa Francesco, mirava a evitare che il fedele attribuisse a Dio un ruolo attivo nell’istigare al male, poiché, come spiegato dal Pontefice, «un padre non fa questo, non spinge il figlio alla tentazione».

Analisi Esegetica e Teologica della Controversia

La ragione di questa modifica affonda le radici in una preoccupazione esegetica antica. Nel testo greco dei Vangeli (Mt 6,13; Lc 11,4), la richiesta a Dio è espressa con l’espressione μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν, resa in latino come ne nos inducas in tentationem. Il verbo *eisphérō* significa “portare dentro, condurre in”, e il sostantivo *peirasmos* può indicare sia la tentazione che la prova.

Il Significato di "Indurre in Tentazione" nella Tradizione Biblica e Patristica

Tuttavia, questa lettura non è l’unica possibile e il cambiamento ha sollevato obiezioni significative. Nella tradizione biblica e patristica, “indurre in tentazione” non equivale a “indurre al male”, ma può significare “condurre in una situazione di prova in cui è necessario scegliere tra il bene e il male”. Questo è lo spazio drammatico e fecondo del libero arbitrio, attraverso il quale Dio si manifesta e si realizza la dignità dell’uomo. Numerosi esempi biblici lo testimoniano: il libro dell’Esodo narra che «Dio mise alla prova Abramo» (Gen 22,1), e Mosè afferma: «Dio è venuto per mettervi alla prova» (Es 20,20). L’episodio delle tentazioni di Cristo nel deserto è ancora più esplicito: «Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo» (Mt 4,1). Qui, il condurre nella prova è opera dello Spirito stesso e, attraverso lo Spirito, del Padre, e non può essere interpretato come un atto ostile.

Le Implicazioni Teologiche di "Non Abbandonarci"

Cambiare la traduzione in «non abbandonarci alla tentazione» implica uno spostamento di prospettiva: Dio non “porta” l’uomo nella prova, ma lo protegge dal rimanervi solo. Sebbene sia una formulazione pastoralmente rassicurante, essa è teologicamente problematica per chi legge la tentazione nel senso biblico di prova. Se Dio non può neppure indirettamente indurre alla tentazione, ciò significherebbe che l’origine della prova si trova interamente fuori di Lui, nel potere di Satana o nelle contingenze del mondo.

Illustrazione concettuale della scelta tra bene e male

Le Voci della Tradizione e le Critiche Moderne

Le perplessità suscitate dalla nuova traduzione riguardano sia aspetti linguistici che eminentemente teologici. Come evidenziato da Matteo Taufer e Aldo Maria Valli, la traduzione approvata dalla CEI sembra trascurare il fatto che «Dio certamente permette la tentazione, e non in via straordinaria o marginale, ma come esperienza costante».

Anche Origene, nel suo Commento al Padre Nostro, aveva interpretato la domanda come una richiesta di non essere “sopraffatti” dalla tentazione, non di evitarla completamente. Egli sottolineava che la crescita spirituale passa attraverso una scelta interiore, affermando nel De Oratione che «Dio non vuole costringere al bene: vuole persone libere […]. La tentazione ha una sua utilità». Essa svela ciò che l’anima ha ricevuto da Dio, insegnandoci a conoscere noi stessi e la nostra miseria, e obbligandoci a rendere grazie per i beni che la tentazione ci ha permesso di riconoscere.

Questa tesi è stata sviluppata in modo circostanziato dai Padri della Chiesa. Sant’Agostino, per esempio, era convinto che la tentazione, come esperienza, non sia eliminabile. La preghiera domanda che essa non diventi caduta. Per Agostino, il Signore tenta non per conoscere la fede del credente, che già conosce, ma per far conoscere al tentato lo spessore e la consistenza della propria fede. Lo scopo della tentazione è indurre a saggiarne la profondità. Nella preghiera, quindi, non si chiede di non essere tentati, ma di non essere introdotti nella tentazione, ovvero di non essere indotti a scegliere di assecondarla. La preghiera non elimina la libertà umana, ma ricorda che essa non è autosufficiente: il libero arbitrio resta reale, ma fragile, e la Grazia è necessaria per resistere. La richiesta del Padre Nostro è una supplica affinché la tentazione non diventi caduta definitiva, mentre l’incontro con il male, da cui scaturisce la tentazione, è parte del disegno di Dio, e per questo ha senso chiedergli di non indurci in tentazione. Non è Dio a spingerci verso il male, ma è Dio che permette che siamo tentati, e da lui dipende in definitiva la tentazione. E proprio perché è da lui ammessa, il suo sostegno rimane costante.

San Tommaso d’Aquino, riprendendo questa linea, scrive nella Summa Theologiae: «Si dice dunque: non ci indurre in tentazione, cioè: non permettere che siamo introdotti in tentazione. Dio infatti tenta per provare; il diavolo invece, per ingannare». Tommaso introduce una distinzione netta: la tentazione può avere un significato positivo (ad probationem), come prova pedagogica che rafforza la virtù, permessa da Dio; oppure negativo (ad deceptionem), come seduzione al male, opera del demonio.

Anche Benedetto XVI, nel suo Gesù di Nazaret, affronta la questione: «Quando preghiamo così, chiediamo a Dio di non imporci delle prove che superano le nostre forze… ma, se deve accadere, di darci in ogni caso la forza di resistere». La domanda rimane viva non per attribuire a Dio la tentazione in senso maligno, ma per riconoscerlo come Signore anche del tempo della prova, una prova talmente essenziale che persino Cristo l’ha affrontata, come ricorda San Paolo (Ebrei 4,15): «Non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre debolezze: egli stesso è stato tentato in ogni cosa come noi, escluso il peccato».

Nuova traduzione del Padre Nostro, don Angelo Lameri

Le Conseguenze Teologiche del Cambiamento

Il dibattito non riguarda solo una sfumatura linguistica, ma una diversa concezione del rapporto tra Dio, il male e la libertà umana. Da un lato, la nuova traduzione evita il rischio catechetico di far pensare che Dio sia autore del male; dall’altro, sposta l’accento verso un Dio che, pur onnipotente, si limita a “non abbandonare”, lasciando aperta la possibilità di intendere che la prova sia sempre estranea al suo volere e frutto dell’azione di un altro potere. Questo solleva questioni profonde che caratterizzano la spiritualità cristiana.

È cruciale che ogni traduzione renda chiaro che “indurre in tentazione” - nel senso di sottoporre a prove che costringono a esercitare il proprio libero arbitrio e che sono proprie di ogni Fede autentica - è diverso dal cercare di indurre a fare il male. Sollecitare l’esercizio del libero arbitrio evidenzia un supremo dono divino di cui non si può eludere l’esercizio. Al contrario, concepire l’indurre in tentazione come un’azione diabolica estranea al volere di Dio introduce in una logica dualista, che, come sottolinea Taufer, pare frutto dell’eredità gnostica. Se la traduzione della CEI manca di giustificabilità filologica, sotto il profilo teologico essa sembra assecondare una prospettiva gnostica, distinguendo il Cristo dal Padre veterotestamentario.

Il Ruolo di Dio e del Male nel Monoteismo Cristiano

Secondo il Cardinale Gianfranco Ravasi, la presenza di interpretazioni contrastanti è comprensibile alla luce della mentalità semitica, che, per evitare il dualismo di fronte al bene e al male, cerca di porre tutto sotto il controllo dell’unico Dio (Isaia 45,7). Il male morale, sebbene ricondotto alla libertà umana o a Satana, è sempre permesso da Dio. Sant’Agostino ribadiva che Satana è creatura, non un principio eterno, e il male non è una sostanza opposta a Dio, ma una privatio boni, una privazione del bene, resa possibile dal dono della libertà.

Mappa concettuale del rapporto tra Dio, Male e Libero Arbitrio

San Tommaso d’Aquino, sulla stessa linea, afferma che Dio può “permettere” la tentazione non per volere il male, ma per trarre un bene maggiore dalla prova. Escludere ogni forma di permissione divina finirebbe con l’attribuire al male un’autonomia e un potere originario incompatibili con il cristianesimo. Il monoteismo cristiano ha sempre affermato che Dio resta Signore anche della prova, pur non essendone mai l’autore, mantenendo la sovranità sull’intera vicenda e assicurando che nulla accada fuori dal raggio della sua provvidenza. Il male, in quanto privatio boni, è intellegibile solo in relazione al bene, e viceversa.

La scelta di “non abbandonarci alla tentazione” presuppone che Dio non abbia alcun ruolo nell’indurre la tentazione, come se fosse un compito specifico di Satana non autorizzato da Dio. Ciò presenterebbe un Dio che non si assume la responsabilità dell’esperienza del male e della tentazione nel processo che conduce alla Fede, scaricandola sul Maligno. Inoltre, come osserva Don Giulio Meiattini, un padre che abbandona il figlio nella tentazione non è meno scandaloso di un padre che induce (nel senso di prova). Se la tentazione dipende da Satana e Dio può abbandonare ad essa, Dio risulterebbe connivente con l’azione del maligno. Se invece la tentazione viene da Dio come prova per rendere consapevoli della profondità della propria fede, ha senso chiedere il suo sostegno. La traduzione attuale rischia di scivolare in una dimensione dualista e gnostica. L’espressione “liberaci dal Maligno” implica che il tentatore è nel potere di Dio e con lui la sua vocazione a tentare.

Giancarlo Bruni: Un Breve Profilo

Giancarlo Bruni, nato nel 1938, appartiene all'Ordine dei Servi di Maria ed è al contempo monaco della Comunità ecumenica di Bose.

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