Beati gli Afflitti: Significato e Consolazione nel Tempo Quaresimale

Le beatitudini, nel racconto evangelico di Matteo, si riferiscono, per lo più, ad atteggiamenti che l'uomo cerca di esprimere, come la povertà di spirito, la mitezza, la misericordia, la pace, la purezza di cuore, la fame e la sete di giustizia. Tuttavia, ve ne sono alcune che evocano situazioni non direttamente dipendenti dall'uomo, come quella degli afflitti. La seconda beatitudine, in particolare, è rivolta a coloro che piangono: «Beati coloro che piangono, perché saranno consolati» (Mt 5,4).

Introduzione al Paradosso della Beatitudine

In questo brano, Enzo Bianchi commenta il passo del Vangelo di Matteo in cui Gesù proclama "beati" coloro che piangono, che sono afflitti. Qui il paradosso è evidente più che mai: sono dichiarati beati, dunque felici, quelli che sono afflitti. Davvero in questo caso il messaggio delle beatitudini urta con forza la nostra saggezza umana, la nostra razionalità. Questa Beatitudine, che appare paradossale come del resto tutte le Beatitudini, ci provoca e ci suggerisce che si può essere felici anche quando si piange, quando si versano lacrime, si può essere consolati.

Nessun cedimento al dolorismo, a una certa spiritualità fatalistica che vede nelle sofferenze della vita un segno della predilezione divina, o una via di elevazione morale: anche a partire dalla fede, sottolinea Bianchi, non esiste «una risposta chiara ed evidente al perché della sofferenza». Ma la vita di Cristo e il suo modo di affrontare il dolore possono aiutarci a trovare un senso in questa paradossale beatitudine, che davvero «urta con forza la nostra saggezza umana».

Gesù sul monte con i discepoli, scena evangelica

Chi sono gli "Afflitti"?

Il termine greco penthountes comprende sia l'afflizione che la tristezza e richiama più direttamente il lutto, le lacrime che versiamo, ad esempio, per la morte di una persona cara. La versione latina, infatti, parla di coloro che sono in pianto: beati qui lugent.

Questa beatitudine si apre a un orizzonte universale, quello di tutta l’umanità, perché in ogni tempo e in ogni terra ci sono stati, ci sono e ci saranno uomini e donne che piangono. Tale ampiezza di orizzonti interroga i commentatori, che notano in questa parola di Gesù la mancanza di una portata religiosa o spirituale immediata, la quale si evince solo dal contesto più generale delle beatitudini. Tuttavia, è importante che questa parola di Gesù su quelli che piangono possa essere indirizzata a ogni uomo, che sia discepolo di Gesù o meno, credente o non credente: ogni uomo è interpellato da questa beatitudine perché ogni uomo conosce il pianto nella sua vita.

La vita terrena è segnata dal dolore e i motivi di sofferenza sono molteplici. Vorremmo non vedere, non accorgerci, far finta di nulla, eppure ci sono uomini e donne che piangono a causa della morte loro e dei loro cari, a causa della sofferenza fisica e psichica, a causa della fame, della violenza, della guerra, dell’oppressione e anche a causa del loro peccato; qualcuno a volte ha anche il raro dono di piangere di gioia.

Chi soffre fa addirittura l’esperienza di non poter esprimere pienamente e di non poter comunicare la sua sofferenza, la quale appare veramente a ognuno di noi come la sventura peggiore. Di fronte a essa la domanda che sorge spontanea è: «Che senso ha soffrire? Perché soffrire così?» Ecco l’enigma per eccellenza della nostra vita, che nella fede può però diventare mistero, e può diventarlo quando - come scriveva con grande intelligenza Giovanni Moioli - «al dolore riusciamo a dare il nome di croce». Non c’è subito una risposta chiara ed evidente al perché della sofferenza, a questo enigma, neanche a partire dalla fede.

Il Pianto nella Bibbia e le Sue Manifestazioni

Nella Bibbia il pianto e le lacrime sono un linguaggio e una voce molto presente. Soprattutto nei Salmi, le lacrime appaiono il segno della condizione del giusto che soffre, che «non ha altro pane che lacrime di giorno e di notte» (cfr. Sal 42,4), che «ogni notte piange sul suo letto, bagnando di lacrime il suo giaciglio» (cfr. Sal 6,7). Ed egli, nella sua afflizione, è visto e consolato da Dio, dal «Signore che ascolta i suoi singhiozzi» (cfr. Sal 6,9), che «non resta sordo al suo pianto» (cfr. Sal 39,13) e che «raccoglie le lacrime in un otre» (cfr. Sal 56,9) per ricordarsi di esse e in tal modo accogliere il gemito di chi piange.

Il Nuovo Testamento illumina di ulteriori significati la parola “afflizione”:

  • Nel Vangelo di Luca (19,41), Gesù piange su Gerusalemme che non ha compreso la via della pace.
  • Nel Vangelo di Giovanni (11,35), Gesù scoppia in lacrime presso la tomba dell’amico Lazzaro.
  • Ancora nel Vangelo di Luca (22,62), Pietro, dopo aver rinnegato il suo Maestro, piange amaramente.

Per coloro che amano Dio ci sono altri motivi di pianto: le lacrime della Maddalena penitente e di Pietro per il rinnegamento, e quelle di chi, pur amando sinceramente Dio, deve ogni giorno rimproverarsi qualche debolezza o infedeltà. Sono lacrime sante di compunzione, dono dello Spirito Santo. La tradizione cristiana, commentando la seconda beatitudine di Matteo, ha sviluppato soprattutto questa afflizione della penitenza, di colui che è dispiaciuto dei suoi peccati, della sua condizione peccaminosa e la detesta interiormente.

Va anche riconosciuto che alcuni interpreti di questa beatitudine insistono nel dire che non tutti gli afflitti sono proclamati beati da Gesù. Ricordano a questo proposito l’esempio dell’uomo ricco che, non avendo accolto l’invito di Gesù a seguirlo, se ne andò triste (cfr. Mc 10,22 e par.): c’è una tristezza che è un peccato - quella che Paolo ha definito «tristezza secondo il mondo», opponendola a quella «secondo Dio» (cfr. 2Cor 7,10) - una tristezza che non è un pianto, un’afflizione, ma è una tristezza che paralizza e può addirittura essere mortifera.

Perché gli Afflitti saranno Consolati?

La domanda resta: da dove verrà la beatitudine per coloro che piangono? Verrà da un capovolgimento della loro situazione. Gesù ci ha rivelato che nel giudizio quelli che non hanno conosciuto il pianto, e anzi hanno riso e mai si sono accorti delle lacrime del prossimo, questi piangeranno. Ecco perché in Luca la beatitudine: «Beati voi, che ora piangete, perché riderete» (Lc 6,21), è seguita dall’avvertimento: «Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete» (Lc 6,25).

Chi vive nel godimento, chi ha tutto ciò che vuole e non manca di nulla, corre un rischio tremendo. Soddisfatto di sé e della vita terrena, non avverte la precarietà della sua situazione, non sente il bisogno di essere salvato, non apre il cuore alla speranza delle cose celesti. Al contrario, l’afflitto, impotente a liberarsi dalle sue tribolazioni, si rende conto che Dio solo può aiutarlo, solo da lui può essere salvato per il tempo e per l’eternità. Gli afflitti che, come i poveri, accettano dalle mani di Dio la loro sorte, che si sottomettono a lui con umiltà, e pur soffrendo non cessano di credere al suo amore di Padre e alla sua Provvidenza infinita, sono proclamati beati da Gesù «perché saranno consolati» (Mt 5,4).

La Consolazione Divina

«Io consolerò gli afflitti» dice il Signore per bocca del suo profeta. L'azione consolatrice di Dio è sottolineata, oltre che da altri passi del Nuovo Testamento, dal Libro dell'Apocalisse, con parole mirabili: «Non avranno più fame, né avranno più sete, né li colpirà il sole, né arsura di sorta, perché l'Agnello che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti della vita. Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi. Non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate».

D’altra parte, la beatitudine riservata a coloro che piangono non ha una possibilità di realizzazione solo nel giorno del giudizio, ma già qui e ora: già nei loro giorni, sulla terra, quelli che piangono possono conoscere una consolazione che viene dallo Spirito Santo, il Paraclito, il Consolatore (cfr. Gv 14,16.26; 15,26; 16,7), che nell’angoscia è accanto a loro (cfr. Sal 91,15) e dona loro forza e gioia da parte di Dio.

Dio è colui che grida a noi: «Consolate, consolate il mio popolo [… ] parlate al suo cuore» (Is 40,1-2; cfr. Os 2,16); è colui che manda il suo Servo a «consolare tutti gli afflitti» (Is 61,2), testo che probabilmente ha ispirato la beatitudine matteana; è colui che invia il Consolatore perché porti consolazione e gioia. Sì, a tutti gli uomini che piangono, nella loro sofferenza Dio promette: «Io vi consolerò» (Is 66,13). Poi li rassicura: «Io cambierò il vostro lutto in gioia, vi consolerò e vi renderò felici, senza afflizioni» (cfr. Ger 31,13). Ovvero: «La vostra sofferenza sarà da me trasfigurata, non andrà perduta!» La beatitudine dell’afflizione ha valore messianico: il Signore annunzia che verrà.

Gesù è sempre presente, perché la consolazione che ci porta non è semplicemente di ordine emotivo e sentimentale, ma è più profonda e più radicale: è un dono interiore che fa traboccare nel cuore dell’uomo la beatitudine di Dio. Nessuno al mondo è autenticamente beato se non attraverso una partecipazione della beatitudine di Dio, di cui Gesù è l’annuncio e insieme il sacramento. Ci troviamo di fronte a un’esigenza radicale nell’esperienza cristiana: l’uomo ha bisogno di incontrare il Signore. Nella misura in cui lo scopre e lo incontra, nella stessa misura accoglie la salvezza e diventa beato.

Mani che si stringono in segno di conforto

La Consolazione Attraverso l'Amore e la Comunione Umana

Quanto alla consolazione possibile a opera di noi uomini, è esemplare l’atteggiamento di Gesù: nei suoi molti incontri con i sofferenti egli non ha mai predicato rassegnazione, non ha mai mostrato atteggiamenti fatalistici o doloristici, non ha mai chiesto di offrire la sofferenza a Dio, non ha mai detto che più uno soffre, più uno è vicino a Dio. Gesù sapeva bene che è l’amore, non la sofferenza, che salva! Per questo si è preso cura dell’umanità sofferente, di chi vedeva piangere, rinnovando una volta di più la sua offerta di amore.

Ecco qual è l’opera di consolazione richiesta anche a ciascuno di noi, per quanto ci è possibile: adoperarci affinché non esistano più «lacrime da nessuno consolate» (cfr. Qo 4,1). Questa duplice opera di consolazione mi pare mirabilmente riassunta in un passo della Seconda lettera di Paolo ai Corinzi: «Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre delle misericordie e Dio di ogni consolazione!»

Siamo chiamati a fare della sofferenza una via di comunione: questa è la sfida, questa è la via cristiana, che può però essere sentita come possibilità ragionevole, significativa e umanizzante anche da parte di chi non è credente. Quando vediamo e accostiamo chi soffre, ci mancano le parole; a volte possiamo solo stargli accanto, offrirgli la presenza, far sentire la nostra mano nella sua mano: ma anche questo, pur nel silenzio, è un cammino di comunione, dunque un cammino salvifico, per quanto noi possiamo fare qui, sulla terra. La lotta contro la sofferenza diventa più efficace e più dotata di significato se è fatta «insieme», in modo che «si piange con chi piange» (cfr. Rm 12,15), si è accanto a chi è malato, si abbraccia chi si sente precipitare negli abissi infernali. Nessuno può risolvere il problema della sofferenza né c’è alcuna risposta certa al perché della sofferenza, ma le vie di consolazione sono percorribili, con gli altri e comunque con Dio, il Consolatore. Detto altrimenti, non c’è risposta alla sofferenza, al pianto, ma ci può essere risposta agli uomini e alle donne che soffrono e piangono: una risposta che può venire dagli altri, cioè da noi, e da Dio.

Affrontare la Sofferenza: Responsabilità e Speranza

Innanzitutto dobbiamo essere sinceri con noi stessi: nella sofferenza siamo tentati di diventare più attenti a noi stessi, più egoisti, siamo tentati di cercare una salvezza senza gli altri e magari a scapito degli altri. La sofferenza a volte abbruttisce, rende aggressivi e ci fa assumere comportamenti che, nella loro violenza, ci erano estranei in passato. La sofferenza è una prova terribile, che nessuno di noi può sfuggire.

Prima o dopo, e con diversa intensità, noi soffriamo e conosciamo l’esperienza dolorosa del lutto: soffriamo quando siamo separati dalla madre con il taglio del cordone ombelicale; soffriamo quando dobbiamo lasciare padre, madre e terra e, più in generale, quando dobbiamo lasciare qualcosa che ha rappresentato un valore positivo nella nostra vita; soffriamo quando dobbiamo rinunciare ai sogni di felicità, quando perdiamo la salute, quando perdiamo chi amiamo; soffriamo quando invecchiamo e ci sfuggono le forze e il tempo; soffriamo quando la morte si avvicina e dobbiamo rinunciare a vivere. Sono tutte sofferenze necessarie, senza le quali non si cammina nella vita, sono sofferenze che dobbiamo attraversare e che provocano afflizione, pianto...

Le sofferenze di per sé non sono utili né salvifiche, non sono automaticamente una forma di purificazione, un mezzo per diventare più buoni. Credo però che in esse e attraverso di esse si giochi sempre la salvezza della nostra vita, la ricerca di senso: in particolare, quando le sofferenze si abbattono come onde su di noi e sembrano sommergerci, proprio allora ci è chiesto di impegnarci ad amare e ad accettare di essere amati.

Sappiamo bene che nella sofferenza affiorano, fino a imporsi, le domande essenziali per l’uomo: «Da dove vengo? Dove vado? Chi sono io? Chi sono gli altri per me?», perché - come dice il Salmo - «l’uomo nel benessere non comprende» (Sal 49,21), è tentato di non discernere. Contro la sofferenza abbiamo il diritto di lottare, per contenerla, per vincerla se possibile; contro la sofferenza occorre resistere con tutte le forze di cui disponiamo. Nello stesso tempo, però, ci attende anche un altro comportamento, non di resa, ma di sottomissione e di obbedienza alla nostra condizione: non siamo eterni, non siamo onnipotenti, non siamo immuni da malattia e dolore.

Questo si può vivere in tanti modi: o con l’atteggiamento passivo di chi si lascia andare ad una inerte rassegnazione, o con uno stoicismo che indurisce il cuore. Dobbiamo continuare a rovinarci un po’ il fegato di fronte alle cose “storte”, di fronte alla sofferenza ingiusta, di fronte a un povero diavolo emarginato, messo fuori dalla fila. A ogni nuovo crimine o orrore dovremo opporre un nuovo pezzetto d’amore e di bontà che avremo conquistato in noi stessi. L’opera di Gesù non si ferma ai corpi, ma va più a fondo: tocca i cuori e li sana dal più grande dei mali, il peccato.

Quando i mali fisici o morali tormentano l’uomo e sembrano inchiodarlo in situazioni irrimediabili, non è facile credere alla beatitudine proclamata dal Signore. Eppure il dolore nasconde sempre un mistero di vita e di salvezza. Necessita aspettare e sperare la propria consolazione solo da Dio. Bisogna attendere lui, l’unico che salva e cambia il pianto in gioia vera. Occorre avere il coraggio di abbracciare la croce non solo con rassegnazione, ma con amore, con volontà decisa di seguire Gesù sofferente fino al Calvario, fino al Sepolcro, perché soltanto dalla morte può fiorire la risurrezione.

Allora si capisce perché San Paolo ha potuto dire: «Sono ricolmo di consolazione, pervaso di gioia nonostante ogni nostra tribolazione» (2Cor 7,4). È la beatitudine della sofferenza che incomincia ad avverarsi quaggiù per chi sa patire con Cristo per la salvezza del mondo. Si tratta di una consolazione oggettiva che trasfigura la vita umana attraverso l’avvento del Regno e della redenzione.

Immagine stilizzata della croce con elementi di speranza

La Beatitudine degli Afflitti nel Tempo Quaresimale

La riflessione sulla beatitudine «Beati gli afflitti, perché saranno consolati» è particolarmente rilevante nel tempo liturgico della Quaresima, un periodo di penitenza e approfondimento spirituale. È il segno inconfondibile della salvezza promessa da Dio al suo popolo e annunciata dai profeti: il Messia si china su tutte le miserie umane per salvarle, per dare sollievo e gioia agli afflitti, per consolare chi piange.

Può sembrare strano che un approccio che fa della gioia una delle sue colonne portanti possa parlare anche di tristezza e afflizione; in realtà l’una non esclude l’altra. È semplice essere gioiose e sentirsi bene quando tutto va secondo le nostre aspettative e viviamo momenti di festa e sereni. Ma la felicità che si cerca di costruire non è quella in cui le difficoltà non esistono, ma è quella in cui anche gli eventi meno belli possono essere condivisi e perciò vissuti con maggiore serenità. Le prove e le afflizioni, piccole o grandi, fanno parte della vita e ad esse non si sfugge.

La differenza tra un buon cristiano e una persona che non ha ricevuto la Grazia della Fede, sta proprio nel vivere questi momenti senza farsi travolgere ma cercando consolazione in Dio, ricordando di avere un compagno di viaggio speciale: Gesù, che ha vissuto l’afflizione e la consolazione fino alla morte in croce. L’esempio di Cristo, sempre normativo per il cristiano e criterio ermeneutico per capire in profondità anche le sue parole più difficili ed esigenti, ci dice che ciò che conferisce senso alla nostra vita - e può donarci, nonostante tutto e seppure a caro prezzo, la felicità - non sono le sofferenze in sé, ma l’amore che ci impegniamo a donare e accettiamo di ricevere anche quando le sofferenze «si abbattono come onde su di noi e sembrano sommergerci».

Un esempio luminoso è Maria, una donna che ha vissuto diverse prove nella sua vita ma non ha mai perso la fiducia in Dio e ha sempre trovato in Lui consolazione. Maria non ha mai smesso di credere che, come ci ha detto Papa Francesco, «non ci sono situazioni che Dio non possa cambiare, non c’è peccato che non possa perdonare se ci apriamo a Lui». Lasciarsi trasformare dall’amore di Dio, affidandosi e lasciandolo operare, significa imparare a dire «Ecco me», ovvero «mi metto nelle tue mani», di fronte a quanto la vita ci pone davanti.

Icona della Vergine Maria addolorata o in preghiera

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