Introduzione: Il Settimo Segno e il Contesto Liturgico
La narrazione della resurrezione di Lazzaro, contenuta nel Vangelo secondo Giovanni (Gv 11,1-44), rappresenta uno dei sette segni narrati dal quarto evangelista, il settimo e più portentoso, che rivela Gesù come signore della vita e della morte. Questo episodio è situato nella sezione dei capitoli 11-12 che collega le due parti del vangelo giovanneo: il libro dei segni e quello della gloria, costituendo un ponte tra la rivelazione pubblica di Gesù a Israele e l'ultima tappa della sua vita, con la glorificazione alla destra del Padre. Sta per giungere l'ora di Gesù, che svelerà, nella sua morte e risurrezione, il mistero della sua persona davanti al mondo intero.
Il brano evangelico della Risurrezione di Lazzaro è proclamato alla V domenica di Quaresima Anno A nella liturgia di Rito Romano. La successione dei testi evangelici proposti dalla liturgia nelle domeniche di Quaresima nell’anno A, va compresa in una prospettiva battesimale che ne diventa anche la chiave di lettura. Questo itinerario liturgico ci porta a comprendere che nel battesimo non solo si adempie il desiderio umano, non solo è donato al credente uno sguardo nuovo, quello della fede, per vedere il mondo nella sua verità, ma la vita stessa dell’uomo viene ricreata e fatta nuova. Il messaggio del Papa per questa Quaresima afferma: «Quando, nella quinta domenica, ci viene proclamata la risurrezione di Lazzaro, siamo messi di fronte al mistero ultimo della nostra esistenza: “Io sono la risurrezione e la vita... Credi questo?” (Gv 11,25-26). Per la comunità cristiana è il momento di riporre con sincerità, insieme a Marta, tutta la speranza in Gesù di Nazareth: “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo” (v. 27). La comunione con Cristo in questa vita ci prepara a superare il confine della morte, per vivere senza fine in Lui.»

Il Racconto Evangelico della Risurrezione di Lazzaro (Gv 11,1-44)
In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato».
All'udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea».
I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui». Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, si è addormentato; ma io vado a svegliarlo».
Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!».
Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà».
Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell'ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».
Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro.
Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».
Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?».
Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l'ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».

L'Amicizia di Gesù e il Dramma della Malattia
Il racconto che abbiamo ascoltato inizia con alcune frasi che ci fanno entrare, per così dire, nella vita privata di Gesù, nei suoi sentimenti. Gesù aveva degli amici che non erano nella cerchia ristretta dei Dodici, ma erano i componenti di una famiglia di Betania, nella cui casa Gesù probabilmente alloggiava quando andava a Gerusalemme: due sorelle e un fratello, Marta, Maria e Lazzaro.
Che li legasse a Gesù un vincolo di amicizia lo dice il vangelo nelle parole messe in bocca alle sorelle nel messaggio che inviano a Gesù per informarlo della malattia di Lazzaro: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato» (Gv 11,3). L’espressione “colui che tu ami” ha dietro di sé il verbo greco *philéō*, che esprime l’affetto dell’amicizia. La richiesta delle sorelle è discreta, come quella di Maria a Cana (Gv 2,3). L’evangelista sottolinea che «Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro» (Gv 11,5), usando questa volta il verbo *agapáō*, che indica l’amore che ha la sua sorgente in Dio. Tutto inizia dunque come un dramma familiare, una nube che viene a offuscare la serenità di affetti consolidati, una sofferenza che più volte ci ha toccati tutti da vicino.
Il Senso della Morte e l'Incomprensione dei Discepoli
La reazione di Gesù di fronte all’annuncio della malattia di Lazzaro è sorprendente: ci si aspetterebbe che egli si precipiti accanto agli amici e, invece, egli indugia per ben due giorni prima di muoversi. Sconcertano, a prima vista, anche le parole che egli pronuncia: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato» (Gv 11,4). Gesù vuole dirci che nella sofferenza di Lazzaro, che comporta pure la sua morte, si dovrà compiere un mistero in cui si rivelerà il suo dominio sulla morte e il suo potere di dare la vita. Questo amore spinge Gesù a mettere in pericolo sé stesso, a recarsi dove è certo che subirà ostilità, là dove avevano già cercato di lapidarlo.
Sono passati due giorni, il tempo perché la malattia evolva nella morte, e Gesù dice: «Andiamo di nuovo in Giudea!» (Gv 11,6). I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?» (Gv 11,8). Essi vogliono trattenere Gesù che in Giudea corre un serio pericolo. Ma con la frase «Non sono forse dodici le ore del giorno?» (Gv 11,9) Gesù paragona la sua vita a una giornata di cammino, indicando che finché non ha compiuto ciò che Dio gli ha affidato, la sua vita non è ancora giunta al termine e la sua missione continua. Egli è colui che cammina nella luce, cioè nella realtà di Dio, perché ama i fratelli (cfr. 1Gv 2,10).
A questo punto torna in gioco la situazione di Lazzaro. Gesù dice: «Lazzaro, il nostro amico, si è addormentato; ma io vado a svegliarlo» (Gv 11,11). Ne nasce un’incomprensione da parte dei discepoli che non capiscono che Gesù, con le parole “dormire” e “svegliare”, intende parlare di morte e risurrezione. Infine Gesù svela lo scopo di quanto sta accadendo: la fede dei discepoli. Egli dice: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate» (Gv 11,14-15). Il segno che Gesù compirà dovrà suscitare nei discepoli la fede in lui come sorgente di vita. Sorprende l'affermazione di Tommaso: «Andiamo anche noi a morire con lui!» (Gv 11,16), che indica come il discepolo debba seguire il Maestro con coraggio e piena disponibilità, sino a morire con lui.
Quando Gesù arrivò, Lazzaro era già da quattro giorni nel sepolcro. Esisteva allora la credenza giudea che l’anima del defunto potesse vagare fuori dal corpo fino al terzo giorno, ma al quarto giorno il corpo cominciava a decomporsi. Gesù avrebbe ritardato il suo arrivo perché voleva davvero chiamare Lazzaro dallo stato di corruzione, vale a dire dallo *sheol*, la regione dei morti.
Vangelo e Vita. La resurrezione di Lazzaro
Il Dialogo con Marta: "Io Sono la Risurrezione e la Vita"
La scena successiva vede il colloquio tra Gesù e Marta, la sorella di Lazzaro. È un colloquio nella fede, ma di una fede che Gesù deve purificare e completare. Marta si pone di fronte a Gesù pronta a riconoscere in lui un intermediario potente di fronte a Dio. Può dire a Gesù: «So che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà» (Gv 11,22). Marta tenta di ricondurre questa parola di Gesù dentro i termini della sua visione di fede, quella comune tra i farisei e la gente comune: la fede nella risurrezione dei morti alla fine dei tempi.
Gesù non nega questa fede, ma chiede che Marta riconosca in lui la sorgente stessa della vita e la garanzia della vita eterna per chi crede: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno» (Gv 11,25-26). Ad attirare la nostra attenzione sono anzitutto le prime parole, “Io sono”, cioè il nome con cui Dio si era rivelato a Mosè dal roveto ardente (cfr. Es 3,14). L’essere di Dio, di cui Gesù partecipa in quanto Figlio, viene poi specificato come forza di vittoria sulla morte, “risurrezione”, e come sorgente di “vita” eterna. Gesù ha il potere di dare la vita, e la vita che egli comunica vince ogni morte e proietta l’uomo nell’eternità.
Marta è sollecitata ad approfondire e esprimere la sua fede in senso cristiano. La sua risposta (Gv 11,27) dice che Gesù è il Figlio di Dio, venuto nel mondo e per questo motivo la vita di Dio è entrata nel nostro mondo e con essa il riscatto dalla morte. Per suscitare questa fede Gesù si appresta a compiere il gesto che riporterà Lazzaro in vita.
Il Pianto di Gesù: Empatia e Indignazione di Fronte alla Morte
Il successivo incontro di Gesù, quello con Maria, l’altra sorella di Lazzaro, che gli va incontro con quanti erano andati a consolare le due donne in lutto, apre un nuovo spiraglio nei sentimenti di Gesù. Sembra che egli si faccia partecipe del dolore di Maria e di quanti sono con lei: «Si commosse profondamente […], molto turbato» (Gv 11,33). Quel che viene reso in italiano come “commozione profonda”, più esattamente è “collera”, “indignazione”. Gesù non tollera le condizioni in cui il male prende il sopravvento sull’uomo, la morte in modo particolare; la sua è una forte reazione contro ciò che umilia l’uomo fino ad annientarlo. Colui che ha il potere della vita non può accettare il trionfo della morte; per questo, di lì a poco, agirà.
Ma, insieme all’indignazione di fronte alla morte, egli ci appare anche interiormente “turbato”, partecipe del dolore che lo circonda, al punto che subito dopo condividerà le lacrime di Maria e degli altri, vicino al cuore sofferente degli uomini e alla loro miseria: «Gesù scoppiò in pianto» (Gv 11,35). I Giudei presenti dissero allora: «Guarda come lo amava!» (Gv 11,36). Alcuni di loro, tuttavia, dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?» (Gv 11,37), mostrando la loro incomprensione dell'animo di Gesù e della sua missione.

Al Sepolcro: La Preghiera al Padre e il Comando alla Vita
Gesù, dopo quattro giorni dalla morte dell’amico, finalmente giunge al sepolcro di Lazzaro, per compiere il miracolo che lo riporterà in vita. Ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!» (Gv 11,39). Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni».
Marta è legata alla morte e tiene il fratello ancorato ad essa, ma per Gesù anche la morte è luogo di manifestazione della gloria di Dio. Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?» (Gv 11,40). Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l'ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato» (Gv 11,41-42).
Quella di Gesù non è una preghiera con cui rivolge una petizione al Padre perché lo esaudisca. Gesù è una cosa sola con il Padre, egli vive con lui un ascolto reciproco perché non ha altro desiderio che la volontà del Padre. Egli sa che il Padre vuole la vita degli uomini e il gesto che il Figlio sta per compiere su Lazzaro è un segno di questa volontà. Le sue parole servono a rivelare tutto questo a quanti gli sono attorno e, nel miracolo che sta per compiersi, devono riconoscere in lui il Figlio di Dio, inviato dal Padre a portare la vita agli uomini.
La Liberazione di Lazzaro: Dalla Morte alla Vita Nuova
Si giunge al miracolo, al ritorno alla vita dell’amico Lazzaro, tutto descritto con brevità, perché nulla ci distolga dal significato: «Detto questo, [Gesù] gridò a gran voce: “Lazzaro, vieni fuori!”. Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: “Liberàtelo e lasciàtelo andare”» (Gv 11,43-44). Lazzaro è la forma greca del nome ebraico Eleazar, che significa aiuto di Dio. Il fatto - un morto riportato in vita - parla da sé; non ha bisogno di essere avvalorato da troppi particolari. Il senso teologico e simbolico dell'evento sta a cuore a Giovanni e il parallelo con la morte e sepoltura di Gesù attraverso i diversi particolari: la pietra davanti al sepolcro, le bende, i testimoni del fatto.
In qualche modo, le bende che legano e avvolgono Lazzaro rappresentano non soltanto i legami dello *sheol*, ma anche quelli del peccato. Papa Francesco dava questa spiegazione: «Il gesto di Gesù che risuscita Lazzaro mostra fin dove può arrivare la forza della Grazia di Dio, e dunque fin dove può arrivare la nostra conversione, il nostro cambiamento [...]. Non c’è alcun limite alla misericordia divina offerta a tutti! [...] Il Signore è sempre pronto a sollevare la pietra tombale dei nostri peccati, che ci separa da Lui, la luce dei viventi».
Un particolare importante è che Gesù non interviene direttamente su Lazzaro, ma si avvale della mediazione di altri perché lo sleghino. In questi collaboratori possiamo vedere simbolizzati anche i ministri che nella Chiesa assolvono dai peccati. Lazzaro ascolta la voce, si alza. Gli altri lo aiutano a togliere le bende e il sudario dal volto coperto. L’importanza del “noi”, la comunità, gli amici, coloro che ci amano, che ci danno una mano per essere liberati. Abbiamo bisogno degli altri. Significativamente il comando che Gesù impartisce dopo aver chiamato Lazzaro è «Liberàtelo e lasciàtelo andare» (Gv 11,44). Il comando riguarda gli astanti: Lazzaro già si sta muovendo senza problemi. Il problema sono quelli che lo attorniano che devono lasciarlo andare, perché l’amore non trattiene, non tiene per sé ma, più ama, più lascia libero l’amato. Gesù sta insegnando ad amare: non conduce a sé il morto ritornato alla vita, ma insegna ad amare con libertà. Amare è liberare l’altro. E neanche la morte può trattenere l’amore.
Le Reazioni al Segno: Fede e Proposito di Morte
Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che Egli aveva compiuto, credettero in Lui (Gv 11,45). Ne sono ben consapevoli i membri del Sinedrio che, avvertiti di quanto è accaduto a Betania, si riuniscono per prendere le contromisure: «Che cosa facciamo? Quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui, verranno i Romani e distruggeranno il nostro tempio e la nostra nazione» (Gv 11,47-48).
L’interesse egoistico degli uomini del potere si nasconde dietro al bene della religione e della nazione, ma essi comprendono che se la fede in Gesù si diffonde essa mette in pericolo tutti gli equilibri umani, perché offre la possibilità di vincere la morte e quindi di rendere veramente libero l’uomo. Quanto sia eversiva questa prospettiva lo capiscono bene i sinedriti e non possono che convenire con la soluzione proposta dal sommo sacerdote Caifa: «Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!» (Gv 11,50).
Con ironia, l’evangelista qualifica queste parole come profezia «che Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi» (Gv 11,51-52). L’ultima lettura teologica di quanto è accaduto a Betania la offre chi si oppone a Gesù: egli deve morire, così che si ricomponga l’unità della famiglia dei figli di Dio. Tutto si conclude con il proposito del sinedrio: «Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo» (Gv 11,53). Una decisione che capovolge l’orizzonte su cui si è mosso tutto il racconto: colui che dona la vita viene condannato alla morte. Ma, come inconsapevolmente profetizza Caifa, sarà la sua morte a portare la vita al mondo.

Significato Teologico e Rilevanza per la Vita del Credente
Lazzaro rappresenta tutti coloro che vengono riportati alla vita, alla vita in Dio. I Padri della Chiesa hanno spesso letto il fatto come simbolo della risurrezione spirituale del peccatore. La fede nella risurrezione dei morti e la speranza della vita eterna aprono il nostro sguardo al senso ultimo della nostra esistenza: Dio ha creato l'uomo per la risurrezione e per la vita, e questa verità dona la dimensione autentica e definitiva alla storia degli uomini, alla loro esistenza personale e al loro vivere sociale, alla cultura, alla politica, all'economia.
La catechesi sul vangelo di Giovanni ci interroga su alcune domande: “Dormire è segno di morte”. Quale morte vediamo in noi? Quale nel mondo? Il Signore è capace di svegliarci dalle nostre morti, dal nostro sonno, dalla “normalità” dell’inquinamento creato, dell’uso della plastica, del consumo senza limiti, della corruzione, dimenticando i carcerati, la gente della strada, le donne sfruttate, i rifugiati, i migranti. Le nostre morti sono: il razzismo, i muri costruiti chiamati “sicurezza”, gli stili di vita insostenibili, la droga, la delega di responsabilità, la mancanza di speranza, la rassegnazione: il “niente cambierà”.
Il segno di Betania è un invito a decidere tra la vita e la morte, per Cristo o contro di Lui. Chi accetta che Gesù è la sua vita sperimenterà la Vita. Il Signore ci chiama amici, vuole la vita per ognuno di noi, ci aiuta nella ricerca della nostra liberazione. Anche noi possiamo aiutare altri nel loro desiderio di vivere da persone liberate da tutte quelle forme di morte che ci imprigionano e che abbiamo imparato a trattarle come situazioni “normali”.